Con e per i precari della scuola. La prima uscita della nuova piattaforma politica sarda

 

La locandina della nuova piattaforma politica delle forze anticapitaliste e per l’autodeterminazione. Quella in difesa della scuola sarda e della mobilitazione dei precari è la prima uscita pubblica della piattaforma.

Si erano riuniti lo scorso 18 gennaio a Pirri, nella sede di Potere al Popolo con una domanda “S’ite fàghere“. Si proponevano di lavorare insieme per dare forma ad una piattaforma in cui lavorare su temi condivisi, in una cornice di riferimento politica che comprendeva forze della sinistra anticapitalista, ambientaliste e forze che si battono per una reale e compiuta autodeterminazione del Popolo Sardo

La novità è che non ci sono elezioni in vista e non ci sono figure dominanti (e comprimenti) a smazzare le carte.

La prima occasione di uscita di una piattaforma che ancora non ha un nome e che non si è presentata alla stampa né al vasto mondo dell’attivismo di sinistra e indipendentista, è la mobilitazione dei precari della scuola che in Sardegna rischiano doppiamente di essere espulsi dal mondo della scuola dopo averla sostenuta per circa un decennio. 

Riceviamo e pubblichiamo volentieri il documento che chiama alla mobilitazione. I soggetti firmatari sono Caminera Noa, Potere al Popolo, Rifondazione Comunista, Sardegna Possibile, Cobas Sardegna, in collaborazione con il Coordinamento Precari Autoconvocati della scuola.

Per ora si prevede una mobilitazione a Sassari, ma non è escluso che nei prossimi giorni venga lanciata almeno anche a Cagliari

 

Mobilitiamoci con e per i Precari della scuola

Il Decreto Scuola 2019 (DL 29 Ottobre 2019 n. 126) viene chiamato “salva precari” ma in realtà avrà conseguenze drammatiche proprio sulla vita di migliaia di precari della scuola. Infatti le norme da esso previste rischiano di cancellare tanti anni di servizio prestati nella scuola pubblica da parte di chi, nei fatti, ha sostenuto la scuola pubblica. La prova selettiva del concorso straordinario consisterà in un test nozionistico con quesiti a risposta multipla (senza per altro avere a disposizione la griglia base delle domande) attraverso il quale si presume di poter valutare docenti che hanno anche quindici anni di insegnamento alle spalle. E sarà – drammaticamente – per molti una prova da “dentro o fuori”. Chi non risulterà vincitore o idoneo (la prova si supera con i 7/10 delle risposte esatte) non potrà neanche abilitarsi, come invece sarebbe dovuto accadere in base ai percorsi abilitanti speciali (PAS) inizialmente previsti dall’intesa con il primo governo Conte, ma successivamente cancellati dal Decreto Scuola appena approvato.

⚠️Per gli insegnanti precari della Sardegna gli effetti del nuovo provvedimento saranno anche peggiori. Attualmente nell’isola i posti cattedra vacanti sono circa 5000, di cui 3000 su sostegno. Oggi queste cattedre vengono ricoperte con incarichi annuali affidati ai docenti precari iscritti nelle graduatorie di terza fascia. Tuttavia la maggior parte di questi posti non rientrano nel c.d. “organico di diritto” e pertanto non saranno disponibili per essere messi al bando nel prossimo concorso straordinario. Infatti il MIUR ha già reso noto che i concorsi non saranno banditi per tutte le Classi di Concorso (discipline) e per tutte le regioni. La volontà del Ministero è evidentemente quella di assegnare il maggior numero di bandi alle regioni più popolose e con un maggior numero di cattedre vacanti. ‼️La Sardegna, come già accadde nel concorso 2016, si troverà ancora una volta penalizzata e si avrà pertanto un concorso su base regionale con pochi posti a disposizione rispetto ad una esigenza molto più grande di ruoli da ricoprire. I docenti precari saranno ancora una volta penalizzati e non verrà riconosciuto loro il prezioso lavoro che ha di fatto tenuto in piedi la scuola pubblica in questi anni
La beffa per la scuola sarda è che oggi dovremmo parlare di nuove assunzioni e non di rischiare di perdere fino a 5000 posti che ogni anno assicurano uno stipendio ad altrettanti lavoratori e alla scuola sarda un rapporto lavorativo e professionale fra chi ha un progetto di vita nell’isola e il mondo della scuola.

Infatti la Regione Autonoma della Sardegna (Soru-Cappellacci-Pigliaru) negli ultimi 15 anni ha tagliato le autonomie scolastiche da 412 a 276, tagliando tutte quelle al di sotto dei 600 alunni (con la sola eccezione dei Comuni montani e delle piccole Isole dove il numero di alunni per mantenere l’autonomia è di 400).
⚖️La giusta richiesta dei Cobas riguarda questo aspetto: non è possibile applicare pedissequamente le leggi statale in un contesto come la Sardegna con la più alta dispersione scolastica dello stato. La Sardegna è un’isola mal collegata, presenta la più bassa densità abitativa d’Europa e la popolazione si concentra soprattutto in alcuni centri, come Cagliari. Tutto questo non sembra interessare né il MIUR, né la Regione “Autonoma”, né l’Ufficio scolastico Regionale che applicano in maniera ragioneristica le “direttive” e chiudono anche scuole che non arrivano a 600 alunni per una manciata di unità.

