Covid-19: tutti fermi, tranne l’industria delle armi

Anche durante una crisi sanitaria globale, che ha comportato la chiusura da parte del governo italiano di molte attività produttive, assurdamente – come denunciato dalla Rete Disarmo e altre realtà – nonostante gli inevitabili assembramenti nelle fabbriche e l’alto rischio di contagio, la produzione bellica può proseguire senza difficoltà.

Qui in Sardegna la RWM, stando alle stesse parole dell’amministratore delegato sull’Unione Sarda il 21 Marzo, ha accusato un rallentamento “della catena degli approvvigionamenti nazionali e dall’estero, la ridotta produttività dello stabilimento di Ghedi 2, l’impossibilità per il clienti di eseguire i collaudi”.

A fronte di queste difficoltà oggettive, in un comunicato rivolto ai lavoratori di Domusnovas e di Musei, la RWM ha annunciato una chiusura parziale. Parziale perché, sempre stando a quanto ha detto l’amministratore delegato Sgarzi, “alcune funzioni proseguiranno normalmente” anche e soprattutto per assicurare “la prosecuzione degli investimenti strategici”.

Ovvero, gli ampliamenti.
Ampliamenti che – lo ricordiamo – interessano solo il Comune di Iglesias.

Una splendida occasione per l’azienda che ha saputo sfruttare questa tragedia a proprio vantaggio, con un’operazione di propaganda molto abile: da una parte ha fatto passare il messaggio della chiusura – addirittura sulla stampa a livello italiano – per consolidare il proprio consenso nel territorio, e dall’altra come si è potuto verificare dagli atti, ha portato avanti sotterraneamente e nelle consuete modalità opache le pratiche degli ampliamenti, grazie alla pronta collaborazione del comune di Iglesias.

A questo proposito riceviamo e volentieri pubblichiamo il puntuale contributo del presidente di “Italia Nostra”(associazione tra i ricorrenti al TAR contro la RWM) Graziano Bullegas. Qui si denuncia l’inspiegabile attivismo del Comune di Iglesias in favore di RWM che non si ferma nemmeno durante un’epidemia..

Di Graziano Bullegas

 Nonostante l’emergenza, la RWM raddoppia la produzione di bombe ed esplosivi

Mentre l’intera Europa e buona parte del pianeta è fermo a causa dell’emergenza sanitaria in corso, mentre interi paesi si interrogano sul dopo, sugli errori del passato che hanno portato a questa crisi sanitaria, ambientale ed economica senza precedenti, su come riprendere una vita normale con più attenzione verso la vita delle persone e del pianeta, la RWM di Domusnovas-Iglesias non si arresta, prosegue anzi imperterrita nel suo programma di espansione dello stabilimento per poter raddoppiare la produzione di ordigni bellici (bombe di aereo della serie MK, esplosivo PBX etc…) come se niente stesse accadendo.

Nella prima metà di marzo gli uffici del SUAP del comune di Iglesias sono stati più che mai attivi nell’istruire numerose pratiche relative all’ampliamento dello stabilimento di Domusnovas-Iglesias. La strategia è quella dello “spezzatino”, ormai collaudata negli anni.

Nei giorni scorsi Italia Nostra Sardegna ha informato gli enti interessati di volersi costituire nel procedimento amministrativo chiedendo di prendere visione dei relativi atti e alla Conferenza di Servizi di rigettare le nuove richieste per una serie di validi motivi:

  1. a)  L’assenza di una progettazione complessiva e di un Piano Attuativo dell’intero ampliamento, sostituita da richieste e successivo rilascio di autorizzazioni parcellizzate – talvolta anche più autorizzazioni per lo stesso edificio – vanifica e immiserisce i Nulla Osta Paesaggistici rilasciati per i singoli interventi in quanto impedisce la visione generale della trasformazione/distruzione dei luoghi attualmente in corso. L’area interessata è ritenuta di notevole interesse pubblico e classificata come “area boschiva” dal vigente PPR!
  2. b) Basterebbe un sopralluogo nel cantiere per rendersi conto dei danni prodotti al paesaggio dalla movimentazione terra, dalla creazione di terrapieni e di nuovi altipiani, dalle impressionanti modifiche apportate alla morfologia del terreno ed al paesaggio in generale, per capire che quell’intervento non poteva essere autorizzato in quel luogo e con le modalità seguite. Insomma, una alterazione irreversibile e paesaggisticamente non mitigabile del territorio tanto da fargli perdere del tutto il suo originario aspetto.
  3. c)    Come si è denunciato da tempo, quella fabbrica rappresenta un serio pericolo per la pubblica incolumità e per la salvaguardia dell’ecosistema in quanto stabilimento ad elevato rischio di incidente rilevante (D.lgs 105/2015 e d.lgs 334/1999), con un Piano di Sicurezza Esterno “scaduto” da ben 8 anni e mai aggiornato all’attuale produzione di ordigni bellici. Il tutto reso ancor più insostenibile dal rilascio da parte della provincia di una autorizzazione ambientale semplificata (l’A.U.A.), simile a quella che viene rilasciata a una piccola attività artigianale, anziché l’autorizzazione Integrata Ambientale (A.I.A.) più rigida e meno permissiva.
  4. d)   È attualmente in corso un procedimento davanti al TAR Sardegna(N. 00092/2019 REG.RIC.), promosso anche da Italia Nostra, riguardante numerosi motivi di illegittimità sull’ampliamento dello stabilimento RWM di Domusnovas-Iglesias. Uno degli atti impugnati riguarda proprio la realizzazione dei reparti R200 ed R210 interessati da una variante che dovrebbe essere approvata in una delle Conferenze di Servizi indette per i prossimi giorni. Si ritiene che sia oltremodo inopportuno in questa fase modificare un progetto impugnato davanti al TAR e la cui udienza è prevista a breve.
  5. e) La Procura di Cagliari ha da tempo avviato delle indagini per verificare la sussistenza di eventuali reati nello “strano iter” seguito nel rilascio delle numerose autorizzazioni per l’ampliamento dello stabilimento RWM: ne abbiamo contate oltre 20! Anche in questo caso sarebbe utile che venisse garantita la fattiva collaborazione agli inquirenti da parte di tutti gli enti coinvolti, affinché sia fatta la massima chiarezza sulla vicenda e senza che si compromettano o si aggravino le situazioni interessate dalle indagini in corso.

Appare veramente assurdo che nel pieno di una crisi epocale, che trova gli ospedali sardi sguarniti perfino delle mascherine per proteggere i medici che curano i contagiati in terapia intensiva e negli stessi ospedali e nelle case di cura la gente si ammala e muore, mentre tante aziende reinventano la loro produzione per adeguarla ai nuovi e più impellenti bisogni imposti da questa crisi sanitaria epocale, in Sardegna si prosegua imperterriti nell’ampliamento di una fabbrica al fine di incrementare la produzione di strumenti di distruzione e di morte, con il beneplacito di enti e amministrazioni locali e regionali.

Ricorso al TAR, motivi aggiunti e ricorso straordinario al Presidente della Repubblica 

Documentazione fotografica della distruzione in atto nel sito: 

https://italianostrasardegna.blogspot.com/2020/03/nonostante-lemergenza-la-rwm-raddoppia.html?m=1&fbclid=IwAR1w29-5ng5Ldi9jRAvf8ww3BHwBuA41Fju7o_BLZJyPx1dg7hh2k_SCZdM

 

Sulla tragedia della neonata di La Maddalena deceduta durante il parto

Emanuela Cauli, portavoce del Comitato cittadino Isola di La Maddalena e attivista di Caminera Noa, interviene a seguito della tragedia della neonata deceduta che ha colpito la comunità maddalenina.

