Filosofia de Logu per decolonizzare il pensiero

Decolonizzare il pensiero e la ricerca in Sardegna

S’Ulisse de sa Sarda Liberatzione

È sorto un gruppo di lavoro e di ricerca multidisciplinare che ha preso il nome di Filosofia de logu. Ne fanno parte studiosi e attivisti, dentro e fuori dall’accademia, provenienti dall’ambito delle scienze umane, sociali e filosofiche. Il nostro intento è quello di sviluppare un approccio di ricerca non subalterno e forme di concettualizzazione libere dallo sguardo coloniale e auto-colonizzato sulla Sardegna.

Filosofia de logu dispone già di un suo sito (filosofiadelogu.eu) e nella giornata di oggi procederà alla diffusione della sua Dichiarazione di intenti. In questo momento stiamo lavorando alla pubblicazione di una raccolta collettiva di saggi, a un evento pubblico in rete, e a una serie di incontri sul territorio. 

Il gruppo è aperto a ogni collaborazione fattiva e basata sulla condivisione dei principi enunciati nei suoi documenti fondativi. 

In allegato a questo Comunicato, troverete un press-kit con qualche materiale utile per la pubblicazione, come le fotografie fornite per il progetto da Rossella Fadda, le grafiche e i loghi del progetto.

Gruppo di Ricerca “Filosofia de Logu” – cuntatos@filosofiadelogu.eu

Chi ha paura di sa DIE? di Francesco Casula

Sa DIE, come Festa nazionale del popolo sardo, unica nostra Festa “non ottriata”, nel corso degli anni è stata via via depotenziata: e non solamente per gli investimenti finanziari viepiù ridotti. Da parte poi della Regione sarda e delle Istituzioni è stata sostanzialmente azzerata, cancellata.

Probabilmente l’opera di studio, ricerca, confronto, sensibilizzazione che vi è stata nei primi anni, dopo l’istituzione nel 1993, ha spaventato soprattutto la politica.

Così la “Festa” da occasione di studio e di risveglio identitario si riduce nel tempo a rito formale e liturgia vuota: con l’Amministrazione Soru viene annacquata e svuotata  dei significati storici e simbolici più “eversivi”; la Giunta di Cappellacci la stravolge del tutto: viene addirittura dedicata alla Brigata Sassari! E Pigliaru, la seppellisce definitivamente. 

L’attuale Giunta ha altro cui pensare: equilibri di potere. 

Ma fin dai primi anni, dopo la sua istituzione, soprattutto da parte di certa intellettualità, se non ascara certo culturalmente subalterna, ai paradigmi storici e storiografici italici, sono state avanzate riserve in merito alla “forza” dello stesso Evento del 28 aprile del 1794:

1. Sarebbe stata “robetta” quello di “cacciare” 514 piemontesi, savoiardi e nizzardi. Dimenticandosi che lo stesso numero è enorme: Cagliari aveva allora 20.000 abitanti, duncas sulla groppa di ogni 40 cagliaritani pesava un parassita che ruotava intorno al vicerè, arrogante e prepotente.

2. Sarebbe stata sostanzialmente una “congiura” de unu grustu de burghesos, antzis de bator abogadeddos, illuministas. Guarda caso, tale ipotesi, combacia esattamente con le posizioni degli storici filo sabaudi come Giuseppe Manno e Vittorio Angius, che, appunto, avevano parlato di “congiura”!

3. I sabaudi sarebbero comunque ritornati dopo qualche mese. Questo è vero. Ma che significa? Dopo la Rivoluzione francese si afferma un despota come Napoleone. E dopo la caduta del Corso si restaurano in tutta l’Europa regimi autoritari, assoluti e liberticidi. Ciò significa negare valore all’Evento dell’89? Chi fa questa obiezione non sa o non capisce che la storia non ha un andamento lineare e rettilineo, ma rinculi e ritorni all’indietro, cadute e regressioni.

In realtà personaggi e intellettuali di valore e diversa provenienza culturale e politica (da Lussu a Lilliu a Maria Rosa Cardia) riconoscono e sostengono l’importanza di quell’evento e di quella temperie culturale e politica in cui si radica la Sardegna moderna, in cui si afferma e si sedimenta una nuova consapevolezza e coscienza da parte dei Sardi.

Questi infatti dopo secoli di rassegnazione, di abitudine a piegare la schiena, di obbedienza, di asservimento e di inerzia, per troppo tempo abituati a abbassare la testa, sopportando ogni tipo di prepotenza, umiliazione, sfruttamento, sberleffi e prese in giro, con un moto di orgoglio nazionale e un colpo di reni, di dignità e di orgoglio, si ribellano e alzano la testa, raddrizzano la schiena e dicono basta! 

E voglio precisare che “quelle temperie culturale e politica” non abbraccia – come si suole comunemente affermare – il cosiddetto triennio rivoluzionario (1794-96) ma più che un trentennio rivoluzionario: dal 1780 (rivolta di Sassari contro il governatore Allì di Maccarani ) al 1812 (Rivolta di Palabanda). 

E allora?

Allora, al di là dei pretesti sulla “debolezza” dell’Evento o altre tontesas, la verità è che sa DIE dà fastidio. È una festa “pericolosa” e “sovversiva”. Anzi:eversiva. Perché può mettere in crisi i compromessi e gli equilibri di potere prima ancora che i paradigmi culturali e politici di tutti i partiti che dominano la Sardegna: del centro sinistra come del centro destra. Di ieri come di oggi.

Per questo l’hanno, di fatto cancellata.

Oe galu in domo ma non sena Sa Die

A casa, ma non senza Sa Die. È questo il senso di alcune iniziative che in questi giorni hanno spopolato sui social e che lanciano un fitto programma di celebrazioni della festa nazionale dei sardi in ricordo del tentativo rivoluzionario, repubblicano e antifeudale che scosse la Sardegna tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. 