Inoltre la Sardegna è anche minoranza linguistica e la normativa prevede che per le minoranze linguistiche il numero degli studenti per conservare una autonomia scolastica non è di 600, bensì è di 400. Ciò avviene per esempio in Val D’Aosta, in Sud Tirol ecc… Se venisse rispettata la normativa avremo più autonomi scolastiche, più dirigenti, più personale ATA, più personale amministrativo e soprattutto 6000 cattedre in più (fonte CGIL Sardegna).

QUINDI IN BALLO CI SONO IN TOTALE FINO A 11MILA POSTI DI LAVORO, 5000 DA DIFENDERE CON LA LOTTA CONTRO QUESTO DECRETO E 6000 DA CONQUISTARE FACENDO RISPETTARE I DIRITTI POLITICI E LINGUISTICI DEI SARDI E DELLA LORO SCUOLA

Chiediamo pertanto che vengano istituiti subito percorsi di abilitazione riservati ai precari della scuola in Sardegna (PAS) riservati a chi ha prestato servizio nelle scuole della Sardegna per almeno 36 mesi.
In occasione dello sciopero di tutto il personale docente e a tempo indeterminato, determinato, ATA, atipico e precari della Scuola per l’intera giornata di venerdì 14 febbraio 2020 la piattaforma politica composta da Sardegna Possibile, Potere al Popolo, Caminera Noa, Rifondazione Comunista, Cobas Sardegna e diverse altre realtà associative, culturali e comitati territoriali della Sardegna, organizzerà, in collaborazione al Coordinamento dei Precari Autoconvocati della scuola due manifestazione a Sassari e a Cagliari.

Lo sgombero é violenza di Stato: lunedì il processo contro Furia Rossa

Lo sgombero é violenza di Stato: lunedì il processo contro Furia Rossa

Sono trascorsi cinque anni dall’imponente mobilitazione che portò allo sfratto della famiglia Spanu dalla loro casa e azienda agricola ad Arborea. Un centinaio i membri delle forze dell’ordine impiegati nell’operazione, tra poliziotti, carabinieri e agenti della forestale che presidiavano le campagne intorno, con tanto di elicottero e abbondanti dispositivi antisommossa.

Oggi quell’azienda, comprata all’asta fallimentare da un privato, è ancora vuota e desolata, ma gli strascichi della vicenda non si sono interrotti. Lunedì prossimo si terrà presso il Tribunale di Oristano l’udienza più importante contro tre attivisti del Collettivo Furia Rossa, querelati dall’allora Questore di Oristano Francesco Di Ruberto, dal capo della Digos Vincenzo Valerioti e dal poliziotto Andrea Brigo.

La vicenda: Dopo lo sfratto della famiglia Spanu avvenuto il 22 Gennaio 2015, appariva sul blog lafuriarossa.noblogs.org un articolo in cui, facendo la cronaca dello sgombero, si definiva “violenza di stato” quella condotta da chi durante quella giornata ha guidato le operazioni di polizia. Questo è bastato a far partire una querela e poi aprire un fascicolo contro ignoti che ha portato il Pubblico Ministero a chiedere per ben due volte l’archiviazione non trovando alcuna ipotesi di reato da formulare. Non potendo effettuare la terza archiviazione la GIP ha imposto alla Procura di formulare una imputazione facendo proprio il teorema accusatorio dei querelanti, secondo cui se chi ha scritto l’articolo non si trova, responsabili devono essere tutti, infatti “il collettivo, in ragione della sua ideologia politica, prende deliberatamente le sue decisioni collegialmente all’interno dell’intero gruppo, il quale è sempre molto coeso; quindi tutti i suoi componenti ne sono responsabili”. Così i tre attivisti della Furia Rossa si ritrovano accusati di concorso morale e materiale in diffamazione cui si aggiungono alcune aggravanti previste dal Codice Penale, con una pena che può andare dai 6 mesi ai 3 anni di reclusione o una multa che parte dai 500€, a loro volta triplicabili a causa delle aggravanti.

Alla richiesta di condanna penale hanno aggiunto anche la richiesta di risarcimento: l’ex questore Franceso Di Ruberto, il capo della digos Vincenzo Valerioti e il poliziotto Andrea Brigo hanno confermato la loro costituzione in parte civile chiedendo per i tre, lavoratori precari e studenti, una condanna al pagamento di 220.000€ per “ingente danno morale” e per “ingente danno esistenziale e di immagine”.

