Turismo in caduta libera. Solo colpa del Covid19?

Di Daniela Piras

I dati riguardanti l’andamento del settore turistico in Sardegna, sono allarmanti: «secondo un’indagine realizzata da Giacomo del Chiappa, docente di Marketing del Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali dell’Università di Sassari, nel mese di giugno il fatturato del comparto vacanziero sardo ha fatto registrare addirittura un -95% rispetto al 2019. Lo studio si è basato su un campione di 360 strutture ricettive dell’Isola, tra hotel ed extra alberghiero. I turisti che hanno prenotato sono per lo più italiani: il 75%, di cui il 22% sardi.»  [Fonte: unionesarda.it, 10 luglio].

Qualche settimana fa, il giorno 9 giugno, una campagna lanciata dal movimento Caminera Noa, invitava i cittadini sardi a salvare la Sardegna, con queste parole: «Invitiamo chi non ha avuto ripercussioni economiche a causa della crisi a scegliere i viaggi in Sardegna, per scoprire luoghi poco battuti, strutture che non sfruttano il territorio e i lavoratori e le lavoratrici. Noi lo faremo. Quest’anno resteremo in Sardegna anche se ci fosse la possibilità di andare fuori. Quest’anno sceglieremo di aiutare i commercianti, gli albergatori, i ristoratori, gli operatori del turismo e della cultura, di respirare e rispettare il nostro territorio.»

In merito a questa proposta, ho inviato al movimento una proposta di integrazione con alcune considerazioni, qui riportate:

«Quest’anno, sia per motivi economici che per cautela, ci saranno molti più sardi che faranno le vacanze in Sardegna. Sviando il luogo comune secondo cui “chi vive in Sardegna è sempre in vacanza”, vorrei suggerire di proporre ad albergatori e ai cosiddetti “host” (coloro che gestiscono privatamente la locazione, anche giornaliera, dei propri appartamenti o di porzioni di case condivise, solitamente tramite i siti di airbnb  e booking), di calmierare i prezzi, e creare una sorta di “consorzio online” in cui chi voglia approfittare dei mesi seguenti per scoprire luoghi poco battuti dal turismo di massa – nello specifico nel territorio interno dell’isola – possa avere la possibilità di costruirsi un pacchetto vacanza su misura senza rimetterci un occhio della testa. La proposta può essere intesa anche in maniera bonariamente provocatoria: una sorta di appello all’essere “ospitali tra noi”. Ospitali mettendo in pratica una reale solidarietà tra vacanzieri e gestori di strutture ricettive. La Sardegna non è solo mare, e in questo periodo sarebbe logico cercare di riscoprire i luoghi più “nascosti” o comunque meno conosciuti; luoghi dove è difficile creare assembramenti: montagne, vallate, piccolissimi centri… Faccio tre esempi: La valle del basso Coghinas (Santa Maria Coghinas, Perfugas); la zona montuosa delle Barbagie: Tonara, Belvì, Aritzo; l’altipiano del Sarcidano: Laconi, Isili, Genoni. Avete mai provato a vedere quanto costa in media un pernottamento in camera doppia in certi piccoli comuni? Non sono cifre molto diverse da quelle che si pagano in una grande città, anzi: solitamente sono molto più alte. I motivi sono diversi, e non è questione da affrontare in questa sede, ma in diversi casi si parla di cifre davvero proibitive.

Sarebbe bello provare a realizzare una catena circolare di solidarietà: partire dall’idea che chi ha la possibilità di fare una vacanza scelga di restare in Sardegna per arrivare a ricevere una solidarietà anche da chi affitta le strutture. Una sorta di consorzio che venga incontro anche a chi ha subito gli effetti di questa emergenza sanitaria. In due parole: va bene dare ma a volte è anche giusto ricevere. Io scelgo di andare a Belvì, luogo non proprio “battuto turisticamente” ma ho l’ambizione di venire trattato con un occhio di riguardo, proprio come vengono trattati gli ospiti “continentali” e/o stranieri che scelgono di visitare certe zone. Io, da sarda, voglio andare incontro agli albergatori e gli albergatori, da sardi, dovrebbero venire incontro a me. Come? Proponendo dei prezzi che possano essere sostenibili da una persona che, per esempio, in questo momento di crisi si è vista quasi annullare la capacità di reddito. Il concetto è complesso, e andrebbe affrontato con attenzione; dato che non stiamo parlando di un bene essenziale sarebbe facile cadere in errore. In poche parole, qualcuno potrebbe obiettare: «se non puoi fare le vacanze, non farle. Perché dovrei “svendere” il mio appartamento affittandolo a meno?»

È un discorso che va ben oltre il periodo estivo e la situazione generata dal Covid19, ma possiamo provare a trarne qualcosa di buono:

Far conoscere la Sardegna, invitando a visitare i numerosi monumenti naturali disseminati in zone sconosciute ai più, a scoprire parchi e percorsi alternativi al solito “giro della costa”.

Smuovere quello che potrebbe essere un innesco per varie attività delle zone “secondarie” (intendendo quelle lontano dal mare), perché a rimetterci (nel senso di vedere poche persone in giro) sono tutti gli operatori della zona rimasta in ombra: bar, ristoranti, market ecc.

Questo è il ragionamento generale. Potremo provare a impostare una sorta di invito da diffondere tramite una e-mail, alle strutture alberghiere, proponendo di promuovere il loro hotel o il loro appartamento, e di conseguenza il loro territorio, all’interno di un consorzio turistico che potrebbe vantarsi di seguire un’etica di solidarietà reciproca all’insegna del “Ospitali da sardi a sardi”. (Ovviamente i prezzi dovranno essere gli stessi, sia per turisti isolani che non).»

L’idea era piuttosto ambiziosa, questo è vero, ma non è con le idee innovative e di rottura che si possono smuovere le cose? Ci si concentra sempre sul turismo come se fosse qualcosa che interessa soltanto a chi arriva da fuori, ma ci si scorda che la Sardegna è abitata. È abitata da persone che avrebbero anche il piacere e l’interesse di girarla e di conoscerla meglio, ma che non se lo possono permettere, perché i prezzi sono “a misura di turista del Nord Italia e/o turista straniero”.

E se i prezzi che offrono alcune strutture vanno oltre ogni logica del buon senso, in un periodo come questo, ma anche in periodi normali, dovremmo farci qualche domanda, tutti.

Se le cifre medie richieste per un pernottamento in camera doppia (non sempre compreso di colazione o di bagno ad uso esclusivo) si aggirano sui 65/70 euro*, fino ad arrivare a prezzi folli, qualcosa vorrà pur significare.

