Tutte le cose da fare per la scuola sarda, per chi ci lavora e chi ci studia.

Nella diretta organizzata da Caminera Noa il 9 maggio e condivisa da Il manifesto sardo, Pesa Sardigna, Donkey Shouts Web Radio e il sito dei Cobas Scuola Sardegna, sono stati affrontati e discussi i nodi più importanti della scuola con particolare riferimento alla scuola sarda. Con la moderazione di Ninni Tedesco, referente del settore scuola di Caminera Noa e insegnante di lungo corso con particolare esperienza nella formazione degli adulti, hanno partecipato Andrea Faedda, fondatore del Coordinamento Precari Autoconvocati e Nicola Giua, portavoce dei Cobas Sardegna. Gli interventi, per oltre un’ora e mezza si sono focalizzati su temi attuali come la Didattica a distanza nei suoi diversi aspetti, o come la questione irrisolta degli storici insegnanti precari, ma anche su altri temi non meno importanti come la drammatica dispersione scolastica, la chiusura dei plessi che va in parallelo alla desertificazione dei piccoli centri, o l’annoso, sempre promesso da ogni giunta e mai realizzato, inserimento di lingua, storia e cultura sarda in ogni ordine di scuola.

Di seguito una sintesi degli interventi seguiti da oltre 400 ascoltatori e costellati di interventi, domande e proposte di collaborazione per unificare le vertenze.

[Ninni, Caminera Noa] La scuola italiana non sta molto bene, ma la scuola sarda sta decisamente peggio. Prendiamo il dato della dispersione. La Sardegna ha la dispersione tra le più alte d’Europa, circa il 33% rispetto alla media italiana del 16%, ne ha parlato perfino la rivista Internazionale in uno speciale. I nostri studenti entrano in un’area grigia e non sappiamo come continuano il loro percorso. Sulla Didattica a distanza, che non può in alcun modo sostituire quella in presenza, abbiamo un problema di digitalizzazione, anche i dati che in nostro possesso trascurano il gap tra aree metropolitane e zone periferiche (circa 7 su 10 famiglie sarde sono insoddisfatte dei collegamenti). Molti studenti non sono dunque raggiungibili, per non parlare delle situazioni di disagio che non vengono intercettate. É stata votata nella scorsa legislatura una bella e sofferta legge regionale, la legge n°22 del 2018 che prevedeva l’istituzione e il riconoscimento della lingua sarda in ogni grado di istruzione e l’inserimento della storia nel curricolo scolastico. Ma essa è rimasta lettera morta, inapplicata in tutti i suoi articoli più significativi. Inoltre circa 5000 docenti sardi rischiano di perdere il posto di lavoro a causa delle modalità di reclutamento in fase di discussione da parte del Parlamento su indicazioni del MIUR. Cosa ne pensate?

[Nicola Giua, Cobas Sardegna] Partiamo dalla famosa didattica a distanza (nota come DAD). Ovviamente c’è stata una emergenza e con essa la necessità di non abbandonare a se stessi i ragazzi alla solitudine e all’isolamento dovuto alla pandemia. All’inizio si è partiti in sordina ma poi la DAD è stata spinta molto. Addirittura ci sono state scuole che hanno organizzato l’orario come se si fosse a scuola. E da più parti si è pensato di istituzionalizzare tutto questo come elemento normale e codificato nella didattica. Inoltre in molti casi c’è stato un eccesso nell’assegnare i compiti a casa, caricando i ragazzi in maniera assolutamente fuori luogo nel contesto di una pandemia. Consideriamo poi il fatto che il Ministero ha inserto un decreto legge dove si rende obbligatorio per i docenti  assicurare la DAD con gli strumenti a disposizione, senza considerare che non è obbligatorio per i docenti avere tali strumenti e senza considerare i problemi di connessione che soprattutto in molte parti della Sardegna esistono e sono significativi. 

[Andrea Faedda, Coordinamento precari autoconvocati Sardi] Molti colleghi per fare DAD hanno dovuto comprare nuovi apparecchi con i propri strumenti. Ma il problema principale è che fare didattica a distanza non è la stessa cosa che farla in presenza. Non sono due piani che si possono compenetrare ed essere intercambiabili. Fra l’altro anche molti ragazzi hanno problemi di mancanza di dispositivi e di connessione. Ci sono anche molti casi di ragazzi che in presenza hanno un alto rendimento e a distanza hanno un basso rendimento. È sbagliata l’imposizione. Fra l’atro il Ministero, all’indomani della chiusura delle scuole, non aveva alcun piano per la didattica a distanza, ma è stato solo grazie al lavoro dei singoli insegnanti che in maniera volontaria si sono attivati per non lasciare soli i ragazzi. Poi lo stesso Ministero ha imposto questa pratica, sfruttando il lavoro volontario e gratuito dei docenti. Siamo davanti ad una situazione paradossale. 

Inoltre molti fra i docenti che stanno facendo grandi sforzi per adeguarsi alla DAD sono precari. Immaginate la frustrazione di chi si sta prodigando anche ben oltre gli obblighi contrattuali e non sa se l’anno prossimo lavorerà. La scuola sarda vive un grande dramma. Attualmente migliaia di docenti non sanno che fine faranno. I media parlano del concorso deciso dal Ministero come se fosse un concorso che accompagnerà gli attuali precari al ruolo e lo chiamano “salva precari”. In realtà si tratta di un “ammazza precari”, perché si tratta di un concorso nozionistico. Ci sono docenti che insegnano da 15 anni e hanno sviluppato competenze molto profonde e che in 80 minuti dovranno giocarsi il posto di lavoro rispondendo a domande a crocette. In Italia stiamo parlando di circa 60mila precari, in Sardegna  di 5mila, un numero vastissimo. Non è possibile selezionare una classe docente con un test a crocette a risposta multipla con una prova “dentro-fuori”. Inoltre sono esclusi i docenti che hanno fatto servizio su sostegno, perché non possono concorrere per la materia su cui sono stati chiamati per sostegno. L’esperienza, le competenze acquisite e la carriera in questi concorsi non vale nulla. Questo è ingiusto e svilente. In Sardegna abbiamo migliaia di docenti che non hanno una corsia preferenziale nemmeno per acquisire le competenze. Per la Sardegna la situazione è ancora più grave, perché ci sono dei meccanismi nella norma del decreto, che prevede lo scavalcamento dei docenti sardi da parte di personale continentale, come nel caso della cosiddetta “call veloce”. Adesso sono stati banditi i nuovi corsi del TFA sostegno per il 2020. In provincia di Messina i posti messi a bandi sono 2000. In tutta la Sardegna sono 320 a fronte di 3000 posti affidati in deroga. Secondo voi cosa succederà fra uno o due anni? I docenti di sostegno arriveranno dalla Sicilia e dalla Calabria. Perché in Sardegna non vengono assegnati i posti che servono? 

[Ninni Tedesco] Sul sostegno i docenti  formati in Sardegna sono una assoluta minoranza rispetto ai posti realmente disponibili. Fra l’altro il lavoro di sostegno è un lavoro molto delicato che richiede esperienze che va valorizzata e così la si accantona disperdendo tutto il patrimonio acquisito che viene trattato come pura manovalanza. Non si può sottovalutare un ruolo così delicato. Inoltre il concetto stesso di “precarietà” non penalizza soltanto i docenti, ma soprattutto gli studenti che non vedono garantito il loro diritto a una continuità didattica.