Il Collettivo ha invitato tutti coloro che vorranno manifestare solidarietà a manifestare davanti all’ingresso principale del Tribunale, in piazza Aldo Moro. L’udienza è fissata per le 12:30 di lunedì 27 gennaio.

La Sardegna si mobilita contro la guerra

La locandina dell’assemblea sassarese contro la guerra e contro l’occupazione militare della Sardegna
di Daniela Piras

Proposte concrete per organizzare delle mobilitazioni contro la guerra nella città di Sassari. Questo lo scopo dell’assemblea convocata ieri al circolo C.C.S. Borderline di via Rockfeller, alla quale ha partecipato qualche decina di cittadini e alcuni rappresentanti della confederazione universitaria UDU, esponenti del movimento ambientalista Fridays for Future (FfF)Caminera Noa, Liberu, Emergency, Comitato contro RWM, Rifondazione comunista, Mama Terra, A Foras e ResPublica. L’appuntamento dello scorso 20 gennaio era il secondo realizzato in pochi giorni a Sassari. Il 12 gennaio, infatti, a Sa Domo de Totus – la casa del popolo e della cultura, in via Cetti, il collettivo A Foras Nord Sardegna aveva convocato un incontro allo scopo di discutere sulle mobilitazioni di opposizione ai venti di guerra in Medio Oriente e  all’utilizzo della Sardegna come base di guerra.

Le idee riguardanti la manifestazione, prevista approssimativamente per la metà del mese prossimo, hanno fatto leva sull’importanza del coinvolgimento di più giovani possibili e sulla possibilità di abbinare ad un sit-in o corteo delle performance artistiche in grado di catalizzare l’attenzione anche dei passanti più disinteressati.

In vista di una successiva assemblea più propriamente organizzativa, e necessaria per stabilire orario e luogo esatto, l’assemblea di ieri è stata una importante occasione di confronto tra interessati di varie età e formazione.

Nel frattempo ricordiamo l’appuntamento fissato per sabato 25 gennaio a Cagliari, dove si terrà la manifestazione promossa da diverse organizzazioni: A Foras – Contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna, Associazione Antonio Gramsci – Cagliari, Potere al Popolo -Sardegna, Sa Domu – Feminismu, Sotzialismu, Indipendentzia, Su Tzirculu – Cagliari, Rete Kurdistan Sardegna, ResPublica. Il concentramento è fissato alle ore 15:30 in Piazza Trento. Il corteo, dall’emblematico slogan “Togliamo le basi alla guerra” chiederà lo stop immediato delle operazioni militari dei membri Nato  e il ritiro delle truppe dagli scenari di guerra.

Sia la manifestazione di sabato a Cagliari che quella in via di organizzazione a Sassari sono improntate sul ruolo chiave ricoperto dalla nostra isola nel contesto internazionale. La presenza di un elevato numero di basi, aeroporti e poligoni la rendono infatti un potenziale bersaglio. “Ci troviamo su una piattaforma militare al centro del Mediterraneo”, frase che è stata detta ieri al Borderline e che non ha potuto non mettere tutti d’accordo sull’importanza di acquisire consapevolezza e informazione sulla situazione internazionale e sugli equilibri che ci vedono attori, nostro malgrado.

Ecco il link dell’evento del corteo di Cagliari!

Uniamoci per difendere i diritti dei precari della scuola sarda

Intervista ad Andrea Faedda, architetto e precario della scuola ed esponente del Coordinamento Precari Autoconvocati Sassari

  • Perché i docenti precari sardi della scuola sono in agitazione?

Intanto noi vogliamo che venga riconosciuto il valore del servizio che abbiamo prestato. Oggi, al contrario, ci sentiamo solo usati e senza il nostro lavoro tutta la didattica si fermerebbe. Invece questo imminente concorso straordinario è studiato con il preciso obiettivo di cancellarci dalla scuola, poiché verremmo valutati con un test strettamente nozionistico (e chi insegna sa bene che il valore di un docente va osservato su ben altri aspetti) con i 7/10 delle risposte valide. Una prova da “dentro o fuori”, in barba agli anni di servizio prestati e a tanta esperienza e capacità non valutabile con un mero test a crocette.

Inoltre per noi sardi la situazione è perfino peggiore poiché la volontà del Ministero è quella di assegnare il maggior numero di bandi alle regioni più popolose e con un maggior numero di cattedre vacanti. La Sardegna, come già accadde nel concorso 2016, si troverà ancora una volta penalizzata e si avrà pertanto un concorso su base regionale con pochi posti a disposizione rispetto ad una esigenza molto più grande di ruoli da ricoprire.

A chi verranno assegnate queste cattedre vacanti della Sardegna? Quasi certamente non a docenti sardi.