La responsabilità del crollo delle prenotazioni, qui, è da condividere. Non solo da attribuire alla gestione politica confusionaria rispetto alla posizione da prendere in merito alla norma da applicare all’ingressi di porti e aeroporti: penso a quanti, durante il balletto con al centro la richiesta del Passaporto sanitario da parte del presidente Solinas, hanno preferito rimanere all’interno dello stivale per non sobbarcarsi spese ulteriori – per fare un esempio – ma anche a chi offre servizi e alloggi, anche se lo fa solo per ottenere un ingresso extra.

* il costo si riferisce a una notte ed è per una persona. [Fonte: Booking.com http://www.booking.com/Share-MMDZzgL].

Pazienti:prima numeri, ora auto(mi) parcheggiati!

Daniela Piras per il gruppo “Esposto” di Donne Libere in Lotta per il Diritto alla Salute- Feminas in Luta pro su Deretu a sa Salude

La situazione all’ospedale di Sassari, nello stabile di via Monte Grappa, può essere riassunta in due parole, in questi giorni: 1) Parcheggio sotterraneo adibito a sala d’aspetto. 2) Locale di passaggio per evitare assembramenti. Verrebbe da ridere se non fosse vero.

Nel comunicato ufficiale della AOU datato 4 luglio 2020 si può leggere «Sarà aperto da lunedì 6 luglio il nuovo ingresso al Palazzo Rosa per l’utenza che deve effettuare esami di laboratorio o sottoporsi a visita specialistica. L’accesso al Palazzo Rosa avverrà dal cancello all’incrocio tra via Monte Grappa e via Padre Manzella.

In questa area di accesso è stata realizzata una sala d’attesa con un nuovo sistema di illuminazione, sono stati posizionati un totem che consente di ritirare il tagliando elimina code…»*

L’area di accesso con il nuovo sistema d’illuminazione, dove è stata realizzata la sala, è costituita niente di meno che dal parcheggio mai utilizzato. Dopo questa notizia, si sollevano immediatamente le contestazioni, specie nelle piazze del 2020 – i Social – e la consigliera Laura Useri (consigliere comunale M5S di Sassari), chiarisce che si tratta di una soluzione dettata dal bisogno di spazi e, sulla polemica riguardante il fatto che il garage in questione non è mai stato utilizzato per mancanza dell’attestato di agibilità afferma: «Riguardo l’agibilità degli spazi non ci sono dubbi, infatti il fatto che non siano aperti alle auto come da originale destinazione è legato ad autorizzazioni e requisiti stringenti a cui non sono stati ancora adeguati (ma solo per essere destinati a parcheggio). Il transito delle persone non comporta alcun pericolo.»

Nessun pericolo, quindi. Ma che ne è della dignità del malato? Può essere considerato dignitoso sostare come un’auto in un garage sotterraneo, da parte di una persona anziana, per esempio? Davvero non si potevano trovare altre soluzioni che prendessero in considerazione anche la componente UMANA dei pazienti?

Nuovo ingresso con dei punti d’appoggio. Sala d’attesa. Le parole generano confusione, a cui si cerca di rimediare, sempre con le parole.

Quindi, i pazienti (e pazienti più che mai dovranno essere, vista la situazione), non solo si vedono rimandare importanti visite di controllo, non solo si trovano a chiamare interminatamente numeri a cui non risponde nessuno, ad aspettare strategici passaggi di linee tramite il centralino che spesso cadono nell’oblio, trasformandosi in “tuuu tuuu” morenti, non solo si ritrovano a lottare per ottenere quello che dovrebbe essere il diritto primario di tutti – la salute – ma ci si ritrova (tutti!) a farlo sbattendo la testa contro un sistema che gestisce malattie e persone come se fossero numeri. Il passo successivo è ora quello di essere considerati auto? Un luogo costruito per accogliere mezzi meccanici può avere la stessa ospitalità e lo stesso comfort a cui ambiscono, e di cui hanno bisogno, gli essere umani? Specie se malati, in attesa di cure. Specie se bisognosi di cure e di calore. Specie se persone, non numeri.

Da un numero si parte, ed è il 1533. Il fantomatico numero del CUP, i cui funzionari segnano meticolosamente nell’agenda a loro disposizione appuntamenti e codici di prenotazione. Ma il 1533 è solo l’inizio: appuntamenti che non possono venire fissati per i più svariati motivi, che si possono racchiudere in uno: cattiva gestione, amministrazione non adeguata per ciò che riguarda l’erogazione di prestazioni mediche professionali.

Ma piuttosto che cercare di risolvere problematiche e carenze che si protraggono da anni, ecco che viene in soccorso il “motivo Covid19”. Un’operatrice del CUP, verso metà giugno, mi dice che non può prenotare il controllo relativo all’esame del Pap-test  perché “non ha date disponibili”. Alla mia risposta, in cui faccio presente che sono già in ritardo di mesi per effettuare questo controllo, mi sento rispondere “Non l’abbiamo voluto noi il Covid19”. Il Covid19 impedisce di fissare le visite periodiche di controllo? In Sardegna?… In Sardegna, ad oggi, non si registrano nuovi focolai e, nel resto d’Italia, la situazione nella sanità è ben diversa. Porto la mia esperienza diretta. Venerdì 3 luglio avevo appuntamento al CTO di Torino (regione tra le più colpite dall’epidemia nelle scorse settimane). Tutto appare funzionale. Si entra direttamente nello stabile e, dopo essersi fatti misurare la temperatura e compilato un’autocertificazione dove, in sintesi, si dichiara di non avere sintomi influenzali preoccupanti, si accede alla saletta dell’accettazione. Poche persone sostano nella sala, sedute sulle seggiole disponibili per metà, ma nessuno è costretto a stare in piedi. Tutto è già stato prenotato precedentemente. Dopo il pagamento del ticket si sale direttamente nel reparto e si entra in base all’appuntamento fissato. Va da sé che non ci sono file né possibilità di assembrarsi, né necessità di disporre di un sotterraneo come sala d’aspetto. Nella situazione attuale non si dovrebbe aspettare, semplicemente, perché il solo fatto di aspettare va contro ciò che il buon senso denota. Dopo aver effettuato la visita, e la relativa prestazione, in pochi minuti sono invitata a rivestirmi e ad abbandonare la sala: è il turno del prossimo paziente. Esco dall’ospedale e mi siedo su una panchina poco distante dallo stabile. L’assembramento è annullato dall’organizzazione e dalla logica. Dalla puntualità di chi opera. Dall’anticipo con il quale sono stati fissati gli appuntamenti e le visite di controllo. Eppure, il Covid19 in Piemonte ha avuto ben altri numeri di contagiati rispetto alla Sardegna.