Emanuela spiega dettagliatamente la situazione e denuncia il declassamento dell’ospedale Paolo Merlo, la situazione di abbandono e di isolamento a cui sono relegati i cittadini dell’isola, i rischi a cui sono esposti i maddalenini per volontà della giunta regionale Pigliaru e di quella attuale, in complicità con il governo centrale dello Stato italiano e specialmente del Ministero della Salute.

Ciò che è accaduto non è da ritenersi una tragica fatalità, bensì l’effetto prevedibile di conseguenze di decenni di tagli della sanità pubblica in Sardegna.

Ascoltiamo il video oggi stando a casa, ma prepariamoci perché presto, molto presto, sarà il momento di fare i conti.

Coordinamento Politico di Caminera Noa

“Ci può stare” che Nieddu vada a casa: la petizione

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la petizione redatta dall’avvocato e militante comunista Michele Zuddas che chiede le immediate dimissioni dell’assessore alla sanità Nieddu per palese incapacità a fronteggiare l’emergenza.

“Ci può stare” che Nieddu vada a casa: la petizione

Il popolo Sardo da qualche settimana si ritrova ad affrontare, in piena solitudine ed armato solo del sacrificio di medici, infermieri ed ausiliari, un’emergenza sanitaria senza precedenti. Alla concretezza dei Sardi fa da contraltare l’assoluta inconsistenza ed inadeguatezza del Governatore Sardo e del suo Assessore Nieddu. Il teatrino, che da qualche giorno portano avanti circa all’assenza di strumenti di prevenzione del contagio nelle strutture sanitarie Sarde, di fronte alla conta dei nuovi contagi e dei primi morti, è disgustoso ed indegno.

Alle proteste del personale medico rispondono in maniera contradditoria e offensiva dell’intelligenza di tutti noi. Pur tralasciando l’infelice affermazione “ci può stare” riferita ai contagi all’interno degli ospedali, non si può trascurare il fatto che ogni giorno forniscono l’ennesima pesudo giustificazione sull’assenza di mascherine che va dal “sono in giacenza”, “Le abbiamo richieste a Roma”, e da ultimo “le distribuiremo a tutta la popolazione”. Giusto per fornire alcuni numeri, posto che si tratta di mascherine monouso, in quest’ultimo caso servirebbero almeno 1.000.000 di mascherine al giorno.

Gli aggiornamenti quotidiani sulla diffusione del coronavirus in Sardegna confermano che il 50% dei contagiati appartiene al personale medico/sanitario degli ospedali, lasciati soli dalla politica regionale, destinatari di diffide a tacere le inefficienze del sistema, e privi degli strumenti di prevenzione del contagio.

Il Governatore della Sardegna prima invoca Sant’Efisio e poi supplica il battaglione della Brigata Sassari.

Ebbene, come promotore della raccolta firme ritengo che il politico, e nel caso specifico chi ricopre ruoli di vertice nella amministrazione regionale, abbia il dovere di assumersi le responsabilità delle proprie azioni e omissioni, sia nell’ordinaria sia nella straordinaria amministrazione. Se l’errore umano può, forse, essere perdonato, ritengo non possa perdonarsi l’arroganza, la presunzione e l’irresponsabilità che ad oggi rischia di mietere vittime tra i nostri cari. L’ammissione di un errore è sintomo di possibile ravvedimento.

In questo caso non solo non vi è ammissione dell’errore ma addirittura si insinua la malafede di chi, tra gli operatori medico-sanitari, protesta per l’assenza degli strumenti di prevenzione.

L’emergenza coronavirus non può essere superata senza una visione e gestione politica seria e competente ed è assolutamente necessario chiedere le dimissioni delle persone che ad oggi non sono in grado di dare certezze e sicurezza ai Sardi.

Anche nei momenti di crisi ed emergenza, come quello che stiamo affrontando, non dobbiamo abbassare la guardia ne tantomeno rinunciare ad analizzare in maniera critica le scelte politiche di chi ci governa. Ne va del nostro futuro.

Per il momento più di 3.000 Sardi hanno raccolto l’invito.

https://www.change.org/p/regione-sardegna-chiedere-le-dimissioni-dell-assessore-alla-sanità-sarda-nieddu

Cagliari, 22.03.2020, Michele Zuddas

Foto: youth.net

Caminera Noa: «Solinas tanca sa SARAS!»

La classe politica sarda vive una specie di schizofrenia. Da una parte resta del tutto inerte a fronte di situazioni di grave pericolo, dall’altro assume posizioni più lealiste del Re sulle misure restrittive dovute ai Decreti d’emergenza ministeriali. È il caso del Presidente della Giunta regionale Christian Solinas. Il Governatore, insieme all’assessore alla sanità Nieddu, non ha mosso un dito per risolvere la gravissima situazione degli ospedali sardi, in particolare degli ospedali di Sassari, Olbia e Nuoro divenuti in breve tempo dei veri e propri focolai di covid-19. Allo stesso modo risulta esplosiva (anche se attualmente per fortuna solo potenzialmente) la situazione della Saras-Sarlux, dove si sono concentrati da fine febbraio 3000 trasfertisti, molti dei quali provenienti dalle zone ad alto contagio del Nord Italia. Ieri sera per fortuna è risultato negativo il tampone di uno di loro, ospitato in una struttura ricettiva di Sarroch, ma il proseguo dell’attività della Saras-Sarlux rimane assai rischiosa. Nel frattempo però Solinas chiede al Governo di impiegare la Brigata Sassari per controllare il territorio e far rispettare tutti i divieti governativi.

Finora solo Caminera Noa ha chiesto esplicitamente che l’attività della fabbrica venga temporaneamente fermata per mettere tutti i lavoratori in quarantena e sanificare gli ambienti.

Di seguito il comunicato diffuso dal movimento popolare sardo ieri sera:

La situazione sta degenerando. In vista di prossime strette ministeriali, sindaci e presidenti di Regione (sardi compresi) stanno vaneggiando e invocando esercito e leggi marziali per perseguire runners e passeggiatori solitari.

Nel frattempo gli ospedali sardi si sono presto trasformati in focolai dato che il 50% dei contagi nell’isola sono medici, infermieri e OSS a fronte dell’8% della media italiana e del 4% di quella cinese.

Inoltre in tutto lo Stato, le grandi fabbriche continuano a essere aperte e spesso davanti ai Market e ai pronto soccorso si formano notevoli assembramenti. In entrambi i casi non si rispettano quasi mai le distanze di sicurezza e le misure minime essenziali previste dai decreti d’urgenza.

In particolare nel Sulcis la situazione è potenzialmente esplosiva. La Saras ha infatti richiamato, dal 20 febbraio fino alla prima decade di marzo, circa 3mila lavoratori provenienti dalla Penisola, molti dei quali dalle zone a più alto contagio (denuncia di Cagliaripad, con il documentato articolo Saras, lavoratori in quarantena: cronistoria di un -potenziale- disastro), denuncia come proprio i lavoratori extra della Saras non siano tenuti a rispettare l’ordinanza n. 5 del Presidente della Regione Sardegna del 09.03.2020 dove si impongono “ulteriori misure straordinarie urgenti”, cioè l’isolamento fiduciario di tutti coloro i quali “abbiano fatto ingresso in Sardegna nei quattordici giorni antecedenti alla data di emanazione della presente ordinanza”.

Nella nota esplicativa del Presidente della Regione Sardegna all’ordinanza n. 5 del 09.03.2020, si specifica infatti che la stessa ordinanza “non si applica ai seguenti casi: “spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative, da situazioni di necessità, obblighi connessi all’adempimento di un dovere, da motivi di salute; spostamenti funzionali al transito e al trasporto merci, allo svolgimento della filiera produttiva” [fonti Cagliaripad].

