Quirra: il veleno che non si arresta

Immagine tratta da Atlante italiano conflitti ambientali

di Daniela Piras

Manca meno di un mese all’appuntamento fissato per manifestare davanti al poligono di Capo Frasca. Sabato 12 ottobre movimenti, comitati, associazioni, sindacati e tutti coloro sensibili al dramma della presenza delle basi militari nell’isola faranno sentire la loro voce contro l’oppressione militare, le esercitazioni, le servitù e tutto ciò di cui il poligono è l’emblema: l’occupazione militare della Sardegna e il costante stato di pericolo e di interdizioni a cui sono sottoposti i territori scenari di tali “giochi di guerra”, (che di ludico hanno davvero ben poco).

Sempre più gente comune sta acquisendo consapevolezza di ciò che davvero comporta ospitare i poligoni, al di là degli introiti economici di pochi. Il velo di mistero e la nebbia d’ignoranza di cui erano ricoperti tali siti fino a non tanto tempo fa sta calando grazie a chi ne ha messo in risalto il lato oscuro.

Uno dei siti più importanti e strategici in Sardegna è quello del Poligono Sperimentale e di Addestramento Interforze di Salto di Quirra (PISQ), il più grande d’Europa, costituito nel 1956, che comprende il Poligono “a terra” di Perdasdefogu, sede del Comando, e il Distaccamento A.M. di Capo S. Lorenzo con il Poligono “a mare”: si tratta di un poligono a disposizione di tutte le Forze NATO. Nel sito del Ministero della Difesa si fa un chiaro riferimento all’attenzione da tenere durante lo svolgimento delle operazioni: «Il Poligono elabora a cadenza semestrale un Programma di attività che viene sottoposto all’approvazione dello Stato Maggiore della Difesa. In fase esecutiva, ogni operazione deve essere svolta nel rispetto di un Disciplinare per la Tutela Ambientale, volto a garantire il minimo impatto ambientale delle attività».

Intorno a Quirra, però, tale attenzione pare non bastare, e nel 2011 a Lanusei parte l’inchiesta della Procura; una parte del Poligono viene sequestrata. L’inchiesta è volta ad accertare eventuali correlazioni tra le attività militari, i casi di tumore riscontrati tra la popolazione e la nascita di diversi capi di bestiame con malformazioni.

Chiediamo all’avvocato Gianfranco Sollai, legale di parte civile che rappresenta i cittadini malati, di aiutarci a fare il punto della situazione sul processo in corso.

  • Come nasce il processo per i “veleni di Quirra”?

Il procedimento penale avente ad oggetto l’attività antropica militare del Pisq viene aperto dalla Procura della Repubblica presso il tribunale di Lanusei, competente per territorio, a seguito della denuncia del medico di famiglia, dott. Paolo Pili, che svolgeva servizio presso il comune di Villaputzu, il quale notò che tra i suoi pazienti vi era un numero considerevole di persone che avevano contratto patologie tumorali, in particolare quelli che abitavano nella frazione di Quirra e/o che esercitavano l’attività di pastore, talvolta anche all’interno del poligono (infatti, per accordo intervenuto tra il Ministero della Difesa e i comuni interessati, i pastori potevano accedere ai terreni occupati dai militari per il pascolo e altre attività pertinenti). Invero, all’interno del poligono, nel 2010 , data del sequestro e conseguente obbligo di rilascio per i pastori, vi erano quindicimila capi di proprietà di alcune decine di aziende e un centinaio di addetti; certamente hanno esercitato un ruolo importante anche le manifestazioni e i dibattiti delle associazioni e partiti indipendentisti che da anni chiedevano lumi sulle attività e la chiusura del poligono per questioni ambientali e per rivalutare economicamente la zona.

  • Cosa è emerso nel processo sino ad ora, dall’istruttoria dibattimentale?

Attualmente siamo nella fase dibattimentale, ove attraverso l’audizione di decine di testi e documenti si è appreso che l’attività militare all’interno del poligono consisteva nel brillamento di tonnellate di bombe, razzi, proiettili… obsoleti, in gran parte armi residuate dalla Guerra Mondiale, le quali venivano interrate ad una profondità di circa sette-otto metri, ricoperte dalla terra dello scavo e fatte brillare, nonché nel lancio di migliaia di missili e razzi ed ancora nel provocare lo scoppio di tubi, al fine di constatarne la resistenza, per poi essere utilizzati nei giacimenti di petrolio.

Vi è da dire che il territorio del poligono è particolarmente mineralizzato, vi è arsenico, torio, uranio, cadmio e altri minerali naturali, i quali attraverso i brillamenti sono stati resi biodisponibili e pertanto inalabili e ingeribili attraverso la carne, il latte, i formaggi degli animali presenti nel Pisq che, brucando l’erba, ingerivano appunto le polveri sottili di questi minerali, sia dei naturali polverizzati che di quelli che rilasciavano le armi fatte brillare. È bene precisare che il torio e l’uranio sono radioattivi.

  • Il nesso di casualità tra le attività svolte nel poligono e l’insorgere di tumori e malformazioni nella zona adiacente è già stato dimostrato? Cosa è necessario per dimostrarlo?

Quanto al nesso di causalità, abbiamo certamente diversi elementi indiziari che fanno ritenere che l’attività militare, non essendoci in quel territorio altra attività inquinante (non vi sono industrie e l’attività mineraria è dismessa da un secolo), abbia provocato danni alla salute. Questo si evince da alcuni elementi:

  1. a) La percentuale di morti per cancro;
  2. b) Le malformazioni ad Escalaplano, paese distante otto chilometri in linea d’aria, dove, a causa dei venti prevalenti, le polveri sono riuscite a raggiungere il centro abitato;
  3. c) Il torio trovato nelle tibie dei morti per tumore che sono stati riesumati;
  4. d) L’alta percentuale di malformazioni tra gli animali, pecore in particolare, che pascolavano nel poligono;
  5. e) Le percentuali di malattie tumorali tra i militari, nonostante la giovane età e la “sana e robusta costituzione” accertata al momento dell’arruolamento.

Si potrebbe pensare che siano solo “indizi”. Sì certo, i fili uniti fanno una corda, gli indizi uniti fanno una prova.

Comunque per mero scrupolo ho fatto istanza per far disporre un’indagine epidemiologica specifica, più precisamente mirata ai pastori che frequentavano il poligono dal 2000 a oggi. I difensori degli imputati e del Ministero della Difesa (responsabile civile) si sono opposti, il tribunale si è riservato di decidere.

  • Quanto crede sia importante l’attività di sensibilizzazione e di protesta portata avanti da movimenti, comitati, sindacati ect?

Le attività dei movimenti, delle associazioni, la consapevolezza e le preoccupazioni dei cittadini dovrebbero costituire un campanello dall’allarme per la magistratura, la quale dovrebbe svolgere le sue funzioni con distacco rispetto agli altri poteri dello Stato e quindi con imparzialità; dovrebbe essere, dico la magistratura, compresa quella inquirente, il garante dei diritti dei cittadini, i quali devono, in uno Stato democratico e civile, avere il diritto di esprimere le proprie opinioni e di manifestare il dissenso. L’impedimento ma anche solo la dissuasione costituisce repressione, la quale una violazione dei diritti e dell’ordine democratico costituito. C’è da aggiungere che lo Stato sapeva dal 1800, e quindi anche il Ministero della Difesa, che l’area Pisq era ed è particolarmente mineralizzata.

No basi: lo Stato attacca, il movimento rilancia compatto

Un momento della carica delle forze di polizia italiana davanti alle reti a Decimomannu contro manifestanti completamente inoffensivi . Foto tratta da La Nuova Sardegna

I giornali di oggi aprono con la notizia di una valanga di accuse a una cinquantina di attivisti contro l’occupazione militare della Sardegna. Il teorema accusatorio consiste nell’idea che esista una regia violenta e addirittura “terrorista”  dietro le diverse manifestazioni davanti ai poligoni militari che – in alcuni casi – registrarono anche scontri con le forze di polizia italiana. Forze di polizia – lo ricordiamo per la cronaca – che in diverse occasioni caricarono manifestazioni assolutamente pacifiche come per esempio davanti alle redi della base di Decimomanno del 2015.

Le accuse  sono pesantissime e rasentano la fantascienza: associazione con finalità di terrorismo, eversione all’ordine democratico, devastazione e saccheggio. Fra le accuse addirittura l’organizzazione di un campeggio antimilitarista!