[Nicola Giua] Lo scorso 14 febbraio abbiamo promosso lo sciopero generale proprio in sostegno alla lotta dei precari sardi. I numeri forniti da Andrea sono paradigmatici. Ogni anno servono in Sardegna 3000 posti su sostegno. Come si può pensare che le due università mettono a bando solo poche centinaia di posti per formazione? È ovvio che così si permette un processo di sostituzione di docenti continentali o siciliani al posto di quelli sardi che in questi anni hanno garantito il lavoro. Non è una questione di razzismo territoriale, ma di giustizia verso i precari che hanno lavorato in tutti questi anni garantendo la sussistenza e il servizio. C’è da dire che la Regione Autonoma è assolutamente latitante sulle necessità della scuola sarda e che l’Ufficio Scolastico Regionale è in effetti una sorta di prefettura ministeriale, o per meglio dire una satrapia del centro ministeriale, e non tiene assolutamente in conto le esigenze della scuola sarda che così rimane priva di rappresentanza. Orribile anche il meccanismo di selezione dei nuovi docenti. Dopo anni di discussione sulla formazione dei docenti  in cui dovevano essere valorizzate le competenze, le abilità e la formazione umanistica anche nei termini della formazione pedagogica e psicologica, oggi si è passati ad una modalità di freddo nozionismo, oltretutto senza neppure accesso ad una batteria di domande a cui attingere. La stessa “cosiddetta” Ministra Azzolina, quando ha fatto il concorso per diventare dirigente, ha studiato su una batteria di 5mila domande. Anche così sarebbe folle perché non si diventa insegnante rispondendo a domande nozionistiche, ma ora pretendono che i docenti siano dei super computers. Inoltre siamo fuori norma. Perché la Corte di giustizia europea aveva già condannato lo Stato italiano sulla questione dei precari e sulla necessità di stabilizzare i precari con 36 mesi di servizio. Una volta acquisita la normativa europea lo Stato italiano ha escluso la scuola con una postilla, che è una follia perché la scuola è il luogo dove esistono più precari nel settore pubblico.  Va aggiunto che non esiste alcun obbligo alla DAD che sarebbe dovuta rimanere un aspetto volontario di vicinanza agli studenti. Molti colleghi hanno una cattiva linea. Inoltre molti studenti sono stati esclusi per mancanza di dispositivi e per condizioni territoriali precarie. Questa misura esclude ancora una volta i più deboli. In più c’è un aspetto antidiseducativo, perché è profondamente diseducativo far usare smartphone e tablet per la didattica. 

[Ninni Tedesco] Vorrei aggiungere che si è proceduto in ordine sparso, con applicazione delle indicazioni ministeriali molto diversificata, vista la latitanza e le mancanze di direttive specifiche della Regione e dell’Ufficio scolastico. Inoltre esistono molti casi dove gli studenti non hanno neanche una stanza propria o magari il computer è in condivisione con tutta la famiglia dove il padre e la madre fanno home working e non possono lasciare lo strumento ai figli. Se si pensa di istituzionalizzare la DAD si andrà a perdere tutto ciò che è didattica in termini di relazione, socializzazione, crescere insieme, sviluppo del pensiero critico. Tutti aspetti insostituibili. Arriviamo alla dispersione per abbandono scolastico, soltanto nella provincia di Nuoro la dispersione arriva alle cifre da capogiro di 42,7%: quasi un ragazzo su due che abbandona la scuola. E non sappiamo dove vanno a finire questi ragazzi. Perché non c’è un piano di formazione professionale in alternativa alla formazione scolastica. L’abbandono è legato alla sofferenza delle zone interne ed è collegata allo spopolamento e quindi alla chiusura dei plessi. Negli ultimi 15 anni i plessi sono passati da 425 a 278 e l’ultimo regalo che ci ha fatto la Regione, approfittando della situazione d’emergenza, è stato il taglio di altre due scuole che sono Bortigiadas e Nughedu s. Nicolò con i sindaci che hanno protestato simbolicamente da soli nelle piazze dei loro paesi.  

[Andrea Faedda] Il problema è che molti precari non hanno avuto la possibilità di abilitarsi perché non si sono avviati corsi abilitanti. Oggi il Ministero prevede l’abilitazione con un quiz a crocette che fra l’altro è un contro senso, perché appunto abilitazione non vuol dire nozionismo ma competenze e capacità. Chiediamo i Pas (percorsi abilitativi speciali), come del resto si è proceduto in passato, ma il Ministero non lo vuole fare. Noi chiediamo a questo punto che lo faccia la Regione Autonoma, chiediamo che la RAS formi i suoi docenti, come del resto avviene in altri contesti ed esperienze che esistono con la provincia autonoma di Trento che ha un proprio ordinamento e regola da se la scuola (i docenti sono dipendenti provinciali, con indennità linguistica). Per la Sardegna noi proponiamo che si arrivi ad una autonomia avanzata di questo tipo, anche sul dimensionamento e sulla formazione dei docenti. Chiediamo che i Pas siano riservati a chi ha fatto servizio in Sardegna o a chi dimostra una certificazione linguistica del sardo o delle altre lingue di minoranza parlate in Sardegna. Sarebbe un criterio non discriminatorio perché chiunque può acquisire la conoscenza linguistica. Questo del resto avviene già a Trento e Bolzano con il tedesco e il ladino. L’aspetto della certificazione linguistica è già normato dalla legge 22/2018 che addirittura istituisce degli enti appositi che rilasciano tale certificazione o che, in sostituzione, lo possa assolvere l’assessorato, previo parere di una commissione di esperti. La RAS dovrebbe recepire la questione della lingua e istituire una corsia preferenziale per i docenti sardi. Ciò avviene per esempio già per medici sardi che vogliono accedere ad una borsa di specializzazione. Non c’è tempo da perdere, perché noi precari dovremmo abilitarci entro l’anno prossimo.   

[Ninni Tedesco] Per quanto riguarda la dispersione non è mai stato svolto alcun serio monitoraggio dei soldi spesi negli anni scorsi, anche quando la Sardegna rientrava nell’obiettivo 1. Nessuna azione può essere finanziata se non si è poi capaci di valutarne la ricaduta e l’efficacia. Serve una legge regionale sulla scuola e non esiste nemmeno un dibattito ufficiale su questo (siamo gli unici in Italia a non averne una compatibile con i nostri margini di autonomia). La legge 22 rimane lettera morta anche nei sui aspetti progressivi.  Dobbiamo applicare tutte le norme che tutelano la nostra lingua e che tutelandola potrebbero anche creare nuovi posti di lavoro, basti pensare che la CGIL calcolava circa 6000 cattedre.

[Nicola Giua] Bisogna ripartire dalla legge 22 per inserire la lingua, la storia e la cultura della Sardegna facendole diventare curricolo. Non si può continuare con i progettini volontari. Come CESP Sardegna abbiamo fatto diversi seminari validi come formazione sulla “maestra muta” e sulla necessità di inserire la conoscenza della cultura e della storia sarda con un grande riscontro di docenti. Esistono anche esperienze come il collettivo di docenti “La storia sarda nella scuola italiana” che rappresenta un enorme bagaglio da cui attingere. Concordo sul fatto che la RAS si batta per fare i PAS capace di valorizzare l’esperienza acquisita sul campo. C’è anche il problema dei diplomati magistrali. Chi si è diplomato entro il 2001 era abilitato con il diploma. Negli anni successivi è stata modificata la norma inserendo l’obbligo del titolo universitario e si è creato un periodo ponte dove tutti quelli non in possesso della laurea non potevano  insegnare, anche se nel frattempo queste persone hanno insegnato e sostenuto la scuola sarda e italiana. Anche questa situazione grida vendetta. Un’altra battaglia è quella contro il proiettificio “Iscola” che fra l’altro negli ultimi anni è peggiorato perché completamente calato dall’alto. Non solo si deve seguire le linee stabilite e tipologie di attività dalla Ragione, ma addirittura dicono chi le deve svolgere. Sono soldi buttati. Intanto non esiste alcuna democrazia nell’uso di questi fondi. Alcune scuole hanno dedicato alcune figure a fare a tempo pieno solo con progetti Iscola, sottraendo tempo alla didattica e agli studenti. La nostra proposta è che quei soldi la RAS dovrebbe darli alle scuole. In alcune scuole mancano le cose fondamentali e noi buttiamo soldi con Iscola che fra l’altro è finalizzata alla lotta alla dispersione scolastica e non si ha nessun riscontro. Ma la battaglia più grande è quella contro il dimensionamento scolastico. Le scelte che sono state fatte negli ultimi 20 anni sono state fallimentari, oggi abbiamo una dispersione molto maggiore rispetto a vent’anni fa. Qualcuno dovrà dire “abbiamo sbagliato”. Hanno chiuso centinaia di plessi, la linea della razionalizzazione per ridurre la spesa produce danni incalcolabili. In questi ultimi anni i sindaci e la RAS hanno applicato pedissequamente i dati del ministero senza sollevare alcuna obiezione. Si doveva e poteva studiare delle deroghe per le nostre caratteristiche territoriali, di densità abitativa (tra le minori d’Europa), dei trasporti e del fatto di essere minoranza linguistica. Ma ha sempre prevalso la logica centralista e subalterna che ha trattato la scuola sarda come scuola di una qualunque regione del nord.  