Ha iniziato il movimento popolare sardo Caminera Noa, quando sui suoi canali di comunicazione, ha lanciato in data 9 aprile 2020, l’idea di appendere fuori da balconi e finestre la bandiera dei quattro mori e/o quella del giudicato di Arborea con l’albero deradicato: “Su 28 de abrile pone sabandera sarda in foras dae su balcone” è lo slogan scelto dagli attivisti. 

«Quest’anno non potremo festeggiare e celebrare d “Sa die de sa Sardigna” con incontri in presenza – spiegano dal movimento – siamo costretti a casa ma non vogliamo rinunciare a ragionare della Sardegna di ieri e di oggi e sull’attualità della “cacciata dei piemontesi” del 1794. Per questo motivo abbiamo lanciato già lo scorso 9 aprile l’iniziativa “pone sa bandera dae su balcone”, invitando i sardi a esporre la bandiera dei quattro mori o quella con l’albero deradicato fuori dalla finestra o dal balcone». 

Caminera Noa non si limita però a questo e ha organizzato una diretta streaming dalla sua pagina fb. Oggi, a partire dalle 16:30, per tutto il pomeriggio, fino alla sera si avvicenderanno molti ospiti tra interventi storici, politici e artistici. Ecco la scaletta a partire dalle 16:30 fino a sera:

  • Luana Farina, portavoce di Caminera Noa, interverrà sul “Disastro di Stato e Giunta regionale e proposte di Caminera Noa per uscire dalla crisi
  • Omar Onnis, Sa sarda rivolutzione e sa figura de Zuane Maria Angioy
  • AlmaCanta (Zaira Zingone e Graziano Solinas), musica live e letture
  • Tea Salis con Marco Lais, musica live e letture
  • Sara Porcu con Roberto Desiato, musica e brani d’autore
  • Almamediterranea, musica e brani d’autore

Anche la neonata Assemblea Natzionale Sarda non rinuncerà a festeggiare il grande giorno. L’ANS ha deciso di iniziare le celebrazioni dalla settimana precedente. Dal 21 aprile le pagine social sono un susseguirsi di pubblicazioni, video e immagini che lanciano le diverse iniziative. 

Il Contest che attraverso video e immagini che richiamano alcuni personaggi Storici Sardi, invita, come proposto in prima istanza da Caminera Noa, a fare sventolare la bandiera Sarda al balcone. ANS propone di fotografarla e postarla con l’hashtag #MustraSaBandera su un social tra Facebook, Instagram o Twitter, e premierà l’immagine che raccoglierà più like. 

Il Format CnC – Cùssientzia Natzionale in Curtzu, disponibile su Facebook e sul canale ufficiale di YouTube di ANS, la puntata 0 in quest’occasione tratta una videolezione in Sardo, prodotta in collaborazione con “Storia Sarda nella Scuola Italiana”, racconta a grandi e piccini cosa successe durante la Sarda Rivolutzione del 1794 e anni a venire. 

L’Assemblea Territoriale di Casteddu, ha lanciato l’iniziativa “S’Idea chi fait sa DII… FERÈNTZIA” in collaborazione con alcune attività di Ristorazione che offriranno una specialità Sarda da consegnare a domicilio, per concedersi una coccola in una giornata da ricordare. 

Anche la Corona De Logu – l’insieme degli amministratori indipendentisti – ha rilanciato l’idea di esporre la bandiera: “28 de abrile: die de su pòpulu sardu. Isterre sas banderas natzionales in sa ventana” e ha prodotto dei banner rimarcando l’attualità delle parole e dell’esempio di Giovanni Maria Angioy e dei rivoluzionari sardi.

Anche il coordinatore di Sardigna Natzione sposa l’idea di Caminera Noa e con un post sui social invita ad esporre la bandiera sarda da casa in modo che sia ben visibile: «su 28 de abrile est sa die de sa sardigna, festa natzionale de sa natzione sarda. faghelu ischire a totu, pone una bandera natzionale “in su balconi” de domo tua. Dae sa die prima o su mantzanu de su 28 aprile a sas 8.30 pone sa bandera de sos 4 moros in su barcone de domo tua. Semus unu populu, una natzione, amus un’istoria, una limba, una bandera e una manera de istare in su mundu, semus una natzione normale, chene istadu ma normale. Publica sa foto in facebook, faghelu ischire».

Nasce poi spontaneamente su fb un gruppo che raccoglie foto di bandiere sarde esposte dalle case ed altre iniziative per festeggiare Sa Die de su Populu sardu:

Anche l’associazione “Amistade” oggi, in occasione della festa “Sa die de sa SARDIGNA”, ha organizzato un evento finalizzato a rendere omaggio alla Sardegna: parlare o ascoltare la lingua sarda per l’intera giornata.
L’evento è organizzato in collaborazione con RADIO OLBIA WEB e con il sostegno del B’ART CAFÈ.
Tra gli artisti (poeti, cantanti, ecc..) che parteciperanno all’iniziativa ci sarà la cantautrice Maria Luisa Congiu.

A sa fine, semper oe 28 de abrile, in ocasione de Sa die de sa Sardigna, a is 10 de mangianu in sa Cattedrale di Santa Maria de Casteddu at a èssere tzelebrada sa Missa in limba sarda.

Lu narant custos de sa TV EJA – «torramus gràtzias a Mons. Gianfranco Zuncheddu, a Michele Deiana chi dd’at acumpangiare cun is sonus de canna, a Francesco Mura chi at a cantare is canttos de sa liturgia acumpangendelos cun s’òrganu».

«Est una produtzione Ejatv, Produzioni Sardegna, Associazione Culturale Babel  e at a èssere trasmìtida in:ardegna Uno Televisione canale 19; Ejatv e canale  172 , Diocesi di Cagliari , AnthonyMuroni, YouTG.net

A merie, dae is 5, paris cun Anthony Muroni EJA TV at a contare sa Die cun amigas e amigos de totu sa Sardigna.