Gli avvisi di chiusura delle indagini preliminari firmati  dalla Digos della Questura di Cagliari su delega della Direzione distrettuale antiterrorismo, sono stati notificati complessivamente a 45 attivisti in maggioranza sardi.

La prima domanda che sorge spontanea è come mai questa grancassa mediatica proprio a nemmeno un mese dalla grande mobilitazione contro l’occupazione militare chiamata da circa 40 sigle in agenda per il prossimo 12 ottobre davanti ai cancelli del poligono di Capo Frasca. Si tratta di coincidenze o semplicemente di un attacco intimidatorio finalizzato a scoraggiare la partecipazione di massa alla mobilitazione?

A fronte della più grande ondata repressiva successiva a quella avvenuta nel 2006-2009 (operazione Arcadia e arresto del comunista indipendentista Bruno Bellomonte) molte sono state subito le voci a levarsi alte e a rilanciare la piena solidarietà con gli indagati e l’unità d’azione contro l’occupazione militare della Sardegna.

L’associazione Libertade ha celermente diramato un comunicato mettendo in rilievo come «le gravi contestazioni mosse dal pubblico ministero procedente assumono una portata molto preoccupante, in quanto riferite a condotte poste in essere dagli indagati nella legittima, pacifica e meritoria attività politica di sensibilizzazione e riconoscimento delle gravi conseguenze ambientali e alla salute provocate dalle esercitazioni militari svolte all’interno dei poligoni sardi»

La Procura colpisce soggetti  «rei di aver organizzato manifestazioni (avvenute nel 2014, 2015, 2016 e 2017) che si svolsero in maniera assolutamente pacifica; di aver organizzato campeggi definiti antimilitaristi, nei quali vengono svolte attività di informazione e approfondimento del tema; di resistenza ai pubblici ufficiali, benché sia noto che in quelle occasioni furono le forze dell’ordine a rinchiudere i manifestanti, tra cui donne e bambini, all’interno di cordoni ingiustificati»

Inoltre sono inquietanti anche le medesime modalità di comunicazione agli indagati delle accuse a loro carico e risulta «lesivo dei diritti fondamentali  [il fatto che] gli indagati abbiano appreso dell’avvenuta conclusione delle indagini nei propri confronti dai maggiori quotidiani sardi, poiché nessun atto veniva dapprima notificato agli stessi».

insomma siamo allo “sbatti il mostro in prima pagina” per ovvie e manifeste finalità politicamente e socialmente intimidatorie nei confronti di un movimento radicato e radicale che si oppone senza se e senza ma all’occupazione militare della Sardegna.

Non meno chiaro il comunicato dell’Assemblea Sarda contro l’occupazione militare della Sardegna A Foras che in un comunicato definisce «idiota» l’attacco repressivo della Procura e rilancia:

«Siamo a un mese dal corteo di Capofrasca del 12 ottobre, tra qualche giorno riprenderanno le nefaste esercitazioni militari in tutti i poligoni della Sardegna, sindacati e Regione fanno i salti mortali per far riprendere la produzione e la vendita di armi all’Arabia Saudita per salvare la fabbrica di bombe Rwm, la multinazionale bellica Avio presenta i suoi nuovi progetti a Perdasdefogu; è in questo scenario che si inserisce questo romanzo commissionato dalla procura e redatto dal quotidiano».

Anche per A Foras non vi sono dubbi: «l’unica volontà di questa operazione è attaccare il movimento che lotta contro le basi e l’occupazione militare della Sardegna, fiaccarne lo spirito e la determinazione. Tra il 2014 e il 2016 si è scatenata una grossa offensiva popolare sui poligoni militari ricca di pratiche, contenuti, azioni e forza. Un triennio nero per le stellette in Sardegna che hanno visto cortei in tutte le parti dell’isola, hanno letto di numerosi dossier che svelavano le loro malefatte, hanno subito le contestazioni in luoghi nel quale prima gli veniva steso il tappeto rosso come nelle scuole e nelle università. Per questo oggi militanti di comitati e reti che hanno lottato contro le basi militari, compresi diversi militanti di A Foras, subiscono questa ingiusta gogna mediatica».

 

Immediata anche la risposta del soggetto politico Caminera Noa che pochi giorni fa ha compiuto un blitz alla sede nazionale del Partito Sardo d’Azione per denunciare la contraddizione tra la linea antimilitarista dei sardisti e l’attuale immobilismo sul tema proprio nel momento dell’esercizio del potere e  lanciare la manifestazione del prossimo 12 ottobre.

Gli attivisti di Caminera Noa scrivono sui social di non avere paura e fanno notare la strana coincidenza tra la chiusura delle indagini e la preparazione della mobilitazione imminente: «Puntuale come un orologio svizzero, a poco più di venti giorni dalla mobilitazione contro l’occupazione militare italiana della Sardegna, arrivano le pesantissime accuse a diversi attivisti del movimento per la smilitarizzazione della Sardegna. Gli indagati sono imputati addirittura di devastazione, saccheggio e terrorismo per voler “sovvertire l’ordine democratico”. La finalità è chiara: fermare il movimento contro l’occupazione militare e circondare con una cortina di terrore e sospetto la mobilitazione del 12 ottobre 2019 a Capo Frasca, per scoraggiare la partecipazione popolare. Se essere contro l’occupazione militare della nostra terra vuol dire essere terroristi, allora lo siamo tutti e tutte. Ora più che mai è importante partecipare in massa alla mobilitazione del 12 ottobre. Il terrore, la paura, la menzogna e la caccia all’eretico non vinceranno‼️ A in antis!».

In chiusura ricordiamo tutte le coordinate per la grande manifestazione contro l’occupazione della Sardegna prevista il 12 ottobre a Capo Frasca.

 

 

Una legge elettorale democratica

Lo scorso giovedì 5 settembre  il movimento LibeRU ha presentato a Cagliari una proposta di legge alternativa a quella attualmente in vigore. 

Riportiamo la proposta ribattezzata “proporzionale sarda” nella sua versione integrale. 

Dopo tanti anni di proteste da parte di innumerevoli comitati, movimenti e associazioni di tutta la Sardegna, Liberu ha ritenuto opportuno concretizzare una proposta di alternativa democratica all’attuale legge elettorale regionale. Una legge fortemente antidemocratica e tesa consolidare l’egemonia delle maggiori forze politiche e a premiare i rapporti di potere basati sul clientelismo. Una legge che, tramite meccanismi contorti e giochi di prestigio, perpetua una politica vecchia, fatta di blocchi di potere vecchi, impersonati da uomini vecchi e territori che prevalgono uno sull’altro.
Questa proposta nasce dall’esigenza di combattere una struttura politica in cui le regole della democrazia vengono piegate per consolidare il potere baronale di pochi individui, e si pone l’obiettivo di restituire pari dignità a tutte le forze politiche che vogliono entrare in competizione, pari rappresentatività a tutti i territori della Sardegna, pari opportunità a donne e uomini.
Lo spirito che ha animato il nostro lavoro inizia sin dalla forma stessa di attuazione della proposta: mentre alcuni lavorano per costituire piccole modifiche tecniche tutte interne all’apparato burocratico, noi lanciamo la proposta a tutto il popolo sardo e lo rendiamo protagonista in prima persona di un processo di cambiamento e di rivendicazione di democrazia.
Di fronte a piccoli correttivi di Palazzo, spesso guidati dagli stessi politici che hanno dato vita a questa legge golpista, noi rilanciamo la proposta della piazza, riconsegnando centralità al popolo sardo.
La natura della nostra proposta, come si evince dai punti che la compongono, mira a fare tutto il possibile per fissare delle regole elettorali che permettano di costruire un governo democratico e stabile. Ciò avverrà attraverso un sistema proporzionale che prevede anche una possibilità di premio di maggioranza, come extrema ratio che garantisca elementi di stabilità e governabilità, una forte presenza della componente femminile, una rappresentatività equilibrata dei territori, la formazione di un Consiglio che sia quanto più possibile espressione del variegato tessuto politico sardo, la composizione di un’assemblea formata da consiglieri e da un presidente veramente rappresentativi della volontà dell’elettorato.

La nostra proposta di legge attacca i fondamenti antidemocratici che animano la legge elettorale del 2013 e propone le misure risolutive che andiamo ad illustrare per sommi capi:

  • Collegio unico Sardegna.