Attualmente sappiamo che almeno un Hotel di Sarroch è stato posto in quarantena preventiva da quando uno dei 19 lavoratori Saras provenienti dalla Penisola ha manifestato sintomi da Covid-19.

Nella giornata di ieri Cagliaripad ha ricevuto una lettera da parte della moglie di un lavoratore Sarlux dove si dichiara quanto segue: “Come forse già sapete oggi sono stati messi in isolamento, nell’albergo di Sarroch nel quale alloggiano, due operai provenienti dalle zone rosse del Nord Italia. Noi cittadini siamo molto preoccupati. La Sarlux non vuole saperne di sospendere la fermata. Mi chiedo, allora che senso ha stare a casa noi mogli e figli se i nostri mariti vanno a lavoro tutti i giorni con un rischio contagio altissimo?”

Anziché invocare l’intervento della Brigata Sassari e di S. Efisio, riteniamo che le autorità della Regione Autonoma di Sardegna debbano verificare tutte queste informazioni e chiedere al Ministero dello sviluppo economico la chiusura temporanea preventiva e cautelare di Saras e Sarlux (o comunque la sospensione di tutte le attività e dei reparti al minimo indispensabile), certamente più pericolose di qualche corridore solitario.

Non vorremmo trovarci, nel giro di pochi giorni, a pronunciare il detto sardo “serra sa corti candu su bestiamini si che est fuidu” come è già avvenuto a proposito del mancato allontanamento dei vacanzieri sospetti delle zone ad alto contagio, dei mancati controlli ai porti e della gravissima crisi degli ospedali sardi.

L’epidemia dell’inno statale – di Francesco Casula

Il coronavirus ha fatto scoppiare un’altra epidemia: quella dell’inno di Mameli sparato a tutto volume per le strade e dai balconi, addirittura diffuso dalle camionette della protezione civile. I promotori di questa iniziativa asseriscono che così le persone si sentono meno sole e che stando uniti ci si fa coraggio in un momento difficile. Lo storico sardo Francesco Casula ha spiegato perché si tratta di un inno che offende la dignità dei sardi e delle sarde con un articolo che è stato poi censurato da Facebook. Abbiamo deciso di pubblicarlo.

 Perché aborro l’Inno Fratelli d’Italia

Nei confronti dell’Inno “Fratelli d’Italia” nutro una repulsione per motivi di salute: quando lo sento mi viene l’orticaria.

Ma la repulsione per motivi culturali e politici è ben più corposa: a parte che è brutto, bellicista, militarista e militaresco, urtra retorico e di una “romanità” vomitevole, riassume una “storia” falsa e falsificata. Come peraltro tutta la storia ufficiale – quella propinataci dai testi scolastici ma anche dai Media – segnatamente quella del cosiddetto “Risorgimento” e dell’Unità d’Italia, che si pretende di “riassumere” nell’Inno di Mameli.

Una storia sostanzialmente “ideologica”. Anzi: teologica.

Mi ricorda quella raccontata da Tito Livio nella sua monumentale opera in 50 volumi, intitolata Ab urbe condita.

Lo storico latino, è persuaso che quella di Roma fosse una storia provvidenziale, una specie di storia sacra, quella di un popolo eletto dagli dei.

Deriva da questa convinzione la più attenta cura a far risaltare tutti gli atti e tutte le circostanze in cui la virtus romana ha rifulso nei suoi protagonisti che assurgono, naturalmente, ad “eroi”.

Tutto ciò è chiaramente adombrato anche nel Proemio, dove si insiste sul carattere tutto speciale del dominio romano, provvidenziale e benefico anche per i popoli soggetti. E dunque questi devono assoggettarsi con buona disposizione al suo dominio.

Roma infatti, che ha come progenitore Marte e come fondatore Romolo, ha come destino quello di: regere imperio populos e di parcere subiectis et debellare superbos. (Perdonare chi si sottomette ma distruggere, sterminare chi resiste).

Mutatis mutandis, la storia “risorgimentale” ci viene raccontata con gli stessi parametri, storici e storiografici liviani: anche l’Unità d’Italia, sia pure in una versione laica, è “sacra”, in quanto un diritto inalienabile della “nazione italiana”, in qualche modo in mente dei da sempre.

Ricordo a questo proposito Benigni quando il 17 febbraio del 2011, a San Remo, sul “palco dell’Ariston”, irrompe negli studi televisivi, su un cavallo bianco. Per impartirci, commentando l’Inno “Fratelli d’Italia”, una incredibile lezione di storia ideologica. Facendo risalire la “Nazione Italiana” addirittura a Dante. Una vera e propria falsificazione storica: il poeta fiorentino infatti combatteva le particolarità territoriali e “nazionali” e sosteneva con forza l’impero che lui chiamava “Monarchia universale”.

Ma nella sua esegesi dell’Inno il comico fiorentino si spinge oltre nella falsificazione storica: la “nazione” italiana deriverebbe non solo dagli Scipioni e da Dante ma persino dai combattenti della Lega lombarda, dai Vespri siciliani, da Francesco Ferrucci, morto nel 1530 nella difesa di Firenze; da Balilla, ragazzino che nel 1746 avvia una rivolta a Genova contro gli austriaci.

Sciocchezze sesquipedali. Machines e tontesas.

Ha scritto a questo proposito Alberto Mario Banti grande studioso del Risorgimento su Il Manifesto de 26 febbraio 2011:  ”Francamente non lo sapevo. Cioè non sapevo che tutte queste persone, che ritenevo avessero combattuto per tutt’altri motivi, in realtà avessero combattuto già per la costruzione della nazione italiana. Pensavo che questa fosse la versione distorta della storia nazionale offerta dai leader e dagli intellettuali nazionalisti dell’Ottocento. E che un secolo di ricerca storica avesse mostrato l’infondatezza di tale pretesa. E invece, vedi un po’ che si va a scoprire in una sola serata televisiva.

Ma c’è dell’altro. Abbiamo scoperto che tutti questi «italiani» erano buoni, sfruttati e oppressi da stranieri violenti, selvaggi e stupratori, stranieri che di volta in volta erano tedeschi, francesi, austriaci o spagnoli”.

Ma tant’è: la “versione” di Benigni allora commosse il pubblico televisivo italiano e ancora oggi viene circuitata e spacciata come verità storica.

Con relativo contorno di eroi e di protagonisti risorgimentali che, per rimanere in casa nostra, campeggiano ancora nelle Vie e Piazze sarde. Ignominiosamente. Perché si tratta di quelli stessi personaggi che hanno sfruttato e represso in modo brutale i Sardi.

Ad iniziare dai tiranni sabaudi.

ll Coronavirus e lo schifo

Emanuela Cauli, attivista di La Maddalena impegnata nella lotta in difesa dell’ospedale Paolo Merlo, aderisce alla campagna “Eja sto in casa ma non zitto/a

Sindaci disperati, medici e infermieri sul fronte che lavorano e cadono come mosche senza dispositivi di sicurezza, senza materiale, cittadini che hanno bisogno di sanità per emergenze di tutti i tipi e non sanno a chi rivolgersi…  Cosa fanno il nostro governatore e l’assessore alla sanità eletti per aver promesso il potenziamento della sanità pubblica, il nervo più sensibile e scoperto del nostro sistema sociale?

Niente, o meglio, fanno danni su danni.