Infatti per via di alcune norme contenute nel decreto, le graduatorie dei precedenti concorsi del 2016 e del 2018 vengono estese a tutte le regioni d’Italia e con la nuova norma detta “Call Veloce” chiunque si trovi in una graduatoria di una qualsiasi regione potrà venire ad assumere un ruolo o anche una supplenza annuale in Sardegna, erodendo di fatto i posti attualmente occupati dai docenti precari sardi.

  • Quando si è discusso di “regionalizzazione” della scuola c’è stata una levata di scudi di partiti e sindacati. Ora?

Tutte le sigle sindacali, ad eccezione di COBAS, CUB e USI,  non hanno voluto mai ascoltare le richieste del precariato rispetto ai pericoli di questo Decreto Scuola varato dal governo PD-M5S. Per questo motivo stanno nascendo i Coordinamenti dei Precari Autoconvocati, una nuova forma di organizzazione dal basso. In Sardegna, da questo punto di vista, siamo molto attivi e abbiamo avviato già un’interlocuzione con la classe politica regionale. Se poi i sindacati volessero degnarsi di ascoltarci siamo comunque disponibili a collaborare, le porte restano aperte a tutti.

  • Cosa proponete?

Il Coordinamento dei Precari della Scuola Autoconvocati  propone una via d’uscita da questa situazione drammatica attraverso percorsi di abilitazione riservati ai precari della scuola in Sardegna sulla base delle leggi regionali che permettano di utilizzare come criterio per l’accesso ai concorsi nella Pubblica Amministrazione la residenza nell’isola per un determinato periodo di tempo prima del concorso, o l’avere conseguito un titolo di studio in Sardegna, e soprattutto di aver prestato servizio nelle scuole della Sardegna per almeno 36 mesi.

Un altro criterio da utilizzare potrebbe essere quello di conseguire una certificazione della lingua sarda. La Legge Regionale 22/2018 lo prevede già come requisito di accesso per i concorsi nelle amministrazioni della R.A.S.

Chiuso lo SPRAR di Sassari. Il vero progetto è la guerra tra poveri

 

Immagine tratta da SassariOggi.it
di Ninni Tedesco

E’ stata un’intuizione corretta quando, lo scorso 2 dicembre alla Domo de Totus di Sassari, abbiamo organizzato il convegno “Migranti e territorio:facciamo il punto”. Troppo silenzio e da troppo tempo su questo tema, e sentivamo la necessità di parlarne con gli operatori del settore e i diretti interessati in un luogo simbolo della loro presenza, il centro storico di Sassari. A poco più di un mese esplode la bomba SPRAR, La Nuova Sardegna informa a grandi titoli sul caso, i social e l’opposizione si svegliano indignati. DOPO. Dopo la scadenza dei termini per cui, dal 13 gennaio, il Comune di Sassari NON ha manifestato interesse, perdendo dunque il diritto di accesso, ai finanziamento del Ministero dell’Interno per contributi al “Progetto di accoglienza integrato per richiedenti asilo e profughi o minori non accompagnati” di durata triennale, finanziato appunto per il triennio 2017-2020.

I risultati positivi di tale progetto sono stati correttamente riportati dagli organi di stampa: oltre 450.000 euro annui entrati nelle casse del Comune per sostenere percorsi di inclusione sociale rivolti a circa 75 persone, interessando 7 appartamenti e famiglie sassaresi, organizzando tirocini e corsi di formazione, dando lavoro a 5 dipendenti e soprattutto consentendo alla maggior parte dei migranti di ricostruirsi una vita, di curare le profonde ferite dei drammi vissuti, di potersi sentire ancora quasi “a casa”.

Ho avuto il privilegio di avere come studente di lingua italiana Madi, giovane uomo Maliano sopravissuto all’inferno e oggi iscritto all’Università in Urbanistica, ospite dello SPRAR, che ha partecipato al convegno del Sa Domo raccontando la sua visione del mondo: “ Tanti sono ancora colonizzati nella mentalità e mettono le leggi davanti alle persone, perciò dobbiamo promuovere incontri e momenti di socialità”.

Invece, diceva Mahamoud Idrissa, mediatore culturale e profondo conoscitore della realtà del nostro territorio, “queste leggi folli aumentano la presenza di irregolari e creano fratture fra gli stessi migranti”.

E’ il principio del creare divisioni, che chi governa e amministra conosce bene. Ma c’è anche la strategia del silenzio per poi attaccare, nota invece all’opposizione.  Se si entra sul sito dello SPRAR infatti si legge testualmente:   “18.12.2019 – Per evitare interruzioni nei servizi di accoglienza, è stato adottato dalla ministra dell’Interno il decreto di finanziamento dei progetti del Sistema di protezione per i titolari di protezione internazionale e per i minori stranieri non accompagnati (Siproimi) con triennio in scadenza al 31 dicembre prossimo.Il finanziamento consentirà agli enti locali che hanno manifestato l’intenzione di proseguire le attività progettuali di continuare a operare, nelle more della valutazione e approvazione delle domande di prosecuzione dei progetti per il triennio 2020-2022.”