Buon compleanno Lenin

Oggi è il compleanno di Lenin. In suo omaggio pubblichiamo alcuni testi sul diritto all’autodeterminazione dei popoli. La traduzione è di Andrìa Pili

22 DE ABRILI 1870-2020

SA RIVOLUTZIONE SOTZIALISTA E SU DERETU DE IS NATZIONES A S’AUTODETERMINATZIONE (1916)

Su significadu de su deretu a s’autodeterminatzione de is pòpulos

“Su deretu de is natziones a s’autodeterminatzione cheret narrere isceti su deretu a s’indipendèntzia in unu sensu polìticu, su deretu a una setzessione lìbera dae sa natzione opressora. Cuncretamente, custa pregunta polìtica e democratica implicat sa libertade cumpleta de batire unu abbolotu pro sa setzessione, e libertade de cumponnere sa chistione de sa setzessione cun s’aina de unu referendum de sa natzione chi cheret setzedere. Duncas, custa pregunta no cheret narrere pregunta pro sa divisione e sa fraigadura de istados piticos ma est sa espressione lògica de sa pelea contra s’opressione natzionale in ònnia forma. Prus unu istadu democràticu reconnoschet custu deretu a si chirriare, prus dèbiles ant a essere is tendèntzias de is natziones a gherrare pro s’autodeterminatzione; proite is avantàgios de is istados mannos-siat pro su megioru econòmicu, siat pro is interessos de is massas- sunt chena duda ladinos, e custos avantàgios s’àrtziant cun sa crèschida de su capitalismu. Reconnoschere s’autodeterminatzione no est comente faghere de sa federatzione unu printzìpiu. Unu diat podere essere contra custu printzìpiu e pro unu tzentralismu democràticu, ma diat isseberare sa federatzione a sa inegualidade intra is natziones comente unicu modellu a cara de unu tzentralismu democràticu cumpletu. Est su chi pensaiat Marx, chi puru fiat unu tzentralista, chi seberaiat sa federatzione de s’Irlanda cun s’Inghilterra a s’Irlanda suta de su cumandu de is inglesos”.

“Su fine de su sotzialismu no est isceti de abolire sa divisione presente de s’umanidade in istados piticos e isulamentos natzionales; non est de batire is natziones a essere prus acanta de is àteras, ma puru a fùndere issas. E pro lompere a custu obietivu, depimus, dae una parte, ispiegare a is massas sa natura reatzionaria de is ideas de Renner e Otto Bauer a suba de cussa chi mutint “autonomia naturale e culturale” e, dae un’àtera parte, preguntare sa liberatzione de is natziones oprimidas, non in frases chena sensu, non in decraratziones bòidas, non ponende sa chistione a pustis de sa fraigadura de su sotzialismu, ma in unu programma polìticu iscritu in una manera ladina e pretzisa chi fatzat contu in particulare de s’ipocrisia e de sa cobardia de is Sotzialistas in is natziones oprimidas. Comente s’umanidade podet otènnere s’abolitzione de is classes solu colende traessu de su perìodu de ditadura de su proletariadu, gasi s’umanidade podet otennere sa fusione inevitàbile de is natziones solu colende traessu su perìodu de liberatzione cumpleta de totas is natziones oprimidas; est a narrere cun sa libertade issoro de setzèdere”.

Sa presentada proletaria-rivolutzionaria de sa chistione de s’autodeterminatzione de is natziones

“Non solu sa pregunta pro s’autodeterminatzione de is natziones, ma ònnia puntu de su programma democràticu mìnimu nostru fiat giai istadu presentadu dae sa burghesia pitica in su XVII e XVIII sèculu. E sa burghesia pitica, chi creet in su capitalismu paghiosu, sighit oe a batire in antis custas tesis in una carrera utopista, chena bidere sa pelea de classe e su fatu chi custa est aumentada a suta de sa democratzia. S’idea de una unidade paghiosa de natziones uguales a suta de s’imperialismu, chi collionat su pòpulu, e in sa cale is Kautskistas cherent, est propiu de custa natura. Contra custa fàula, utopia oportunista, su programma de sa Sotzialdemocratzia depet marcare chi a suta de s’imperialismu sa divisione de is natziones intra oprimidas e opressoras est unu fatu fundamentale, importante e inevitàbile”.

“Su proletariadu de is natziones oprimidas non si podet allacanare a calicuna frase bòida contra is annessiones e pro is deretos uguales de ònnia natzione in generale, chi est su chi narat puru unu burghesu paghiosu. Su proletariadu non podet evàdere custa chistione dolorosa pro sa burghesia imperialista, est a nàrrere, sa chistione de is làcanas de unu istadu chi si basat a suba de s’opressione natzionale. Su proletariadu depet cumbatare contra sa tratènnida fortzada de is natziones oprimidas intro de unu istadu, e custu est pròpiu su chi cheret nàrrere sa pelea pro s’autodeterminatzione. Su proletariadu depet pedire su deretu de setzessione politica pro is colonias e pro is natziones oprimidas dae “sa pròpia” natzione. Sinuncas, s’internatzionalismu proletàriu at a abarrare una frase chena significadu: fide retzìproca e solidariedade de classe intra is traballadores de is natziones oprimidas e opressoras ant a essere impossìbiles; s’ipocrisia de is riformistas e de is sighidores de Kautsky chi abarrant a sa muda a suba de is natziones oprimidas no at a essere iscoberta”.

“Is sotzialistas de is natziones oprimidas, dae s’àtera parte, depent gherrare meda pro mantennere s’unidade intra is traballadores de is natziones oprimidas e cussos de is natziones opressoras. Chena custa unidade, bidende totu is òperas malas de sa burghesia, diat essere impossìbile tènnere una polìtica proletària indipendente e sa solidariedade de classe cun su proletariadu de is àteras pàtrias; proite sa burghesia de is natziones oprimidas impreat is paràulas de liberatzione natzionale in un’aina pro collionare is traballadores: in sa polìtica interna impreat custas pro lompere a acordos reatzionarios cun sa burghesia de sa natzione dominante (che is polacos in Àustria e in Rùssia, chi aiant tratadu cun sa reatzione pro oprimere is ebreos e is ucràinos); in sa polìtica èstera si cherent acordare cun is poderes imperialistas rivales intra issos cun obietivos de isrobu (is polìticas de is istados piticos in is Balcanos etc.)”.