[Ninni Tedesco] Sono stati sollevate molte altre questioni rispetto a quelle inizialmente sollecitate, segno che la scuola sarda versa in condizioni pessime, se non fosse per le singole iniziative di “volontariato” non riconosciuto. Pensiamo ad esempio ai trasporti e alla loro incidenza sul disagio dei moltissimi studenti pendolari. Pensiamo ai poteri dei dirigenti che spesso abusano del loro ruolo premiando in realtà non chi lavora ma chi usa la scuola come “progettificio” a scapito della didattica.  Pensiamo anche al dramma sociale ed economico e alla forte disoccupazione ed emigrazione, che non contribuiscono a sostenere le motivazioni di studenti e studentesse riguardo al loro futuro. Nessuna Giunta sarda è mai riuscita ad aprire un serio e aperto dibattito sulla realtà scolastica sarda e ad approvare una legge, neppure in relazione alle indicazioni della 482/99 sui vantaggi che porta essere minoranza linguistica. Le poche iniziative in merito non sono mai state rifinanziate (quest’anno 100 insegnanti di lingua sarda sono rimasti a casa). Capitalizzando il dibattito in corso, come possiamo muoverci per far valere tutte le battaglie di cui abbiamo parlato?

[Andrea Faedda] Abbiamo avanzato l’idea del PAS a tutti i gruppi regionali, di maggioranza ed opposizione. Stiamo cercando di far capire alla classe politica regionale che non è solo una questione economica (pur importante, perché stiamo parlando di 5000 buste paga che implicherebbe un dramma sociale ed economico gravissimo), ma anche e soprattutto una questione di didattica legata al territorio. Si parla infatti di docenti che hanno lavorato con il territorio, di una scuola capace di mettersi in sinergia con il territorio e con la cultura del luogo. Non è una questione ideologica, se non diamo valore a noi stessi, la nostra cultura, il nostro territorio, noi non saremo capace di dare valore a noi stessi e gli altri non daranno valore a noi. Si parte dal luogo, dalla propria cultura, dalla valorizzazione di noi stessi per potersi aprire al mondo e interagire con esso. Tutte queste considerazioni ovviamente vengono cancellate nella logica centralista e nozionistica della ministra Azzolina. Avevamo già un appuntamento fissato con la commissione cultura della RAS, ma abbiamo in agenda questo incontro e stiamo cercando di far passare questo messaggio e sembra che qualcosa si stia muovendo. Una legge regionale per la scuola sarda tutelerebbe tutti, docenti e studenti. Dobbiamo essere da stimolo per la creazione di una volontà politica che raggiunga questi obiettivi. 

[Nicola Giua] Nelle province autonome di Trento e Bolzano hanno spinto al massimo i loro poteri autonomistici. In Sardegna non si è mai fatto nulla per ottenere nulla. Centro destra o centro sinistra sono sempre andati a Roma con il cappello in mano. Dobbiamo pretendere deroghe sul dimensionamento, è assurdo che in Sardegna i parametri per avere un istituto autonomo debbano raggiungere il numero di 600 studenti. Con questi numeri ci sono istituti scolastici spalmati su 20 o 30 paesi dove i dirigenti non sanno neanche dove sono ubicate le scuole. La RAS deve modificare il parametro. Proponiamo che si faccia almeno la media, perché chiudono istituti con 595 alunni e a Cagliari ci sono altri istituti con 1500 alunni. Almeno ragioniamo sulla media regionale, così staremo sopra i 600 alunni per istituto. La Sardegna è un’isola e abbiamo la densità abitativa più bassa d’Europa, se escludiamo le zone ghiacciate del nord Europa. Dobbiamo fare in modo che tutti i soldi disponibili vengano dati per i pendolari. Ci sono istituti che hanno il 90% di pendolari. Vogliamo mettere i soldi nelle mense, per i presalari, aprire dei convitti? Queste sono le proposte importanti. Va detto che in questa situazione di emergenza non esiste alcun piano per la riapertura. Come li riportiamo i ragazzi a scuola, con trasporti da terzo mondo come li portavamo prima? Per non parlare della cosiddetta task force del Ministero per riaprire la scuola a settembre, dove su 18 componenti solo una è una docente. Vogliono approfittare di questa situazione per rendere la didattica virtuale e in remoto. Tutto questo è davvero squallido. 

Caminera Noa propone, in chiusura, una lotta congiunta di tutte le forze che hanno partecipato al dibattito e aperta a chiunque voglia fare di questa emergenza un’occasione per rilanciare interventi specifici e mirati per la scuola sarda e tutte le sue criticità. Se non si riparte da questo, dall’istruzione e dalla cultura, non ci può essere né ripresa economica né riscatto sociale. Troviamo perciò il modo di organizzare il dissenso e manifestare in modo chiaro e visibile le nostre richieste. Anche in tempi di emergenza. 

La scuola riguarda tutti.

Parliamo di scuola (sarda).

Il Covid-19 ha fatto dimenticare molte cose. Per esempio ha fatto dimenticare che in Sardegna ci sono 5000 precari della scuola che rischiano il posto e che probabilmente vedranno sfumare la possibilità di coronare la loro (spesso lunga) carriera scolastica con un posto di ruolo. Sì, perché il cosiddetto “salva precari” voluto dall’attuale ministra all’Istruzione Azzolina è in realtà un “ammazza precari”. Il Decreto Scuola 2019 (DL 29 Ottobre 2019 n. 126) avrà purtroppo conseguenze drammatiche proprio sulla vita di migliaia di precari della scuola, in special modo sardi. Infatti le norme da esso previste rischiano di cancellare tanti anni di servizio prestati nella scuola pubblica da parte di chi, nei fatti, ha sostenuto la scuola pubblica. 

La prova selettiva del concorso straordinario consisterà in un test nozionistico con quesiti a risposta multipla (senza per altro avere a disposizione la griglia base delle domande) attraverso il quale si presume di poter valutare docenti che hanno anche quindici anni di insegnamento alle spalle. E sarà – drammaticamente – per molti una prova da “dentro o fuori”. Chi non risulterà vincitore o idoneo (la prova si supera con i 7/10 delle risposte esatte) non potrà neanche abilitarsi, come invece sarebbe dovuto accadere in base ai percorsi abilitanti speciali (PAS) inizialmente previsti dall’intesa con il primo governo Conte, ma successivamente cancellati dal Decreto Scuola appena approvato. Per gli insegnanti precari della Sardegna gli effetti del nuovo provvedimento saranno anche peggiori. Attualmente nell’isola i posti cattedra vacanti sono circa 5000, di cui 3000 su sostegno. Oggi queste cattedre vengono ricoperte con incarichi annuali affidati ai docenti precari iscritti nelle graduatorie di terza fascia. Tuttavia la maggior parte di questi posti non rientrano nel c.d. “organico di diritto” e pertanto non saranno disponibili per essere messi al bando nel prossimo concorso straordinario. Infatti il MIUR ha già reso noto che i concorsi non saranno banditi per tutte le Classi di Concorso (discipline) e per tutte le regioni. La volontà del Ministero è evidentemente quella di assegnare il maggior numero di bandi alle regioni più popolose e con un maggior numero di cattedre vacanti.  La Sardegna, come già accadde nel concorso 2016, si troverà ancora una volta penalizzata e si avrà pertanto un concorso su base regionale con pochi posti a disposizione rispetto ad una esigenza molto più grande di ruoli da ricoprire. I docenti precari saranno ancora una volta penalizzati e non verrà riconosciuto loro il prezioso lavoro che ha di fatto tenuto in piedi la scuola pubblica in questi anni

La beffa per la scuola sarda è che oggi dovremmo parlare di nuove assunzioni e non di rischiare di perdere fino a 5000 posti che ogni anno assicurano uno stipendio ad altrettanti lavoratori e alla scuola sarda un rapporto lavorativo e professionale fra chi ha un progetto di vita nell’isola e il mondo della scuola.

Infatti la Regione Autonoma della Sardegna (Soru-Cappellacci-Pigliaru) negli ultimi 15 anni ha tagliato le autonomie scolastiche da 412 a 276, tagliando tutte quelle al di sotto dei 600 alunni (con la sola eccezione dei Comuni montani e delle piccole Isole dove il numero di alunni per mantenere l’autonomia è di 400).

La giusta richiesta dei Cobas Sardegna riguarda questo aspetto: non è possibile applicare pedissequamente le leggi statale in un contesto come la Sardegna con la più alta dispersione scolastica dello stato. La Sardegna è un’isola mal collegata, presenta la più bassa densità abitativa d’Europa e la popolazione si concentra soprattutto in alcuni centri, come Cagliari. Tutto questo non sembra interessare né il MIUR, né la Regione “Autonoma”, né l’Ufficio scolastico Regionale che applicano in maniera ragioneristica le “direttive” e chiudono anche scuole che non arrivano a 600 alunni per una manciata di unità.