Documento pubblico che tutti potevano leggere per cui penso che sarebbe stato doveroso informarsi, fare tutto quello che era possibile fare, anche mediaticamente e coinvolgendo tutti i soggetti interessati, per evitare la vergogna che ora tocca subire, magari facendo anche gli indignati!

Sassari sta diventando una città povera, e dove c’è miseria cresce il seme dell’intolleranza.

Chiudere  8 CAS (centri di accoglienza) e lo SPRAR senza realizzare un progetto di inclusione alternativo, senza creare posti di lavoro alternativi, significa voler alimentare un disagio sociale e un malessere in cui “pescare” disvalori e malumori, ovvero sempre più guerre tra poveri. Scivolando verso l’autoritarismo.

Questo è il vero progetto, e non ha alcuna opposizione.

Una piattaforma sarda per rovesciare il tavolo

Nasce una nuova piattaforma politica che raccoglie le forze «della sinistra anticapitalista, ambientaliste e quelle che si battono per una compiuta autodeterminazione del Popolo Sardo».

I lavori saranno subito operativi e riguarderanno tre temi cruciali: ambiente, scuola e repressione (quest’ultimo tema caldissimo, visti anche i mille indagati tra i pastori a causa dei decreti sicurezza voluti dal governo Lega-5Stelle e mai abrogati dal governo PD-5Stelle).

In un periodo storico in cui la classe politica sarda parla di inserire nella Costituzione italiana la dichiarazione che la Sardegna è un’isola e propone di premiare gli allevatori che rinunciano a produrre latte, è necessario ribaltare l’agenda della discussione politica tornando a discutere di questioni serie quali il gravissimo e diffuso inquinamento diffuso in moltissime aree dell’isola, la disperata condizione della scuola sarda fatta a pezzi dalle riforme, dalla mancanza di risorse e dai dimensionamenti dissennati e la criminalizzazione dei movimenti di lotta e di protesta (non solo i pastori, visto che anche il movimento contro l’occupazione militare ha subito pesanti stangate repressive).

Al progetto aderiscono per ora Caminera Noa, Potere al Popolo, Sardegna Possibile, vari comitati di difesa e tutela dell’ambiente e della sanità pubblica e singoli militanti o sezioni dei partiti comunisti.

La riunione si svolgerà il prossimo 18 gennaio presso la sede di Potere al Popolo Cagliari e verrà condotta con metodo partecipativo e democratico.

Di seguito i dettagli dell’evento:

 

Scaletta giornata di lavoro di sabato 18 gennaio 2020

Luogo: sede di Potere al Popolo, Pirri, via Limbara 27 (CA)
Durata pomeriggio di lavoro 15.00 → 20.00

‍♂️‍♀️15.00 Registrazione partecipanti
16.00 Saluti e presentazione del progetto che si vuole portare avanti. Prenderanno la parola i soggetti che stanno lavorando insieme per dare forma a una piattaforma in cui si lavora su temi condivisi, in una cornice di riferimento politica che comprende forze della sinistra anticapitalista, ambientalista e forze che si battono per una reale e compiuta autodeterminazione del Popolo Sardo (20 minuti circa)

▶️Presentazione/spiegazione del metodo di lavoro

1️⃣2️⃣3️⃣Presentazione dei 3 temi sui quali si lavorerà in gruppo. Bisognerà individuare uno o due referenti per ogni tema, e un* facilitator* per ogni gruppo.
1️⃣ Scuola
2️⃣ Repressione e Decreti Sicurezza
3️⃣ Ambiente
(basteranno 5-7 minuti per tema)

I partecipanti scelgono il gruppo nel quale vogliono dare il proprio contributo

16.45 – 1 sessione di lavoro (60 minuti circa)
analisi dei dati, stato delle cose, messa a fuoco di bisogni, problemi.

‍♂️pausa di 15 minuti

I partecipanti possono anche cambiare il gruppo di lavoro

18.00 – 2 sessione di lavoro (60 minuti circa)
messa a fuoco di possibili soluzioni e proposte. Se possibile idee per proseguire il lavoro iniziato.

‍⚕️‍♂️19.00 – Plenaria conclusiva (7-8 minuti per gruppo)
I 3 gruppi espongono in sintesi il lavoro fatto e le possibili attività programmate o da sviluppare.

Saluti finali e nuovo appuntamento nel capo di sopra.

10 anni fa: la Belle epoque dell’indipendentismo

di Marco Lepori

10 anni fa eravamo tutti più giovani e belli, non sentivamo il fiatone nel fare le scale di casa e non morivamo di sonno alle undici meno un quarto come succede oggi. E la barba lunga non ci faceva somigliare a dei clochard disperati, anzi ci dava maturità, e sbarbarci la mattina non ci donava una faccia da cadavere dell’obitorio, anzi ci toglieva qualche anno, seppure di toglierci qualche anno non ne avevamo bisogno, perché eravamo tutti più giovani e belli (ma questo può anche darsi che l’abbia già scritto, ché con l’età che avanza anche la memoria va a farsi friggere…).

