Intervista ad Anthony Muroni: “Rafforziamo il Fronte dell’Autodeterminazione”

Dopo esserti dimesso da direttore dell’Unione Sarda hai aperto un blog di discussione sulla Sardegna e i suoi problemi. Perché?

Le dimissioni sono arrivate in maniera così repentina – e sono state interpretate dall’opinione pubblica come il classico “fulmine a ciel sereno”, che non c’è stato proprio il tempo di pianificare nulla. Dopo oltre un mese di silenzio ho ritenuto che non fosse opportuno deludere chi si riteneva orfano di una voce che cantava fuori dal coro. Ho dunque deciso, confrontandomi con pochi amici, che fosse opportuno proseguire le battaglie che avevo portato avanti per anni, facendomi megafono di quella vasta parte della società sarda che non si sente più rappresentata da questa politica e da queste classi dirigenti. Così è nata l’idea del blog: un luogo virtuale da far diventare pubblica piazza. Un luogo di confronto aperto a tutti i contributi. Lo gestisco da solo, con apporti esterni volontari.
Ho rifiutato la pubblicità perché ho bisogno di sentirmi davvero libero. Come sta andando? La risposta è stata entusiasmante. Evidentemente c’era davvero bisogno di un luogo di discussione, confronto e proposta. Oggi cadono i quattro mesi dall’apertura di questo spazio web: abbiamo pubblicato 350 tra articoli e interventi, ricevuto oltre 1300 commenti. Le pagine viste, a oggi, sono 520 mila e gli utenti unici 190 mila. La nostra pagina Facebook ha 16 mila iscritti e cresce al ritmo di mille nuove adesioni a settimana.

Il tuo blog è bilingue. Perché questa scelta?

Tra le battaglie che in questi anni ho portato avanti sia da giornalista che da privato cittadino c’è quella della riscoperta e difesa dell’identità nazionale. Un tratto importante passa dalla nostra storia e l’altro, decisivo, dalla lingua. Molto resta da fare, a livello di battaglia culturale e politica, per far capire a tutti che la lingua è uno strumento di trasmissione delle conoscenze e di gestione dei rapporti in ogni settore socio-economico. Viviamo in un continente formato da 377 isole linguistiche che vanno preservate ma abbiamo bisogno di una ortografia ufficiale e unificante. Il dibattito in materia resta aperto e tutte le proposte sono bene accette. Ma poi occorrerà arrivare a sintesi.

Insieme al blog stai organizzando diversi incontri territoriali dove parli di “modernità”, “innovazione” e “fare sistema”. Cosa vuol dire?

Ho da tempo, almeno sei anni, maturato la convinzione che il bene della Sardegna non passa dal falso bipolarismo italiano, persino peggiore nella sua declinazione sarda. E non passa nemmeno dalla proposta antisistema del Movimento 5 Stelle. Gli incontri nei territori sono figli della miriade di inviti che ho ricevuto per parlare in pubblico delle questioni dibattute sul blog. I temi della proposta, dell’Innovazione, della modernità, del fare sistema sono assolutamente necessari per costruire una novità credibile, capace di suscitare speranza e di proporsi per sostituire l’attuale classe politica. Criticare, lamentarsi e demolire l’esistente non è sufficiente.

Il movimento indipendentista in questi anni ha sollevato molti dei temi di cui tratti. Che differenza c’è tra ciò che proponi e il progetto di convergenza unitaria attualmente in corso?

Credo sia in corso un processo troppe volte rimandato. Mi pare si stia facendo lo sforzo di privilegiare le cose che possano unire il fronte dell’autodeterminazione, mettendo per un attimo da parte quelle che per molto tempo l’hanno diviso. Stiamo lavorando in maniera parallela: io incontro centinaia di persone che forse non hanno mai votato fuori dal binario del bipolarismo italiano. Il mio compito – culturale, prima che politico o partitico – è quello di aprire loro uno scenario possibile, alternativo, che fin qui non avevano preso in considerazione. Per vincere bisogna arrivare almeno al 40%, dunque occorre più che raddoppiare la potenziale area di consenso dalla quale il polo dell’autodeterminazione parte.

Hai giustamente dichiarato che questo è il momento del dibattito. Ma alla fine bisognerà tirare le somme. Non è stato prematuro annunciare che non ti candiderai?

Sarebbe semmai stato prematuro annunciare che mi candiderò. Io ritengo che le auto-investiture siano il peggio della politica. Per essere leader bisogna essere riconosciuti come tali da una comunità molto vasta e bisogna avere caratteristiche precise. Oggi il fronte dell’autodeterminazione non ha bisogno di un capo che dica “Armiamoci e seguitemi” ma di una polifonia costruttiva, che lavori ad allargare il fronte e a creare prima un manifesto che tracci il perimetro dell’alleanza e poi un programma. Il leader arriverà di conseguenza. Non ho un partito, né ne fonderò uno. Sono a disposizione nella fase di costruzione. Il resto lo decideranno i cittadini e i vari movimenti.

Luana Farina sulla Breast Unit

Il 14 febbraio, presso il reparto di cardiologia del complesso ospedaliero di Sassari, l’attivista e paziente oncologica Luana Farina ha indetto un’azione di protesta, in collaborazione con le donne promotrici della raccolta firma della Breast Unit e attive da sempre, essendo anche loro pazienti oncologiche, come simbolo dei diritti fondamentali negati a chi ha necessità di visite di controllo in tempi brevi. In questa video intervista, lei stessa racconta la difficile situazione che sta vivendo l’Asl di Sassari che, per la perdita dei finanziamenti adibiti alla causa  e all’atteggiamento di totale subalternità da parte della Giunta Pigliaru, si è vista ricusata per sempre la presenza della Breast-Unit, consegnata al centro di senologia del Mater di Olbia.