Inoltre la Sardegna è anche minoranza linguistica e la normativa prevede che per le minoranze linguistiche il numero degli studenti per conservare una autonomia scolastica non è di 600, bensì è di 400. Ciò avviene per esempio in Val D’Aosta, in Sud Tirol ecc… Se venisse rispettata la normativa avremo più autonomi scolastiche, più dirigenti, più personale ATA, più personale amministrativo e soprattutto 6000 cattedre in più (fonte CGIL Sardegna).

A questa situazione davvero critica si è aggiunta la famosa Didattica a distanza, che sembra dovrà rimanere in pianta stabile nel sistema di istruzione, anche in prospettiva della ripartenza a settembre. 

Di questo e di tanto altro si parlerà sabato, alle ore 17, in diretta streaming, in un dibattito organizzato dal movimento popolare sardo Caminera Noa. 

Interverranno Ne parleremo con Andrea Faedda del Coordinamento Precari Auto Convocati,  Nicola Giua dei COBAS Scuola Sardegna e  Ninni Tedesco dell’ufficio scuola di Caminera Noa.

La diretta sarà trasmessa sabato 9 alle ore 17:00 dalla pagina Facebook e dal canale You Tube di Caminera Noa, dal blog di notizie anticoloniali Pesa Sardigna, dal Manifesto Sardo, dal sito dei Cobas Sardegna.

Fase 2. Sicilia, Sardegna e Sud non accettano ordini dal Nord!

Comunicato congiunto di Caminera Noa (Sardegna), Il Sud Conta (Sud Italia), Antudo (Sicilia).

Il 26 aprile il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, con una breve diretta, ha annunciato la tanto attesa Fase 2. E i nostri sospetti sono stati confermati.

Il DPCM del 26 aprile non è nient’altro che il risultato delle pressioni di Confindustria e dei governatori di Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna. Sempre gli stessi, che piegano le politiche statali ai propri interessi e ci consegnano un governo a totale trazione nordista.

Il decreto prevede, infatti, la riapertura in tutto lo Stato dei settori produttivi in aggiunta a quelli rimasti aperti durante la precedente fase. Settori, guarda caso, situati principalmente nell’area nord dello Stato Italiano. Nessuna parola è stata spesa per le economie del Sud e delle Isole, legate a piccole e medie imprese attive nei settori turistico, agricolo e artigianale. Ancora una volta le richieste di tutti coloro che in queste settimane hanno fatto grossi sacrifici e che stanno pagando le conseguenze dell’emergenza, sono rimaste inascoltate.

Lo Stato Italiano – e non è una novità – ha fatto coincidere gli interessi del “sistema Italia” con gli interessi dei settori produttivi delle regioni del Nord. Ancora una volta lo Stato Italiano ha imposto decisioni senza fare distinzioni che rispondano alle specifiche territoriali, senza tenere minimamente conto della realtà che ci consegna, a oggi, la curva epidemiologica regione per regione.

Secondo i dati di ieri, 2 maggio, i casi attualmente positivi in Lombardia sono 36.667, in Piemonte 15.719, in Emilia Romagna 9.323 e in Veneto 7.431.

Nel Meridione si registrano: 2.721 attualmente positivi in Campania, 2.186 in Sicilia, 730 in Sardegna, 713 in Calabria.
100.704 è il numero totale di positivi in Italia. Questo significa che le quattro regioni del Nord citate prima corrispondono al 68,7% degli attuali positivi in Italia, la Lombardia da sola il 36,4%. Le 4 regioni del Sud insieme raggiungono solo il 6,3%.

Sebbene la situazione epidemiologica sia totalmente opposta, le restrizioni sono identiche. Si, perché il Sud deve rimanere “in lockdown” affinché possano riaprire industrie e grosse aziende del Nord.

Le quattro regioni del Nord citate rappresentano insieme il 48% del PIL italiano; non ci sorprende che le nostre regioni siano la parte del PIL sacrificabile.

Nel frattempo molte imprese meridionali, tantissime attività commerciali delle nostre città, resteranno chiuse, con il rischio concreto di non sopravvivere alla chiusura e di non poter mai più riaprire, con conseguenze gravissime sull’economia locale che versava in una situazione drammatica già prima dell’emergenza.

Non possiamo, però, accettare in silenzio di essere la carne da macello sacrificata per i profitti del Nord. Non possiamo accettare di essere considerati unicamente ingranaggi della macchina produttiva della metà ricca d’Italia.

Considerando anche il fatto che questi mesi di chiusura hanno fortemente minato la già provata economia meridionale, pretendiamo che vengano immediatamente immessi nelle casse dei Comuni del Sud e delle Isole tutti i mancati introiti del fondo di perequazione. Tele iniezione di liquidità gestita dalle istituzioni più prossime ai cittadini risulta a oggi irrinunciabile e rappresenta in questo momento una boccata d’ossigeno vitale per la nostra economia.

Inoltre, l’epidemia ha eliminato tutte le forme della rappresentanza, concentrata del tutto nelle mani di governatori e sindaci, espressa attraverso le loro dirette facebook. È necessario, oggi più che mai, riprendersi gli spazi della politica, della mobilità, della socialità. Se possiamo tornare a produrre, consumare e fare la spesa, perché non possiamo uscire, manifestare, socializzare?

Il vero untore del Sud, della Sardegna e della Sicilia è lo Stato Italiano. Non esiste nessuna “unità nazionale”, esistono gli interessi di alcuni a scapito di altri, del Nord Italia sul Mezzogiorno e sulle Isole.

Non staremo più a guardare, chiusi nelle nostre case. Pretendiamo una gestione della fase 2 ASIMMETRICA, differenziata su base regionale, che permetta ai territori di avere il potere di decidere cosa apre e cosa no. Pretendiamo misure economiche adeguate alle esigenze dei nostri territori caratterizzati da un tessuto economico e produttivo differente da quello lombardo, veneto e romagnolo, per questo crediamo che il governo debba immediatamente adottare 3 provvedimenti: 

1) Estensione del Reddito di Cittadinanza; 

2) Moratoria delle utenze per soggetti con comprovate difficoltà economiche; 

3) Risorse a fondo perduto per artigiani, piccoli commercianti e piccole attività. 

Alla fase 2, dato il numero di contagi, la Lombardia non dovrebbe neanche passarci. Se le è permesso, allora noi possiamo passare alla fase 4!
E lo faremo, con o senza il permesso dello Stato Italiano.

Chi ha paura di sa DIE? di Francesco Casula

Sa DIE, come Festa nazionale del popolo sardo, unica nostra Festa “non ottriata”, nel corso degli anni è stata via via depotenziata: e non solamente per gli investimenti finanziari viepiù ridotti. Da parte poi della Regione sarda e delle Istituzioni è stata sostanzialmente azzerata, cancellata.

Probabilmente l’opera di studio, ricerca, confronto, sensibilizzazione che vi è stata nei primi anni, dopo l’istituzione nel 1993, ha spaventato soprattutto la politica.

Così la “Festa” da occasione di studio e di risveglio identitario si riduce nel tempo a rito formale e liturgia vuota: con l’Amministrazione Soru viene annacquata e svuotata  dei significati storici e simbolici più “eversivi”; la Giunta di Cappellacci la stravolge del tutto: viene addirittura dedicata alla Brigata Sassari! E Pigliaru, la seppellisce definitivamente. 

L’attuale Giunta ha altro cui pensare: equilibri di potere. 

Ma fin dai primi anni, dopo la sua istituzione, soprattutto da parte di certa intellettualità, se non ascara certo culturalmente subalterna, ai paradigmi storici e storiografici italici, sono state avanzate riserve in merito alla “forza” dello stesso Evento del 28 aprile del 1794:

1. Sarebbe stata “robetta” quello di “cacciare” 514 piemontesi, savoiardi e nizzardi. Dimenticandosi che lo stesso numero è enorme: Cagliari aveva allora 20.000 abitanti, duncas sulla groppa di ogni 40 cagliaritani pesava un parassita che ruotava intorno al vicerè, arrogante e prepotente.