Erano gli sfavillanti e scintillanti anni ‘10, in cui tutto poteva acadere, in cui tutto sembrava stesse per esplodere, la Belle Epoque dell’indipendentismo sardo: l’anno in cui toccammo il cielo con un dito!

10 anni fa, o giù di lì (non stiamo a contarci i brufoli sulle chiappe che non serve a nulla…), ci ritrovavamo a vendere le bombole di gas in una piazza di Sassari (non ricordo il nome, ma tanto se un giorno dovessimo farcela per davvero, a quella piazza il nome lo dovremmo cambiare, e cambieremo pure la statua che ha in mezzo visto che ci siamo, per cui tanto vale non sforzare troppo la memoria…) a metà prezzo; a bloccare le pale eoliche in campagna; ad occupare la sede di Equitalia etc. etc. E il motivo per cui facevamo queste cose, non c’è bisogno che ve lo spieghi io, che tanto lo conoscete già. E la notte poi, si usciva a fare attacchinaggio, con la colla fatta in mille modi diversi, che però non funzionava mai sul cemento ma solo sui manifesti degli altri; a piantare di nascosto arbureddi di compensato nelle aiuole del paese; a cercare di proiettare il simbolo nostro sulle mura del castello, a tipo Batman che si staglia nel cielo; a preparare bandieroni da srotolare a sorpresa in piazza, come la volta del comizio di Beppe Pisanu!

10 anni fa, avevamo fatto tutto questo casino per arrivare al 4%, in delle elezioni, quelle provinciali che noi chiamavamo regionali, che adesso manco esistono più! E non sto qua a specificare a quale movimento appartenevo all’epoca, tanto anche questo dovreste averlo già capito da soli (e se proprio non ci arrivate, VI DIKO TUTT IN PRV). Una percentuale che era bassissima ma che a noi sembrava altissima, talmente alta che subito dopo le piccole ali di cera si sciolsero e finimmo a faccia in terra a baciare l’asfalto ruvido. “Parlateci di Tramatza!” Ogni volta che scendo a Cagliari, faccio di tutto per non dovermi fermare all’autogrill di Tramatza, piuttosto la faccio dietro un guardrail, muoio di fame o di sete, raschio il fondo del serbatoio della benzina. Ogni volta che scendo a Cagliari, contro ogni mia volontà, capita che mi fermo all’autogrill di Tramatza e c’ho l’effetto “Cura Ludovico”. Guardo dall’altra parte della carreggiata, indico col dito il grande albergo (suppongo che sia un albergo…) sopra la stazione di servizio, o meglio ancora la sala convegni con terrazza panoramica e dico “Lì è dove è morta IRS!” (si è vero, avevo appena scritto che non l’avrei nominata, ma adesso ho cambiato idea). Inevitabilmente la persona con cui sto parlando, di solito il benzinaio, mi fa una faccia come a dire “E a me che minchia me ne dovrebbe fregare?”, spezzandomi il cuore.

10 anni fa, in una sala accogliente al centro perfetto della Sardegna, e di conseguenza, se i calcoli sono giusti, al centro perfetto del mondo intero (gloria eterna all’etnocentrismo sardignolo!), un centinaio scarso di persone/attivisti, “Meno degli iscritti al circolo bocciofilo di Latte Dolce!” (Cit.), se ne sono letteralmente cavati gli occhi gli uni con gli altri. E anche quelli, come il sottoscritto, che lì per lì non ci avevano capito un’acca del motivo per cui tutti gli altri si stavano cavando gli occhi, alla fine sono finiti col cavarsene gli occhi pure loro. Poi, ma solo poi, arrivarono anche le mail segretissime, le scissioni dell’atomo, le scatole vuote e le sale piene, l’alleanza col PD e vai col liscio. Ma, senza la “Giornata dei lunghi coltelli” di Tramatza tutto questo difficilmente sarebbe successo. Ed è piacevole pensare anche che, seppur non ne abbiamo alcuna certezza, senza quella clamorosa e forse inevitabile implosione il movimento sarebbe cresciuto ulteriormente (tanto di capello a chi continua a portarlo avanti!) e magari la Lega non avrebbe spadroneggiato indisturbata, almeno dalle nostre parti. Ormai però, i favolosi anni ‘10 appartengono al passato e a continuare a guardare indietro si finisce con l’invecchiare ancora più in fretta!