“Su fatu chi sa cumbata pro sa liberatzione natzionale contra unu podere imperialista, in cunditziones determinadas, potzat essere impreada dae un’àteru podere imperialista non diat deper tennere importàntzia, pro batire sa Sotzialdemocratzia a rinuntziare a su reconnoschimentu suo de su deretu de is natziones a si autodeterminare, che is frases republicanas de is burghesos –  impreadas pro s’ingannu polìticu e is furas finantziàrias – non podent nos faghere rinuntziare a su republicanismu”.

 

Illustrazione di Salvatore Palita

La Quarantena in sardo – di Alessandro Mongili

Nella seconda settimana di quarantena, considerando il fatto che questo è un momento in cui molte persone stanno imparando a usare piattaforme come Skype, insieme a Isabella Tore e altri amici abbiamo pensato di lanciare una idea, che è diventata subito una pratica quotidiana.

L’idea è quella di condurre ogni giorno una conversazione in sardo, libera in quanto ad argomento. Ogni pomeriggio, alle 19.00, basta entrare nella pagina Facebook Rexonadas in sardu in Skype, cliccare sul link alla conversazione Skype, e seguendo le istruzioni entrare nella conversazione. D’altronde, si può accedere alla conversazione a qualsiasi ora, se si trova gente, o perfino aprirne un’altra, magari tematica, se si vuole sviluppare un argomento, partendo stavolta da Skype e incollando il link del collegamento alla conversazione sulla pagina Facebook. Per ora, però, questa modalità non ha avuto successo e tutti vogliono entrare nella rexonada principale. Così come sinora nessuno ha proposto o introdotto altre piattaforme al di fuori di Skype, tutte cose possibilissime e gradite. L’iniziativa è aperta a ogni sperimentazione.

L’unica consegna, è parlare in sardo. Fino a ora ci sono già 120 persone nel gruppo. Però le persone che sinora si sono impegnate a usare i link e accedere alla conversazione non sono più di venti. Partecipano alla conversazioni moltissime persone che non risiedono in Sardegna. La cosa più significativa è che le persone parlano il sardo in tutte le varianti e si capiscono completamente. In secondo luogo, c’è un apprendimento continuo di parole che appartengono ad altre varianti. Ma forse la cosa più importante è che in un clima inclusivo e non giudicante, le persone parlano liberamente in sardo senza troppa vergogna per la qualità della loro competenza linguistica, e imparano. Bolotanesi di Malta, trataliesi di Cork, cagliaritani, nuoresi, oristanesi e sassaresi, da Barcellona o da Posada, eccoci tutti a condividere una lingua. Giovani, uomini e donne fatte o pensionati. È una bellissima esperienza, anche umana, in cui alla comunicazione si sostituisce finalmente l’interazione.

L’idea è partita dal fatto che per mantenere il sardo occorre parlarlo. Non sempre questo è possibile nei contesti che viviamo ma, usando le reti e le piattaforme, è possibile farlo. E allora, facciamolo.

Questo strumento si sta rivelando versatile ma anche fonte continua di sorprese linguistiche, umane, e di apprendimento. In futuro, sarebbe bello se le piattaforme possano essere usate per addestrarsi a usare il sardo anche in conversazioni fra una persona competente in modo attivo e una persona competente solo passivamente, proprio per superare il blocco che molti sardi possiedono nell’esprimersi nella nostra lingua senza subire il giudizio o lo stigma altrui.

Non basta scrivere “andrà tutto bene” in un lenzuolo.  Intervista a Quilo.

Alisandru Sanna, in arte Quilo, fondatore del progetto Sa Razza Posse che poi uscì ufficialmente nel ’92 con due singoli incisi su vinile per la century Vox che al tempo era l’etichetta numero uno in fatto di rap nella penisola. Fra i protagonisti del progetto “Maloscantores” con cui RAP in SARDO tocca punte molto elevate.  Oggi gestisce la factory nootempo e suona insieme all’artista sardo Randagiu sardu. Oltre alla musica si occupo di comunicazione visiva (grafica, design e produzione media), campo nel quale ha sempre lavorato sia come dipendente che come autonomo. Ha anche sempre partecipato attivamente al dibattito politico indipendentista dapprima con la prima e la seconda IRS, oggi come indipendente.

  • Che effetti avrà la pandemia sul lavoro degli artisti sardi?

Saludi a totus is fradis e sorris sardus. Viviamo certamente tutti un dramma senza precedenti. Un virus, del quale sembra che pure gli scienziati non sappiano molto, ha piegato questo mondo iper-consumista e fortemente globalizzato. Gli Artisti, come altre categorie meno “fortunate”, oggi sono letteralmente annientati.

Al netto delle performance da balcone o qualche altra iniziativa, che sta sfumando giorno dopo giorno, l’artista ha bisogno del pubblico per poter lavorare. Musicisti, cantanti, ballerini, dj’s, addetti ai lavori, compagnie teatrali, service audio luci, tecnici insomma tutti gli operatori dello spettacolo e quindi della Cultura sarda sono fermi.

La cultura inoltre è direttamente collegata alle sagre, alle feste paesane, agli eventi piccoli e grandi e quindi anche al Turismo completamente devastato. L’emergenza sanitaria, data anche da una Sanità disintegrata da tagli scriteriati, ha colpito al cuore quindi anche la musica e l’arte. Gli effetti lavorativi sono gravi, I big della musicasicuramente hanno più possibilità mentre i piccoli indipendenti sono alla fame e non credo di esagerare. Il ministro della cultura, l’assessore alla cultura dove sono? Hanno forse espresso qualche soluzione?

  • Gli artisti dovrebbero essere una voce critica. Eppure ben pochi hanno avuto da dire sulla gestione della crisi da parte di Stato e Regione. Perché?