Mi viene da pensare una cosetta semplice semplice che, guarda caso, è collegata proprio al fatto che io, dalla provincia di Sassari, vada a risolvere i miei problemi di salute in Piemonte: in Sardegna i problemi della sanità esistono ben prima l’insorgere del famigerato Covid19…ed esistono per colpa di una gestione a dir poco catastrofica della sanità pubblica. Quella gestione che ti porta a sbattere il cordless per terra, in preda alla crisi isterica generata dalle continue attese, dai continui sballottamenti per riuscire a parlare con quello o con quell’altro medico, dal logoramento del sistema nervoso provocato da maleducati operatori non identificati (e non identificabili) che si permettono di dire a un’utente che chiede di ripetere le indicazioni, appena sentite in velocità, sulla dicitura da far inserire dal proprio medico di base, in modo da poterle scrivere su un post-it «Ma lei, signora, crede che io abbia tutta la mattina da passare al telefono con lei?» o, ancora, lo snervamento che sale piano piano fino a degenerare in scatti d’ira quando si cerca in qualche modo di parlare o di fissare un appuntamento con il cardiologo che deve rinnovare un piano terapeutico a un anziano padre, portatore di peacemaker, e ci si sente rispondere «Non lo so, signora, non so cosa dirle, prima il dott. XXX era qui, ora non so, sarà in sala operatoria; ascolti, provi a venire qui, si sistemi in corridoio: se è fortunata lo vedrà passare. Appuntamento? No no, non posso fissarle un appuntamento per conto del dott. XXX, gli appuntamenti li dà solo lui. Come, scusi? Come fa a parlare con lui? Glielo ho detto, provi a venire in reparto». Con una situazione pregressa di tale portata non ci voleva certo un luminare della Scienza a capire che l’arrivo di un virus sconosciuto facesse rotolare nel fango un ingranaggio già arrugginito. Non tutti muoiono per colpa del Covid. Non tutto ciò che non funziona è a causa del Covid.

Sarebbe bastato considerare i disagi e le richieste inevase dei tanti “pazienti” e delle tante “pazienti”, per rendersi conto di dove si stava arrivando.

Testimonianze:

F.S. “Buongiorno sto sempre chiamando il policlinico, non risponde nessuno vorrei conferire con il cardiologo. Al centralino non risponde nessuno.”

F.F. “Se avessero impiegato la testa per risolvere il vero problema, non staremo a parlare di posteggi o di sale d’attesa… il problema non è dove mettere le persone ad aspettare… il problema è non farle aspettare. Il problema urgente da risolvere è la riapertura degli ambulatori con un sistema efficiente di prenotazione e di visita, le code si snelliscono solo in quel modo… se possono garantire solo poche visite al giorno, cosa ci fanno centinaia di persone?”

“Riesci a prenotare solo via mail… per telefono non rispondono. E anche per mail perdi le speranze perché la risposta arriva dopo tre giorni… abbandonati.”

M.S. “Sembra che ancora non si possa prenotare… tutto è ancora chiuso e dal CUP nessuno risponde. Perché non sbloccano? E perché se vado sul privato a pagamento c’è la possibilità?”

F.F. “Ho saltato tutti i controlli… mammografia, ecoTV, moc… oltre che i controlli in pneumologia per l’asma…”

M. “Un amico con patologia pneumologica severa, deve fare la spirometria al più presto, prescritta dallo pneumologo in ospedale, ma non è possibile farla! Sembra una barzelletta!”

X. “Ad Alghero non fanno entrare e,quando chiami per avere un’informazione su parenti ricoverati, o non rispondono o si scocciano.”

No, questa situazione non è colpa del Covid. Troppo facile cercare un capro espiatorio dopo avere mandato al collasso un intero sistema sanitario.

*Articolo completo leggibile cliccando sul link: https://www.aousassari.it/index.php?xsl=7&s=70220&v=2&c=2847

La sanità deve essere pubblica e di qualità: sabato manifestazione

La sanità deve essere pubblica e di qualità: sabato manifestazione
 
Sabato riprende la lotta per la sanità pubblica contro la macelleria della giunta Pigliaru e le regalie ai privati e la mala gestione del duo Solinas-Nieddu.
 
A promuovere è la Piattaforma che ha già affrontato diverse aspetti sociali e politici della questione sarda.
 
Di seguito il comunicato che chiama la mobilitazione di sabato 27, a Cagliari, in via Roma, sotto il palazzo della Regione Autonoma, alle ore 10:00:

 

METTIAMO AL CENTRO LA SALUTE, NON IL PROFITTO. LA SANITÀ NON È UN’AZIENDA

La gestione dell’emergenza sanitaria in Sardegna è stata disastrosa.
Di fronte a una media nazionale di contagio tra operatori e operatrici della sanità del 10%, già grave rispetto a quella riscontrata in Cina (3,8%), in Sardegna fra tutti i contagiati almeno il 30% sono operatori sanitari con picchi iniziali del 60% a marzo e punte sino al 90% nella provincia di Sassari.

CI PUÒ STARE
Così rispose l’assessore alla Sanità Nieddu quando i giornalisti gli chiesero conto dei contagiati tra gli operatori socio sanitari nel pieno della pandemia.
Quella risposta è stata ed è l’emblema dell’inadeguatezza, del disinteresse e del cinismo dimostrato dalla giunta regionale nella gestione della crisi.
In Sardegna quasi tutti i contagiati sul posto di lavoro sono operatori socio sanitari. Si contavano, al 31 maggio, 1.356 malati. Dai dati INAIL, sempre al 31 maggio, su 457 denunce da infortunio sul lavoro da Covid-19, 417 riguardavano lavoratori della sanità (medici, infermieri, operatori socio sanitari).
Un grande senso di abbandono è stato sperimentato da moltissime persone durante l’emergenza Covid-19: dai malati, al personale sanitario, ai familiari. Se, per fronteggiare l’emergenza, si fossero adottati preventivamente protocolli di prevenzione si sarebbe potuto evitare il disastro che è successo a Sassari, con gli ospedali che sono diventati focolai di contagio.
I sanitari, oltre a trovarsi a operare con Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) assolutamente inidonei e insufficienti, non hanno potuto esprimere la loro preoccupazione per l’incolumità propria e della comunità in quanto gli è stato impedito qualsiasi dissenso e comunicazione con la stampa.
Oltre alla carenza di DPI, ad oggi non sono stati ancora eseguiti i tamponi e i test sierologici a tutto il personale che presta la propria attività nelle diverse realtà del Servizio Sanitario Regionale.
E gli anziani? Le Case di Riposo e le RSA sono state lasciate da sole nella gestione della salute degli ospiti, persone ad altissimo rischio di contagio e decesso.
Mentre il sistema sanitario lesinava dispositivi di protezione al proprio personale, la giunta si dimostrava molto generosa con gli operatori privati, offrendo contratti molto vantaggiosi alle cliniche scelte per fronteggiare l’emergenza, andando a promuovere ben tre strutture private (il Mater Olbia, il Policlinico Sassarese, la Clinica Città di Quartu) a ospedali Covid-19. Cliniche inadeguate al compito assegnato, per le quali sono state accettate le tariffe imposte dal privato, senza alcuna valutazione, perché non c’era il tempo per l’istruttoria e alle quali è stato concesso un finanziamento “vuoto per pieno”, ovvero il pagamento dei posti letto a disposizione anche quando non utilizzati.
La Regione ha preferito spendere in strutture private – aziende legate al profitto sovvenzionate ampiamente con soldi sottratti alla sanità pubblica – piuttosto che potenziare le strutture pubbliche, le uniche idonee a gestire l’emergenza e l’urgenza per la specifica preparazione dei suoi operatori e per la dotazione di spazi e attrezzature dedicate alla rianimazione. Perché durante la crisi la sanità privata ha continuato a lavorare, mentre la sanità pubblica è stata bloccata? Il motivo lo conosciamo bene: la salute è considerata una merce e non un diritto. E ancora una volta, solo chi aveva disponibilità economica ha potuto continuare a fare prevenzione e curarsi.
Chi non si è ammalato di Covid-19 si è visto comunque negare visite e controlli ospedalieri legati ad altre malattie, anche ai fini della sola prevenzione, rischiando di andare incontro a gravi patologie che possono essere evitate con la giusta profilassi e di morire. Ad oggi, si stima che non siano state effettuate circa 1,2 milioni di visite specialistiche. Nonostante l’assessorato abbia annunciato la ripresa delle attività ambulatoriali, nella realtà i cittadini lamentano ritardi e la mancanza di risposte certe da parte degli addetti alle prenotazioni.
Sarà difficile, se non impossibile, far fronte all’arretrato se la Regione non investirà risorse nell’immediato per il potenziamento dei servizi sanitari, a partire dall’assunzione di personale.
Sono venuti a mancare i servizi essenziali. Il centro dialisi di Dorgali è ancora chiuso, costringendo i pazienti a recarsi in strutture lontane. Nell’Alta Marmilla i servizi sanitari sono sospesi da mesi. E situazioni similari si riscontrano in tante parti della Sardegna.