2. Sarebbe stata sostanzialmente una “congiura” de unu grustu de burghesos, antzis de bator abogadeddos, illuministas. Guarda caso, tale ipotesi, combacia esattamente con le posizioni degli storici filo sabaudi come Giuseppe Manno e Vittorio Angius, che, appunto, avevano parlato di “congiura”!

3. I sabaudi sarebbero comunque ritornati dopo qualche mese. Questo è vero. Ma che significa? Dopo la Rivoluzione francese si afferma un despota come Napoleone. E dopo la caduta del Corso si restaurano in tutta l’Europa regimi autoritari, assoluti e liberticidi. Ciò significa negare valore all’Evento dell’89? Chi fa questa obiezione non sa o non capisce che la storia non ha un andamento lineare e rettilineo, ma rinculi e ritorni all’indietro, cadute e regressioni.

In realtà personaggi e intellettuali di valore e diversa provenienza culturale e politica (da Lussu a Lilliu a Maria Rosa Cardia) riconoscono e sostengono l’importanza di quell’evento e di quella temperie culturale e politica in cui si radica la Sardegna moderna, in cui si afferma e si sedimenta una nuova consapevolezza e coscienza da parte dei Sardi.

Questi infatti dopo secoli di rassegnazione, di abitudine a piegare la schiena, di obbedienza, di asservimento e di inerzia, per troppo tempo abituati a abbassare la testa, sopportando ogni tipo di prepotenza, umiliazione, sfruttamento, sberleffi e prese in giro, con un moto di orgoglio nazionale e un colpo di reni, di dignità e di orgoglio, si ribellano e alzano la testa, raddrizzano la schiena e dicono basta! 

E voglio precisare che “quelle temperie culturale e politica” non abbraccia – come si suole comunemente affermare – il cosiddetto triennio rivoluzionario (1794-96) ma più che un trentennio rivoluzionario: dal 1780 (rivolta di Sassari contro il governatore Allì di Maccarani ) al 1812 (Rivolta di Palabanda). 

E allora?

Allora, al di là dei pretesti sulla “debolezza” dell’Evento o altre tontesas, la verità è che sa DIE dà fastidio. È una festa “pericolosa” e “sovversiva”. Anzi:eversiva. Perché può mettere in crisi i compromessi e gli equilibri di potere prima ancora che i paradigmi culturali e politici di tutti i partiti che dominano la Sardegna: del centro sinistra come del centro destra. Di ieri come di oggi.

Per questo l’hanno, di fatto cancellata.

1° maggio: «Populare, birde, sarda». Domani il confronto

Popolare, verde e sarda: domani, 1 maggio, il confronto.

Ci serve un cammino nuovo nel solco di un movimento popolare, non solo a parole o nella comunicazione, ma nella pratica di lotte e proposte che sappiano cucire quelle tante esperienze che in cuor loro desiderano una Sardegna veramente diversa.

La diretta sarà trasmessa sulla pagina Facebook e sul canale you tube di Caminera Noa, sul Manifesto Sardo, Cagliaripad, Donkey Shouts Web Radio, Cagliaripad e su Pesa Sardigna (ore 18:00).

Perché «popolare». Il primo maggio è la festa dei lavoratori. In Sardegna sono molte le persone che il lavoro l’hanno perso o che purtroppo lo perderanno in seguito alla pandemia da Covid-19. E sono molte le persone che pur di poter lavorare dovranno rinunciare ad ogni tutela, ad ogni diritto. La questione del lavoro, del non lavoro, del lavoro fantasma e del lavoro senza diritti è destinata a diventare sempre più centrale. Dalla gravissima crisi delle piccole partite IVA, alla condizione assai problematica dei precari sardi della scuola e dei dipendenti Auchan, alla truffa dei tirocini che spesso coprono situazioni di lavoro nero, alla mai sopita questione dei pastori con annessa la questione del prezzo del latte e della concorrenza sleale dell’agroalimentare e al dimenticato dibattito sugli artigiani. La questione sarda è la questione del lavoro dei sardi.

Perché «verde». Anche la questione della tutela, anzi per meglio dire, della salvezza stessa dell’ambienta, sarà sempre più impellente, a partire dai due punti all’ordine del giorno: l’assalto alle coste e la dorsale del metano. Sullo sfondo di queste due nuove aggressioni all’ambiente si erge, come una ferita mai dimenticata, la questione delle bonifiche dei tanti punti dolenti del saccheggio ambientale che ha subito la Sardegna da parte di industria militare e civile, con l’avallo dello Stato italiano e di una classe politica locale cinica e venduta. La questione sarda è la questione della salvezza dell’ambiente.

Perché «sarda». La questione che accompagna la Sardegna da almeno seicento anni: la necessità di un autogoverno realmente democratico che sia compatibile ed armonico con gli interessi e con la vita di chi in Sardegna ci vive o progetta il suo futuro. Un’isola che è anche una storia, che è anche una civiltà, che è anche un popolo e che spesso paradossalmente viene concepita come periferia e come moneta di scambio da quella politica che dovrebbe e potrebbe farla uscire dalla sua condizione di subalternità. La questione sarda è la questione dell’autogoverno e della democrazia compiuta dei sardi.

Ne parleremo con le tante figure politiche e intellettuali con cui abbiamo intrecciato il nostro nuovo cammino. A questo dibattito ne seguiranno altri, nella prospettiva di costruire un terreno politico fertile capace di uscire fuori dalle pastoie del settarismo e del movimentismo. Ci serve tanta democrazia e pluralità e contemporaneamente ci serve organizzazione e coordinamento. Ci serve dibattito e studio ma ci serve contemporaneamente saper riallacciare i fili con quelle persone di fronte alle quali spesso abbiamo parlato linguaggi incomprensibili, noiosi, perfino pericolosi. Ci serve un cammino nuovo nel solco di un movimento popolare, non solo a parole o nella comunicazione, ma nella pratica di lotte e proposte che sappiano cucire quelle tante esperienze che in cuor loro desiderano una Sardegna veramente diversa.

Roberto Loddo – Il Manifesto Sardo

Omar Onnis – storico e scrittore

Stefano Puddu Crespellani – Sardegna Possibile

Cristiano Sabino – attivista Caminera Noa e saggista

Lorenzo Paolicchi – Friday for Future

Paola Pilisio – ambientalista

Sandro Roggio – architetto 

Nicolino Camboni – Rifondazione Comunista

Oe galu in domo ma non sena Sa Die

A casa, ma non senza Sa Die. È questo il senso di alcune iniziative che in questi giorni hanno spopolato sui social e che lanciano un fitto programma di celebrazioni della festa nazionale dei sardi in ricordo del tentativo rivoluzionario, repubblicano e antifeudale che scosse la Sardegna tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. 

Ha iniziato il movimento popolare sardo Caminera Noa, quando sui suoi canali di comunicazione, ha lanciato in data 9 aprile 2020, l’idea di appendere fuori da balconi e finestre la bandiera dei quattro mori e/o quella del giudicato di Arborea con l’albero deradicato: “Su 28 de abrile pone sabandera sarda in foras dae su balcone” è lo slogan scelto dagli attivisti. 

«Quest’anno non potremo festeggiare e celebrare d “Sa die de sa Sardigna” con incontri in presenza – spiegano dal movimento – siamo costretti a casa ma non vogliamo rinunciare a ragionare della Sardegna di ieri e di oggi e sull’attualità della “cacciata dei piemontesi” del 1794. Per questo motivo abbiamo lanciato già lo scorso 9 aprile l’iniziativa “pone sa bandera dae su balcone”, invitando i sardi a esporre la bandiera dei quattro mori o quella con l’albero deradicato fuori dalla finestra o dal balcone». 

Caminera Noa non si limita però a questo e ha organizzato una diretta streaming dalla sua pagina fb. Oggi, a partire dalle 16:30, per tutto il pomeriggio, fino alla sera si avvicenderanno molti ospiti tra interventi storici, politici e artistici. Ecco la scaletta a partire dalle 16:30 fino a sera:

  • Luana Farina, portavoce di Caminera Noa, interverrà sul “Disastro di Stato e Giunta regionale e proposte di Caminera Noa per uscire dalla crisi
  • Omar Onnis, Sa sarda rivolutzione e sa figura de Zuane Maria Angioy
  • AlmaCanta (Zaira Zingone e Graziano Solinas), musica live e letture
  • Tea Salis con Marco Lais, musica live e letture
  • Sara Porcu con Roberto Desiato, musica e brani d’autore
  • Almamediterranea, musica e brani d’autore

Anche la neonata Assemblea Natzionale Sarda non rinuncerà a festeggiare il grande giorno. L’ANS ha deciso di iniziare le celebrazioni dalla settimana precedente. Dal 21 aprile le pagine social sono un susseguirsi di pubblicazioni, video e immagini che lanciano le diverse iniziative. 