In effetti con mio dispiacere ho notato anche io questo “stare buoni”. In molti magari non hanno ancora preso coscienza della situazione. Essere critici, stare attenti è doveroso. Un artista è una voce libera della società. Io poi ho una mia visione dell’arte e della musica e non pretendo che tutti abbiano la stessa.  Ho visto un certo adeguamento in alcuni, in altri la stanchezza e la preoccupazione. Io sono arrabbiato, deluso e frustrato.

Mi sento come se tutto stia per crollare. Nel mio piccolo, come tanti, continuo a produrre qualcosa anche se è difficile monetizzare con delle canzoni indipendenti in streaming. Io non mi allineo e non voglio adeguarmi ad un pensiero etero diretto. Non credo nella speranza come forma di imbonimento sociale. La speranza (in quel senso) è una trappola, sposo il discorso di Monicelli. Credo di più nell’agire, nel fare, nel costruire e nel fallire ma non resto a sperare che le cose passino così senza dire nulla. Gli Artisti sardi dovrebbero ora unirsi davvero e far sentire la propria voce con proposte, con la loro testimonianza. Non basta scrivere “andrà tutto bene” in un lenzuolo. Sono molto realista anche se certamente mi auguro il bene ma voglio, vorrei fare qualcosa di utile. Gli Artisti sardi sono tanti e sono molto capaci. Non si può vivere senza arte, senza musica, senza spettacolo, senza teatro, senza cultura. Mi fa paura una società del genere. L’arte è alla base della vita stessa. Senza salute si rischia è vero, ma come può un sano non ammalarsi in questa condizione assurda?

  • Cosa lascerà questa pandemia (e soprattutto le drastiche misure prese dal Governo) alla Sardegna e ai sardi?

Non sono un politico, né un virologo o un analista. Il mio compito da artista è raccontare la vita quella stessa vita che oggi è Sospesa. Io sono molto preoccupato per come si stanno evolvendo le cose. Se non troveremo la strada verso la riapertura graduale la vita stessa sarà negata. In tanti dicono e urlano presi dal panico che meglio la salute; certo quello sempre e comunque ma questo non toglie che la libertà sia in pericolo e non esiste VITA senza libertà, non esiste VITA senza poter lavorare e produrre. Non esiste VITA senza l’arte e la cultura. Questa terra è forte ma nello stesso tempo è anche fragile. Non basta disegnare un infermiere che abbraccia la Sardegna quando poi fino a ieri molti sardi ahimè, si compiacevano delle nostre servitù militari o facevano inchini per ossequiare chi ci ha sempre depredato. La nostra Terra non ci ha insegnato la paura, non ci ha insegnato a denunciare il vicino che magari ha comprato solo un pacco di pasta e poco altro, non ci ha insegnato a non essere solidali.

Chi sta al governo di quest’isola deve dare ascolto a tutti, alle aziende che sono sul lastrico, agli Artisti, a chi oggi sta perdendo il lavoro anche in maniera subdola e lenta, così almeno non se ne accorge nessuno. Non c’è una strategia adeguata, magari non è facile, ma servono decisioni serie perché un’Isola come la nostra può uscirne fuori in meno tempo rispetto ad altri. Impareremo qualcosa? Purtroppo ora vedo solo paura e panico. Servono misure decise e coraggiose per l’economia sarda, oppure la Regione Sarda decide solo restrizioni più forti di quelle dello Stato centrale e per l’economia accetta perline? Dobbiamo aiutarci tutti ecco cosa dobbiamo fare.

  • La pandemia e la crisi che stiamo vivendo cambierà il modo di fare arte in Sardegna?

Questo è un punto veramente oscuro e pericoloso. Il timore di tanti artisti, dell’industria stessa dell’intrattenimento è che queste restrizioni che io considero esagerate e soprattutto disordinate possano trasformarsi in leggi e leggine che impediscano di tornare a fare musica, concerti, eventi culturali.  Potremmo lavorare in streaming? L’artista ha bisogno del pubblico e le persone hanno bisogno di evadere, di vivere liberamente il contatto con l’arte. Per me non sarebbe possibile uno scenario nel quale un artista lavori davanti a una telecamera da chissà quale studio.

Un’idea che mi fa venire i brividi. Noi artisti spesso siamo come fantasmi, come se il nostro non fosse un lavoro. Molti piccoli artisti sono costretti a lavorare, diffondere la loro arte con ritenute d’acconto. Lascio perdere i grandi VIP che sono più protetti dalle majors discografiche, dalle grandi agenzie (anche loro in ogni caso danno molto lavoro a migliaia di persone). Sono certo che si possa anche cambiare in meglio alcune cose. Forse in molti scopriranno che noi Artisti esistiamo e abbiamo una importante funzione sociale ed economica anche in rapporto alla nostra lingua, al nostro essere, alle nostre specificità. L’artista è un Artigiano culturale e va tutelato. Tutelare significa sostenerlo in questo tempo di crisi senza fare elemosine. Uno stato basato sull’assistenzialismo non avrebbe senso di esistere.

  • Come passi il tempo durante questa Quarantena?

Produco musica, studio il più possibile anche per organizzarmi meglio su ipotetici scenari futuri. Non nascondo la mia voce, cerco di fare il possibile per tenermi sveglio anche se il tempo sembra dilatato, la mancanza di Libertà si fa sentire ed a volte sono molto giù. Sento parecchi amici e ci raccontiamo i nostri punti di vista. Non ho tv da 15 anni quindi uso la rete passando al setaccio le informazioni e scartando fake news e notizie non ufficiali. Purtroppo mi manca il contatto con il pubblico, il calore delle persone. Non voglio vivere in un mondo dove la distanza sociale potrebbe diventare una triste realtà. Non vorrei che queste restrizioni possano inoltre diventare leggi e leggine nascoste per tagliare la testa alla musica stessa.