Scuola: mobilitiamoci contro il decreto ammazza precari (sardi)

di Andrea Faedda

Imperterrita, sorda e arrogante la neo ministra Azzolina continua la sua guerra personale contro i docenti precari della scuola. L’anno prossimo avremo in Sardegna migliaia di insegnanti esodati che con il provvedimento della call veloce verranno sostituiti da personale proveniente da altre regioni. In barba ai tanti anni di servizio spesi per la scuola pubblica del proprio territorio. Vediamo ora se la politica regionale rimarrà inerme di fronte a quello che si preannuncia come un nuovo disastro economico e sociale per migliaia di sardi.

Ecco le ragioni per le quali nessun precario passerà di ruolo con questo concorso (dal Coordinamento precari autoconvocati Sassari):

12 cattedre a regione per cdc, da cui togliere sostegno e che il MIUR ha già dichiarato che non saranno distribuite in parti uguali in tutte le regioni, ma plausibilmente per necessità (quindi non in Sardegna). Prova computer based 7/10 sullo scibile umano. Obbligo di avere un contratto al 30 giugno anche per ottenere l’ abilitazione e obbligo quinquennale di rimanere nella scuola assegnataria, quindi se stavate pensando di andare a fare il concorso in un’altra regione pensateci bene . Numero di partecipanti superiore di tre volte ai posti messi al bando = probabile prova pre selettiva. Partecipazione docenti di ruolo che a parità risultato computer based avranno punteggio enorme rispetto a qualunque precario, sorpassandolo. Valanga di ricorsi dei colleghi delle paritarie che avendo preso punteggio più alto di quelli delle statali faranno ricorso per il ruolo bloccando il concorso dal punto di vista amministrativo. Prima di frequentare corsi spendendo soldi vi consigliamo la piazza io 17 gennaio a Sassari e Cagliari e lo sciopero generale della scuola il 14 febbraio.

Appuntamenti di lotta per bloccare questo scempio ai danni dei lavoratori della scuola della Sardegna e del diritto allo studio dei giovani sardi:

Sassari

Cagliari

Sale in zucca contro betoniere

di Danilo Lampis

Il governo regionale vuole cementificare le coste sarde. Negli ultimi mesi sono state presentate tre proposte di legge che puntano a incrementi volumetrici nella fascia costiera, compresa quella di massima tutela dei 300 metri dalla battigia marina, e, in sostanza, alla liberalizzazione delle edificazioni residenziali in area agricola.

L’unico interesse che hanno è quello di finanziare le betoniere dei loro amici costruttori a discapito della tutela dell’ambiente. Sì, perché la verità è che la Sardegna non ha bisogno di altri posti letto, anzi ne ha in eccesso. L’indice di utilizzazione lorda delle strutture, che misura la percentuale di utilizzo dei posti letto nel corso di un anno rispetto all’effettivo potenziale, nel 2017 si è fermato al 25,9% per le strutture alberghiere e al 10,4% per quelle extralberghiere. Ad agosto sale al 58%, nei mesi di gennaio e dicembre scende all’1%. Il motivo è che l’82% delle presenze si concentra nei mesi tra giugno e settembre, proprio nelle coste.

Eppure, il settore è in crescita: nel 2017 le presenze sono cresciute a un tasso superiore rispetto alla media italiana (+5,5% contro +4,4%), con una crescita forte delle presenze straniere (+10,4%), che contribuiscono a destagionalizzare il turismo, concentrandosi anche nei mesi di spalla, ovvero aprile, maggio, giugno, settembre e ottobre. Va considerato infine che molti turisti, soprattutto quelli che soggiornano per periodi lunghi, preferiscono alloggiare in abitazioni private, da amici o attraverso AirBnB. Si tratta del cosiddetto turismo sommerso, che non compare nelle statistiche. (fonte dati)

L’isola non ha bisogno di cementificare le coste, danneggiando ulteriormente il patrimonio ambientale e paesaggistico che costituisce la nostra vera ricchezza. Semmai servono politiche sui trasporti esterni e interni, sulla formazione, sull’integrazione virtuosa tra ambiente, artigianato, agroalimentare e turismo e su tanto altro. Ma tanto è inutile proporre soluzioni a questi qui: sono abituati ad ascoltare i consigli di Briatore, non le esigenze del popolo sardo.

Firmiamo la petizione per difendere le coste

Insularità a chi?

 

Risultati immagini per isolamento
Immagine liberamente tratta da Marterblog
di Andrìa Pili

Le regioni ultraperiferiche dell’Unione Europea sono quelle cui il comitato per l’insularità in Costituzione guarda, in maniera più o meno esplicita, al fine di raggiungere uno status analogo. Credo sia discutibile associare la Sardegna a tali regioni, per motivi a mio parere ovvi, ma così non sembra almeno per i nostri eroi in Consiglio Regionale e altrove (ad esempio, Luciano Uras e Margherita Zurru di Campo Progressista, in un articolo su La Nuova Sardegna del 10 novembre scorso, hanno affermato che sarebbe invece “evidente” il contrario, per “condizione oggettiva”).