Tutto questo è inaccettabile. Il diritto alla salute è un diritto fondamentale dell’individuo e della collettività.

Vogliamo, perciò, il riavvio effettivo del servizio sanitario pubblico e migliorare la sanità nelle carceri.
Vogliamo che nella riorganizzazione del servizio sanitario sardo si smetta di foraggiare la sanità privata e si investa nella sanità pubblica.
Vogliamo la riapertura e l’ammodernamento strutturale, tecnologico e strumentale degli ospedali e degli ambulatori, l’assistenza e le cure devono essere garantite in ambienti idonei e a norma. E’ necessario ridare dignità ai pazienti oncologici, aprire un apposito Pronto Soccorso e delineare una rete territoriale per diagnosi e cure.
Vogliamo la riapertura dei centri di salute mentale che, ben prima della pandemia, sono stati chiusi a discapito dei cittadini, in nome di un presunto contenimento dei costi.
Vogliamo lo screening dei tamponi faringei e dei test sierologici per tutti gli operatori sanitari, per il personale esterno (addetti alle pulizie, vigilanza, fornitori, etc.), per i pazienti che devono fare terapie in day hospital, ricovero giornaliero e controlli ambulatoriali programmati o d’urgenza e per tutte le persone a rischio.
Vogliamo che tutti i cittadini affetti dalle diverse patologie (diabetologiche, cardiologiche, nefrologiche, ecc. ecc.) siano messi nelle condizioni di curarsi adeguatamente con servizi sanitari potenziati territorialmente e che, nel momento in cui le strutture pubbliche non sono in grado di prestare un servizio in tempo utile, la prestazione privata venga rimborsata dal servizio sanitario pubblico, come già succede in altre regioni.
Ben prima della crisi del Covid-19, la situazione negli ospedali e ambulatori della Sardegna era drammatica, con un carico di lavoro enorme sulle spalle del personale a causa di organici sottodimensionati e contratti capestro.
Vogliamo che gli operatori sanitari e assistenziali siano tutelati, che vengano adeguati i salari e le indennità, che venga assunto nuovo personale, che siano internalizzati i servizi dati in appalto e che tutti i lavoratori siano messi in condizione di operare al meglio per il benessere della comunità.
Vogliamo, infine, che l’assessore si assuma la responsabilità della gestione catastrofica dell’emergenza e si dimetta.
L’unica cosa che CI PUÒ STARE è una sanità pubblica che risponda ai bisogni di tutti.

Ci vediamo sabato 27 ore 10:00 sotto il Consiglio Regionale in via Roma 25 a Cagliari!
Saranno rispettate le distanze di sicurezza. Vi chiediamo di venire munit* di mascherina!

Potere al Popolo – Sardegna
Caminera Noa
Partito Rifondazione Comunista – Sardegna
USB Unione Sindacale di Base – Sardegna

Caminera Noa: Quest’anno salviamo la Sardegna!

Il Movimento popolare sardo Caminera Noa lancia una campagna per invitare chi non ha avuto ripercussioni economiche a causa della crisi a scegliere i viaggi in Sardegna, per scoprire luoghi poco battuti, strutture che non sfruttano il territorio e i lavoratori e le lavoratrici.

«In questi ultimi giorni abbiamo assistito a sempre maggiori discussioni sulle riaperture di porti e aeroporti, sulla crisi del turismo. Ci si divide tra “apriamo tutto a chiunque” e “chiudiamo tutto senza deroghe”.

La posizione della Giunta non l’abbiamo capita, visto che ha trattato e ritrattato un milione di volte.

La nostra è netta: se vogliamo far ripartire in sicurezza vita sociale ed economia dobbiamo chiedere con forza la chiusura delle regioni ancora ad alto contagio. 

Dal punto di vista economico il sistema turistico applicato in Sardegna ha dimostrato tutta la sua inefficacia soprattutto in questo periodo di crisi, ed è per colpa di un turismo totalmente stagionale e basato sullo sfruttamento dei territori e delle persone che ci troviamo davanti alla scelta: salute o lavoro?

Il problema è complesso ma noi vogliamo iniziare a cambiare subito le cose. Abbiamo una proposta concreta: quest’anno scegliamo di salvare la Sardegna! 

Questa crisi non è stata uguale per tutti; a fronte di chi ha perso il lavoro, non ha ricevuto la cassa integrazione, ha vissuto senza stipendio, ci sono state categorie di lavoratori che, invece, hanno continuato a percepire reddito regolarmente. 

Invitiamo chi non ha avuto ripercussioni economiche a causa della crisi a scegliere i viaggi in Sardegna, per scoprire luoghi poco battuti, strutture che non sfruttano il territorio e i lavoratori e le lavoratrici.