Grazie per la vostra intervista. Io non ho verità in tasca cerco solo di dire la mia come sempre. Sardigna pesa sa conca, allui su ciorbeddu toccat a battallai , aiutate sempre per quel che potete  le persone in difficoltà.

 

 

 

 

 

 

Ma quali fratelli d’Italia? L’unità ha creato solo figli e figliastri!

L’epidemia da Covid-19 ha scatenato anche una epidemia di nazionalismo e sciovinismo italiano. Sono state diverse le iniziative di gruppi e perfino istituzioni a promuovere l’esposizione di tricolori ed esecuzioni dell’inno statale italiano. Una delle poche voci critiche è stata quella del prof. Francesco Casula il cui pensiero è stato persino censurato da un noto social.

Lo abbiamo intervistato.

  • Hanno avuto un discreto successo anche in Sardegna i flash mob legati alla diffusione del tricolore e inni dello stato. La tua è stata l’unica voce critica. Puoi spiegarci il tuo punto di vista?

Non è la prima volta che intervengo sui Media e sul mio profilo Facebook in merito al Tricolore a all’Inno italiano. Questa volta, volutamente sono intervenuto affermando con nettezza e radicalità, il significato mistificatorio dei due simboli del nazionalismo sciovinista italiano.

Inizio dall’Inno “Fratelli d’Italia”. La mistificazione è già tutta dentro tale espressione: l’”Italia unita” non ha creato fratelli ma figli e figliastri, colonizzatori (Nord) e colonizzati (Sud e isole); sviluppo da una parte e sottosviluppo dall’altra.

E comentecasiat nois sardos cun sos italianos non semus frades, antzis, mancu fradiles!

Mi è stato obiettato – da parte di una brava giornalista dell’Unione Sarda che mi ha fatto un’intervista – che tutti gli Inni patriottici sono retorici e patriottardi. Persino la Marsigliese. Certo. Ma la differenza sta tutta nei contenuti.

Fratelli d’Italia è trucemente militaresco, guerrafondaio, carico di cascami di una becera “romanità” (elmo di Scipio…schiava di Roma).

La Marsigliese è un Inno rivoluzionario, moderno, che guarda a un futuro di libertà e non a un passato infame di oppressione. È rivolto contro “la tirannia, i traditori, i re congiurati, i vili despoti”.

  • Insieme all’Inno molti hanno esposto anche il tricolore. Anche questo è un simbolo alieno al popolo sardo?

Il tricolore con il popolo sardo non c’entra un fico secco. E non tanto per la sua origine: nasce a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797, quando il Parlamento della Repubblica Cispadana, su proposta del deputato Giuseppe Compagnoni, decreta “che si renda universale lo Stendardo o Bandiera Cispadana di Tre Colori Verde, Bianco e Rosso”. Quanto per i significati che ha avuto e assunto nella sua storia: ideologici, culturali e politici, come espressione del leviatano statale, nemico e ostile al popolo sardo.

Ai più giovani ricordo che solo qualche decennio fa il Tricolore e l’Inno, erano di esclusivo appannaggio dei neofascisti del M.S.I e gruppazzi affini.

Gli altri Partiti – ma segnatamente quelli della Sinistra – nei loro Congressi, Ricorrenze e Feste esibivano le loro Bandiere e cantavano gli Inni della loro storia e tradizione, specie quelli afferenti alla lotta partigiana ed operaia.

Ma tant’è: oggi tutto è cambiato: una profonda μετάνοια, antropologica prima ancora che politica, sembra aver mutato geneticamente i Partiti: ripeto, soprattutto quelli della Sinistra. Di qui – ma è solo un esempio paradigmatico – il “culto” di tale bandiera, in una sorta di union sacrée.

  • In Catalogna durante il discorso del Re, la popolazione ha fragorosamente protestato. Perché molti sardi si identificano ancora con uno stato che li opprime e li umilia in tutti i modi!

Al contrario di quello che molti pensano, i sardi – per la gran parte – hanno un’identità debole e comunque più situata sul versante folcloristico che culturale e politico: magari affermano orgogliosamente DEO SO SARDU o sventolano i Quattro Mori (anche quando non c’entrano niente), ma non hanno un’acuta consapevolezza dei loro diritti, nutrono poca coscienza e stima di sé. Sono più usi alle lamentazioni, ai piagnistei e al consenso conformistico e servile che al dissenso, alla lotta, alla partecipazione.

Nella direzione del consenso e dell’integrazione subalterna nei confronti dello stato e dei valori (e idee) dominanti si muovono, i Media, il potere economico, la Scuola, i Partiti di stato (o di regime?). Che si sono impadroniti non solo del potere politico ma anche di quello burocratico e amministrativo e culturale. Hanno occupato manu militari le Università; gli Enti di qualsivoglia genere: ad iniziare da quelli bancari. Hanno i “loro” Sindacati, ad iniziare da CGIL-CISL-UIL.

Attraverso questi Enti controllano e dirigono l’opinione pubblica, distribuiscono posti di lavoro (per la verità sempre meno, specie con la crisi fiscale dello Stato), prebende e, mance.

A fronte di tutto ciò, c’è da meravigliarsi se i catalani protestano contro il discorso del re e i Sardi cantano l’Inno e sventolano il Tricolore?

Chistione feminile e autodeterminatzione de su populu sardu. Una mutida a nde faeddare

Unu murale chi amentat sor sos mortos de Bugerru de su 1904
de Giovanna Casagrande

B’at unu problema si sa “chistione feminile”, in Itàlia gai comente in Sardigna, non si ressit a irbolicare, che a sa “chistione meridionale” de su restu.

Ite est chi rendet custas duas chistiones simizantes?

Est làdinu: sa mirada de chie s’acòstiat e biet in sa diferèntzia de gènere (gai comente in sa diversidade setentrione-meridione) unu problema chi diat dèpere èssere isortu, non dae sas fèminas, est craru, ma dae chie guvernat.