Ad oggi diverse dichiarazioni da parte dei vertici ASL affermano che il progetto della Breast Unit sarà nuovamente portato avanti, ma siccome i pazienti non possono più affidarsi a volontà fantasiose organizzano una conferenza stampa aperta al pubblico dal titolo NOI che non aspettiamo l’8 marzo. Il comitato promotore è DONNE LIBERE IN LOTTA PER IL DIRITTO ALLA SALUTE (gruppo spontaneo di donne oncologiche senologiche). Gli interlocutori saranno i manager sanitari, l’assessore Regionale alla sanità, il presidente del Consiglio regionale, in qualità non solo di politico ma anche di medico, e il sindaco di Sassari, in qualità di Autorità massima sanitaria cittadina. Essi dovranno prendersi ciascuno per sé e per chi rappresentano la responsabilità per la mancata attivazione della Breast Unit e della nuova delibera, che tanto hanno millantato, la quale riguarda un prototipo di Breast Unit ma che, nei fatti, può essere definita soltanto come un percorso sperimentale non percorribile.

La conferenza stampa si terrà sabato 4 marzo, presso la Sala Mimosa dell’hotel Vittorio Emanuele al corso Vittorio Emanuele 102 Sassari, ore 10:00.

Impariamo Insieme o Imparemmu Impari?

Il Comune di Sassari con grande enfasi annuncia la fine della dispersione scolastica con un progetto appena bandito dal titolo “Impariamo insieme”, progetto che pagherà giovani laureati, utilizzando i fondi del 5 per mille (per un totale di 52 mila euro), per sostenere studenti delle medie in difficoltà con attività di recupero pomeridiano.

Lodevole iniziativa… ma la buona memoria non ci inganna, e dunque vorremmo rammentare all’amministrazione e ai cittadini che circa quattro anni fa una cooperativa di giovani precari con alte, altissime professionalità certificate, si presentò al Comune con un progetto che si chiama “Imparemmu Impari”, traduzione dal sassarese “Impariamo insieme”, del quale alcuni professionisti del settore si fecero garanti proprio a tutela della serietà degli intenti.

Tale progetto aveva come obiettivo la riduzione della dispersione scolastica, il sostegno agli studenti in condizioni di disagio sociale, economico e culturale e ai figli di immigrati con scarsa conoscenza della lingua italiana e difficoltà di integrazione, il recupero dei ragazzi a rischio di esclusione sociale con disturbi della personalità e dell’adattamento. Insomma, un progetto di forte impatto educativo ad ampio raggio che aveva una caratteristica a nostro avviso assai significativa: non chiedeva soldi pubblici, ma proponeva una tabella di tariffe assolutamente basse, tale da essere veramente accessibile a tutti, con la possibilità di essere talvolta quasi gratuita, laddove si fossero formati dei piccoli gruppi di apprendimento e di lavoro.

Cosa chiedeva la cooperativa all’amministrazione, prima a quella comunale e poi anche a quella provinciale? Chiedeva spazi. Aule pomeridiane, anche poche, dove poter mettere in pratica una, a nostro avviso, bellissima proposta di scuola popolare, di scuola di sostegno nel senso pedagogico per eccellenza. Tale proposta ha trovato tanti consensi, tanti complimenti, ma nessuno sponsor politico.

Dunque porte chiuse. Nessuna controproposta.  Finti problemi. Burocrazia. Rimpalli di responsabilità. Tanti, troppi per poter resistere, perché nel frattempo c’erano comunque le tasse, i contributi, la pubblicità, le spese. Una chiusura triste e scandalosa nello stesso tempo, un fallimento della collettività, metro dello stato di malattia della volontà politica di sostenere le proposte di lavoro e imprenditoria sociale dei nostri giovani.

Ma evidentemente il progetto era davvero bello se oggi finalmente lo hanno realizzato, lasciando intatto persino il nome (che in sassarese era più bello!), peccato che nel frattempo la cooperativa” Imparemmu impari” abbia dovuto chiudere i battenti, i precari per la maggior parte siano rimasti tali, e la dispersione nei passati quattro anni abbia lasciato sul terreno troppi numeri, troppe fragili persone.

L’Alternativa Natzionale chiama a raccolta le idee.

Il progetto di aggregazione delle forze indipendentiste e civiche lanciato lo scorso ottobre al T-Hotel a Cagliari prende slancio. Dopo la giornata di studio e dibattito sulla necessità di riscrivere lo statuto autonomistico che ha inscritto in un unico perimetro diverse personalità del mondo politico e intellettuale sardo, il movimento “Pro s’Alternativa Natzionale” fa tappa a Cagliari per un brain storming sui temi caldi della politica sarda.

«Incominciamo il cammino Verso l’Alternativa Nazionale e partiamo da te» – si legge nel comunicato che stabilisce il programma dell’evento di domenica prossima al Castello di S. Michele. Non a caso l’incontro è stato chiamato “Partimus dae tue”, a rimarcare il fatto che nessun cambiamento è possibile senza la partecipazione diretta e il contributo dal basso dei cittadini i quali vengono invitati a «proporre, votare e discutere le idee migliori in un incontro partecipato il cui scopo è ragionare sui problemi e organizzare insieme un’agenda politica alternativa e concreta».