L’attuale legge elettorale divide la Sardegna in 8 circoscrizioni, con la motivazione che questo serva a rappresentare tutti i territori. In realtà questo meccanismo introduce un sistema che premia solo i partiti maggiori, blindando il numero dei consiglieri eleggibili in ogni circoscrizione e facendo sì che ad essere eletti siano sempre e solo i rappresentanti dei partiti più forti, territorio per territorio. La dimostrazione che non serve a rappresentare tutti i territori è data dalla realtà: con questo meccanismo l’Ogliastra ha sempre eletto la metà dei rappresentanti previsti, nel 2014 la Gallura ne aveva eletto 2 su 6, il medio campidano paga sempre il pegno alle altre province più forti rinunciando sempre ad almeno un seggio.
La Proporzionale Sarda tiene in considerazione che i cittadini sardi sono solo un milione e mezzo e non hanno quindi necessità di essere divisi in mille circoscrizioni, anche perché devono eleggere il Consiglio regionale di tutti i Sardi, e non un Consiglio provinciale del proprio territorio. prevede che, per garantire la presenza di candidati di tutti i territori, le liste debbano essere composte proporzionalmente da candidati – uomini e donne – residenti in tutti i territori della Sardegna. L’elettore potrà votare, all’interno del collegio unico regionale, il candidato che più rappresenta le sue preferenze senza assurde blindature che per giunta, come dimostrato, non agevolano ma bensì ostacolano la rappresentanza dei territori.

  • Rappresentanza di genere

L’attuale sistema elettorale prevede che le liste debbano essere composte con una rappresentanza di genere paritaria. Dopo ripetuti tentativi di sabotare la proposta da parte di tanti consiglieri che ancora oggi siedono in Consiglio, è stata introdotta la doppia preferenza di genere, che permette all’elettore di esprimere due preferenze all’interno della stessa lista, una per un candidato uomo e una per una candidata donna.
Questo sistema di riequilibrio della rappresentanza di genere è positivo ma non sufficiente. Se infatti questo meccanismo resta come è oggi, vincolato ad un sistema di alleanze che prevede liste civetta e a una suddivisione del territorio in circoscrizioni piccole e controllate, accade che in ogni circoscrizione i vecchi baroni della politica sistemino il numero di donne necessario col solo scopo di rispettare la legge ma evitare di essere sorpassati da concorrenti donna. Le possibilità offerte da questo sistema hanno lasciato spazio a meccanismi astuti che permettono di conseguire un alto numero voti, ma evitando il rischio di prendere meno voti di una donna. In questo modo ci si assicura che le candidate donna non siano concorrenti temibili e capaci di soffiargli l’elezione, ma essendo comunque necessario ottenere una grande quantità di voti, anziché mettere in lista molte donne troppo rappresentative si preferisce portare i voti tramite la proliferazione di liste civetta, composte da una marea di candidati che portano voti ma non riescono a contendere il voto ai grossi personaggi.
La Proporzionale Sarda garantisce un’equa rappresentanza femminile abolendo gli ostacoli che relegano le candidate donna a contorno e strumenti per l’elezione dei candidati uomini. Questo avviene grazie al’istituzione del collegio unico regionale, che disarticola il sistema di circoscrizioni costruite per la spartizione dei seggi tra pochi, e grazie all’abolizione del sistema di coalizioni, che determina la proliferazione di liste civetta finalizzate a portare voti ai più forti.
Con la Proporzionale Sarda ogni lista, composta da 60 candidati complessivi, dovrà essere composta esclusivamente da persone valide e capaci per riuscire ad ottenere un alto numero di voti ed entrare in Consiglio. Una lista di uomini forti che non si preoccupa di aggregare donne altrettanto forti rischia di non ottenere sufficienti preferenze. Per questo l’inserimento di donne capaci e rappresentative diventa una condizione necessaria per ottenere molti più voti, ma questa capacità e rappresentatività inserisce anche la condizione per permettere alla donna di contendere davvero l’elezione a un uomo.

  • Soglia di sbarramento naturale.

L’attuale legge elettorale prevede due altissime soglie di sbarramento, create con l’evidente intento di negare la rappresentanza democratica a tutte le forze minori che non si coalizzano con gli schieramenti maggiori e al candidato presidente fuori dal blocco bipolare, ovvero il terzo candidato presidente più votato e successivi.
La Proporzionale Sarda prevede che la soglia di sbarramento debba essere quella naturale, risultante dalla attribuzione proporzionale pura dei voti validi sulla base dei seggi disponibili in Consiglio. In questo modo le forze che si dimostreranno esigue e troppo poco rappresentative non otterranno seggi, mentre tutte le forze capaci di rappresentare una quantità proporzionale valida di elettori avranno spazio nell’Assemblea sarda.

  • Lista unica non coalizzata.

L’attuale legge elettorale prevede la possibilità di istituire coalizioni di liste che concorrono all’elezione del Consiglio regionale e del presidente. Questo fa sì che i partiti più forti creino un alto numero di liste civetta che hanno esclusivamente lo scopo di traghettare voti al candidato presidente, il quale in questo sistema elettorale è l’ago della bilancia per la conquista della maggioranza. Accade così che nascano liste senza una storia, senza un programma, composte da candidati talvolta inesperti che vengono illusi di poter essere eletti, col solo scopo di convogliare i voti dei loro familiari e amici al candidato presidente. A beneficiare di questo sistema di alleanze e di liste civetta sono i grossi baroni della politica perché, se il candidato presidente ottiene il premio di maggioranza, i primi ad avere il posto assicurato sono proprio loro. Lo scopo del sistema di alleanze non è dunque quello di unire liste che hanno una comune progettualità politica, ma quello di ammucchiare numeri di persone che devono, anche inconsapevolmente, dirigere voti al presidente per poi riuscire a sistemare i pezzi grossi della politica regionale. Per noi questo sistema è antidemocratico, ingannevole e inaccettabile, per cui la Proporzionale Sarda prevede che ogni lista rappresenti un suo elettorato affine, che vota a seconda della condivisione di un programma e non solo per sostenere un parente, magari avvantaggiando inconsapevolmente un barone della politica.
Con la Proporzionale Sarda ogni lista corre autonomamente, col suo programma, con la sua visione di Sardegna, con i suoi candidati uomini e donne provenienti da tutti i territori della Sardegna, ed ottiene esattamente il peso che l’elettorato di riferimento le attribuisce, senza trucchi e senza inganni.
Inoltre questo garantirà che tutti i candidati potranno diventare consiglieri solo se riescono a raccogliere un alto numero di voti, diventando veramente rappresentativi di gran parte dell’elettorato, diversamente dall’attuale sistema, che permette ai beneficiari di un elevatissimo premio di maggioranza di poter essere eletti anche con poche centinaia di voti.

  • Premio di maggioranza

L’attuale legge elettorale prevede due possibili premi di maggioranza, uno che scatta col raggiungimento del 25% del totale dei voti validi, l’altro col 40%. Nel primo caso alla lista o coalizione di liste che supera il 25% vengono attribuiti il 55% dei seggi del Consiglio, nel secondo caso addirittura il 60%.

Una soglia che come è evidente è facile da raggiungere per mastodontiche coalizioni di lista composte da una miriade di liste civetta, ma anche fortemente sproporzionata nell’attribuzione dei seggi, arrivando addirittura a prevedere, in un caso, l’attribuzione del 60% dei seggi a una coalizione senza la maggioranza assoluta dei voti validi e comportando in questo modo un pesante condizionamento antidemocratico della volontà popolare.
La Proporzionale Sarda prevede un premio di maggioranza che scatta al raggiungimento da parte di una lista del 25% del totale dei voti validi (se due o più liste dovessero superare il 25% il premio di maggioranza verrebbe attribuito a quella che ottiene più voti), la quale otterrebbe 31 consiglieri più il presidente della Regione, con una maggioranza complessiva composta da oltre il 52% dei seggi del Consiglio. I restanti 28 posti da consigliere andranno distribuiti con sistema proporzionale tra tutte le altre liste.
Abbiamo previsto un premio di maggioranza come misura estrema per dotare la legge di un sistema di governabilità e di stabilità di carattere oggettivo, quindi indipendente dalla volontà delle parti di trovare un accordo a tutti i costi. Risulta d’altra parte evidente che il sistema propende per far sì che a regolare la politica regionale sia una distribuzione proporzionale dei seggi a cui segue una trattativa per la formazione di una maggioranza e l’individuazione di un presidente, come si evince dalla struttura complessiva della legge. L’introduzione di una soglia così alta da raggiungere per ottenere il premio di maggioranza è chiaramente voluta per dare quante più probabilità possibili di attivare una distribuzione proporzionale dei seggi, pur non escludendo tuttavia anche un meccanismo di governabilità e stabilità oggettivo e indipendente dalla volontà delle parti.