Il primo si affida a Sant’Efisio dimostrando di non sapere neanche dove mettere le mani, il secondo taglia l’assistenza sanitaria dappertutto, compresi i presidi di area insulare e disagiata come il nostro e minaccia sanzioni disciplinari a medici e operatori che denunciano la situazione disperata, mettendo il bavaglio anche ai giornalisti. All’Isola di La Maddalena, dopo averci levato l’elisoccorso, con una circolare scritta in fretta e furia approfittano dell’emergenza coronavirus e depotenziano anche il p.s, in cui si potrà intervenire solo sui codici bianchi e verdi, decretando cosi la fine dell’unico presidio ospedaliero, lasciando una comunità e il personale del Paolo Merlo in balia delle onde, soli e isolati  senza alcun tipo di assistenza sanitaria.

Nessuna vicinanza, ai sardi  in un momento in cui tutti gli altri governatori regionali gridano e difendono i loro cittadini in ogni modo.

NOI RESTIAMO A CASA, ma dovevate restarci pure voi, un anno fa.

Emanuela Cauli, Giandomenico Bulciolu

Portavoce di Comitato Cittadino Isola di La Maddalena

#dimettetevi

In domo, ma non a sa muda: parte la campagna per la sanità pubblica

La campagna #DeoAbarroInDomo #SanitaPrivataVirus lanciata da Caminera Noa, Potere al Popolo e Rifondazione Comunista

Il leitmotiv #Iorestoacasa è presto diventato il riassunto telematico di un atteggiamento passivo e quiescente verso la pandemia di Covid-19 in corso. Si è presto diffusa l’idea che bisognasse assumere un approccio a tutti i costi unitario nello “stringersi a corte” di uno Stato colpito da un pericoloso nemico battibile solo con l’ “unità nazionale” e con il patriottismo. Si arriva così alle catene di S. Antonio sui tricolori esposti dai balconi e all’inno di Mameli diffuso dalle camionette della Protezione Civile per le strade di città desertificate dalla quarantena.

Si inserisce in questa melassa sciovinista il PD con la campagna “Uniti ce la faremo” che summa l’anniversario dell’occupazione piemontese dello stivale con la retorica unitaria da adottarsi in questa grave situazione di crisi, nonostante proprio il PD sia stato uno dei partiti che con più accanimento ha sostenuto e praticato (a livello statale e in Sardegna) le politiche di tagli alla sanità pubblica. Tutte le politiche pro austerity di progressiva demolizione della sanità pubblica e di trasferimenti di risorse importanti alla sanità privata, applicate come una mannaia da questo partito, vengono dimenticate approfittando del clima da “unità nazionale”.

Soltanto per fare un esempio secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità lo Stato italiano ha dimezzato i posti letto per i casi acuti e la terapia intensiva (così necessari in questo momento), passati da 575 ogni 100 mila abitanti ai 275 attuali. Un taglio del 51% operato progressivamente dal 1997 al 2015, che ha portato lo Stato di cui facciamo parte in fondo alla classifica europea. In testa la Germania con 621 posti, più del doppio. La lista dei tagli sarebbe lunghissima. Di converso lo Stato italiano è all’11°posto tra i paesi che spendono di più in armamenti e per tutto ciò che ha a che fare con il comparto militare, subito prima della Corea del Sud che, come sappiamo, vive in una situazione di continua corsa agli armamenti in competizione con la Corea del Nord.
Nel 2019 lo Stato “fondato sul lavoro” e con la Costituzione che “rigetta la guerra” ha speso in armamenti  21.4 miliardi di € con un aumento di 225 milioni rispetto ai 21.2 miliardi dello scorso anno, pari al 1.22% del PIL, fondi ovviamente stornati da sanità pubblica e ricerca.

In Sardegna  non tutti sono stati però a guardare, a sventolare bandierine dai balconi e a cantare inni. Non tutti si sono fatti irretire da questo clima unitario di ossequio, unitarismo e terrore.

Con un  comunicato congiunto il Laboratorio Occupato di Via Lamarmora 126 “Sa Domu” e il Circolo Culturale “Su Tzirculu” (entrambe realtà cagliaritane) fanno notare che: “se la priorità è la salute allora non capiamo per quale motivo servizi NON essenziali continuino ad operare come se nulla fosse, vedi fabbriche e grandi aziende come Amazon o altre. Sentiamo ogni giorno persone denunciate a passeggio ma non si è imposto nulla sulla Lega calcio e le paytv per bloccare l’ultima giornata di campionato, con tanto di giocatori infettati. Baci e abbracci dopo i saluti, ma la morale la facciamo a chi fugge dal nord per tornare dai parenti a sud. Trentasette mila militari in arrivo per le esercitazioni militari in Europa per i giochi di guerra stutunitensi, nel mentre i caroselli dei carri armati a Palermo e in Sardegna, i bombardamenti sui poligoni continuano come se niente fosse. Queste sono le priorità del governo e dell’Unione Europea in questo momento di emergenza? Noi noi non lo scorderemo”.

Lo slogan che chiude il lungo comunicato è già una parola d’ordine che rimanda alla lotta contro l’occupazione militare della Sardegna: “Più ospedali, meno militari”.

Tre realtà politiche (Caminera Noa, Potere al Popolo e Rifondazione Comunista), hanno invece lanciato una campagna social congiunta chiedendo ai sardi e alle sarde di postare una foto con gli hashtag #DeoAbarroInDomo #SanitaPrivataVirus

Nel comunicato di accompagnamento della campagna le le tre forze politiche denunciano come  “decenni di progressivo impoverimento, distruzione e privatizzazione della sanità pubblica e tagli del personale, dei servizi, dei corsi di specializzazione e il foraggiamento continuo della sanità privata con soldi pubblici, ci presentano il conto oggi, “al tempo del corona virus”! L’emergenza sanitaria di questi giorni sta evidenziando, inoltre, i danni provocati da anni di precariato nei rapporti di lavoro, cancellazione dei diritti e progressivo smantellamento delle tutele. I costi come sempre vengono scaricati sulle fasce sociali più deboli: lavoratrici e lavoratori con contratti “legali” ma da fame e non solo. Pensiamo a chi lavora nelle scuole, nella cura, nello spettacolo, nella cultura, nel turismo, nello sport, nella ristorazione, nella logistica, alle piccole partite IVA, ecc. Pensiamo anche a tutti coloro i quali non possono dimostrare di lavorare perché assunti in nero! Inoltre, c’è chi è costretta/o a recarsi al lavoro, per non perderlo, nonostante i seri rischi che si corrono. Per non parlare di lavoratrici e lavoratori migranti di ogni nazionalità, sempre più ricattabili perché la loro possibilità di rimanere in Italia è strettamente legata ad un contratto di lavoro”.

Come forze popolari, per l’autodeterminazione e per una società libera dalle logiche del profitto le tre organizzazini chiedono:

1️⃣Revoca del finanziamento all’ospedale privato Mater Olbia (60 milioni di euro annui) e destinazione di tale cifra al sistema sanitario pubblico
2️⃣Riequilibrio di tutte le convenzioni con le strutture sanitarie private
3️⃣Ripristino di tutti i presidi ospedalieri, i reparti e i posti letto tagliati nel passato

Sulla stessa lunghezza d’onda nella giornata di ieri è poi comparsa anche una petizione #IOSTOCONLASANITÀPUBBLICA , LA SOLIDARIETÀ E I DIRITTI NON VANNO IN QUARANTENA! Una campagna di sensibilizzazione pro sanità pubblica promossa da un gruppo di cittadini del Sulcis Iglesiente con il supporto del RUAS (Rete Antifascista Sulcis Iglesiente) e il Coordinamento della Rete Sarda per la sanità pubblica del Sulcis Iglesiente.