Ma non si tratta solo di scambiare idee e discutere in maniera disinteressati, anzi, la marcia verso la costruzione pratica dell’ “Alternativa” ha tutta l’aria di essere in fase avanzata:
«il risultato di questo incontro definirà il programma di avvio di Alternativa Natzionale e le prime conferenze aperte tematiche. Useremo carta, penna, parole e idee in libertà. Quali sono per te i problemi più urgenti della Sardegna? Quali i nostri punti di forza? Cosa vorresti aggiustare?»

.

L’evento sarà strutturato in due fasi: una “creativa” per raccogliere gli input dei partecipanti, e una “valutativa” per discutere e selezionare le proposte che saranno oggetto dei futuri incontri.

Per contatti scrivere a: mesanatzionale@gmail.com

L’appuntamento è per domenica 19 febbraio a Cagliari, nel castello di S. Michele (Colle S. Michele) alle 9:15. I lavori dureranno tutta la mattinata.

I diritti dei sardi nel secolo XXI: Una giornata di studio e dibattito politico

Dallo Statuto Autonomistico alla Costituzione dei Sardi
Resoconto del convegno organizzato dall’insieme di movimenti e associazioni che compongono l’Alternativa Natzionale a Sassari lo scorso 11 febbraio

Sala gremita dalla mattina fino a sera all’ex convento del Carmine a Sassari in occasione della giornata dedicata ai “diritti dei sardi nel secolo XXI”. L’evento di studio e dibattito è stato organizzato dalle forze che compongono il progetto dell’Alternativa Natzionale che hanno deciso di dedicare la loro seconda uscita pubblica al tema della riscrittura dello Statuto Autonomistico. Ad avvicendarsi al microfono diversi esponenti del vasto mondo sardista e indipendentista e anche importanti esponenti del panorama intellettuale e accademico sardo. La moderatrice dell’incontro, la scrittrice Daniela Piras, ha introdotto la giornata ricordando due noti attivisti recentemente scomparsi, Graziella Deffenu e Patrizio Carrus, e per loro la sala ha osservato un minuto di silenzio. Daniela Piras ha inoltre sintetizzato il progetto avviato dalle cinque organizzazioni dell’Alternativa Natzionale: un processo di apertura che cerca di fungere da catalizzatore per tutte quelle componenti politiche e culturali della società sarda che hanno al centro delle proprie battaglie gli interessi della Sardegna e del suo popolo; tutti quei soggetti, cioè, che si stanno raccogliendo attorno al riconoscimento del principio dell’autodeterminazione, condizione indispensabile per tracciare un percorso comune. È stato anche ricordato che il progetto dell’Alternativa Natzionale si basa sul riconoscimento di valori comuni e condivisi e sul confronto politico paritario e democratico, mantenendo la porta aperta a tutti coloro che vogliono rendersi protagonisti di questa nuova fase politica.

Ad aprire i lavori l’esponente del Fronte Indipendentista Unidu Cristiano Sabino che ha iniziato il suo ragionamento ricordando come dieci anni fa il Consiglio Regionale della Sardegna si fosse trasversalmente impegnato per avviare un percorso di riforma dello Statuto Autonomistico. «A leggere oggi quelle dichiarazioni – sostiene Sabino – viene da sorridere, perché non si capisce dove sia finita tutta quella grande spinta riformatrice e tutti quegli importanti buoni propositi presi a livello istituzionale dalla massima assemblea dei sardi. In realtà – continua Sabino – sono troppi i punti dello Statuto che non sono mai stati fatti valere, a partire dagli articoli che prevedono la possibilità di programmazione in materia economica e di istruzione, passando per quelli che stabiliscono la competenza di adattare alle proprie esigenze le leggi del Parlamento italiano. Come ha fatto la classe politica italianista a definire se stessa “autonomista” se non ha mai applicato lo Statuto? Ma è pure necessario guardare a quei diritti che nello Statuto non sono presenti come il diritto all’autodeterminazione e i diritti linguistici».

Lo storico Federico Francioni, in un profondo excursus storico, ha dimostrato come il discorso statutario sardo abbia robuste radici. Francioni ha iniziato il suo discorso ponendo il problema della “statualità”, usando come punto di riferimento “sa carta de logu Marianu VI” riformata da Eleonora d’Arborea nei primi anni ‘40 del ‘300. «Un importante lascito storico di quel periodo – sostiene Francioni – è la differenza tra privato e pubblico che ha un’importanza fondamentale e non si ritrova nella dimensione giuridica e statuale, per fare solo un esempio, della monarchia catalano-aragonese». Mentre durante secoli e secoli di storia italiana, c’è stato un continuo rimescolamento tra pubblico e privato, a partire dall’interesse del Conte Ugolino della Gherardesca per le miniere site in Sardegna, per arrivare a Silvio Berlusconi. «La carta de logu riformata da Eleonora d’Arborea – procede Francioni – presenta parecchi elementi di raffinatezza giuridica, come ha scritto Gabriella Olla». Francioni evidenzia l’importanza rivoluzionaria della carta de logu anche per quanto concerne i diritti delle donne e dei minori. Sulla storia più recente Francioni si è fermato sulla rivoluzione sarda di fine Settecento avanzando l’idea che in fondo parlare dei “diritti dei sardi” significhi ripartire dall’esperienza di allora: «la sconfitta di Angioy compromette tutto. Mi pare che l’esperienza di Angioy, possa essere un riferimento per parlare di assemblea costituente nazionale sarda».