Il Contest che attraverso video e immagini che richiamano alcuni personaggi Storici Sardi, invita, come proposto in prima istanza da Caminera Noa, a fare sventolare la bandiera Sarda al balcone. ANS propone di fotografarla e postarla con l’hashtag #MustraSaBandera su un social tra Facebook, Instagram o Twitter, e premierà l’immagine che raccoglierà più like. 

Il Format CnC – Cùssientzia Natzionale in Curtzu, disponibile su Facebook e sul canale ufficiale di YouTube di ANS, la puntata 0 in quest’occasione tratta una videolezione in Sardo, prodotta in collaborazione con “Storia Sarda nella Scuola Italiana”, racconta a grandi e piccini cosa successe durante la Sarda Rivolutzione del 1794 e anni a venire. 

L’Assemblea Territoriale di Casteddu, ha lanciato l’iniziativa “S’Idea chi fait sa DII… FERÈNTZIA” in collaborazione con alcune attività di Ristorazione che offriranno una specialità Sarda da consegnare a domicilio, per concedersi una coccola in una giornata da ricordare. 

Anche la Corona De Logu – l’insieme degli amministratori indipendentisti – ha rilanciato l’idea di esporre la bandiera: “28 de abrile: die de su pòpulu sardu. Isterre sas banderas natzionales in sa ventana” e ha prodotto dei banner rimarcando l’attualità delle parole e dell’esempio di Giovanni Maria Angioy e dei rivoluzionari sardi.

Anche il coordinatore di Sardigna Natzione sposa l’idea di Caminera Noa e con un post sui social invita ad esporre la bandiera sarda da casa in modo che sia ben visibile: «su 28 de abrile est sa die de sa sardigna, festa natzionale de sa natzione sarda. faghelu ischire a totu, pone una bandera natzionale “in su balconi” de domo tua. Dae sa die prima o su mantzanu de su 28 aprile a sas 8.30 pone sa bandera de sos 4 moros in su barcone de domo tua. Semus unu populu, una natzione, amus un’istoria, una limba, una bandera e una manera de istare in su mundu, semus una natzione normale, chene istadu ma normale. Publica sa foto in facebook, faghelu ischire».

Nasce poi spontaneamente su fb un gruppo che raccoglie foto di bandiere sarde esposte dalle case ed altre iniziative per festeggiare Sa Die de su Populu sardu:

Anche l’associazione “Amistade” oggi, in occasione della festa “Sa die de sa SARDIGNA”, ha organizzato un evento finalizzato a rendere omaggio alla Sardegna: parlare o ascoltare la lingua sarda per l’intera giornata.
L’evento è organizzato in collaborazione con RADIO OLBIA WEB e con il sostegno del B’ART CAFÈ.
Tra gli artisti (poeti, cantanti, ecc..) che parteciperanno all’iniziativa ci sarà la cantautrice Maria Luisa Congiu.

A sa fine, semper oe 28 de abrile, in ocasione de Sa die de sa Sardigna, a is 10 de mangianu in sa Cattedrale di Santa Maria de Casteddu at a èssere tzelebrada sa Missa in limba sarda.

Lu narant custos de sa TV EJA – «torramus gràtzias a Mons. Gianfranco Zuncheddu, a Michele Deiana chi dd’at acumpangiare cun is sonus de canna, a Francesco Mura chi at a cantare is canttos de sa liturgia acumpangendelos cun s’òrganu».

«Est una produtzione Ejatv, Produzioni Sardegna, Associazione Culturale Babel  e at a èssere trasmìtida in:ardegna Uno Televisione canale 19; Ejatv e canale  172 , Diocesi di Cagliari , AnthonyMuroni, YouTG.net

A merie, dae is 5, paris cun Anthony Muroni EJA TV at a contare sa Die cun amigas e amigos de totu sa Sardigna.

Il DPCM è scritto dai padroncini del Lombardo-Veneto

 

Caminera Non non ha dubbi: il DPCM illustrato da Conti ieri in prima serata è frutto delle richieste della classe economica e politica del Nord Italia, in particolare del Lombardo-Veneto: Con un comunicato il movimento popolare sardo assalta all’arma bianca la retorica dell’unità nazionale e spiega perché la linea del Governo è una linea contro la Sardegna, contro la Sicilia e contro il Meridione.

Di seguito il comunicato integrale:

Ribelliamoci o moriremo di fame!

Il discorso di Conte di ieri sera è vergognoso. Dopo i primi 10 minuti di supercazzole condite con “viva l’Italia”, “orgoglio Italia”, “modello Italia”, “se vuoi bene all’Italia odia il virus” e, dopo slanci letterari sull’INPS che in un mese avrebbe elaborato domande che di solito sbriga in cinque anni, è arrivata finalmente la vera notizia: nessuna regionalizzazione, la Fase 2 non è altro che la Fase 1 con la differenza che al Nord sarà il tana liberi tutti.

Sono passati 2 mesi dall’inizio della quarantena e non è cambiato nulla, non c’è un vaccino e il sistema sanitario continua ad essere quello di sempre, senza alcuna trasformazione strutturale sotto la tanta retorica sugli eroi medici ed infermieri e sul bel paese del Bengondi che arriverà “dopo”.

Per giorni si era parlato di una riapertura regionalizzata, cioè proporzionata alle specifiche situazioni relative ad ogni Regione. Il buon senso e la logica avrebbero voluto così: tutti si aspettavano una riapertura misurata alle diverse realtà delle diverse aree dello Stato.

Poi il 21 aprile è intervenuto il presidente della Regione Fontana che ha tuonato su Radio24 contro la riapertura regionalizzata: “credo che sia una riapertura monca, zoppa, che non consentirebbe un equilibrato sviluppo alle Regioni che aprono. C’è una tale interconnessione tra le filiere produttive e tra le varie attività commerciali che c’è veramente il grosso rischio che faccia più danni che vantaggi una apertura a macchia di leopardo. Sono convinto che la riapertura debba avvenire quando il rischio del contagio si sia concluso”.

C’è da chiedersi quando mai hanno chiuso qualcosa nel Lombardo-Veneto? Subito dopo il DPCM del 22 marzo che elencava le attività di produzione dei beni di prima necessità, soltanto nelle province di Bergamo e Brescia hanno ottenuto subito la deroga migliaia di aziende. Province che da sole hanno sempre contato praticamente la metà dei positivi al Covid-19 in Lombardia. Aziende dove, nella maggior parte dei casi, mancavano i più rudimentali dispositivi di sicurezza.

Del resto è successo fin da subito che il presidente di Confindustria Boccia dettasse legge e che riuscisse addirittura a far correggere DPCM già divulgati e pubblicati. Altro che “Sblocca paese”, il nuovo DPCM sarà lo “Sblocca Lombardo-Veneto”: Le manifatture e le costruzioni annunciate da Conte con grande enfasi sono i settori trainanti del nord, basta che si attengano ad un protocollo che tanto nessuno rispetterà, come nessuno ha mai rispettato le norme sul lavoro e le norme anti pandemia degli ultimi DPCM. Oppure in questo mese siamo diventati la Svizzera o la Danimarca e nessuno se n’è accorto?

Al sud, in Sardegna e in Sicilia invece, dove è presente una piccola e micro impresa, una larga fetta di lavoro informale e a nero, piccole attività commerciali e al dettaglio, lavoro stagionale legato alla stagione turistica, starà tutto fermo e chiuso. Al di là della retorica resta il fatto che al 26 aprile: metà delle Cassa Integrazioni non sono arrivate; migliaia di domande per il bonus p.iva sono ferme; sugli affitti neanche una parola; reddito di emergenza o di quarantena neanche a parlarne; neanche sulle utenze è uscita una sola parola; finanziamenti e prestiti idem.

In Lombardia hanno densità di popolazione dieci volte tanta rispetto alla Sardegna (421,6 per km² contro 68 per km²) e una curva di contagio catastrofica, però le loro attività principali non hanno mai cessato e ora aprirà tutto. In Sardegna tutto chiuso. Tutti a casa. Se no multe e botte, con la complicità di sceriffi, podestà e ras locali.