  • Sistema proporzionale di attribuzione dei seggi

I seggi vengono attribuiti con sistema proporzionale tra tutti i voti validi ottenuti da tutte le liste se nessuna lista ottiene da sola il 25% dei voti validi o se una lista ottiene da sola il 50% più uno del totale dei voti validi espressi. Questo sistema previsto nell’attuale legge elettorale è apparentemente simile a quello previsto anche nella Proporzionale Sarda, ma la differenza sostanziale è che nel sistema attuale queste percentuali vengono troppo facilmente ottenute tramite coalizioni di liste, che riescono a raggiungere percentuali enormi.
Nell’attuale legge elettorale la soglia per l’attribuzione del premio di maggioranza, stabilita al 25% ma in un sistema di coalizioni di liste, permette che sia molto facile che qualche coalizione lo raggiunga. Questo fa sì che sia quasi impossibile procedere alla assegnazione dei seggi su base proporzionale, come previsto se nessuno raggiungesse il 25%.
Viceversa nella Proporzionale Sarda, che non prevede coalizioni ma solo liste uniche, diventa estremamente difficile che una sola lista arrivi a superare il 25% dei voti validi, rendendo quindi estremamente probabile che la suddivisione dei seggi avvenga in maniera proporzionale. D’altro canto, riteniamo corretto che nella, pur improbabilissima, ipotesi che una sola lista superi la maggioranza dei voti totali si debba procedere alla assegnazione dei seggi su base proporzionale, svincolando quindi l’assegnazione dal premio di maggioranza che potrebbe limitare un’equa attribuzione.

  • Abolizione del voto disgiunto

L’attuale sistema elettorale prevede la possibilità di attribuire il cosiddetto voto disgiunto, ovvero un voto al candidato presidente di una lista e un voto ad un candidato consigliere di un’altra lista. La motivazione a sostegno di questo sistema era stata data dalla possibilità per l’elettore di votare per i rappresentanti che più attiravano la sua fiducia. Il reale funzionamento di questo sistema invece è quello di permettere all’elettore di sostenere l’elezione di un candidato presidente che, lo ricordiamo, è il vero ago della bilancia per la vittoria, pur rispettando i legami clientelari del proprio territorio e sostenendo il proprio barone locale anche se è candidato in liste diverse. Gli effetti disastrosi di questo sistema, ben lungi dal soddisfare i gusti dell’elettore, sono stati quelli di confermare la presenza in Consiglio dei soliti noti anche se le giunte regionali sono state di colore diverso, con una sfilza di intoccabili che, grazie al voto disgiunto e ad un sistema di clientele ben consolidato, riescono a superare indenni ogni stagione politica.
La Proporzionale Sarda, restituendo centralità al programma politico e ai suoi sostenitori candidati, prevede che ogni elettore voti una sola lista e solo candidati che sostengono il programma contenuto in quella lista. La doppia preferenza di genere all’interno della stessa lista conferma in ogni caso la facoltà di attribuire contemporaneamente un voto a un uomo e uno a una donna. In questo modo l’elettore, esprimendo il suo voto per un candidato uomo e uno per la candidata donna per la lista X, indicherà automaticamente il sostegno anche per la lista che esprime il programma politico e per il candidato presidente che rappresenta quel progetto. Questo fa sì che l’elettore esprima la sua preferenza per un programma reale e per candidati che devono portare avanti quel progetto senza ambiguità.

  • Candidato presidente beneficiario della fiducia democratica

L’attuale legge elettorale prevede che il candidato presidente più votato diventi presidente della Regione, il secondo candidato più votato diventi consigliere regionale e che il terzo candidato più votato non venga eletto in Consiglio regionale. Questo sistema, evidentemente studiato per agevolare i due schieramenti più forti a scapito di tutti gli altri, ha creato situazioni assurde e paradossali. Nel 2014 Michela Murgia è restata fuori dal Consiglio regionale pur avendo ricevuto circa 76mila voti. Stessa sorte di Francesco Desogus, che nelle elezioni regionali del 2019 non ha avuto un posto da consigliere pur avendo ottenuto oltre 85mila voti. Attualmente però il Consiglio regionale ospita consiglieri che hanno ottenuto sei/settecento voti, entrati tramite questo meccanismo e attraverso un premio di maggioranza eccessivamente generoso.
La Proporzionale Sarda, per ovviare a queste dinamiche assurde e paradossali, prevede che tutti i candidati alla carica di presidente che non vengano eletti presidente, essendo beneficiari di tutti i voti conseguiti dalla lista che essi rappresentano, possano concorrere a diventare consiglieri regionali proporzionalmente ai voti ottenuti.

Cristian Solinas è contro l’occupazione militare della Sardegna?

Oggi, 7 settembre, una delegazione di attivisti di Caminera Noa e di A Foras hanno compiuto una azione dimostrativa sotto la sede del PSd’Az a Cagliari per aiutare i sardisti (e il loro capo politico attualmente alla guida della Regione Autonoma) a ricordare la loro linea politica contro l’occupazione militare della Sardegna.

In vista della grande manifestazione contro l’occupazione militare chiamata da diverse realtà indipendentiste per il 13 settembre 2014 la Direzione Nazionale del Partito Sardo D’Azione scriveva in un documento officiale ancora scaricabile dal sito ufficiale del partito sardo:
“La Direzione nazionale del Partito dei Quattromori, riunitasi recentemente ad Oristano sotto la presidenza di Giacomo Sanna, ha voluto sul punto rimarcare che la storica battaglia sardista è contro tutte le servitù militari e non ammette perciò alcuna differenziazione di paesi partecipanti e di tipologia di occupazione militare della Sardegna. Per il Psd’az infatti, il sistema coloniale delle servitù militari sarde deve essere interamente smantellato senza alcun distinguo, ed a prescindere da inconsistenti e strumentali differenziazioni. La Direzione sardista ha inoltre rilevato che il Psd’az è stato suo malgrado da oltre mezzo secolo il solitario e pressoché esclusivo protagonista di questa storica battaglia, ma sempre nella totale consapevolezza che solo attraverso la massima coesione e la profonda presa di coscienza di tutto il Popolo sardo ci sarebbe potuta essere la possibilità di vittoria. Nel rilevare inoltre come ancora oggi importanti porzioni di territorio e di popolazione siano ostaggio dei ricatti della presenza militare, da cui dipendono in maniera significativa perfino le sorti economiche di intere comunità, il Ps’daz auspica che una numerosa partecipazione popolare alla manifestazione del 13 settembre, aiuti la stessa Giunta regionale sarda assieme ai partiti che la sostengono, a trovare finalmente la forza di superare il comprensibile imbarazzo che finora l’ha contraddistinta, tenendola inchiodata a ripetere le solite ed inconcludenti dichiarazioni di rito.”

Caminera Noa sottoscrive parola per parola tali dichiarazioni che siamo sicuri sia ancora patrimonio indiscusso del Partito Sardo e quindi anche del suo segretario Cristian Solinas che oggi è governatore della Regione Autonoma della Sardegna.
Pertanto ci aspettiamo una massiccia campagna di adesione alla prossima manifestazione popolare del prossimo 12 ottobre e un urgente disconoscimento dell’accordo Stato-Regione preso dal presidente Pigliaru che di fatto ha ratificato l’occupazione militare della Sardegna.
Per questo motivo oggi un gruppo di attivisti di Caminera Noa ha presidiato la sede cagliaritana del Partito Sardo di Viale Regina Margherita, 6 Cagliari srotolando uno striscione con su scritto:

E Tanto Solinas a bi ses in Cabu Frasca contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna?

G7 di Biarritz: cacciare i colonizzatori

Immagine tratta da TGCom24

Il seguente articolo riporta una sintesi della mobilitazione basca e internazionale contro il vertice G7 d Biarritz, nel paese basco del nord, occupato dallo stato francese. Essa è a cura del movimento politico femminista, ecologista e indipendentista siciliano Antudo.