Nel comunicato i promotori fanno notare la gravissima situazione della sanità sarda, già al collasso ben prima dell’arrivo della pandemia: “nella situazione di grave emergenza sanitaria che stiamo vivendo in queste settimane, ci troviamo ad affrontare le conseguenze degli sconsiderati tagli alla sanità pubblica degli ultimi decenni portati avanti dai Governi e dalle Giunte Regionali, sia di centrodestra che di centrosinistra, che hanno portato alla chiusura o al forte ridimensionamento di molti presidi sanitari nei territori. Questi interventi scellerati sono stati costantemente denunciati e contrastati dai comitati, mai ascoltati dalle istituzioni. In questi mesi in Sardegna il sindacato NurSind aveva già denunciato una situazione al limite della sostenibilità, con un personale sanitario ridotto all’osso, situazione che stava già mettendo a rischio la possibilità di garantire il diritto alla salute anche in condizioni ordinarie”.

 

Covid-19: La ANS non sta a guardare e aiuta i sardi

L’Assemblea Natzionale Sarda (ANS) lancia una campagna di mutualismo (in sardo da sempre noto come agiudu torradu). Di seguito potete leggere il comunicato bilingue dell’associazione e, da questo link, visitare direttamente la pagina.

(SRD)

Emergèntzia COVID-19

Ghiada de su grupu de Facebook “Agiudu Torradu in tempus de Coronavirus”.Sì non nos podimus atobiare, nos podimus nessi agiudare. Diat èssere a pònnere in motu una retza de solidariedade sarda. Est sa idea de d’Assemblea Natzionale Sarda, chi dedicat una pàgina Facebook a chie cheret pedire agiudu, a chie cheret dare solutziones o a chie cheret ispainare informatziones ùtiles abarrende in domo in seguresa. In custa muta metzana, in ue is vidas de totu ant a cambiare, s’ANS at fatu una pàgina aberta a totus, de manerade s’intèndere prus pagu a sa sola, mancari is distàntzias imponidas dae is ùrtimos decretos. Su grupu si narat “Agiudu torradu intempus de Coronavirus”.LINK: “Agiudu torradu” in sardu cheret nàrrere “atorrare unu piaghere”, est a nàrrere unu sistema de s’agiudare a pare impreadu dae sèmpere in Sardigna. Cun una cantas règulas simples podet partetzipare chie si siat: cumintzare supost cun #OFFRO si si cheret offèrrerecarchi cosa, #CHIEDO si si chircat carchicosa, #INFO si si cheret dare o pedire informatziones ùtiles a totus, sighinde cun sa tzitade/bidda/zona chi interessat sa informatzione, inditende posca, si bisòngiat unu indiritzu de posta eletrònica o unu nùmeru de telefonu.

(IT)

Emergenza COVID-19

Lancio del gruppo facebook Agiudutorradu in tempus de coronavirus. Se non possiamo incontrarci possiamo almeno aiutarci. si tratta di mettere in moto una rete solidale sarda”.È l’ idea dell’ Assemblea NatzionaleSarda, attraverso una pagina facebook, dedicata a chi voglia chiedere aiuto, offrire soluzioni o semplicemente diffondere delle informazioni utili restando a casa in totale sicurezza. In questo dffcile momento in cui le vite di tutti dovranno necessariamente cambiare, l’ANS ha creato una pagina facebook aperta a tutti, un modo per sentirsi meno soli e più vicini nonostante le distanze imposte dagli ultimi decreti. Il gruppo si chiama “Agiudu torradu intempus de coronavirus”.

S’agiudu torradu in lingua sarda significa“il favore restituito”, è un sistema di sostegno reciproco utilizzato da secoli in Sardegna. Con delle semplici regole chiunque potrà partecipare: iniziare il post con #OFFRO se si vuole offrire qualcosa, #CHIEDO se si sta cercando qualcosa, #INFO se si vogliono dare o chiedere informazioni utili a tutti, seguito dalla città/paese/zona interessata dall’annuncio, indicando poi se necessario un indirizzo mail o un contatto telefonico.

Fuori i vacanzieri sospetti delle zone rosse: è razzismo?

La grafica incriminata (e tacciata di razzismo) con cui Caminera Noa ha voluto stigmatizzare l’arrivo indiscriminato di residenti dalle zone ad alto rischio contagio che, nella maggior parte dei casi, si sono riversate in seconde case di proprietà e/0 in località turistiche.

L’ANCI Sardegna (l’organizzazione che raccoglie i sindaci dell’isola) lo scorso 7 marzo ha lanciato un grido d’allarme rivolto a tutte le istituzioni, statali e autonomistiche sarde. Sembra un periodo ormai lontanissimo, perché dal giorno dopo i fatti sono precipitati, ma vale la pena recuperare le richieste a firma Emiliano Deiana (presidente dell’ANCI).

Oggetto: Covid 19 controllo in entrata e in uscita dai porti e dagli aeroporti della Sardegna.

Mi permetto di scrivere alle SV Illustrissime per segnalare un fatto che sta destando grande preoccupazione nella comunità sarda sulle misure necessarie al contenimento del Covid 19.

Scrivo a nome dei sindaci della Sardegna che sono impegnati, in questa complicata fase, ad attivare tutte le possibili iniziative locali di informazione, conoscenza e prevenzione per il contenimento della malattia denominata Covid 19.

Come è noto a tutti la Sardegna è un isola. Può essere raggiunta solo via aerea o via mare. È difficile raggiungerla (per le ragioni note legate ai trasporti e alla continuità territoriale), ma è relativamente semplice controllarla in entrata e in uscita.

In questo contesto particolare importanza per il contenimento della malattia, oltre alle attività di prevenzione, rivestono i controlli negli aeroporti e nei porti sardi: per chi entra e per chi esce dalla nostra isola.

In Sardegna esistono un gran numero di “seconde case” di proprietà di nostri concittadini residenti in altre regioni che, così come segnalano i sindaci dei comuni costieri, si stanno trasferendo in gran numero in Sardegna anche dalle regioni fin’ora più esposte alla malattia oppure arrivano per motivi di lavoro.

Un mancato controllo – associato a una possibile moltiplicazione esponenziale dei contagi – potrebbe mandare in tilt il sistema sanitario regionale “tarato” (neanche troppo accuratamente) sui soli residenti in Sardegna e con un numero largamente insufficiente di posti di terapia intensiva. Un’insufficienza che potrebbe non tutelare né chi risiede in maniera stabile né chi vi risiede temporaneamente nel momento acuto della crisi sanitaria.

In quegli stessi giorni Solinas, che fino ad allora aveva girato a vuoto registrando video messaggi privi di contenuti e infarciti di retorica, ha finalmente chiesto al presidente del Consiglio Giuseppe Conte di bloccare le vie di comunicazione con le zone infette.

La risposta da parte del capo del Governo, per ben due volte è stata negativa. Di fronte a questa irragionevole presa di posizione di Conte il movimento popolare sardo Caminera Noa ha diramato un comunicato, in data 9 marzo, dove chiedeva il blocco degli accessi ai non residenti per almeno 30 giorni. Ovviamente le richieste non sono state ascoltate e in Sardegna si sono riversate migliaia di persone provenienti dalle zone rosse, molte delle quali si sono riversate nelle seconde case, spesso mostrando di non rispettare né il buon senso, né le norme vigenti.

Di fronte al tana liberi tutti e alla totale assenza di controlli e all’atteggiamento strafottente e imprudente di molti non residenti del Nord Italia, nonostante l’obbligo di quarantena nel frattempo imposto dalla Regione Sardegna, due organizzazioni politiche hanno chiesto al Governatore Solinas che facesse propria la misura messa in campo dal governatore della Toscana Rossi (di area centro sinistra) e cioè di notificare una richiesta di allontanamento ai non residenti provenienti dalle zone rosse. Così si arriva alle richieste di Liberi e Uguali e di Caminera Noa di allontanare i non residenti provenienti dalle zone infette nei giorni della dichiarata emergenza.