Noi lo faremo. Quest’anno resteremo in Sardegna anche se ci fosse la possibilità di andare fuori. Quest’anno sceglieremo di aiutare i commercianti, gli albergatori, i ristoratori, gli operatori del turismo e della cultura, di respirare e rispettare il nostro territorio. 

Quest’anno sceglieremo di conoscere la nostra terra, di prenderci cura delle nostre comunità, di spendere i nostri soldi a casa nostra.

Quest’anno scegliamo di salvare la Sardegna. Fatelo anche voi!»

Biddas – paesologie e comunità resistenti.

Di Luca Sedda.

Da tempo gli scienziati ci avevano avvertito che alcune caratteristiche di questo onnivoro sviluppo – la globalizzazione piuttostoche l’estrema concentrazione dell’umanità nei centri urbani – avrebbero favorito le pandemie, la devastazione della natura e altriprocessi pericolosi per lo stare al mondo.

Questi erano temi politici caldi anche nei primi anni 2000. C’era il Movimento dei Movimenti, c’erano i NoGlobal, c’erano iSocial Forum e risuonava uno slogan che oggi torna ad avere un senso gigantesco: Un Altro Mondo è Possibile. Uno slogan cheviene da lontano, un eterno ritorno dell’uguale.

Quell’umanità in fermento fu repressa, con violenza da un lato e meccanismi di condizionamento dall’altro. Così spararono sui manifestanti e immisero nel sistema una piazza virtuale facilmente controllabile. Il mondo si prese paura e ci si tuffò conentrambi i piedi. L’illusione di un allargamento delle liberta di espressione (a distanza di sicurezza dalle manganellate), della condivisione dei mezzi di comunicazione e dei contenuti non portò agli esiti sperati.

La rivoluzione rimase tecnologica e virtuale e sfociò, per essere caustici, in aperitivi in video chiamata in quarantena.

Nei primi 2000, dicevo, quei movimenti agitavano anche i paesi e a Gavoi si muoveva il Collettivu Barbagia Reverde che delriscatto delle piccole comunità rurali, della valorizzazione delle culture, della partecipazione dal basso alternativa alla mediazione dei partiti, della scelta politica e esistenziale comunitarista faceva la propria bandiera.

Bandiera che oggi, fra le innovazioni politiche di un ventennio, continua ad alzarsi attraverso il movimento Comunidade che, tra l’altro, amministra (assieme ai cittadini) dal 2015 il paese.

La cultura sarda-nuragica – ricordava Eliseo Spiga in un convegno gavoese – era profondamente anti- urbana. Noi sardi nonfondammo città (lo fecero poi i tanti colonizzatori sopraggiunti) ma una fitta rete di villaggi interconnessi che, beghe di campanileneutralizzabili a parte, sapevano muoversi all’unisono verso il mondo.

Oggi sentiamo tornare il vento dei paesi.

La problematicità dell’insediamento urbano, delle megalopoli, è esplosa nel modo peggiore.

La pandemia, la quarantena delle persone rinchiuse nei palazzi o impegnate in lunghe file mascherate fuori dai centri commerciali ci hanno mostrato scenari che dai paesi abbiamo visto sfumati (benché spaventosi) e ai quali abbiamo riflettuto,mentre andavamo a passo lento verso l’orto piuttosto che a badare a piccole fattorie familiari, a fare la spesa a sa butega o mentresfogliavamo un libro nel nostro cortile abadiande a Gennargentu. Un’altra quarantena, infatti, è possibile.

Anche i dati del contagio ci hanno voluto restituire, una volta tanto, un senso di maggiore sicurezza e salubrità.

“Il rapporto tra città e campagna: ecco qualcosa che la pandemia avrà il potere di mutare radicalmente”.

E rispetto alla politica questo rapporto tornerà ad essere di conflitto dialettico.

Sta a noi de sas biddas, al nostro esempio, evidenziare le contraddizioni della città come centro del potere, come centrodell’economia. Sta a noi favorirne la crisi per il bene stesso della città e dei paesi.

Da questo rapporto dialettico passa la lotta contro lo spopolamento.

Quanta consapevolezza ci restituirà, dunque, il vissuto, con i suoi effetti sociali ed economici, di questa pandemia? Cosa cidice dell’ortodossia liberista mondiale nel momento in cui il mondo liberista si aggrappa allo Stato per avere indennizzi esovvenzioni?

Intravvediamo uno spazio per un umanismo solidale ed egualitario e per un comunitarismo universalistico che dettino il ritmoal processo educativo della politica e che ci portino ad affrancarci dalla monocultura del profitto.

La pandemia potrebbe averci insegnato a diventare partecipanti migliori alla realtà.

Certo le prime immagini della riapertura, con i consumatori in fila per raggiungere un MacDonald’s, non fanno ben sperare. Madecondizionamento, decolonizzazione, emancipazione sono processi infiniti.

Sta a noi de sas biddas decidere di usufruire delle botteghe di vicinato, degli operatori economici dei paesi, favorendo il contattodiretto e personale, la vitalità, la restanza o la nuova cittadinanza in quei paesi stessi. Sta a noi favorire percorsi di disintossicazionedalla spersonalizzazione dei centri commerciali, non luoghi per eccellenza.

Quindi la costruzione ricominci dai pilastri. È necessario invertire la rotta di questo sviluppo che non è progresso umano: retrocedere rispetto alle megalopoli, al consumo del suolo, alla distruzione della biodiversità e della diversità culturale.

Serve immaginare un mondo nuovo. E non è vero che è tutto da costruire: una nuova forma di convivenza è già da tempoprogetto. Un progetto de sas biddas che spesso è stato sconfitto con la reazione muscolare dei partitocrati e dei poltronisti di città cheai paesi tagliano la rappresentanza.

Ma è un progetto che resiste e che (in Sardegna e in altri mondi) ha vulcani attivi nei piccoli comuni e in quelle amministrazioniaffrancate dalle segreterie partitiche, ma non dai valori profondi della politica.

La proposta avanzata da Anci Sardegna nel febbraio scorso “La primavera dei Paesi” Legge Quadro per il progresso, la tutela, lavalorizzazione dei paesi e delle comunità, delle aree interne e rurali. Azioni di salvaguardia del pastoralismo e del sistemaagropastorale della Sardegna, va a lavorare su questi pilastri. È un’ottima traccia su cui confrontarsi e, mentre affrontiamo lapandemia, acquista ancora maggior senso e urgenza di essere approfondita.

Quel progetto de sas biddas, quindi, non ha bisogno di archeologi, per essere riscoperto, ma di cittadini sardi attivi che riescanoad abbandonare la propria identità individuale per sposare identità collettive.

Quale strada intraprendere? Ributtarci nella mischia del lavoro (per chi ne ha ancora uno) e del consumismo, con la foga dell’astinenza, o fermarci e guardare verso nuove alternative reali?