Nelle giornate del 24, 25 e 26 Agosto ha avuto luogo a Biarritz, in Euskal Herria, l’ormai consueta riunione del G7, il gruppo dei rappresentanti delle sette grandi potenze mondiali, considerando l’esclusione di Russia e Cina. Un’inutile passerella che ha avuto all’ordine del giorno la discussione sulla “riduzione delle disuguaglianze”.
Come di consueto la macchina repressiva predisposta, già operativa da alcune settimane, ha totalmente militarizzato le zone interessate dalla presenza dei grandi della terra. La riunione del G7 ha infatti determinato un’importante limitazione delle libertà di circolazione sul territorio coinvolto. Un vero stato di assedio e un’occupazione poliziesca soffocante. Secondo quanto riferito dal canale BFM-TV, la Francia ha mobilitato più di diecimila persone per garantire lo svolgimento del vertice.
Un enorme spreco di denaro che comunque a nulla è servito in una fase in cui il pericolo di una nuova recessione mondiale, di un collasso ecologico – evidenziato dagli ultimi disastri in Artico e in Amazzonia – sta rendendo sempre più drammatica la situazione, evidenziando la volontà di non intervenire per tutelare sempre gli interessi del grande capitale. Per finire incombe sempre di più la possibilità di una hard Brexit con le conseguenze che potrebbe portare in termini economici e politici sulla governance non solo europea.
A fare da contraltare a tale scenario e alle sciagurate politiche del G7 ci sono stati i movimenti. Molteplici, infatti, sono stati gli appuntamenti durante le giornate di mobilitazione e di contestazione al summit di Biarritz. Un vertice che, tra l’altro, tra le sue particolarità ha avuto quella di svolgersi in Euskal Herria, un territorio in cui la resistenza allo sfruttamento capitalista e all’oppressione coloniale di Spagna e Francia è storicamente radicata nelle popolazioni locali.
La piattaforma G7 EZ! promotrice maggiore del contro vertice, animata da realtà politiche sindacali e associative per lo più basche, ma anche francesi e spagnole, ha messo in piedi a Urrugne, Hendaye e Irun, dal 21 al 23 Agosto, una serie di incontri, forum, attività, dibatti e concerti.
Le azioni contro il summit si sono concentrate nelle giornate che vanno da Venerdì 23 a Domenica 25, con il corteo centrale previsto per il Sabato.
Le prime azioni di contestazione al G7 di Biarritz sono iniziate già nella giornata di Venerdì quando, dopo un’assemblea svolta nel campeggio del contro-forum, alcuni gruppi hanno concordato l’occupazione dello snodo stradale vicino al campeggio, accesso all’autostrada che porta a Biarritz, per bloccare i leader politici in arrivo per il vertice causando immediatamente l’intervento della polizia. Dopo ripetute cariche, al termine degli scontri, il bilancio è stato di 17 arresti.
La giornata di Sabato, iniziata la mattina con un corteo partito dal porto di Hendaye e terminato a Irun – che ha visto la partecipazione di almeno quindicimila persone – è proseguita nel pomeriggio. In questo momento della giornata sono avvenuti gli scontri principali, nel centro di Bayonne, a pochi chilometri dal faro di Biarritz. Ci sono stati fronteggiamenti con le forze dell’ordine nelle vicinanze del ponte di Saint Esprit e in quello che è noto come Petit Bayonne. Qui i manifestanti hanno lanciato alcuni fuochi di artificio contro i cordoni della polizia che ha risposto con gas lacrimogeni, cannoni ad acqua e cariche di alleggerimento. Da sottolineare la presenza tra i manifestanti di numerosi Gilet Gialli, protagonisti della lunghissima stagione di lotte in Francia. Altri scontri sono avvenuti all’ingresso dell’autostrada A63 che porta al confine con la Spagna. Il bilancio di Sabato conta 68 fermi tra i manifestanti e numerosi feriti tra le fila delle forze dell’ordine.
Ulteriori mobilitazioni – in particolare un presidio per chiedere la liberazione degli attivisti fermati nel corso delle giornate di contestazione – si sono svolte Domenica, giornata conclusiva.
Un contro vertice animato dalla partecipazione di migliaia di persone, protagoniste e determinate, che hanno dimostrato che sempre di più è necessario lottare contro l’arroganza di pochi, opporsi alle loro decisioni prese solo in nome del dio denaro. Mettere in discussione il sistema e dimostrare che è possibile cambiarlo.
Quando interi territori si organizzano dal basso, in maniera decisa e conflittuale, nessun dispositivo di sicurezza può fare paura. Le giornate di Biarritz stanno lì a dimostrarlo.

Mano pesante contro chi contesta G7 e liberismo. Arrestato Joseba Alvarez

Idranti della polizia contro i manifestanti del contro vertice G7

Riceviamo e pubblichiamo un breve resoconto dai militanti baschi che hanno organizzato le mobilitazioni contro il vertice ultraliberista del G7 che si sta svolgendo nel paese basco occupato dallo stato francese. 

Tra il 21 e il 23 d’agosto sono stati organizzati da una centinaio di collettivi e movimenti dei Paesi Baschi e di tutto il mondo tre giorni di controvertice davanti alla riunione del G7 nel Paese Basco occupato dalla Francia.
Per acogliere le circa di 5.800 persone che si sono avvicinati alle iniziative, dibatitti e conferenze è stato organizzato un campeggio a Hendaia.

Avanti ieri sera, quando la polizia si è avvicinata provocatoriamente al campeggio, decine di compagni hanno risposto per difendere il luogo. Nei successivi scontri sono stati arrestati 12 persone e 10 sono stati feriti.
Ieri, 24 d’agosto, primo giorno del vertice dei 7 maggiori criminali del mondo (tra cui i rappresentanti di Francia, Spagna e Italia che colonizzano le nostre nazioni di Sardigna, Euskadi e Catalunya), c’è stato un corteo di 15.000 persone tra Hendaia e Irun, senza nessuno scontro. Al pomeriggio, invece, la polizia ha caricato con idranti e lacrimogeni contro un corteo a Baiona, vicino a Biarritz dove si sviluppa la vertice. È stato arrestato almeno un compagno e il quartiere storico de la Piccola Baiona è rimasto chiuso fino alla notte.

Un momento delle manifestazioni e dei blocchi contro il vertice G7

Intanto ieri insieme ad altre 67 persone è stato arrestato o storico dirigente della sinistra indipendentista basta Joseba Alvarez che però è stato rilasciato stamattina e contestualmente espulso dal territorio basco controllato dalla Francia.

Joseba Alvarez alla conferenza contro gli arresti di A Manca pro s’Indipendentzia nel 2006 davanti al carcere di Buon Camino a Cagliari

Essere donne in Sicilia combattendo patriarcato e colonialismo

Immagine tratta da Il Manifesto

Il Movimento della rete delle realtà femministe siciliane si è riunito  in assemblea in occasione del Trinacria Camp 2.0 al campeggio ecologista, femminista e indipendentista lo scorso 25 luglio a Milazzo per discutere di un “PIANO FEMMINISTA IN SICILIA”. L’assemblea è stata carica di interessanti spunti che non riguardano solo il movimento femminista e indipendentista siciliano, ma che possono avere forti influenze positive anche in altri contesti dove si pone con forza il connubio liberazione nazionale e liberazione di genere. Abbiamo deciso di fare una intervista a tutto campo a Tiziana Albanese di NUDM Palermo che ha tenuto una esaustiva relazione per introdurre il dibattito.

 

  • Che c’entra il femminismo con la lotta di liberazione e indipendenza del popolo siciliano?

Esiste una radice centrista del femminismo occidentale che si sviluppa a partire da un concetto di “donna” inteso come soggetto universale e trascendente rispetto ai suoi attributi locali e storici. Niente di più sbagliato. Ogni soggettività, la donna in questo caso, è storicamente collocata in un luogo e in un periodo preciso, vive su di sé tutte le contraddizioni sociali nello stesso momento e queste contribuiscono a determinare la sua condizione di subordinazione. Il femminismo occidentale ha trascurato un’analisi comprensiva di tutti questi fattori in favore di un’analisi oppositiva volta a definire il soggetto donna (vittima) in opposizione al suo soggetto antagonista (e dominatore) uomo. Nel tentativo di universalizzare la condizione della donna e la lotta per la sua liberazione si assume come postulato teorico che le donne di tutto il mondo, indipendentemente dalla loro condizione di vita, dai rapporti economici e sociali su cui è fondata la società in cui agiscono, siano assimilabili in un unico gruppo in quanto “donne”, definite unicamente sulla base della loro appartenenza al medesimo genere. Bisogna ribaltare questa visione.