Il nostro presidente della Regione Autonoma della Sardegna, eletto senatore in Lombardia e nominato dal capo storico del Lombardo-Veneto, non ha nulla da dire? Vorremmo sbagliarci ma ci sembrano purtroppo attualissime le parole scritte 100 anni fa da Gramsci:

L’isola fu letteralmente rasa al suolo come per un invasione barbarica (…) e piovvero invece gli spogliatori di cadaveri, che corruppero i costumi politici e la vita morale.

Lo Stato italiano, nella sua storia, quando ha dovuto scegliere quale pedina sacrificare ha sempre scelto la Sardegna (dal 1720), il sud e la Sicilia (dal 1861). Così adesso, per mantenere la curva media del contagio sotto i livelli di guarda e accontentare contemporaneamente i veri padroni dello Stato, manda Conte in prima serata a raccontare la favoletta della Fase 2 e dell’unità nazionale.

Stiamo iniziando a perdere la pazienza. Prepariamoci alla ribellione, perché i sardi non vogliono morire né di inedia né di lombardovenetismo!

+ Ospedali -Militari”. Il Covid-19 non ferma A Foras

A Foras non si è di certo eclissata in periodo di quarantena e ha rilanciato con forza la lotta contro l’occupazione militare: «è tempo di scegliere. Lanciamo una campagna per ottenere la moratoria delle esercitazioni e lo stop al finanziamento regionale e statale dei progetti legati all’industria bellica. I soldi risparmiati vengano reinvestiti nella sanità pubblica» – hanno scritto lo scorso 13 aprile gli attivisti contrari all’occupazione lanciando una campagna social di forte impatto e consenso.

Ciò è avvenuto in un contesto in cui l’emergenza sanitaria ha fatto emergere con grande forza i problemi di una sanità pubblica sempre più abbandonata a se stessa e alla buona volontà degli operatori sanitari. Gli attivisti hanno ovviamente rispettato la quarantena ma non in silenzio: «siamo costretti in casa, e ci restiamo perché bisogna impedire la diffusione del contagio. Ma non per questo siamo disposti a tacere, a spegnere il desiderio di libertà e di decidere sulle nostre vite e sul futuro della nostra terra».

«Nel mentre che gli aerei si accingono a sorvolare sui poligoni di Quirra e Capo Frasca nonostante la pandemia, il nostro obiettivo resta sempre quello di liberare la Sardegna dall’occupazione militare italiana, e – non appena le condizioni sanitarie ce le consentiranno – saremo pronti a tornare nelle strade per ribadire le nostre parole d’ordine. Sul momento, però, pretendiamo realismo dalle istituzioni politiche sarde e italiane. È arrivato il momento di fare delle scelte, perché la Sardegna sia in grado di affrontare al meglio una crisi sanitaria che potrebbe prolungarsi parecchio nel tempo».

Ecco le richieste di A Foras:

• Chiediamo che fin da ora si stabilisca inderogabilmente una moratoria su tutte le esercitazioni militari.

• Chiediamo che la Regione e lo Stato ritirino i finanziamenti a progetti utili solo agli interessi delle forze armate e al profitto delle industrie del settore bellico. A titolo di esempio, chiediamo lo stop al finanziamento del progetto SIAT di Teulada, al co-finanziamento pubblico della piattaforma per i test dei motori missilistici nel Poligono di Quirra e al co-finanziamento del progetto Caserme Verdi, che riguarda – in Sardegna – le tre caserme dell’Esercito a Cagliari e quella di Teulada.

• Chiediamo che i soldi risparmiati grazie ai primi due punti siano reinvestiti nel potenziamento della sanità pubblica sarda.

Insomma “+ ospedali – militari”, nel senso di maggiori finanziamenti alla sanità pubblica e di una drastica riduzione di spese militari, la fine delle esercitazioni e la progressiva scomparsa dell’occupazione militare dall’isola. «È una questione di priorità – argomentano gli attivisti: non è possibile continuare ad assistere allo sperpero dei nostri soldi in progetti che contribuiscono alla depressione economica delle comunità a cui apparteniamo e alla devastazione della terra in cui abitiamo, mentre la sanità viene costantemente depotenziata da anni, con i risultati evidenti sotto gli occhi di tutti».

«Tra il 2010 e il 2019, segnala l’Osservatorio Gimbe, il finanziamento pubblico alla sanità è stato decurtato di oltre 37 miliardi. Negli stessi anni, abbiamo, visto che le spese militari si attestano su 26 miliardi all’anno, senza contare il miliardo e mezzo che elargisce il Ministero delle finanze “missioni di pace”, i soldi che investe il MISE per le industrie belliche italiane e il Ministero dell’Istruzione per la ricerca militare».

«Eppure la NATO continua a chiedere di aumentare queste spese, che dovrebbero passare secondo gli auspici dell’Alleanza Atlantica dall’1,6 % al 2 % del PIL. Tutto questo, mentre emerge senza più paraventi, l’incredibile fragilità e necessità di soldi di un sistema sanitario allo sfascio».

Un dato per tutti: nel 1981 c’erano, negli ospedali sardi, 62 posti letto ogni 10 mila abitanti. Oggi, il rapporto si è quasi dimezzato e ce ne sono circa 35. Il 14,6% dei sardi che ne avrebbe necessità, rinuncia alle cure e il 6 % è costretto ad emigrare in altre regioni per svolgere la propria terapia. Uno scenario incredibile, tragico, con interi ospedali che chiudono e reparti che vengono dismessi in tantissimi centri dell’isola».

«Nel mentre, si spendono miliardi di fondi pubblici per foraggiare l’apparato bellico. Pensiamo al progetto Caserme Verdi, che vale un miliardo e mezzo a livello italiano, è che riguarderà, in Sardegna, le caserme dell’esercito a Cagliari. Pensiamo al nuovo impianto di test per motori missilistici che sarà costruito a Quirra, per una spesa impressionante di 33 milioni di euro, probabilmente destinati a salire. Pensiamo, all’inestricabile tela di interessi incrociati, che ha portato la politica sarda e italiana, quasi senza eccezioni, ad appoggiare la costruzione del Mater Olbia, ospedale privato che sarà finanziato 142 milioni di euro pubblici nel trienno ’19-21, per stringere ancora di più le maglie dell’alleanza tra Italia e Qatar, paese che – ricordiamo – non brilla certo come un faro del rispetto dei diritti umani».

Dallo scorso 13 aprile, il movimento sardo contro l’occupazione militare, ha chiamato a raccolta tutte e tutti i cittadini che hanno a cuore le sorti della nostra terra, le organizzazioni, le associazioni che lottano per la sanità pubblica, i collettivi e i singoli che vogliono fermare questa vergognosa deriva, ad essere parte integrante della campagna “Più ospedali meno militari / Dotores pro curare EJA, Cannones pro gherrare NONO”.

Pubblichiamo di seguito le istruzioni per partecipare alla campagna che è ancora in corso:

1. Esponi sul tuo bancone o sulle finestre di casa, sulla macchina uno striscione o un cartello con scritto PIÙ OSPEDALI MENO MILITARI, disegni o altri hashtag a tua scelta.

2. Scrivitelo sul corpo o sulla tua mascherina. Non possiamo usare i nostri corpi per manifestare, bloccare i convogli militari o volantinare, ma possiamo scriverci! Testa, gambe, gomiti o polpacci decidi tu dove, ricorda PIÙ OSPEDALI MENO MILITARI.

3. Attivati sui social. abbiamo preparato un motive per l’immagine del profilo che puoi aggiungere alla tua foto, puoi condividere le impact images, le infografiche o cambiare l’immagine di copertina del tuo profilo. Tutto il materiale sarà disponibile sul sito www.aforas.noblogs.org

4. Scarica il volantino, il manifesto, l’adesivo o l’infografica sul sito di A Foras, stampa e attaccalo nei luoghi che puoi frequentare durante la quarantena: market, farmacie, tabacchini, uffici. Tutto il materiale sarà disponibile sul sito www.aforas.noblogs.org

Si tratta di piccoli gesti, quelli che possiamo fare durante la quarantena. Ma sono cose importanti per continuare a sentirci vive e vivi, aspettando di rincontrarci e riscoprirci ancora pieni di amore per la nostra terra.

Antifascisti si. Tricolori no. Per una nuova resistenza  – di Matteo Murgia (Su presidenti)

Iniziamo con il chiarire una cosa: Ho un grande rispetto per i Partigiani che hanno dato la vita per garantirmi la libertà, per quelli di ieri, di oggi e di domani. 

E odio gli indifferenti come li odiava il mio “Partigiano” preferito:  Antonio Gramsci. 