Mentre i soloni dei convegni sullo spopolamento delle zone interne sono inesorabilmente residenti a Cagliari, a Sassari, a Milanoo in seconde-terze-quarte case marittime, noi eretici del comunitarismo un nuovo mondo lo stiamo costruendo, con scelteesistenziali e politiche, con il nostro essere, stare e resistere in Barbagia.

Il comunitarista nel suo luogo d’identità collettiva vive, acquista, fa associazionismo, incontra, fa politica, combatte, sorride… eviaggia oltre per tornare migliore.

Non si tratta di coltivare la retorica del sentimentalismo comunitario, né di un ritorno ad una inesistente età dell’oro, ma di scegliere,con la vita di paese, la pratica di un progetto di rinascita personale e sociale,

una rivoluzione permanente verso una comunità libera e aperta all’incontro con gli altri e alla costruzione di sempre più ampi spazi disolidarietà, di legami. Tutto questo è già nell’8 settembre ‘81 di Maria Lai.

Per tornare pratici, il lavoro agile di questi tempi, su traballu dae domo, dà una mano a molti a rivivere, rivedere e rivitalizzare ilpaese. Per le piccole comunità potrebbe essere una delle vie produttive, in risposta all’aggressione dello spopolamento.

Se riscatto deve essere per il mondo rurale, se progresso deve essere per queste comunità, deve nascere da una confederazionedei villaggi (che ha semi già ampiamente diffusi: le Unioni dei Comuni, i Gal, i consorzi, i distretti…). Una comunità di comunità,perché, per dirla con Roberta Leone: cos’altro è la comunità se non una con-divisione, tra diversi, in un medesimo progetto?

E allora potremmo addentrarci davvero, in piena sicurezza sanitaria, nell’alternativa-paese, per la vita, per il lavoro, per laproduzione compatibile con le realtà naturali e culturali e, perché no, anche per le vacanze. Perché anche un’altra vacanza èpossibile.

Le spanciate in mare sardo di Sala e conterranei dovrebbero aspettare. Anche il turismo inizialmentelo dovremo agire noi: un turismo di prossimità.

Albino Russo, capo Ufficio Studi di Coop immagina che “la paura del contagio e la stretta economica, che seguirà alCoronavirus, potrebbero portare i viaggiatori a prediligere luoghi poco frequentati, tranquillità e contatto con la natura. Potrebbeessere un toccasana economico per le aree rurali dimenticate dalla globalizzazione. Più soldi investiti in negozi alimentari eartigianato locale. E proprio in quei luoghi si cercherà di recuperare quella socialità perduta, con cene tra amici o piccoli ritrovi neibar di paese…”.

I nostri paesi sono e possono offrire tutto questo.

È una questione di consapevolezza alla quale dobbiamo restituire forma. Solo una profondaetica rivoluzionaria può portare a ri-forme (di senso).

Peru copione. Fai qualcosa per gli artisti sardi visto che sei in maggioranza!

Pubblichiamo volentieri la nota dell’editore Giovanni Fara, animatore del progetto Indilibri, tramite cui più di duecento artisti e operatori culturali sardi hanno firmato l’appello alle istituzioni sarde per salvare il mondo dell’arte, della cultura e dello spettacolo in Sardegna gravemente provato dalle politiche di contenimento.

di Giovanni Fara

È apparsa ieri sul quotidiano online “Sassari notizie” una dichiarazione del consigliere regionale Antonello Peru a favore del mondo dell’arte e dello spettacolo in Sardegna. Dichiarazione che in buona sostanza ricalca quanto contenuto nell’appello sottoscritto da un’ottantina di artisti e intellettuali sardi pubblicato il 15 maggio sulle pagine del sito IndieLibri, raccogliendo, a oggi, oltre 200 sottoscrizioni.

Nei giorni successivi il documento ha fatto il giro dei social ed è stato riportato su diverse testate online e non stupisce di come possa aver attirato l’attenzione del mondo della politica, sino a questo momento rimasta però in silenzio.

Che dai banchi della Regione qualcuno abbia letto e fatto proprie le preoccupazioni di un settore fortemente penalizzato dalle circostanze epidemiologiche e dalle decisioni politiche che ne hanno limitano l’attività, lo considero un fatto molto positivo. Ciò significa che l’apertura di una “vertenza per la cultura sarda” era un passo necessario, anche in considerazione che questa, già prima del covid-19 godeva di pochissimi diritti e tutele professionali.

Essendo Peru consigliere regionale dell’UDC, forza dell’attuale maggioranza di governo, ritengo che, oltre a rilasciare dichiarazioni ai giornali possa fare qualcosa di concreto. Favorire ad esempio l’apertura di un tavolo di confronto con tutte quelle realtà che lui stesso afferma esser state lasciate fuori da ogni assistenza e garanzia. Sarebbe da biasimare se alle dichiarazioni non seguissero i fatti e tutto si riducesse a una operazione di propaganda politica costruita sulle spalle di migliaia di lavoratori che restano esclusi dalle decisioni che contano. Mentre i grandi eventi sono infatti già stati tutelati “con i 7 milioni di euro grazie ai quali la Regione ha anticipato gli stanziamenti per quelli già programmati ma non realizzati” – come ricorda lo stesso Peru – nulla di concreto risulta esser stato messo in cantiere a salvaguardia del mondo della cultura indipendente.

Con il nostro appello abbiamo proposto alla Regione un “piano triennale per la cultura che abbatta ostacoli burocratici e detassi ogni genere di spettacolo e manifestazione artistica”, per dare ossigeno a chi, in questi mesi, si è vista ridotta o annullata la propria capacità di reddito. L’invito all’apertura di un tavolo di confronto è stato già inoltrato due volte all’indirizzo dell’Assessore Andrea Biancareddu. Vorrei ora scongiurare che questo cada nel vuoto o, peggio, che diventi oggetto di strumentalizzazione da parte chi i problemi dovrebbe risolverli.

Sala fra pregiudizi nordisti, incultura storica e colonialismo interno.

di Francesco Casula

Mi dicono che Sala sia un bravo sindaco e un buon amministratore. Può darsi. Anche se non dimentico che nella gestione di Expo era stato accusato di falso per la retrodatazione di due verbali, processato e condannato a 6 mesi di reclusione per un appalto (il pm aveva chiesto 13 mesi). Pena poi convertita in una multa da 45 mila euro.

Lasciamo perdere questo “dettaglio, in questa sede m’intessa altro: polemizzando con il Presidente della Sardegna Solinas a proposito della “Patente di immunità”, Sala ha dichiarato ”quando poi deciderò dove andare per un weekend o una vacanza me ne ricorderò”. Una minaccia esplicita. Una ripicca infantile.

Ma che cosa sottende Sala nel “boicottaggio” dell’Isola?