Se è vero, come è vero, che gli attributi locali e storici contano e nel nostro territorio si traducono in molteplici dispositivi di dipendenza materiale, politica ed economica e di subalternità rispetto allo Stato centrale, non possono esistere diritti delle donne che siano astrattamente garantiti a prescindere da questa condizione coloniale.

Precarietà, disoccupazione, emigrazione forzata, devastazione e sfruttamento sfrenato del territorio: è questa la forma che il capitalismo – sulle gambe dello Stato – ha assunto in Sicilia come strumento di accumulazione e di dominio e oppressione sulla popolazione. Bisogna sottolineare che lo Stato è contemporaneamente esecutore, garante dell’organizzazione capitalistica della società e del Patriarcato.

L’identità della donna siciliana non può non determinarsi a partire dalle contraddizioni reali. Essere donna siciliana significa subire i più alti tassi di disoccupazione femminile, dover emigrare forzatamente; essere siciliane significa non poter abortire se lo si ritiene necessario (l’obiezione di coscienza in Sicilia si attesta all’87%), significa vivere accanto a basi militari, discariche, raffinerie inquinanti.

Con una descrizione specifica di tutte le contraddizioni che l’organizzazione statale capitalistica crea è facilmente tracciabile un pensiero della differenza fra essere donne in Sicilia e altrove. Bisogna far sì che esso si trasformi in pensiero (e pratica) dell’indipendenza.

Non solo non può esistere libertà delle donne senza libertà del territorio; ma è lo stesso processo di indipendenza delle donne dallo Stato capitalista e patriarcale a rendere propriamente di liberazione il processo generale.

 

  • Perché nella tua relazione hai fatto più volte riferimento agli scritti di Franz Fanon e al ruolo delle donne in nella lotta per la liberazione dell’Algeria?

Gli scritti di Franz Fanon sono emblematici della questione che stiamo mettendo a tema, ovvero il ruolo coloniale della riproduzione della violenza sulle donne.

In “L’anno V della Rivoluzione Algerina” nell’analisi del colonialismo francese in Algeria una delle prime questioni che Fanon mette a tema è quella della centralità della donna nel processo di colonizzazione e in quello auspicato di de-colonizzazione. In effetti sul corpo e sui diritti delle donne si consuma una delle prime mosse del colonizzatore, soprattutto all’alba dei primi movimenti di liberazione algerini.

La formula su cui il governo francese deve puntare è semplice:《prendiamoci le donne e verrà anche il resto》. Lo fa sostanzialmente mediante due mosse: teorizzando scientificamente la figura della donna musulmana vittima e sottomessa e, specularmente, quella dell’uomo musulmano sadico e crudele. Le donne algerine avevano fatto del velo uno strumento di lotta. Lo indossavano per travisarsi e rendersi irriconoscibili durante le azioni più violente, ne usavano gli ampi panneggi per nascondersi addosso messaggi, provviste, armi. La narrazione occidentale coloniale lo trasforma in simbolo di oppressione femminile con l’obiettivo di creare alle donne algerine un nemico interno (l’uomo musulmano) distogliendo l’attenzione da quello esterno (il colonialista francese).

In “Pelle nera, maschere bianche” Fanon ci dice che il complesso di inferiorità del colonizzato ha due radici: quella economica e l’interiorizzazione dell’inferiorità che porta il colonizzato al ripudio della propria razza in favore di quella bianca. La donna nera – come l’uomo, del resto – è ossessionata dalla bianchezza, ma a differenza di quest’ultimo ha a disposizione un’arma in più nella disperata tensione al divenire bianco: tramite la maternità, può “diluire” la propria negritudine; l’imperativo categorico è generare figli sempre meno neri delle madri, scopo che si raggiunge, naturalmente, solo se si prediligono partner sessuali bianchi, anche a costo di subirne la violenza.

È evidente che il contesto che muove le riflessioni di Fanon è differente nel tempo e nello spazio da quello siciliano. Ma può essere interessante aprirsi ai suoi studi perché descrivono meccanismi coloniali validi e ripetibili.

  • Ci sono esperienze che hanno messo in crisi l’immagine remissiva e subalterna della donna siciliana?

Le storie delle donne del Sud – e di quelle siciliane nello specifico – sono state oggetto di omissioni e distorsioni che ne hanno alterato le potenzialità di lotta. Per noi rappresentano un punto di partenza per mettere in crisi l’immagine presentata dalla narrazione dominante della donna siciliana remissiva e subalterna.

La storia narrata delle donne in Sicilia è storia di violenze subite, di matrimoni forzati, di dipendenza totale dalle figure maschili, prima i padri e poi i mariti. Poche sono le storie che raccontano la donna che ha acquisito consapevolezza di classe e ha lottato accanto al marito zolfataro, contadino… In realtà di esempi di donne che hanno rotto gli schemi del patriarcato in Sicilia ce ne sono tanti. Significativa è sicuramente la storia di Franca Viola. Donna di Alcamo che per prima in Italia rifiuta di accettare il matrimonio riparatore che, secondo le leggi italiane, costituiva un’assoluzione per chiunque avesse desiderato e rapito una donna violentata. Franca Viola, promessa di Filippo Melodia, nipote di un boss locale, viene rapita da quest’ultimo e dai suoi in seguito all’annullamento del fidanzamento. Per la prima volta, e ciò avviene in Sicilia, una donna decide di opporsi al matrimonio forzato. Nonostante le minacce subite, Franca Viola sposerà un altro uomo, senza nascondersi e a testa alta.

Poco nota anche la storia di Maria Occhipinti che nel gennaio del 1945, a dispetto dei suoi 4 mesi di gravidanza, si sdraiò davanti a carri armati per impedire che portassero via le giovani reclute che non volevano più partecipare alla Guerra. O, ancora, quella di Rosa Donato, figlia di un cuciniere. Aveva assistito alla repressione borbonica dei moti del 1820-21 in Sicilia. Partecipò attivamente alla rivoluzione siciliana del 1848-49, combattendo a Messina e poi a Palermo. Ci viene rappresentata nelle iconografie tradizionali mentre carica un cannone per sparare contro le truppe regie che furono costrette a retrocedere. Divenne caporale per l’impegno nella lotta e difese la città quando venne assediata dai soldati borbonici dando fuoco ai depositi di munizioni e causando ingenti perdite alle truppe nemiche. Si finse morta per continuare a combattere a Palermo divenendo un’importante guida per i rivoluzionari. Dopo la sconfitta di Palermo venne arrestata e torturata per 15 mesi a Messina.

Importante da citare anche la storia delle brigantesse, la cui costruzione narrativa ne depotenzia il carattere politico eversivo. Queste donne, la cui lotta è dimenticata, vengono per lo più – anche nei testi che si propongono di riscoprire un’antistoria del risorgimento e del brigantaggio – identificate attraverso l’amante a cui si accompagnano e attraverso la ferinità che assumono nella difesa del proprio uomo a cui sono devote. Il carattere politico della loro lotta che si iscrive in una lotta contro la colonizzazione piemontese viene rovesciato nuovamente in una narrazione di inferiorità attraverso una romantizzazione delle imprese di queste donne, una narrazione che intreccia macabro e seducente.

Il ruolo di queste donne nei processi storici non è solo rimosso, oggetto di una cancellazione dalla memoria collettiva, ma è iscritto all’interno di strutture significanti che identificano queste donne come “drude”, sanguinose, assetate di sangue e dunque brutali. Se ne esalta la sessualità sanguinaria e animale che crea tutto un immaginario preciso. Occorre allora costruire una sorta di genealogia alternativa di cosa significhi essere donna in Sicilia a partire da quelle azioni che nelle narrazioni dominanti hanno assunto un ruolo marginale o strumentale.

  • Quali sono le vostre battaglie?

Il nemico è uno, ovvero il potere patriarcale e maschilista – dunque capitalista- sempre più interiorizzato dalle donne stesse. Dobbiamo rivolgere, però, le nostre rivendicazioni agli esecutori materiali di tale potere:

il governo italiano e la Regione Siciliana mettendo in atto pratiche politiche conflittuali efficaci. Le nostre battaglie partono da istanze locali e concrete.