Quali sono le nove regioni cui il Trattato di Amsterdam (1997) ha riconosciuto la condizione di ultraperifericità in virtù della loro “situazione socioeconomica strutturale” segnata dall’insularità, dalla distanza e dalla superficie ridotta?

I dipartimenti d’Oltremare francesi (Guadalupa, Martinica, Guyana, Mayotte, Riunione) sono territori nei quali persistono le conseguenze del colonialismo classico che hanno subito per secoli, tra cui la dipendenza dall’export monocolturale di materie prime e lo schiavismo; le rimanenti sono isole dalle dimensioni molto ridotte rispetto alla Sardegna (24100 kmq): le Canarie (7447 kmq complessivi, la più grande, Tenerife, ha solo 2034 kmq), le Azzorre (2333 kmq complessivi, la più grande Sao Miguel ha 759 kmq), Madeira (801 kmq), St.Martin (53 kmq). Ciò che accomuna queste nove regioni è il fatto di trovarsi in aree geografiche extraeuropee (America Centrale, Sudamerica, Africa Occidentale ed Orientale) pur facendo parte dell’Unione Europea sia politicamente che per PIL pro capite. A prescindere da ogni considerazione sugli effetti economici di determinate politiche, appare ragionevole che si adottino provvedimenti per sopperire a tale distacco dal continente cui artificiosamente appartengono. Meno ragionevole è invece pensare che la Sardegna, una grande isola situata al centro del Mediterraneo Occidentale, possa essere paragonata a questi nove territori.

Dando per buona questa tesi, tuttavia, mi ha colpito il fatto che tra questi il modello prediletto più citato (anche dal nostro presidente della Regione in una recente intervista su La Nuova Sardegna del 5 dicembre scorso) siano le Canarie anziché le Azzorre o Madeira. Il motivo è che, durante l’ultimo ventennio (cioè il periodo in cui a queste regioni sono state applicate determinate politiche in ragione della loro condizione riconosciuta) le succitate isole dello Stato spagnolo hanno ampliato il divario di sviluppo con la media UE (tra il 2000 e il 2016 hanno avuto il più basso tasso di crescita annuale del PIL pro capite delle regioni spagnole, solo 0.03%) mentre le isole portoghesi, al contrario, l’hanno ridotto: Madeira, è stata la regione portoghese con il più alto tasso di crescita (1.9% annuale, tra il 2000 e il 2016), grazie al quale ha colmato il divario con la media del suo Stato (fonte OECD Regions and Cities at a Glance 2018); il PIL pro capite delle Azzorre, dal 1999 al 2016 (fatto 100 quello portoghese) è passato da 84 a 90, giungendo a toccare anche 94 nel 2009, prima della crisi (fonte: InstitutoNacional de Estatistica – ContasRegionais 2013 e 2019).

Per quanto manchi uno studio sugli effetti delle politiche per le regioni ultraperiferiche, chi sostiene la tesi in favore dell’insularità in Costituzione e l’attribuzione alla Sardegna di questo status, farebbe meglio a citare i casi di presunto successo anziché un fallimento palese.

Entro questa mistificazione, il consigliere regionale di centrodestra Antonello Peru addirittura dichiarò che le Canarie, grazie al principio di insularità avrebbero “fatto la loro fortuna economica e azzerato la disoccupazione” (La Nuova Sardegna, 14 marzo 2018). A leggere i dati forniti dal governo delle Canarie, tuttavia, non pare esattamente così: tasso di disoccupazione 21%; disoccupazione giovanile 41%; tasso di occupazione 47%; deficit commerciale 9.7 mld di euro, il tasso di copertura (rapporto export/import) è solo del 21% (quello sardo è del 70%, dai dati dell’ultimo rapporto CRENOS). Insomma, a prescindere dalla conoscenza dei dati, la citazione delle Canarie rimane una ottima mossa retorica, in quanto, nell’immaginario collettivo, queste isole rappresentano un paradiso.

Fermo restando che, per me, Azzorre e Madeira non sono paragonabili alla Sardegna e tralasciando i problemi notevoli che tali regioni continuano ad avere (ad esempio, per quanto concerne sanità, innovazione, occupazione) citarle a supporto dell’insularità in Costituzione darebbe almeno una parvenza di serietà all’argomentazione. Penso sia una dimostrazione ulteriore della natura tutta propagandistica e strumentale di questa “battaglia”, dove nessuno ha compiuto uno straccio di analisi seria. Infine, mi chiedo: cosa ha prodotto il “comitato scientifico” in questi due anni, durante i quali la sua presidentessa Maria Antonietta Mongiu (archeologa) e i suoi vari sodali non hanno fatto che ripetere sui giornali sempre le stesse tre-quattro frasi ad effetto? Inoltre, un comitato che ospita nel suo seno personalità dei campi più disparati non economici (fra cui anche il presidente dell’associazione fantarcheologica Nurnet, Antonello Gregorini) quali garanzie di scientificità potrebbe mai fornire?