Sostanzialmente un pregiudizio nordista: che i milanesi e, il Nord in genere, “diano” alla Sardegna, che dunque dovrebbe essere riconoscente grata e “accogliente”.

Insomma il vecchio ciarpame inculturale, storico e politico nordista: sul Nord produttivo che sostiene e finanzia e “aiuta” il Sud improduttivo.

È esattamente il contrario.

Il Nord “ricco” (e sviluppato) lo è grazie al Sud: che storicamente ha spogliato delle sue risorse e ricchezze. Scorticandolo. E, dunque, sottosviluppandolo.

Con l’Unità d’Italia infatti la Sardegna (con l’intero Meridione) diventa ancor più una “colonia interna” dello Stato italiano: dopo essere stata fin dal 1720, repressa e sfruttata in modo brutale dal Piemonte e dai tiranni sabaudi.

La dialettica sviluppo-sottosviluppo si instaura dunque nell’ambito di uno spazio economico unitario dominato dalle leggi del capitale e dallo “scambio ineguale”. In base a tale meccanismo, il Nord vende prodotti ad alto valore aggiunto e compra (o semplicemente deruba) materie prime e/o semilavorati, a basso valore aggiunto. Arricchendosi. Di converso il Sud compra prodotti finiti ad alto valore aggiunto e vende materie prime o semilavorati, a basso valore aggiunto,impoverendosi.

È il meccanismo messo in rilievo segnatamente dagli studiosi terzomondisti come P. A. Baran e Gunter Frank che in una serie di studi sullo sviluppo del capitalismo, che tendono a porre in rilievo come la dialettica sviluppo-sottosviluppo non si instauri fra due realtà estranee o anche genericamente collegate, ma presuma uno spazio economico unitario in cui lo sviluppo è il rovescio del sottosviluppo che gli è funzionale: in altri termini lo sviluppo di una parte è tutto giocato sul sottosviluppo dell’altra e viceversa.

Così come sosterrà anche Samir Amin, che soprattutto in La teoria dello sganciamento-per uscire dal sistema mondiale,riprende alcune analisi delle opere precedenti sui problemi dello sviluppo/sottosviluppo, centro/periferia, scambio ineguale. Per Amin il sottosviluppo è l’inverso dello sviluppo: l’uno e l’altro costituiscono le due facce dell’espansione – per natura ineguale – del capitale che induce e produce benessere, ricchezza, potenza, privilegi in un polo, nel ”centro”, e degradazione, miseria e carestie croniche nell’altro polo, nella “periferia”.

Nel sistema capitalistico mondiale infatti i centri sviluppati (i Nord del Pianeta) e le periferie (i Sud) sottosviluppati sono inseparabili: non solo, gli uni sono funzionali agli altri. Ciò a significare che il sottosviluppo non è ritardo ma supersfruttamento. In questo modo Amin contesta la lettura della storia contemporanea vista come possibilità di sviluppo graduale del Sud verso i modelli del Nord, in cui l’accumulazione capitalistica finirà per recuperare il divario.

È questo il “colonialismo”. Fra l’altro denunciato da Antonio Gramsci fin dall’inizio del secolo scorso, quando il 16 Aprile 1919 in un articolo per l’edizione piemontese dell’Avanti avente per titolo I dolori della Sardegna., ricorderà quanto aveva affermato “nell’ultimo congresso sardo tenuto a Roma, un generale sardo: che cioè nel cinquantennio 1860-1910 lo Stato italiano, nel quale hanno sempre predominato la borghesia e la nobiltà piemontese, ha prelevato dai contadini e pastori sardi 500 milioni di lire che ha regalato alla classe dirigente non sarda. Perché – aggiungeva – è proibito ricordare, che nello Stato italiano, la Sardegna dei contadini e dei pastori e degli artigiani è trattata peggio della colonia eritrea in quanto lo stato <spende> per l’Eritrea, mentre sfrutta la Sardegna, prelevandovi un tributo imperiale”.

Mi si obietterà: il Nord esprime capacità imprenditoriali che ai sardi (e meridionali) mancano. Siamo certi che queste siano frutto di un qualche dna e non delle condizioni ambientali?

Ci siamo già dimenticati come nacque (e si sviluppò) l’industria del Nord, specie alla fine dell’Ottocento, con Crispi capo del Governo, dopo la rottura dei Trattati doganali con la Francia?

Nacque doppiamente assistita: con i soldi pubblici (per impiantare o implementare le imprese) e con le commesse garantite dallo Stato. Chi infatti acquistava le armi (dalla FIAT) o le navi da guerra (dagli armatori liguri e genovesi)? Lo stato italiano, per avviare il suo patetico e delirante imperialismo da “straccioni” nell’Africa orientale.

Caro Sala, da sarda che vive a Milano da 22 anni, ti scrivo…

Lettera aperta di Valeria Casula.

Sono sarda, vivo a Milano da 22 anni e non vado in Sardegna dall’inizio dell’anno. Ero solita tornare con una certa frequenza, sarei dovuta tornare l’ultimo week-end di febbraio, e nonostante potessi farlo ho preferito annullare la partenza perdendo anche i soldi del volo, perché ho ritenuto doveroso proteggere la mia isola dal pericolo di contagio, perché l’epidemia era già scoppiata qui in Lombardia ma non era possibile effettuare un tampone, neanche privatamente.

Dopo di allora sarei dovuta tornare a fine aprile, e non è stato possibile, poi in questi giorni e sino al 2 giugno, e ovviamente non è possibile, dovrei tornare a fine giugno e anche quel volo è appena stato annullato.

Anche quando sarà nuovamente possibile e anche qualora non fosse necessaria alcuna attestazione sanitaria, non vi tornerò sino a quando non avrò accertato la mia negatività al Covid-19.

E vede Sindaco caro, a me non solo mancano le acque cristalline della Sardegna a me mancano i miei genitori, i miei amici, la mia cara zia anziana e malata per la quale tornavo tanto frequentemente, insomma a me mancano la mia terra e il mio popolo.

Probabilmente non le rivelo una notizia se le dico che la Sardegna è una regione molto più povera della Lombardia, con un sistema sanitario fragile e inadeguato per i soli suoi abitanti (quindi figuriamoci in presenza di turisti), sicuramente impossibilitata in caso di epidemia a spostare malati in altre regioni o addirittura paesi (come ha fatto la Lombardia),

Caro Sindaco, se riesco io a comprendere le ragioni della rinuncia alle mie visite in Sardegna, le ragioni per cui la Sardegna, così come altre regioni, cerchi di trovare una modalità per mitigare il rischio di sbarco di persone positive, francamente mi risulta difficile comprendere come non ci arrivi chi ha come unico motivo di andare in Sardegna quello di farsi un bagno e prendere la tintarella di stagione.