Un campo di lotta è sicuramente quello del diritto all’aborto. In Sicilia 9 medici su 10 sono obiettori. Un’altra importante questione riguarda i consultori: sono presenti in numero inferiore a quello previsto per legge, sono fortemente de-finanziati, la sede in un quarto dei casi è definita mediocre o fatiscente, solo la metà ha a disposizione un ecografo. All’interno di questo contesto si inserisce anche la fondamentale questione della contraccezione gratuita. Infatti oltre ai servizi base che i consultori dovrebbero fornire, secondo la legge 194 (“Legge 22 maggio 1978, n.194 – Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”, meglio nota come Legge 194, è la legge in vigore in Italia che ha depenalizzato e disciplinato le modalità di accesso all’aborto), dovrebbero anche fornire una contraccezione gratuita di base. Molte sono state le lotte portate avanti e vinte anche in altre regioni. Ed è anche qui, in Sicilia, che si sta aprendo un piano vertenziale alla regione in questo senso.

E poi esiste, come si diceva prima, il problema dell’alto tasso di disoccupazione (solo il 29,1% delle donne lavora), dell’emigrazione forzata, della mancanza di servizi (tempo pieno nelle scuole, asili nido ecc.). Queste contraddizioni reali, come le altre, non possono essere utilizzate per legittimare politiche reazionarie e autoritarie, ma devono diventare occasioni per attaccare e conquistare spazi di riscatto e di lotta per le donne.

Per una agenda Sardegna fondata sulle lotte. Assemblea a Oristano

La locandina che ritrae Eleonora d’Arborea con un megafono ideata dal collettivo Furia Rossa di Oristano

Riceviamo e pubblichiamo l’appello al dibattito del collettivo Furia Rossa previsto per il primo settembre a Oristano al fine di fare uscire le lotte sociali e politiche della Sardegna dalla marginalità politica.

ASSEMBLEA-DIBATTITO PUBBLICA: LOTTE IN SARDEGNA, LA SFIDA DEI TEMPI: DALLA MARGINALITA’ POLITICA ALLA CENTRALITA’

Viviamo in un’epoca cupa, in cui non si capisce bene se sia peggiore la realtà in cui viviamo o il modo in cui la descriviamo. Un pessimismo profondo, non dell’intelligenza ma della volontà, circonda la nostra attività politica da tempo e poche luci sembrano indirizzare il nostro cammino.

C’è una sola certezza, nessuno di noi è sufficiente a se stesso: né come singoli né come organizzazioni. Questa frase non vuole tracciare il profilo dell’obiettivo dell’unione a tutti i costi, dell’integrazione forzata tra esperienze politiche di diversa matrice, della realizzazione di cartelli elettorali. Può essere un obiettivo meritorio, ma sono altre le sedi in cui va perseguito e altri i soggetti che devono proporlo. La nostra auto-insufficienza – chi più, chi meno, ne soffrono tutti i soggetti che compongono la galassia di chi lotta per cambiare in Sardegna lo status quo – è in primo luogo teorica: è nel dibattito e nel ragionamento che dobbiamo aiutarci l’un con l’altro, senza la pretesa di dover arrivare a un punto condiviso nel ragionamento.

Cinque anni fa il Collettivo Furia Rossa organizzò un’assemblea, presso il teatro San Martino di Oristano, intitolata Dalle lotte territoriali alla lotta collettiva per una Sardegna migliore. Fu un incontro partecipato e produttivo, quantomeno dal punto di vista della costruzione di relazioni fra i partecipanti. Fra i punti affrontati in quella sede, alcuni possono essere ritenuti particolarmente fecondi e meritevoli di un ulteriore approfondimento.

Lo scenario politico è però sicuramente cambiato, con l’eccezione del rapporto di sudditanza tra la Sardegna e l’Italia, immutato nelle sue caratteristiche generali da anni e, a nostro giudizio, primo obiettivo di qualsiasi battaglia politica che punti al cambiamento dello status quo in Sardegna. È ormai palese uno spostamento a destra del baricentro politico, laddove in precedenza avevamo assistito a uno slittamento verso destra camuffato da posizioni teoriche legate alla cosiddetta Terza via, con evidenti conseguenze estremamente preoccupanti sul piano dell’autoritarismo e della riduzione degli spazi di libertà. Si pongono poi sul tavolo due grosse questioni: quella del regionalismo differenziato e quella dell’abolizione, de facto, dell’obbligo della progressività dell’imposizione fiscale. Si prospetta, all’orizzonte, una riforma costituzionale che aumenterà – in piena continuità col precedente tentativo renziano – i poteri dell’esecutivo, in combinato disposto con strumenti legislativi di rango inferiore che rafforzano il potere degli organi periferici del governo centrale: questure e prefetture. Da non dimenticare il costante peggioramento della situazione internazionale, tra imperialismo e violazione costante del diritto dei popoli all’autodeterminazione. Si è inoltre imposto con forza a tutti il problema della questione ambientale. Tutto questo accade mentre si assiste, quasi impotenti, a uno sfilacciamento del tessuto sociale, con un aumento preoccupante di fenomeni legati all’intolleranza e manifestazioni di un comportamento squadrista che fanno temere già per il futuro prossimo. La cornice è quella di un incremento delle discriminazioni, sulla base del genere, dell’etnia di appartenenza, delle preferenze sessuali, della confessione religiosa, delle possibilità economiche e della provenienza sociale, con una costante compressione delle sfere di diritti che sembravano ormai definitivamente acquisiti.

Crediamo con forza che sia necessario confrontarsi e dialogare sul nostro ruolo, di movimenti radicali, in questo scenario. Per questo vi invitiamo, a cinque anni di distanza dall’incontro del 31 agosto e nel decimo anno di attività del nostro collettivo, ad un’assemblea aperta, che si terrà a Oristano domenica primo settembre in luogo ancora da definire. Il titolo è il seguente: Politica in Sardegna, la sfida dei tempi: dalla marginalità alla centralità politica.

La portavoce di CN: “ampliamo ulteriormente il dialogo con altri soggetti politici”

La nuova portavoce di CN, Luana Farina

Intervista alla neo eletta portavoce di Caminera Noa, Luana Farina, riguardo le prospettive del soggetto- progetto politico delineatesi durante l’ultima assemblea plenaria, che si è svolta a Montes (Orgosolo) il 21 luglio 2019.

  1.  Avete convocato la vostra ultima assemblea plenaria nel cantiere Forestas di Montes, a Orgosolo alla fine del campo sociale di lingua sarda organizzato da Lìngua Bia. Perché questa scelta logistica?

Caminera Noa a 50 anni dalla Rivolta di Pratobello, ha pensato che Orgosolo e la Forestas di Montes, che fu anch’essa teatro di quella vittoriosa rivolta, fosse il luogo ideale per ricordare quest’evento memorabile della Storia della Sardegna, quella che non è scritta e non si può leggere nei libri di Storia. Montes ospita una lecceta plurisecolare, unica nel bacino del Mediterraneo per estensione e caratteristiche, e si estende per 4500 ettari su rilievi attorno ai mille metri, una delle poche foreste che è stata risparmiata dal disboscamento selvaggio perpetrato dai Savoia, a danno sei sardi, per fornire traversine usate per costruire il sistema ferroviario italiano. Questo aggiunge un valore politico alla scelta della sede dove si è svolta l’Assemblea Plenaria di Caminera Noa, che ha aderito alla tre giorni del campus estivo organizzato da Lìngua Bia, insieme a sas Tzarradas di Sassari, danno la possibilità e il piacere di parlare il sardo, in tutte le sue varianti e di conoscere meglio la lingua e la cultura sarda.

  1. Come funzionano le plenarie di Caminera Noa?

Le plenarie di CN, da sempre sono aperte a tutti quei soggetti singoli o organizzati che ne condividono i valori fondanti su cui di basano le azioni di CN:

  • Riconoscimento della Natzione Sarda
  • Diritto all’Autodeterminazione del popolo sardo
  • Sostenibilità ambientale
  • Superamento del sistema economico e sociale neoliberista
  • L’antifascismo e l’antirazzismo
  • Essere contro le discriminazioni di genere
  • Diritti civili, politici e sociali per tutti, compresi i migranti
  • Creazione di un modello politico democratico, inclusivo e partecipato
Una foto dell’ultima assemblea plenaria di CN

Tutti i partecipanti hanno diritto di parola, di proporre e, quando è necessario, di votare.
Si procede secondo i punti all’Ordine del Giorno, concordato in precedenza tramite mailing list. In genere si articola in due momenti fondamentali:

il primo, in cui si portano proposte di iniziative o lotte da intraprendere, criticità riscontrate in quelle già attivate, in questo caso se ci sono mozioni o proposte diverse, si decide tramite voto;

il secondo, quello in cui si lavora praticamente all’organizzazione di nuove iniziative e/o si riferisce per “tavoli di lavoro tematici” già avviati

  1. Avete annunciato con un comunicato laconico che verificherete la fattibilità di costruire un processo costituente di un soggetto federale. Sta per nascere un nuovo partito sardo?