Anche il presidente della Fondazione Sardinia Bore Cubeddu è tornato sugli stessi temi, sottolineando la necessità di aprire un «grande laboratorio di idee capace di attrarre competenze e risorse intellettuali inedite che finora sono rimaste al di fuori dell’indipendentismo. Esistono già diverse proposte di riscrittura dello Statuto – ha aggiunto Cubeddu – ma l’aspetto fondamentale è domandarsi quale idea di Sardegna vogliamo porre a suo fondamento e naturalmente questa, per essere fruttuosa, dovrebbe fare perno sul riconoscimento nazionale del popolo sardo». Iniziative come questa – ha suggerito Cubeddu – «sono fondamentali per lanciare il processo dell’assemblea costituente dei sardi, la quale non deve essere in contrapposizione con il Consiglio regionale, anzi l’uno deve servire all’altro. Una nostra proposta immediata potrebbe essere quella di un allargamento immediato dell’attuale 1° commissione, arricchendola di elementi esterni al palazzo e affidandole il compito di preparare i materiali necessari alla scrittura del nuovo statuto».

Ai lavori ha preso parte anche il segretario del Psdaz Christian Solinas il quale ha salutato l’iniziativa come importante apertura di una nuova fase del sardismo generalmente inteso. Solinas ha sostenuto che «oggi più che mai è necessario parlare di una riforma dello statuto ricercando un coinvolgimento popolare ampio dei sardi, perché nessuna riforma del genere può essere un fatto esclusivamente di palazzo. E con lo sguardo rivolto a quanto sta avvenendo al di fuori della Sardegna Solinas ha continuato: «l’istanza indipendentista, l’istanza rappresentata dai nostri movimenti, il “sardismo” non sono oggi una retroguardia, ma rappresentano l’avanguardia internazionale che si afferma un po’ ovunque». In conclusione Solinas ha avanzato una proposta pratica: «dobbiamo mettere per iscritto i nostri propositi e le nostre proposte a partire da quelle per riformare lo Statuto» – ha suggerito Solinas – «e questo ci darà una buona base per costruire insieme un progetto di governo per la Sardegna».

Sulla stessa linea Gesuino Muledda dei Rossomori, forza politica che ha recentemente divorziato da la Giunta Pigliaru andando ad ingrossare le fila di chi vorrebbe costruire un largo polo alternativo al duopolio dei partiti italiani. Fresco dell’esperienza in Giunta, Muledda ha posto anche ulteriori temi di attualità sul piatto della discussione, come l’abbandono delle zone rurali, l’esiguità delle risorse dedicate alla formazione universitaria e la necessità di fare una battaglia comune per cambiare la legge elettorale. «Serve un progetto di governo per avere consenso» – ha concluso Muledda – «perché esiste un sentimento maggioritario nei sardi che ci chiede di costruire una alternativa al governo attuale».

A concludere i lavori della mattinata è stato lo storico leader di Sardigna Natzione Bustianu Cumpostu, che ha insistito a più riprese sull’impossibilità di barattare il valore più grande che abbiamo e cioè il nostro essere una nazione, diversa da quella italiana e da essa già indipendente. Da questa prospettiva – ha argomentato Cumpostu – dovendo ricontrattare i rapporti con lo stato italiano occupante, considerato che in nessun caso i sardi possano rinunciare al loro essere nazione, tre vie sono possibili , 1) Si chiede lo scioglimento della fusione perfetta contrattata nel 1847 tra gli stamenti sardi e il re, perché non si sono verificate le condizioni che i sardi speravano si verificassero con la fusione della Sardegna con l’Italia, 2) Si rivendica, unilateralmente, la sovranità piena ed il diritto all’indipendenza della Sardegna e si apre un contenzioso internazionale con l’Italia, 3) Si sopporta uno statuto di resa e di sudditanza che riconosca lo stato coloniale della Sardegna, la sua sudditanza imposta con la forza da uno stato straniero che la occupa e la sua continua volontà di indipendenza.

Nel pomeriggio i lavori sono stati aperti dall’avvocato penalista Gianfranco Sollai, presidente di Gentes. Sollai si è domandato se il popolo sardo vuole governare o amministrare perché oggi – ha argomentato l’avvocato – «la Regione non è per nulla autonoma e si limita ad amministrare ciò che gli viene imposto dallo Stato. In questo senso non è vero che l’autonomia è stata superata, anzi non siamo nemmeno alle soglie dell’autonomia. Serve una rottura con la dipendenza sancita dallo Statuto, in particolare con quegli aspetti legati alla subalternità della Sardegna che costituiscono un ostacolo a programmare e realizzare i propri progetti in armonia con le proprie risorse economiche, sociali e culturali e cioè con i seguenti paletti indicati nello Statuto: la Regione ha potestà legislativa in armonia con la Costituzione e i principi dell’ordinamento giuridico dello Stato e col rispetto degli obblighi internazionali e degli interessi nazionali, nonché delle norme fondamentali delle riforme economico-sociali della Repubblica. È chiaro che detti vincoli, unitamente alla mancanza di autonomia politica dei partiti italiani, sviliscono l’autonomia, relegando la Regione sarda di fatto ad amministrare in luogo di governare.