Sindaco Sala, io sono distante anni luce da chi governa attualmente la Regione Sardegna, e se vuole possiamo fare anche a gara nel denunciarne gli errori, anche in relazione alla gestione di questa emergenza, sono ragionevolmente certa che sarei io a vincere la gara.

Ma questa sua uscita che suona proprio di minaccia, davanti ad una preoccupazione legittima la trovo davvero infelice.

Lei forse di questo periodo si ricorderà, come ha detto, del fatto che non è potuto andare a godersi il mare di Sardegna, sicuramente io ricorderò altro, tanto altro.

Ricorderò di come questa emergenza è stata gestita in Lombardia e di come viene ancora gestita, ricorderò il collega che non c’è più e l’altro, molto più giovane di me, ancora intubato dopo diverse settimane che non so quando e in quali condizioni di salute rivedrò.

Mi ricorderò dei forni crematoi dei cimiteri che non riuscivano a smaltire i cadaveri pur marciando giorno e notte, 7 giorni su 7, dei medici e degli infermieri stremati che dormivano qualche ora in ospedale su una sedia, in terra o su una poltrona per poi riprendere a lavorare, degli anziani morti soli ai cui parenti non è stata neanche data la possibilità di un ultimo saluto né in vita, né in morte, delle persone che dormivano per strada che potevano fare affidamento unicamente nelle mani tese di qualche volontario…

Spero che la stessa determinazione, o meglio arroganza, mostrata in questo video la adotti anche nel denunciare che se la Lombardia non è in grado in questa fase non più emergenziale di fare ciò che avrebbe dovuto fare da subito, vale a dire identificare tutti i positivi, tracciare i contatti e testare anche questi, è essa stessa che sta privando i cittadini lombardi (fra cui la sottoscritta) della possibilità di spostarsi in altre Regioni e non sono certo le Regioni a contagio zero che, seppur povere, sono disposte a sacrificare una fettina di PIL legato al turismo per non mettere a rischio la salute pubblica.

Chiedo a lei: ma a parti invertite lei farebbe entrare chiunque senza alcuno scrupolo?

Beh, in fondo la risposta è in quel “Milano non si ferma”, l’economia prima di tutto, o mi sbaglio?

Filosofia de Logu per decolonizzare il pensiero

Decolonizzare il pensiero e la ricerca in Sardegna

S’Ulisse de sa Sarda Liberatzione

È sorto un gruppo di lavoro e di ricerca multidisciplinare che ha preso il nome di Filosofia de logu. Ne fanno parte studiosi e attivisti, dentro e fuori dall’accademia, provenienti dall’ambito delle scienze umane, sociali e filosofiche. Il nostro intento è quello di sviluppare un approccio di ricerca non subalterno e forme di concettualizzazione libere dallo sguardo coloniale e auto-colonizzato sulla Sardegna.

Filosofia de logu dispone già di un suo sito (filosofiadelogu.eu) e nella giornata di oggi procederà alla diffusione della sua Dichiarazione di intenti. In questo momento stiamo lavorando alla pubblicazione di una raccolta collettiva di saggi, a un evento pubblico in rete, e a una serie di incontri sul territorio. 

Il gruppo è aperto a ogni collaborazione fattiva e basata sulla condivisione dei principi enunciati nei suoi documenti fondativi. 

In allegato a questo Comunicato, troverete un press-kit con qualche materiale utile per la pubblicazione, come le fotografie fornite per il progetto da Rossella Fadda, le grafiche e i loghi del progetto.

Gruppo di Ricerca “Filosofia de Logu” – cuntatos@filosofiadelogu.eu

Dibattito: Liberazione di genere e autodeterminazione nazionale.

Caminera Noa in collaborazione con Il Manifesto Sardo, invita al Dibattito “Liberazione di genere e autodeterminazione nazionale” che sabato 23 maggio alle ore 17.30 andrà in diretta streaming su:

• Pagina Facebook Caminera Noa 

• Canale YouTube Caminera Noa  • Sito web camineranoa.org

• Blog Pesa Sardigna

• Sito web manifestosardo.org

“Questo cerchio è aperto e mai spezzato. In pace ci siamo incontrati e in pace ci salutiamo, felici perché presto ci vedremo ancora”

Immaginate un “non luogo” (in tempi di Covid non è poi così difficile), un cerchio, dove nessuno è ospitante, né ospitato, in cui cinque persone, non a caso usiamo questa parola, provenienti da esperienze e luoghi “altri”, anche in questo caso la parola non è scelta a caso, si incontrano e parlano tra loro, ma anche con “altr*” che vorranno intervenire durante la diretta, di due temi: “Femminismo e Autodeterminazione”, che in realtà, come scatole cinesi, ne contengono  tantissimi altri,

Tiziana Albanese: Palermo, studentessa universitaria, militante di Antudo: “Rete dei comitati territoriali per l’indipendenza della Sicilia”

Giovanna Casagrande: Nuoro, attivista femminista, indipendentista di Sardegna Possibile

Luana Farina Martinelli: Ozieri/Sassari, portavoce di Caminera Noa, attivista indipendentista, femminista e poeta

Marta Onnis: Cagliari, psicologa, attivista politica femminista e indipendentista, impegnata sui temi dell’autodeterminazione e empowerment di individui, gruppi, comunità

Benedetta Pintus: Cagliari, giornalista e attivista femminista, formatrice sul contrasto alla violenza e alle discriminazioni

Rifletteranno e si interrogheranno, partendo ognuna dalla propria esperienza di militanza, su argomenti di grande interesse ed attualità: 

– Rapporto tra autodeterminazione di genere e autodeterminazione di un popolo; 

– Diritti di genere e analisi della realtà socio-economica-culturale in cui sono rivendicati;

– Quote-rosa e neo femminismi; 

– Uomini femministi e donne maschiliste; 

– Diversità e normalità: uso e abuso dei due termini/concetti;

– Il razzismo, il sessismo, l’abilismo, l’omofobia, la transfobia, la xenofobia  e ruolo dei media,

e altro ancora.

L’incontro nasce dalla necessità, divenuta impellente, di avviare un confronto dialettico tra militanti, che evidenzi le forti contraddizioni esistenti anche all’interno dei partiti e/o movimenti di appartenenza, riguardo il dichiararsi per l’autodeterminazione del proprio popolo ed invece usare nella pratica politica, e non solo, azioni, atteggiamenti e linguaggi  discriminatori, propri di chi invece nega il valore e il diritto all’autodecisione, sia della singola persona, sia di un popolo.

È necessario quindi interrogarsi, confrontarsi, tutte e tutti, su come l’autodeterminazione non sia mera liberazione individuale e rivendicazione di un diritto della persona, ma debba essere soprattutto azione politica comune e collettiva, che deve necessariamente orientarsi a “destrutturare un vecchio pensiero” per costruirne uno nuovo, non solo nelle parole.