La Sardegna – hanno dichiarato in sintesi le due organizzazioni politiche –  correva il serio rischio di una crisi sanitaria senza precedenti, aggravato dal massiccio afflusso di non residenti provenienti specialmente dal nord Italia, arrivati nell’isola senza giustificati motivi e in aperta violazione del DPCM del 04/03/2020 e dal DPCM del 09/03/2020.

Secondo l’ANSA infatti sono state 13.000 le persone che si sono auto denunciate sul sito della RAS, mentre molti sindaci dei comuni costieri rendevano nota la presenza di numerosi non residenti provenienti dalle zone a rischio del Nord Italia.

L’appello al Presidente Solinas lanciato da Caminera Noa e Liberi e Uguali, così nella richiesta di emanare far valere appieno un’ordinanza sul modello di quella promossa dalla Regione Toscana n.10 del 10 marzo 2020, invitando ed eventualmente imponendo a chi, arrivato senza giustificata ragione, di ritornare nel proprio luogo di residenza, secondo il DPCM del 9/03/2020.

Paradossalmente le voci più critiche a queste proposte sono state quelle di due sigle di matrice indipendentista: Sardigna Natzione e LibeRU. La sera del 12 marzo il coordinatore di SNI Bustianu Cumpostu ha diramato un comunicato contro LEU (senza citare Caminera Noa). Eccone uno stralcio significativo:

 

La richiesta di LEU Sardigna inoltrata in modo pressante a Solinas, governatore della Sardegna ci preoccupa fortemente e ha tutti i sintomi di epurazione etnica e di cacciata degli untori.

LEU chiede a Solinas “Caro Solinas, è una pandemia: stop alle esercitazioni militari e via dalla Sardegna tutti i non residenti”.

 

Ieri mattina rincara la dose il partito guidato da Pierfranco Devias con un comunicato al vetriolo che prende di mira sia LEU sia Caminera Noa, soffermandosi soprattutto a screditare la posizione di quest’ultima.

 

Di seguito il comunicato integrale di LibeRU:

 

Riteniamo doveroso prendere le distanze e stigmatizzare le gravi posizioni assunte da Leu Sardegna e da Caminera Noa in merito alla gestione dell’emergenza sanitaria per il Covid-19, riprese sia dalla stampa sarda che da quella italiana.

Pensiamo che sia incredibile che due gruppi che asseriscono di essere di sinistra si rendano protagonisti di operazioni di caccia alle streghe di tipo etnico, approfittando della paura e dell’insicurezza dei cittadini e cercando di cavalcare un populismo razzista già fin troppo rappresentato in altri ambienti.
La richiesta di rispedire nel nord Italia le persone residenti, che si trovano attualmente in Sardegna, è una posizione di volgare demagogia prima ancora che rischiosa e tecnicamente impossibile, e in quanto indipendentisti di sinistra riteniamo opportuno sottolineare che noi non abbiamo niente a che fare con sedicenti indipendentisti e sedicenti gruppi di sinistra che professano simili aberrazioni.

Innanzitutto consideriamo ingiusto e contrario ai nostri principi qualsiasi ipotesi di espulsione delle persone su base etnica.
Il documento di Caminera Noa (correlato da una incredibile vignetta che raffigura un omino che prende a calci un altro omino) non chiede l’espulsione di tutte le persone che sono arrivate in Sardegna dal nord Italia, quindi non pone al centro il problema sanitario, dal momento che i virus non chiedono la residenza a nessuno. Chiede invece che vengano espulsi solo i “non residenti”, dimostrando che il problema sarebbero solo i residenti italiani, non le persone che possono aver contratto il virus. Trascura invece di ricordare che tra quelli arrivati dal nord Italia ci sono anche tanti sardi che lavorano, studiano o sono domiciliati nel nord Italia, ma stranamente “graziati” dallo status di “pericolosi”, evidentemente in quanto titolari di residenza sarda.
Noi pensiamo inoltre che deportare gente in zone in cui da parecchio tempo gli ospedali sono al collasso, non solo contribuisce al collasso ma è anche inumano in quanto moltiplica il problema e espone solo le persone a ulteriori rischi.
Pensiamo altresì che spostare migliaia di persone durante una quarantena metta in pericolo tutti, spostati e residenti, per cui anche tecnicamente questa proposta oltre ad avere costi e difficoltà inimmaginabili non risolve il problema nemmeno dal punto di vista sanitario, ma lo accentua soltanto.
Va per l’appunto specificato, proprio per depotenziare l’azione tesa a soffiare sulla paura di posti letto insufficienti, che chi attualmente si trova in Sardegna (di qualsiasi nazionalità sia) è comunque tenuto a rispettare le prescrizioni come tutti e se non è malato non grava in alcun modo sul sistema sanitario sardo, quindi si stanno solo alimentando paure infondate per basse operazioni di sciacallaggio politico.
In ultimo, i provvedimenti di “contenimento sanitario” (e dunque non di tipo etnico) si sarebbero dovuti prendere prima dello spostamento delle persone, non ora: ora siamo sulla stessa barca e tutti – ma a quanto pare non tutti – dovrebbero sapere che meno persone si spostano più in fretta si riesce a debellare il virus.
Perciò consigliamo a questi due gruppi non solo di studiare correttamente le regole elementari della convivenza civile ma anche quelle del corretto contenimento sanitario.

Caminera Noa dunque è tacciata di razzismo, di cavalcare la paura per istigare una «caccia alle streghe di tipo etnico» e la sua proposta viene derubricata  ad una vera e propria “deportazione”.

A rientrare nel mirino anche la grafica utilizzata da Caminera Noa: «una incredibile vignetta che raffigura un omino che prende a calci un altro omino». Evidentemente quella delle pedate era un’immagine consona quando il segretario di LibeRU ha dichiarato, lo scorso 22 febbraio in riferimento ad un cittadino di Carloforte che ha danneggiato alcune piante, quanto segue: «l’altro giorno ho detto che mi sarei augurato che i cittadini di Carloforte, assestassero quattro pedate a un delinquente che ha ucciso un ginepro ultrasecolare. In questo caso sono stato oggetto di critiche di veri non violenti».

 

Ieri stesso, sui canali di comunicazione di Caminera Noa si risponde sobriamente con una serie di FAQ a queste e altre obiezioni e accuse. Di seguito potete leggere le puntuali risposte del movimento:

 