Pro medas s’esèmpiu no at a èssere bene sestau, e puru provae a meledare supra su ruolu de sa fèmina, dae s’acabbu de sa secunda gherra a oje, e naze.mi si no est làdinu chi, a sas fèminas chi punnant a arribare a sos postos prus artos de sa polìtica, de sas professiones e fintzas de sa cultura, lis cumbenit a pompiare sa realtade chin sas ulleras de sos òmines.

Deo, dae medas annos apo postu a banda sa visione eterosessuada de sa sotziedade, cussa mirada chi biet sos gèneres a cuntierra, o unu “gènere prus dèbile” apunteddau e duncas non reconnotu che parìvile.

Dae meda, oramai, reconnosco e pràtico unu “locu” ube fèminas e òmines traballant,reconnoschende.si a pare, pro una polìtica, una cultura, una sotziedade ube sas diferèntzias non sunt unu disafiu, ma unu balore in prus.

Picamus, pro esempru, su chi est capitau in sos ùrtimos annos in Sardigna: in su 2013 una fèmina, sena bisonzu de èssere “reconnota” dae su sistema, s’est candidada in una porfia eletorale chi previdiat chi su podere polìticu, e duncas maschile, aeret reconnotu, ma fintzas nono, una candidadura “in colore de rosa”.

Ma comente fit possìbile chi una fèmina, chi fit benende dae su mundu culturale, e a mala annata indipendentista puru, podiat pessare de si candidare a sa gàrriga prus arta?

Ecco, deo bio, in cussu mamentu polìticu, una làcana chi non poto prus brincare, e difatis mi dimando, e bos dimando, comente est possìbile chi, nois fèminas, podimus cussiderare sa preferèntzia dòpia de gènere una bìnchida, chi tzertu est unu primu passu secotianu cara a sa candidadura de sas fèminas. Secotianu ca sos paisos iscandìnavos ant aplicau sas cuotas e sos incentivos a sa rapresentàntzia de gènere dae medas annos a commo.

Cando amus a èssere nois fèminas a nos convocare pro faveddare de su mundu a manera nostra, pro afrontare chistiones chi nos bient in prima lìnea die pro die ma semper a còdias in sa legislatzione, in sos issèperos, in sas mesas programmàticas. Guai a faveddare de su ruolu de sa fèmina ube no esistit una polìtica sotziale; de sa capatzidade nostra de parare fronte a sas emergentzias, resessinde a nos imbentare unu traballu, a rèndere sas impresas nostras produtivas e esticas: non balet!

Pesso chi in custu mamentu bi siat unu tretu ampru ube podimus, antzis DEPIMUS, traballare autodeterminande.nos, reconnoschende.nos a pare, chircande de non fàchere sos matessi irballos chi dae su femminismu rivolutzionàriu de sos annos ’60, nos custringhet adèpere rispetare e a non mudare in nudda su mundu chi nos inghiriat, a nos dèpere acunnortare a abarrare unu passu in secus, fintzas si ischimus bene chi podimus èssere sas menzus.

Deo bos pedo de fàchere una cosa: de non nos cuntentare de sos pititos chi sos legisladores, cumpanzos de partiu, collegas de traballu, cada tantu nos dant; bos invito a nos nche tirare sas tropejas chi nos ponimus nois matessi: sa tropeja de sa limba pro esempru, custu sardu chi, a su chi narant in medas, nos fachet grezas, ruzas: non damus securesa.

Depimus isseperare de faveddare in sa limba nadia, sa limba de tita, ca depimus torrare a mòghere dae nois, dae su chi semus, evitande de nos fàchere pònnere un’eticheta dae chie nos cheret che teracas fidadas.

Sardware: antigu ses tue!

de Costantino Pala

Sa Limba sarda est istada semper reprimida e minorizada in sos annos colados cun giudìtzios negativos; nande fintzas chi no siat adata a faeddare de cosas de iscientzia e tecnologia. Semus imbattidos a custa situatzione gràtzias a sas polìticas reprimidoras de sos annos colados contra a sas limbas minorizadas ma fintzas a s’impreu, semper prus minore de su sardu, mescamente in cosas de iscientzia e tecnologia. Tocat de s’ammentare chi, fintzas in dies de oe, tocat de intèndere zente nande chi su Sardu est una limba morta.
Arresonandebei unu pagu si podet cumprèndere luego chi totu sas Limbas, pro bìvere, si depent arrichire fraigande peràulas noas o mudande/agiunghinde significados noos a peràulas chi giai esistiant (eg: mouse, souris, ratón, sòrighe pro inditare su “mouse” de s’elaboradore).

Sardware e carchi bortadore indipendente tenent su mèritu de àere bortadu in Sardu carchi aplicu pro prataformas drivessas, pro sos elaboradores e pro sos telefoneddos. Custa est una cosa chi podet fàghere fintzas a rìere calicunu ma est manna ca est faghende a bìvere su Sardu annoande-lu.
Su de bortare un’aplicu in Sardu cheret nàrrere a àere peràulas noas ma fintzas a torrare a imperare peràulas ismentigadas (eg: tecladu pro “keyboard”) e chi podent èssere fintzas prus adatas a inditare una cosa de su currispondente suo italianu.

Cun custas resones amus detzisu de cumbidare in sa Sede nostra Sardware, chi at èssere rapresentada dae Adrià Martín, professore in s’Universidade Autònoma de Bartzellona e in s’Universidade de Casteddu. Issu nos at a chistionare de sa missione de Sardware, comente traballant e sos progetos pro su benidore issoro. Nos at a chistionare fintzas de comente su Cadalanu est imbàtidu a èssere una de sas prus presentes limbas in sos software e sistemas operativos cunfrontande-lu cun su protzessu chi est batinde su Sardu in su mundu de sos Software.