Di fallimento dell’autonomia ha invece parlato la segretaria di Sardigna Libera Claudia Zuncheddu: «con lo Statuto Speciale, lo Stato italiano ha dato alla Regione Autonoma (diramazione del suo apparato istituzionale in Sardegna) solo l’illusione di gestire la propria Autonomia. Di fatto è da 70 anni che la RAS gestisce solamente la propria dipendenza. La riscrittura dello Statuto tuttavia pone diverse riflessioni e perplessità. Se gli Statuti sono accordi politici tra le parti che sanciscono i rapporti di forza e di compromesso creatisi nel tempo, oggi dobbiamo chiederci quale sia il percorso da intraprendere per creare rapporti di forza favorevoli alla nazione sarda e non all’Italia. Quali sono i rapporti di forza in Europa tra gli Stati dominanti e le nazioni senza Stato. Mai quanto oggi il Consiglio della RAS può essere interessato pericolosamente alla riscrittura dello Statuto per distogliere l’attenzione dei sardi dalle sue politiche nefaste (dalla privatizzazione del sistema sanitario pubblico, ai trasporti, al rilancio dell’industria inquinante. La riscrittura dello Statuto non può prescindere dal NO dei sardi alla riforma della Costituzione italiana».

Il docente di Diritto Costituzionale Omar Chessa ha allargato l’attenzione al processo generale di svuotamento della sovranità degli Stati avviato negli anni Ottanta con l’affermarsi dell’ideologia neoliberista che vedeva e vede tutt’oggi come fumo negli occhi le costituzioni democratiche e le politiche keynesiane. «Questo progetto» – ha continuato il docente – «n Italia è miracolosamente fallito con la stroncatura della riforma costituzionale che ha visto in Sardegna il più alto numero di “No”. A questo punto dobbiamo chiederci cosa sia necessario fare per avanzare sul percorso della costruzione di uno Stato sardo». «Le costituzioni» – ha concluso Chessa – «presuppongono gli Stati e non li creano, quindi è necessario concentrarsi pragmaticamente sulla legge statutaria, cercando di ottenere un sistema elettorale proporzionale per garantire la massima rappresentanza e dare così spazio a quei progetti politici che si muovono nell’ambito della sovranità della Sardegna».

Il politologo Carlo Pala ha invece rimarcato come in Sardegna sia viva e operante una volontà di riformare lo Statuto e come ciò sia merito soprattutto dell’azione che gli indipendentisti hanno svolto in tutti questi anni riuscendo a coinvolgere anche chi indipendentista non è. «La stagione autonomistica» – ha sostenuto il politologo – «è definitivamente chiusa, anche perché è lo Stato Italiano stesso che contravviene continuamente alle sue stesse norme. Sono in molti fra costituzionalisti e politologi a parlare ormai di “specialità appiattita” a proposito del fatto che, per esempio, lo Stato viola l’articolo 8 dello Statuto relativo alla cosiddetta vertenza entrate». L’aspetto più lacunoso dello Statuto – ha concluso Pala – «è il suo essere burocratico e non politico, perché senza cultura, senza ambiente, senza identificazione non andiamo da nessuna parte.

«Parlare di Statuto deve essere un tema di fondamentale importanza politica – ha invece rimarcato nel suo intervento il segretario di ProgReS – Progetu Repùblica, Gianluca Collu– perché la riscrittura dello Statuto ci servirà ad allargare i nostri spazi di sovranità in tema di fiscalità, istruzione, energia, welfare, beni culturali e a ridefinire i rapporti con lo Stato italiano volgendo a nostro vantaggio ciò che oggi è per noi svantaggioso.» Uno dei temi fondamentali legati allo Statuto – ha continuato Collu – «è quello dell’agenzia sarda delle entrate: recentemente la Giunta regionale ha legiferato per l’istituzione dell’ASE, una pallida fotocopia della proposta di legge che a suo tempo avevamo presentato attraverso una raccolta firme, la quale non ha alcuna competenza di riscossione. Una legge scritta con l’intento di non contrariare il governo italiano, piuttosto che di rispettare la volontà dei cittadini che firmarono per il fiocco verde. E’ in qualche modo ironico osservare che, nonostante gli sforzi di non indispettire il “governo amico”, il Consiglio dei Ministri abbia comunque impugnato la legge sarda perché le norme presenti eccedono le nostre competenze statutarie. Riformare lo Statuto è però possibile solo a patto di avviare un processo realmente partecipativo» – ha concluso Collu – «ed è per questo che oltre agli incontri sul territorio dove continueremo a discutere di un nuovo Statuto, stiamo organizzando una piattaforma web di e-democracy per ottenere la massima partecipazione e condivisione dei nostri intenti riformatori e dove sarà possibile votare gli articoli della futura carta dei sardi».

A concludere i lavori è stato Ernesto Batteta di Sardegna Possibile che ha invece lavorato sul concetto di decentramento e di difesa dell’identità dei sardi. L’indipendenza – ha argomentato Batteta – «è un percorso progressivo, possibile solo se inserito in un progetto di sviluppo e certo non come un salto nel buio dall’oggi al domani».
In entrambe le sessioni, mattutina e pomeridiana, è stato previsto un momento per la discussione il quale è stato molto partecipato, a testimonianza del fatto che l’argomento dei diritti dei sardi e della riforma della carta statutaria è un argomento che tocca le coscienze molto più di quanto non si creda.

FGI: perché nasce questo soggetto politico

 

Riprendiamo il manifesto politico della FGI, reso pubblico dalla stessa ad un giorno dalla attesa presentazione.

Infatti, oggi, 3 febbraio 2017, si avvia il processo costituente della Federatzione de sa Gioventude Indipendentista (FGI), coinvolgendo gruppi giovanili ed individui dai 14 sino ai 29 anni, in una fase temporanea volta alla sua estensione e amalgama proiettata alla convocazione di un vero e proprio Congresso Costituente che istituisca un’unica organizzazione giovanile.