ALLONTANAMENTO DEI NON RESIDENTI PROVENIENTI DALLE EX-ZONE ROSSE🆘🚷

RISPONDIAMO ALLE FAQ E ALLE FAKE NEWS

  1. La nostra richiesta al presidente della Giunta Regionale Solinas è un’operazione di caccia alle streghe di tipo etnico cavalcante la paura e il populismo razzista?
    – No: noi chiediamo l’allontanamento sulla base di serie e dettagliate motivazioni di carattere sanitario. La nostra richiesta al presidente della Giunta Regionale Solinas non prevede l’allontanamento di persone su base etnica: i non residenti possono essere sardi o non sardi, come anche i residenti possono essere sardi e non sardi. Le 11.000 persone potenzialmente contagiose, che in maniera del tutto avventata si sono fiondate in Sardegna – spesso nelle loro case vacanza e portandosi dietro i viveri, come puntualmente denunciato dai media e dall’ANCI Sardegna -, rappresentano una bomba ad orologeria potenzialmente letale per il nostro sistema sanitario.
  2. Caminera Noa chiede l’espulsione di tutte le persone che sono arrivate in Sardegna dal nord Italia senza porre al centro il problema sanitario?
    – No. Il documento afferma: «In sintesi chiediamo al presidente Solinas: di emanare immediatamente una ordinanza regionale di allontanamento per tutti i non residenti provenienti dalle zone infette (con chiaro riferimento a chi si è riversato in Sardegna a zone rosse già istituite dopo la fuga di notizie di ulteriori strette e non ai tanti studenti e lavoratori già presenti da tempo in Sardegna)». Il problema sono le persone che possono aver contratto il virus, non l’essere residenti fuori dalla Sardegna di per sé.
  3. Caminera Noa fa una differenza tra sardi e non sardi tra la massa di persone che si è precipitata in Sardegna dalle zone rosse nei giorni compresi tra l’8 marzo e oggi?
    – No. Abbiamo sempre distinto tra residenti e non residenti e non ci risulta che la residenza sia una caratteristica etnica.
  4. È vero che siamo poco solidali e che non intendiamo prestare aiuto ai cittadini del nord Italia bisognosi di cura e assistenza medica?
    – No, infatti abbiamo scritto quanto segue: «In Sardegna disponiamo di poco più di 130 posti in terapia intensiva (ora diventati 180 con tre nuove unità, ma comunque insufficienti se si dovesse presentare una situazione ancora più allarmante) molti dei quali già occupati da pazienti che ne hanno assoluto bisogno. Potremo essere solidali con pazienti da altre zone dello Stato solo se il nostro sistema sanitario non collasserà, e questo pericolo è concreto». Proprio per poter funzionare da cuscinetto sanitario, la Sardegna doveva rimanere “virus free zone”, cosa che purtroppo non è stata garantita dalla condotta irresponsabile e centralista del premier Conte e dai gravi ritardi del governatore Solinas.
  5. È vero che abbiamo proposta la deportazione dei non residenti?
    – Falso. La deportazione è un fenomeno duraturo e permanente di intere comunità su base etnica dal proprio luogo di normale abitazione. Non c’è nessuno di questi elementi: né l’individuazione su base etnica, né la permanenza del provvedimento, né lo sradicamento dal proprio territorio.
  6. Caminera Noa si è mossa in ritardo e ha avanzato proposte per il contenimento sanitario solo a cose fatte?
    – No. Caminera Noa ha chiesto fin da subito, cioè dal 9 marzo 2020 «Il blocco degli accessi ai non residenti per almeno 30 giorni», vale a dire dopo il secondo diniego di Conte alle legittime, seppur tardive, richieste di Solinas.

 

Sulla questione interviene perfino Selvaggia Lucarelli con un articolo sul Fatto Quotidiano. Ecco alcuni stralci del suo articolo:

 

E poi c’è la Sardegna. In fondo ai pensieri di tutti, lontana quel solito braccio di mare che pare infinito, preoccupazione di pochi e, con una pandemia in corso, occupazione di nessuno. Perché nessuno pensa alla Sardegna, alla fragilità di una regione che sembra più al riparo di altre e che invece ha paura.

Eppure anche lì, anche in Sardegna è arrivato l’egoismo del “continente”, anche lì i medici pregano, tutte le notti, di non ritrovarsi il pronto soccorso affollato all’improvviso, di non dover combattere una guerra più disarmati che altri, più lontani di tutti. In migliaia, nei giorni in cui s’è capito che il virus era arrivato e anche dopo, quando non ci sarebbe stato più il tempo per scappare, sono scappati in Sardegna. Qualcuno – chi in Sardegna ci va in vacanza e si è potuto permettere la fuga benestante – ha giocato d’anticipo, occupando le seconde case i primi di marzo, popolando residence e paesini che d’inverno sono deserti, dalla Gallura ad Alghero al sud dell’isola.

A Carloforte, per dire, gli abitanti in questi giorni sarebbero raddoppiati e lì non c’è alcun presidio sanitario in grado di gestire eventuali urgenze. I sindaci sono così spaventati che in quasi tutte le città e cittadine sarde passa una macchina col megafono per dire alla popolazione di stare in casa. La voce spesso è quella di speaker locali che offrono il servizio.

Certo, c’è un “piano strategico” per implementare i posti, ma questa è la situazione odierna. F., un anestesista presso l’ospedale di Oristano, afferma: “Tutti questi cittadini arrivati in Sardegna da zone a rischio e altre potenzialmente a rischio hanno popolato paesi fantasma, una scelta scellerata perché qui non siamo al Nord. È stupidità. Soprattutto per quello che poi combinano alcuni quando vengono al Pronto soccorso con quadri di insufficienza respiratoria. Mentono sull’anamnesi, non dicono niente e noi veniamo esposti al contagio. Tenere un anestesista adesso in quarantena vuol dire creare un danno enorme all’ospedale, specie in uno come quello di Oristano che ha 5 posti in rianimazione. Il più vicino con la rianimazione, se qui finiscono i letti in terapia intensiva, è Cagliari.

Questa gente doveva capire che se non ci sono più posti qui, poi non c’è una regione confinante in cui portarli, si fa la fine dei topi. O pensano che trasporteranno i malati via in aereo? Io ho già dovuto fare una breve quarantena assieme ad altri colleghi e pure il tampone perché alcuni pazienti sospetti mi hanno nascosto contatti con parenti che arrivano dal Nord. Questo vuol dire che in caso di urgenza sono fuori gioco. Ho perciò deciso che non vedo più nessuno tra amici e parenti finché non finisce l’emergenza, farò la vita del lupo solitario”.

Insomma, una situazione preoccupante, specialmente perché in Sardegna il menefreghismo dei connazionali in fuga è passato più inosservato che altrove. E perché se il numero dei contagiati dovesse crescere esponenzialmente come in altre zone d’Italia, le ambulanze, per quanto potranno correre da una città all’altra, a un certo punto si troveranno il mare davanti.

 

Siamo di fronte ad una razzista, populista di destra, discriminatoria su base etnica anche in questo caso? Ai lettori di Pesa Sardigna la valutazione ponderata.

10 tesi per l’indipendenza: entro 5 anni un referendum

I militanti di Antudo (acronimo del motto dei Vespri siciliani “animus tuus dominus”, ovvero “Il coraggio sia il tuo signore”) che hanno presentato le tesi indipendentiste

Nei locali dell’ Auditorium San Mattia ai Crociferi di Palermo, centinaia di indipendentisti provenienti da tutta la Sicilia si sono ritrovati ​in occasione del primo incontro pubblico di Antudo organizzato per la​ presentazione ai siciliani e alle siciliane delle dieci tesi elaborate per delineare il manifesto fondativo, il panorama politico e culturale dentro il quale si andrà a sviluppare il nuovo progetto politico pensato per l’indipendenza della Sicilia.
Una serie di interventi hanno battuto il tempo di questo importante pomeriggio per tutti i siciliani:​ quadro della situazione politica nazionale e internazionale, presentazione delle​ 10 tesi, problematiche degli enti territoriali.