Totu sos detàllios de s’eventu si podent leghere abatigande subra de custu acàpiu

Ataturk: il primo grande massacratore dei Kurdi, ma esaltato dall’Occidente. Ecco perché

Immagine tratta da Quantara.de
di Francesco Casula

In Turchia, con Ataturk prima e con Ismet Inonu dopo (1930) vennero varate leggi (1934) che di fatto legalizzarono l’etnocidio del popolo kurdo.
Dopo la fallita rivolta di Shaikh Said (1925) le truppe turche devastarono il Kurdistan e ricorsero a deportazioni ed esecuzioni di massa (1925, 1928). In questi anni 8758 villaggi furono distrutti e 15.206 donne, bambini e uomini disarmati vennero brutalmente massacrati. Oltre 200 mila deportati morirono di fame, di stenti e di malattie. A riattivare la lotta d’indipendenza intervennero le rivolte del 1930 e quella di Darsim del 1937.
In Turchia la discriminazione socio-economica antikurda fu sancita da leggi liberticide che nel 1936, portarono all’integrazione del Codice penale degli articoli 141 e 142, ispirata alla legislazione fascista italiana (Codice Rocco).
Ancor oggi in Turchia è proibito parlare in kurdo. I Kurdi sono significativamente chiamati “I Turchi della montagna”(1).
I libri scolastici – ancora oggi – mentre non si degnano di nominare neppure i Kurdi, dedicano ampio spazio a Kemal soprannominato pomposamente “Ataturk”, ovvero “Padre dei Turchi” che dopo la Prima Guerra mondiale e la liquidazione dell’impero ottomano, fondò lo Stato Turco e fu suo Presidente dal 1923 al 1938.
Il più famigerato persecutore e massacratore del popolo kurdo viene celebrato dagli storici occidentalisti e progressisti (!) in modo entusiastico come “autorevole Giovane Turco”, “Valoroso ufficiale”, “ammodernatore” del Paese che grazie a lui diventerebbe “laico” e “democratico”.
Ecco – ma sono solo degli esempi – alcune “perle”. Secondo questi storici Ataturk “Fece propria la concezione modernistica e laicizzante”(2); “Lottò per l’indipendenza e la democrazia” (3); “Avanzò un notevole programma di riforme: tutte le religioni furono poste sullo stesso piano, si promulgarono nuovi codici, furono occidentalizzati il calendario e l’alfabeto, si abrogarono le tradizionali restrizioni cui erano soggette le donne. Fu promossa l’agricoltura, incentivata l’industria, vennero effettuate molte opere pubbliche” (4); “Fece varare una serie di riforme quali la fine dell’islamismo come religione ufficiale dello Stato, la laicizzazione dell’insegnamento, la promulgazione di nuovi codici, l’abolizione della poligamia, l’adozione dell’alfabeto latino”(5); “Avviò una vasta modernizzazione del sistema politico e dell’intera società ispirandosi ai modelli occidentali”(6); “Creò uno Stato moderno e laico”(7); “Si impegnò in una politica di occidentalizzazione e di laicizzazione dello Stato. L’esperimento riuscì solo in parte, ma ebbe il valore di un modello (sic!) per molti paesi impegnati sulla via della modernizzazione e dell’emancipazione dai vincoli coloniali”(8); “Poté attuare quelle grandi opere di rinnovamento interno che avrebbero trasformato un arretrato paese islamico in uno Stato laico, moderno e indipendente”(9); “Impose una serie di riforme che occidentalizzarono e laicizzarono lo stato e la società, fu introdotto l’alfabeto latino, fu adottato il calendario occidentale” (10).
A quest’entusiasmo occidentalizzante ed eurocentrico, osannante il Giovane Turco, xenofobo e precursore delle leggi razziste contro i Kurdi, massacratore degli stessi e della Comunità armena, secondo il criterio della “pulizia etnica” non sfugge neppure l’Unesco, organismo delle Nazioni Unite che ha il compito di proteggere e sviluppare le varie culture e le lingue del mondo, soprattutto nel campo dell’istruzione. Il 27 Ottobre del 1978 questo Organismo internazionale ha infatti deciso di celebrare il centesimo anniversario della nascita di Kemal Ataturk considerandolo come “Pioniere della lotta contro il colonialismo”. Nella decisione dell’Unesco si legge che il merito di Ataturk è stato quello di aver svegliato i popoli oppressi per condurli verso la libertà e l’indipendenza. Dio ci liberi da questo benemerito Organismo internazionale. C’è infatti da chiedersi: ma di quale libertà e di quale indipendenza, parla l’Unesco? Di quella forse che la Turchia anche con Ataturk ha riservato ai Kurdi?
Note Bibliografiche
1).Alessandro Aruffo – Carmelo Adagio – Francesca Marri – Marco Ostoni – Luca Pirola – Simona Urso, Geografie della Storia vol.3/1, Cappelli editore, Bologna 1998, pag. 124.
2).Franco Della Peruta, Storia del ‘900, Editore Le Monnier, Firenze 1991, pag.344.
3).Giovanni De Luna-Marco Meriggi- Antonella Tarpino, Codice Storia, vol.3, Il Novecento, editore Paravia, Milano 2000, pag. 107.
4) Antonio Desideri- Mario Themelly, Storia e storiografia, vol.3 secondo tomo, casa editrice D’Anna, Messina-Firenze, Gennaio 1992,pag.593.
5) G. Gracco-A.Prandi- F. Traniello, Le nazioni d’Europa e il mondo, vol.3, Sei editore, Torino 1992, pag. 385.
6) Mario Matteini-Roberto Barducci, Didascalica, Storia vol.3, Casa editrice D’Anna, Messina-Firenze, Gennaio 1997, pag. 44.
7) Aurelio Lepre, La Storia del ‘900, vol.3, Zanichelli editore, Bologna 1999, pag. 1115, paragrafo 51/2.
8) A. Giardina-G. Sabbatucci- V. Vidotto, Guida alla storia, Dal Novecento ad oggi, vol.3, Editori Laterza, Bari 2001, pag. 94.
9) A. Brancati- T. Pagliarani, Il Novecento, Editrice La Nuova Italia, Pesaro 1999, pag. 66.
10) Giorgio Candeloro-Vito Lo Curto, Mille Anni, vol.3, editore D’Anna, Firenze 1992, pag. 389.