La risposta è decisamente no.

Dopo oltre due anni di intensa attività che ha visto CN promotrice e/o sostenitrice di lotte su tutto il territorio sardo, sia con i soggetti che ne fanno parte, sia con “compagni di cammino” occasionali, con cui condividiamo lotte comuni e modalità di azione, è nata l’esigenza di ampliare ulteriormente il dialogo con tante forze resistenti presenti in Sardegna e per questo si è deciso in Plenaria di aprire una fase costituente di un soggetto politico confederale nuovo. Ci siamo dati sei mesi di tempo per vedere se ci sono i presupposti per realizzare questa costituente. Per adesso l’idea di un nuovo partito non ci sembra praticabile, mentre è più importante lavorare per “creare coscienza popolare” che ci veda uniti, pur mantenendo ognuno la propria individualità, confederati per il raggiungimento di obiettivi comuni.

  1. Quali sono le principali attività che curerete nel prossimo futuro?

Intanto come detto in precedenza allacciare contatti costruttivi con realtà territoriali esistenti, piccole o grandi, che agiscono però in “solitudine”.

Pensando poi alla situazione tragica che vive la nostra terra l’imbarazzo della scelta delle attività da curare sono purtroppo davvero infinite. Sicuramente continueremo a portare avanti le lotte già intraprese in questi due anni lavoro, cittadinanza sarda, sanità, comunicazione, lingua e istruzione, ambiente, lavoro attraverso la campagna mutualistica “Telefono Ruju” e il laboratorio linguistico Sas Tzarradas; perché le problematiche che abbiamo sollevato, non si esauriscono e risolvono se non si riesce a coinvolgere tutta la popolazione sarda, che le vive sulla sua pelle, ma forse non ha più forze ed entusiasmo per lottare, e quindi continueremo a dare “corpo” a ciò che si è già fatto.

A ciò si aggiungeranno altri momenti di attività, che preferiamo chiamare lotte, che riguardano la riforma dello statuto, lo spopolamento, il regionalismo differenziato a cui è strettamente legato il federalismo fiscale, i trasporti, altro annoso problema della Sardegna, la condizione femminile sarda e il patriarcato, la repressione esercitata ogni volta che si chiede un diritto. Insomma le idee non ci mancano, né la voglia di “fare”, perché delle parole, soprattutto quelle dette in campagna elettorale, il popolo sardo è stanco. Per noi, che non crediamo di avere il “verbo”, né pratichiamo le decisioni imposte “dall’alto”, è fondamentale coinvolgere chi si sente demotivato, isolato, emarginato, i “senza voce”, quelli che realmente sanno cosa è utile e giusto fare.

Chiudere la Soprintendenza per aprire le coscienze dei sardi

Uno dei famosi “Giganti” ritrovati nel sito archeologico di Mont’e Prama lasciato oggi in stato di abbandono

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la notizia di questo importante evento anticolonialista. La maniera in cui la Soprintendenza archeologica gestisce il nostro patrimonio culturale e storico è francamente scandalosa

SOPRINTENDENZA Archeologia della Sardegna

PREFETTURA Archeologia della Sardegna

 

SIT-IN DI FRONTE ALLA SEDE MUSEO ARCHEOLOGICO

MERCOLEDI’ 24/07/ 2019 DALLE ORE 9.30 ALLE ORE 13

Piazza Arsenale,1 – CAGLIARI

 

Fuori le PREFETTURECULTURALI ITALIANE dal territorio, dalla cultura, dalla storia e dalla vita dei sardi, sono ostili al nostro popolo, ci cancellano dal mondo e dalla storia, ci rendono infelici e privi di autostima.

Chiediamo che l’attuale Soprintendenza Archeologia “italiana” venga chiusa e sostituita da una Subrintendèntzia Archeològia Sarda organica alla natzione sarda, alla sua cultura e alla sua storia.

L’attuale Soprintendenza Archeologia della Sardegna è incompatibile con la Sardegna: Si è fatta strumento di chi costruisce la propria storia artificiale di nazione falsando i fatti, i tempi e i protagonisti della storia, tramite;

 

Il Riduzionismo, ammantandosi del titolo di legittimati, situandosi nel luogo dove la storia si forma, in sintonia e complicità con le scelte storiografiche nazional-italiane ha minimizzato, delegittimato e persino deriso, chiamandoli fantarcheologi tutti gli studiosi e gli archeologi che non concordavano con le loro tesi riduzioniste che vedevano l’imponente capitale archeologico sardo irrilevante.

 

Il Diffusionismo, negando che ci sia stata una civiltà sarda, nata e sviluppatasi in Sardegna, e che tutto ciò che in Sardegna è rilevante dal punto di vista storico e archeologico sia dovuto ad “contagio” esterno e non al un misero popolo di pastori che secondo loro ha sempre vissuto in pinnetas e in caverne.

 

L’Inclusionismo, favorendo la nazionalizzazione culturale e la fagocitazione, fino alla scomparsa da ogni testo storico ufficiale italiano, della storia minoritaria della nazione sarda.

 

L’Esclusionismo marginalizzante dal punto di vista economico, con strumenti tipici del post-colonialismo che impone l’oblio e mortifica l’identità di un territorio per prepararlo a usi tipici del colonialismo, servitù militari, servitù di smaltimento, industrie inquinanti, piattaforme energetiche.

Il Fusionismo con il quale, pur nascondendo e cancellando la storia sarda da quella italiana, si è lavorato continuamente per la fusione perfetta della Sardegna con l’Italia, non solo in termini territoriali, istituzionali e costituzionali ma anche in termini nazionali, annegando la natzione Sardegna nella nazione Italia.

 

Il Disistimismo dei perenni sconfitti e dominati, torturando continuamente i sardi con la tiritera dei dominatori che si sono succeduti nell’isola e quella inventata dei pocos, locos y male unidos.Una tiritera quella dei dominatori che non differisce molto da quella dei dominatori della Lombardia ma che mentre lì non serve in Sardegna serve per inculcare la disistima di popolo sconfitto da sempre e da sempre umiliato.

 

Il Discontinuismo di popolo, facendo credere che i sardi di oggi non sono quelli di ieri, perché mescolati dalle dominazioni e quindi con la colpa di essere pocos, locos y male unidose di conseguenza con nessun nesso con i popoli che hanno costruito un volume di nuraghi che supera il volume delle piramidi egizie e che nella statuaria per primi hanno distaccato le braccia dal busto.

 

Sardigna Natzione non è contro le persone della Soprintendenza ma contro la loro funzione, una funzione chiaramente ostile al popolo sardo, di fatto nemica dei sardi, organica ad interessi estranei e contrari a quelli della Natzione Sardigna.

 

La questione Porto Canale ha messo ancora più a nudo l’inadeguatezza della Soprintendenza che sta causando la crisi di una struttura economica che dà lavoro a centinaia di persone. Anche in questa occasione ha operato come una prefettura più che come un ente che deve mettere in correlazione la tutela ambientale e paesaggistica con la tutela delle attività economiche e dell’occupazione necessarie al popolo sardo.

 

Sardigna Natzione non chiede la destituzione delle persone della Soprintendenza ma la destituzione della loro funzione, per assegnare loro una nuovafunzione organica alla natzione sarda e finalizzata alla valorizzazione di un capitale archeologico e culturale forse unico al mondo per intensità territoriale, fatto di 1000 Stonenghe e creato da un popolo la cui storia è un bene dell’intera umanità e vuole uscire dall’oblio in cui l’ha confinata il nazionalismo italiano.

 

SOPRINTENDENZA ARCHEOLOGIA SARDEGNA

PRIGIONE COSTITUZIONALE DI STATO

PER LA DETENZIONE DEI POPOLI

 

Sardigna Natzione Indipendentzia chiama i sardi alla mobilitazione contro la Soprintendenza-Prefettura-Prigione e indice un Sit-In da tenersi il 24/07/ 2019 dalle ore  9.30 alle ore 13 a Cagliari di fronte alla sede del Museo Archeologicodella Sardegna, in piazza Arsenale n. 1, quartiere Castello, Cagliari.

 

Sardigna 24-07-2019annu 158° Dominazione Italiana