L’obiettivo della FGI è quello di completare il movimento di liberazione nazionale sardo attuale, ancora incapace di catalizzare l’enorme disagio giovanile, portando avanti le sue battaglie innanzitutto entro il suo ambito di competenza: educazione e lavoro.

La gioventù sarda è oggi la principale vittima dello stato di dipendenza economica, politica e culturale entro cui la Sardegna è inserita; allo stesso tempo, si ritrova in una condizione favorevole rispetto a quella dei propri predecessori per poter intraprendere una lotta di emancipazione nazionale e sociale.

Le riforme neoliberali dell’istruzione e del lavoro si sono dimostrate due pilastri nella redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto per mezzo della mercificazione dell’educazione e del lavoro e della rimozione del diritto allo studio e dei diritti dei lavoratori. La FGI individua in questi fenomeni, come riportato nel suo manifesto, le cause dell’emigrazione della gioventù sarda.

La FGI ritiene che il dovere storico attuale degli studenti sardi sia quello di puntare a costruire una università indipendente e pubblica che sia in grado di integrare ricerca e sviluppo del tessuto produttivo locale, offrendo a quest’ultimo supporto e formazione; di inserire realmente i giovani nel ciclo economico; di ripensare l’agricoltura; di riconvertire l’industria; di progettare modelli innovativi di produzione dell’energia.

Per questo fine, è ritenuto importante promuovere l’aggregazione e l’organizzazione politica anche dei giovani in un’ottica indipendentista nelle varie città e macroaree in cui approdano nonché collettivi, circoli, gruppi di studio e di analisi che possono dare un importante contributo alla causa natzionale sarda non solo con il radicamento dell’idea indipendentista tra gli stessi sardi, ma anche sotto un altro punto di vista a lungo sottovalutato, che è quello dell’appoggio e della solidarietà internazionale, elemento evidentemente di forza per altre nazioni che lottano per la propria autodeterminazione.

Presentazione della Federatzione Sarda de sa Gioventude Indipendentista

2000px-Bandera_nacionalista_sarda.svg_Venerdì 3 febbraio alle ore 10 presso l’Hotel Mariano IV (Piazza Mariano 50, Oristano) conferenza stampa di presentazione della neonata Federatzione de sa Gioventude Indipendentista.

Durante la conferenza saranno illustrati gli obiettivi e le finalità della FGI, che riunisce collettività già strutturate e singoli individui già operanti nei vari territori dell’isola, all’interno di una rete che mira all’accrescimento della coscienza nazionale sarda e alla costruzione di un fronte comune giovanile contro il colonialismo italiano.
I campi d’azione entro cui lavorerà la FGI sono quelli dell’educazione e del lavoro giovanile, con il fine di raggiungere una reale sovranità nel campo della scuola e dell’Università e in materia di politiche per il lavoro giovanile.                                                                                                                                                                                                                                         La FGI aggrega giovani con un’età compresa fra i 14 e i 30 anni e non è un’emanazione di partito, e per tal motivo non parteciperà a nessuna competizione elettorale.

Emergenza neve: Regione «pachiderma inutile»

Pigliaru-iniziamo-il-domani-Copia

Con riferimento a quanto apparso ieri nei principali mezzi di informazione, il neoeletto presidente del Consiglio delle Autonomie Locali, Andrea Soddu, esprime il suo stupore e il suo disagio davanti alle dichiarazioni dell’assessore regionale alla Protezione Civile, Donatella Spano, che attacca duramente i comuni, rei a suo dire, di non essere sufficientemente organizzati nel fronteggiare le emergenze. «Più che il più classico degli scaricabarile» sostiene Soddu «siamo davanti alla mistificazione pura, intrisa peraltro di propaganda e della peggiore». «La verità è sotto gli occhi di tutti, da un lato le nostre comunità, che con i mezzi disponibili fronteggiano un evento straordinario grazie al prezioso contributo di volontari e cittadini, dall’altro la regione che si muove con lentezza annunciando interventi per larga parte disattesi. Mai come in questa occasione l’ente superiore prende nel vero senso della parola le sembianze di quel pachiderma inutile, costoso e soprattutto lontano dai bisogni delle comunità. Mentre a Cagliari si facevano annunci che davano per risolte situazioni estremamente difficili e complesse, a Urzulei, a Fonni e in altri paesi dell’interno le amministrazioni provvedevano alla sicurezza e al conforto delle tante persone rimaste isolate e prive dei servizi essenziali. Mentre dall’assessorato piovono accuse di chissà quali negligenze, a Desulo sottolineano il paradosso che nel passato ha permesso di far arrivare in paese una task force ad abbattere dei maiali con solerzia cosa questa che manca quando bisogna salvare vite umane e attività produttive. Mentre nel capoluogo regionale si parla tanto e si fa poco, in Barbagia i cittadini spalano la neve con mezzi propri e gli imprenditori offrono sostegno e solidarietà» «L’assessore Spano ha voluto ricordarci» – conclude il presidente del CAL – «che i comuni sono carenti di piani di Protezione Civile. Volevo informare l’assessore, qualora non ne fosse al corrente, che nei comuni non sono i piani a mancare ma i mezzi e le risorse. Mai come in queste occasioni i paladini dell’accentramento, fautori e difensori di riforme che stanno condannando le nostre comunità a sparire, possono toccare con mano le conseguenze delle loro scelte scellerate. Anziché essere indignati per il grido d’aiuto che arriva da zone dove è difficile persino partorire, siano felici per il raggiungimento del loro obiettivo primario: la desertificazione della nostra isola». «Come CAL la nostra visione politica è opposta, puntiamo ad una diversa distribuzione delle risorse e delle strutture restituendo dignità ai piccoli centri»