Entro cinque anni faremo un referendum. Faremo un referendum per l’abolizione dell’articolo 1 dello Statuto speciale, quello che ci tiene dentro l’unità politica dello Stato Italiano. Faremo un referendum per l’indipendenza della Sicilia. Una domanda semplice: «Vuoi che la Sicilia sia indipendente»? Sì o No” afferma Luigi Sturniolo di Antudo.
“Antudo – si legge in una nota dei promotori dell’incontro – è dunque l’espressione dell’Indipendenza della Sicilia contro la dipendenza dallo Stato Italiano e dal modello di sviluppo capitalistico che sull’Isola ha prodotto solo disoccupazione, precarietà, devastazione ambientale, emigrazione forzata.
Si è poi fatto notare come, dentro questo quadro a tinte fosche, una larga parte dei Comuni siciliani siano in dissesto finanziario e incapaci di fornire servizi e cura ai cittadini, come il rientro dal debito imponga agli abitanti dell’isola un regime di austerità e di aumento ai massimi livelli dei tributi locali. Penuria di risorse da parte degli enti locali e mancanza di infrastrutture costituiscono un dispositivo politico e sociale che assume un carattere recessivo e disegna un futuro grigio per l’isola”. “In un’epoca in cui il potere decisionale si sposta sempre più lontano dai luoghi su cui poi esercita il proprio controllo e si concentra nelle mani di pochissime istituzioni internazionali, diviene urgente rilanciare una politica che dal basso affermi la​ chiara e determinata volontà di decidere riguardo le sorti della propria terra” conclude​ Sturniolo.

Di seguito le dieci tesi per l’indipendenza della Sicilia

Dieci tesi per l’indipendenza siciliana.

 La Sicilia di domani sarà quale noi la vogliamo: pacifica, laboriosa, ricca, felice, senza tiranni e senza sfruttatori!

1) Va costruita un’organizzazione politica di massa, autonoma, articolata e radicata sul territorio, il cui programma, le cui attività, i cui militanti abbiano come finalità la liberazione dei territori di Sicilia. Senza indipendenza politica non c’è alcun processo di indipendenza sociale.

2) Senza indipendenza politica dallo Stato Italiano non c’è alcuna indipendenza reale dei territori siciliani. Bisogna avere la forza di immaginare una Sicilia senza lo Stato d’Italia, libera dallo Stato d’Italia. Bisogna avere l’ardire di immaginare una Sicilia senza organizzazione statale, libera dalla sovranità statale. Lo Stato d’Italia è la forma politica particolare che assume l’amministrazione del nostro assoggettamento e del nostro sfruttamento. Essere contro lo Stato Italiano non significa essere contro i territori italiani e i loro abitanti. Il percorso di indipendenza e liberazione dallo Stato non è un percorso esclusivo, ma deve potersi riprodurre anche altrove, in una prospettiva di “federazione” delle libere comunità territoriali.

3) Vogliamo combattere qualunque forma di centralizzazione dei poteri che sottrae alle comunità territoriali ogni possibilità di decidere sulla propria esistenza. Storicamente, gli Stati-nazione si sono fondati sulla neutralizzazione dei territori, delle loro storie, delle loro economie, delle loro culture, dei loro sistemi relazionali; è per questo che vogliamo ricostruire i territori fuori dallo Stato e dalla formazione sociale ed economica capitalista di cui esso è espressione.

4) Liberarsi dallo Stato italiano vuol dire anche liberarsi dalle istituzioni sovranazionali che ne disciplinano l’azione. Pertanto, siamo contro la cosiddetta “Unione Europea”, quella dell’euro che ha centralizzato le scelte di politica economica, quella al servizio del grande capitale che ordina di competere sui mercati dominati dalle imprese multinazionali, quella che impone il super sfruttamento condannando alla miseria economica e sociale, quella delle aree privilegiate e di quelle dismesse e abbandonate.

5) La Sicilia è caratterizzata da una pluralità di territori che il sistema sociale dominante ha ridotto a piattaforme militari e logistiche, serbatoi di forza-lavoro da esportare, sedi delle produzioni più sporche e più nocive, filiere dei rifiuti. Vogliamo l’indipendenza per fermare questo processo di degradazione sociale e politica che non ha fine. Vogliamo l’indipendenza per tirarci fuori dal disastro. L’indipendenza che vogliamo costruisce l’autogoverno dei territori, liberandoli ad un tempo dalla dipendenza dall’economia del profitto e dalle istituzioni (nazionali e sovranazionali) che ne garantiscono il dominio. Solo pensando a forme non statuali di governo sarà possibile una reale indipendenza dei territori e una reale democrazia diretta. Il governo si eserciterà attraverso le Comuni territoriali, libere elezioni e assemblee legislative.

6) Lo Stato modella la società, organizza i rapporti sociali intorno all’idea di “maschio dominante”. Il primo dominio che impone è quello di genere; informa i corpi, attribuisce norme, impone ruoli che opprimono le donne. Le donne siciliane vivono su di sé la doppia contraddizione di afferenza al genere femminile e appartenenza a un territorio oppresso. Non possono, dunque, che avere un ruolo centrale nel processo di indipendenza della terra dallo Stato centrale. Indipendenza che si realizza a partire dal territorio inteso non solo come lo spazio dei rapporti di produzione e di estrazione di ricchezza, ma anche come il luogo delle relazioni sociali di cui le donne, materialmente e storicamente, sono le custodi. È quindi a partire da esse, dallo stravolgimento dell’organizzazione sociale patriarcale, di cui lo Stato è l’esecutore, che si realizza la liberazione della donna, presupposto imprescindibile del processo di indipendenza della Sicilia.

7) Conquistare l’indipendenza non è un “colpo di mano”. È un processo sociale e culturale che restituisce ai territori, ai suoi abitanti, il protagonismo, la fierezza e l’orgoglio di promuovere il proprio sviluppo; è un percorso di “erosione” del potere dominante (politico, economico e ideologico), di riscrittura della storia e di scrittura del futuro. È sulle solide basi di un potere sociale alternativo e del suo “funzionamento” che sarà possibile conquistare l’indipendenza.

8) I nostri territori si trovano sull’orlo della catastrofe. Un disastro ecologico e sociale indotto da un’idea di sviluppo per “competizione e sfruttamento”, dal mercato globale, dall’economia predatoria dei grandi cacciatori di affari e dall’assoggettamento coloniale. Ripensare l’economia dei territori come processo di ricostruzione delle basi materiali di sviluppo locale significa produrre progetti di territorio fondati sul risanamento e sulla valorizzazione dei “beni patrimoniali del territorio”, significa mettere al centro la sostenibilità sociale e ambientale di tali progetti armonizzando i fattori produttivi a quelli ambientali, sociali e culturali. Una pianificazione regionale è possibile a partire dal risanamento delle condizioni disastrate in cui si trova la Sicilia.

9) Alla cultura economica dominante, basata sulla competizione e sullo sfruttamento, opponiamo una cultura economica fondata sulla cooperazione e la solidarietà. È necessario affiancare, favorire e promuovere tutte le iniziative sociali ed economiche che si muovono sul terreno del mutualismo e della produzione di beni di qualità. È necessario affiancare, favorire e promuovere forme e associazioni di assistenza e mutuo soccorso, solidarietà e cooperazione sociale, contrastando le iniziative economiche ad alta concentrazione di capitale e ad alto sfruttamento. È solo con l’indipendenza politica che all’economia centrata sui bisogni effimeri e sul consumismo si potrà sostituire un’economia per la produzione di ricchezza sociale durevole.

10) Ovunque ci sono lotte e resistenze, va aiutata la costituzione di assemblee territoriali, comitati, circoli e va favorita la loro connessione e la loro rete. Saranno queste le basi delle “istituzioni locali” attraverso le quali il territorio potrà prendere la parola e decidere. È questa la forma del “nuovo potere”. Ogni iniziativa sociale, ogni campagna, ogni evento dovrà contenere questo, di principio: sono gli abitanti dei territori a decidere della propria vita. Quando saranno gli abitanti a decidere, quando la Sicilia potrà decidere da sola, andrà meglio.

Estate 2019.

AnTuDo