Pilota automatico. La Sardegna come la Grecia

UE

La Sardegna come la Grecia? Fatte le dovute differenze, ciò che è accaduto nei giorni scorsi a proposito della Legge Finanziaria varata dalla giunta regionale dell’isola ma bocciata dalla Corte Costituzionale non è molto dissimile rispetto al trattamento ricevuto negli ultimi anni da Atene – così come da molti altri paesi europei – da parte dell’Unione Europea e di alcune istituzioni finanziarie internazionali. Un vero e proprio commissariamento, dettato da vincoli di bilancio imposti dall’altro che di fatto cancellano ogni parvenza di democrazia, anche solo formale, sovranità e rappresentanza.

Nel mirino della sentenza della Corte Costituzionale infatti sono finiti alcuni articoli della legge di bilancio regionale che, a detta dell’istituzione, non rispettano il “sacro vincolo” del pareggio di bilancio.

Formalmente il diktat arriva da Roma – era stato infatti il governo statale a presentare un ricorso alla consulta contro la manovra economica della giunta a guida PD – ma occorre ricordare che il pareggio di bilancio e il patto di stabilità sono principi imposti a forza dall’Unione Europea e dalle sue istituzioni, tanto che alcuni provvedimenti in tal senso sono stati addirittura inseriti nella Costituzione senza alcun reale dibattito politico nel Paese e senza tantomeno investire i cittadini e le cittadine della decisione.

Eppure vincoli come l’impossibilità di accumulare debito pubblico sia a livello statale sia locale hanno enormi ripercussioni sulle condizioni di vita delle classi popolari, rendendo di fatto impossibile agli enti amministrativi di poter stanziare finanziamenti per la sanità, l’istruzione, l’assistenza sociale, il lavoro, la previdenza, l’ambiente e quant’altro.

Se anche una maggioranza politica conformista, subalterna e imbelle come quella presieduta da Pigliaru è incappata nello stop da parte del ‘pilota automatico’ imposto da Bruxelles e Francoforte e di cui la Corte Costituzionale ha scelto di ergersi a cane da guardia, figurarsi quale boicottaggio potrebbe toccare a un ipotetico governo realmente progressista della Sardegna.

È evidente che quanto accaduto non può essere derubricato a banale incidente di percorso, perché il grave episodio rivela una volta di più, se ce ne fosse bisogno, il carattere antipopolare, antidemocratico e imperialista di una costruzione sovranazionale, l’Unione Europea, che tutto è tranne che un’unione paritaria e solidale di popoli e stati.

Qualsiasi battaglia per maggiori diritti e garanzie sociali, e a maggior ragione una lotta che abbia come obiettivi strategici la liberazione sociale e natzionale, non può che mettere in discussione l’angusta e soffocante gabbia rappresentata dall’Unione Europea, a partire dai vincoli e dai trattati che impediscono anche ogni piccola deviazione rispetto ai diktat economici e politici dettati da parte di una oligarchia sempre più ristretta e feroce.

Marco Santopadre

Dimensionamento: prosegue lo smantellamento della scuola sarda

scuola sardaContro il ridimensionamento della rete scolastica previsto dalla Giunta sarda per l’anno scolastico 2017/18 si uniscono in coro le voci di tutti i partiti, di maggioranza e di opposizione, quasi fosse un’impennata di pochi sciagurati. Ma per comprendere meglio di chi siano le responsabilità e quali gli effetti occorre fare un po’ di chiarezza e rispolverare la memoria del recente passato.

L’allegato alla Delibera della Giunta Regionale n. 63/50 del 25.11.2016 (le Linee guida per il dimensionamento della rete scolastica per l’anno scolastico 2017/2018), detta in pratica un insieme di indicazioni molto precise sul futuro immediato della scuola sarda. Un destino su cui la maggioranza che è attualmente al governo ha una responsabilità piena, compreso quel PdS (Partito dei Sardi) che oggi spara a zero. Forse l’alleato di governo non si è reso conto che la Regione Sardegna non ha un piano regionale che definisca la programmazione degli interventi in tema di istruzione e formazione, in compatibilità con l’autonomia e le competenze previste dallo Statuto? Recita infatti l’ Art. 5 dello Statuto sardo che « […] la Regione ha facoltà di adattare alle sue particolari esigenze le disposizioni delle leggi della Repubblica, emanando norme di integrazione ed attuazione, sulle seguenti materie: (a) istruzione di ogni ordine e grado, ordinamento degli studi».

Purtroppo da troppo tempo la Regione Sardegna omette regolarmente di esercitare questa sua specificità nell’interesse e per la tutela dell’istruzione dei giovani sardi (per esempio è stata l’unica regione che nel 2015 non ha fatto ricorso allo Stato sulle decisioni prese in termini appunto di razionalizzazione, ovvero di tagli, in materia di istruzione). I vertici sardi sono stati, e continuano ad essere più realisti del re e adottano provvedimenti più restrittivi anche rispetto ai limiti già imposti dallo Stato italiano. Infatti i parametri proposti dal Ministero sono stati applicati sia da questa Giunta (di partiti di centro sinistra) nello scorso Piano di razionalizzazione, sia dalla Giunta Cappellacci (di centro destra) che oggi finge un’indignazione di facciata.

Quali siano gli ultimi espedienti presi dalla attuale giunta regionale lo si deduce da pochi stralci significativi tratti dalle attuali linee guida: «La Giunta regionale, con il Piano di dimensionamento per l’anno scolastico 2017/2018 intende continuare il percorso già avviato con i piani di dimensionamento degli anni precedenti, funzionale alla creazione di poli scolastici territoriali ottimali accoglienti, didatticamente strutturati, tecnologicamente efficienti che garantiscano un servizio scolastico coordinato e condiviso in un territorio sovracomunale».  Tradotto dal linguaggio burocratico significa, in sostanza, la volontà di chiudere le scuole nei piccoli centri, sulla scia (continuare il percorso già avviato) del processo iniziato negli anni passati (si vedano le linee guida fotocopia). Intende inoltre – prosegue la norma –  «superare il modello delle pluriclassi, in ogni ordine di scuola, nella prospettiva di mantenere livelli didattici e formativi orientati alla qualità del servizio e all’efficacia del processo di insegnamento-apprendimento; e sostenere la creazione di “poli scolastici territoriali” al fine di riorganizzare i bacini di utenza relativi alle scuole del primo ciclo (primaria e secondaria di primo grado) potenziando i servizi scolastici e il tempo pieno». In sintesi la cancellazione di classi a più livelli che coincide con la soppressione delle scuole, in quelle realtà paesane ormai destinate a scomparire e la cui estinzione è sancita dall’opera di sterilizzazione culturale dei piccoli centri decretata dal governo sardo.

Ma la sopravvivenza delle piccole scuole e dell’istruzione in genere non è una mera questione amministrativa o contabile; invece essa è un problema politico che deve essere fronteggiato con decisioni nette anche avverse alle decisioni imposte dallo stato italiano. Le strategie contro la dispersione scolastica pur avendo dissipato milioni di euro negli anni fin da quando la Sardegna rientrava nell’obiettivo 1, sono state fallimentari e non hanno avuto un adeguato monitoraggio che ne misurasse l’effettiva efficacia, e la Sardegna è rimasta miseramente in coda alle classifiche sia sulla dispersione sia sul possesso minimo delle competenze.

Quando si avrà il coraggio di fare una seria legge sull’Istruzione e sulla formazione professionale, della cui mancanza sono responsabili tutte le ultime giunte regionali? Quando si ammetterà che la questione istruzione è legata al lavoro, al malessere sociale, al disagio delle nuove generazioni nei piccoli centri abbandonati, dove la chiusura di una scuola, di un centro di aggregazione culturale, significa la morte di pezzi di identità, di trasmissione di saperi, di condivisione di competenze? La Giunta, l’amministrazione regionale, come bene sanno i sindaci che si stanno rivoltando contro queste decisioni, soprattutto nelle aree interne del nuorese e del Campidano, evidentemente non si cura di questo degrado e del rischio di desertificazione culturale interno, come non si cura della tutela della lingua e della storia sarda che andrebbero inserite nelle attività curricolari sin dalla scuola primaria.

Il ridimensionamento scolastico in Sardegna è ben illustrato nella tabella estratta dai COBAS Sardegna che riportiamo di seguito, da cui si evince che nell’a.s. 2015-2016 i nostri vertici hanno tagliato 34 Autonomie Scolastiche e 27 scuole in 23 piccoli centri della Sardegna e che in dieci anni sono state soppressi 147 istituti. 
ninniscema

Questi dati, aggiunti alle drammatiche previsioni sul rischio spopolamento nell’Isola che incombe su 166 comuni con meno di mille abitanti (ma quelli che potrebbero sparire entro il 2020 sono 33), ed uniti ai dati sulla disoccupazione giovanile e adulta (basti pensare che «negli ultimi anni – dati fondazione Carrus –  oltre 16 mila abitanti hanno lasciato i nostri paesi e, stando alle proiezioni, altri 4 mila lo faranno nei prossimi tre anni, l’equivalente di 10 paesi di 2 mila abitanti inghiottiti da una forma di emigrazione che non prevede ritorno, ma altri 20 mila si prevede che andranno via prima del 2030), formano un quadro di disperazione e genocidio sociale di cui la politica ufficiale, quella che governa oggi e che governava ieri,in collusione con la gestione coloniale dei partiti italiani, ha la piena e totale responsabilità!

Quale sarebbe invece la strada da percorrere per salvare l’istruzione in Sardegna? In primo luogo la stesura di una legge regionale seria che privilegi la lingua e la storia sarde in tutti gli ordini di scuole, inserendole nel contesto curricolare e non lasciando la sua rivisitazione a sporadici progetti e al volontariato dei docenti. La stessa norma dovrebbe poi affermare con forza la volontà di salvare le piccole scuole dei centri della Sardegna in sofferenza, sia a causa dello spopolamento, sia a causa delle difficoltà economiche, sia in presenza di specificità territoriali che ne riducono i collegamenti e i trasporti. In secondo luogo affermare il primato di una linea politica volta a invocare accordi affidando la formulazione delle soluzioni (anche integrate) ai sindaci dei piccoli comuni e valutando per ogni fattispecie quali siano le strategie auspicate dalle comunità colpite dal rischio di esclusione culturale e educativa. Solo con maggiore difesa della specificità sarda e una più profonda intesa democratica sarà possibile ridisegnare positivamente il quadro dell’istruzione in Sardegna. Manca però la volontà politica che le giunte regionali, espressione dei partiti centralisti, non vogliono e non posso avere a causa della loro stessa natura politica subalterna.