Ne ho anche, in misura minore, per quelli che lo sono diventati nel 1943 dopo la caduta di Mussolini e lo scioglimento del partito fascista. 

Quelli che lo sono diventati nel 1948, invece, mi fanno abbastanza schifo. 

Chiarito questo devo però cambiare argomento perché ieri, nel mio post (il 23 aprile sul profilo fb di Matteo Murgia, N.d.R.) appunto, parlavo d’altro, quando affermavo che l’iniziativa dell’Associazione Nazionale dei Partigiani d’Italia, ovvero cantare Bella Ciao sventolando dal balcone il tricolore, è una buffonata. 

Benissimo ha fatto invece L’ANPI a rivendicare il diritto di poter portare una corona di fiori in memoria dei caduti durante la Resistenza, nonostante le restrizioni alla circolazione che ci sono state imposte in questi mesi.

Ma ieri parlavo d’altro ed un commento di un mio contatto recente, preziosissimo, aggiungeva che oltre che una buffonata questa iniziativa ha il sapore di una beffa, cogliendo in pieno il sentimento che mi ha spinto a prendere una posizione così pesante nei confronti dell’ANPI odierna.

E con questo non voglio certo negare il lavoro importante svolto dalla stessa nelle scuole, ad esempio, per tenere viva la memoria dei tantissimi ragazzi che hanno dato la vita per combattere e per garantirmi e garantirci la libertà. Ma oggi mi chiedo anche se l’attacco più forte degli ultimi settant’anni a quella stessa libertà non sia quello iniziato due mesi fa costringendo milioni di italiani agli arresti domiciliari. 

Quindi se oggi “attacco” l’ANPI 2.0 non significa affatto infangare la memoria dei Partigiani di ieri bensì, dal mio punto di vista, difenderne la memoria dalle “buffonate” di oggi. Memoria che da quando ho vent’anni difendo nelle piazze contro gli attacchi di chi, in nome di una stronzata colossale, vorrebbe accostarli ai “bravi ragazzi” della repubblica di Salò, spesso ben difesi dalla polizia in assetto antisommossa. 

Se oggi dovessi attaccare il vaticano perché in due mesi non ha cacciato fuori un soldo, questo non significa che non riconosca il lavoro che fa la Caritas per aiutare chi ne ha bisogno e, se non capite questo banale esempio, queste righe non le sto scrivendo per voi.

Ci stiamo avvicinando sempre di più ad uno stato di polizia, ma io non ho letto nessuna posizione dell’ANPI di Cagliari su questi elicotteri che volano sopra la città terrorizzando i cittadini Cagliaritani. 

Su quello che sta succedendo nel “resto della penisola” non mi addentro perché la finirei tra due giorni. 

Festeggerò il 25 aprile facendomi una passeggiata nel mio paese, usando come autocertificazione una bella Bandiera Rossa di Piero Murgia, l’unico educatore che vorrei e che sarebbe stato al mio fianco in questo atto di disubbidienza. 

E farò lo stesso il 28 Aprile con la bandiera Sarda per ricordare la cacciata dei Savoia dalla nostra Nazione.

Lo farò anche perché una delle fortune della mia comunità sulcitana è che il comandante della caserma dei Carabinieri, ed i suoi colleghi, sono tra le persone più ragionevoli che conosco a Giba. 

Altrimenti saranno due semplici multe illegittime e anticostituzionali.

Perché la memoria va coltivata, cari amici, e a me la memoria non m’inganna. E mi preparo ad una nuova e più pericolosa resistenza.

Una mattina, mi son svegliato, o Bella Ciao Bella Ciao Bella Ciao Ciao Ciao, una mattina, mi sono svegliato, e ho trovato l’invasor.

Su Presidenti vi abbraccia, da un metro di distanza.

DA CICERONE A FELTRI: I Sardi? Ladri e delinquenti. Ed anche “negri”!

I Sardi? Ladri e delinquenti. Ed anche “negri”! I Meridionali? Inferiori.

di Francesco Casula

Un filo nero lega una serie di insulti, improperi e contumelie, espressi storicamente contro i sardi e i meridionali: da Cicerone a Vittorio Feltri.

Cicerone è l’avvocato di certo Scauro, un propretore romano accusato di malversazione nella sua amministrazione della Sardegna, con l’esazione di una decima “illegale”: oltre a una decima normale e a una seconda straordinaria ma ugualmente legale, Scauro infatti ne impose una terza a suo esclusivo beneficio. Un vero e proprio tangentaro ante litteram.

Nell’orazione a Pro M. Aemilio Scauro, l’oratore romano, per screditare i 120 sardi andati a Roma per testimoniare contro il suo “assistito”, non esita a dipingerli come ladroni con la mastruca (mastrucati latrunculi), inaffidabili e disonesti: la loro inaffidabilità viene da lontano, dalle loro stesse radici che sono rappresentate dai fenici e dai cartaginesi. Di qui l’accusa più grave e insultante: “dal momento che nulla di puro c’è stato in questa gente nemmeno all’o¬rigine, quanto dobbiamo pensare che si sia inacetita per tanti travasi?

   Proprio per questo motivo l’appellativo “razzistico” afer (africano, oggi diremmo negro) è più volte usato come equivalente di sardus e l’espressione Africa ipsa parens illa Sardiniae viene adottata dall’oratore romano per affermare che dai Fenici sono discesi i Sardi, formati da elementi africani misti, “razza” che non aveva niente di puro e dopo tante ibridazioni e contaminazioni si era ulteriormente “guastata”, rendendo i sardi ancor più selvaggi e ostili verso Roma.

   Dante, bontà sua si limita a chiamarci “scimmie”: ma solo sul versante linguistico. Nel De vulgari eloquentia (cap. 9° l Libro 1°), ragionando dei vari dialetti d’Italia scrive:” 

Anche i Sardi, che non sono Latini, ma che sembra si possano ai Latini associare, cacciamo (dal novero degli eredi di diritto dei Latini), perché sembrano proprio gli unici a non disporre di un proprio volgare imitando la grammatica latina come le scimmie imitano gli uomini”! 

   Qualche secolo dopo, si fa un vero e proprio salto: un viceré di Vittorio Amedeo II, l’abate Alessandro Doria del Maro (1724-26) pone per così dire, le premesse ideologiche e giustificazioniste della repressione violenta e sanguinaria da parte dei Savoia, con vere e prorie campagne militari contro il banditismo,  scrivendo che “la causa [del].male (ovvero del banditimo, nda) è da ricercarsi nella natura stessa dei popoli sardi poveri, nemici della fatica, feroci e dediti al vizio” . 

   Sui Sardi “viziosi” e “barbari”  ritorna Gustave Jourdan, un giornalista e uomo d’affari francese (Parigi 1820-1866 che arriva in Sardegna nel 1860, rimanendoci solo un anno: la sua attività infatti fallisce e se ne tornò in Francia dove nel 1861 pubblica un liberculo di 32 pagine, l’Ile de Sardaign, livoroso e acrimonioso, in cui fa ricadere il suo fallimento ai Sardi. Infatti, deluso per non essere riuscito dopo un anno di soggiorno in Sardegna, a coltivare gli asfodeli per ottenerne alcool, vomita contro i Sardi una serie di insulti e parla della Sardegna come terra rimasta ribelle alla legge del progresso, terra di barbarie in seno alla civiltà che non ha assimilato dai suoi dominatori altro che i loro vizi: una Sardegna insomma come un focolare spento, carica di barbarie.

Jourdan riesce perfino a falsificare la realtà dei Nuraghi scrivendo che  si tratta di rovine, peraltro insignificanti perché resti incontrati vicino al mare in tre o quattro punti (sic!). 

Questi Noraghi – scrive il francese – misteriosi e giganteschi, se so¬no una prova delle dominazioni subite, non sono però né così numerosi né così importanti da attestare una civiltà decadente.

   Non è da meno Honoré de Balzac, il grande romanziere francese  che visiterà la Sardegna nel 1838 e vi soggiornerà per circa tre settimane. Il suo progetto è quello di riattivare le locali miniere d’argento, attraverso lo sfruttamento di giacimenti di scorie abbandonate nell’Isola, presso l’Argentiera nella Nurra e nella zona di Domusnovas. Falliti i due tentativi, in una lettera alla sua donna, la contessa polacca Ewelina Hanska, scriverà: “L’Africa comincia qui:ho intravisto una popolazione in cenci, tutta nuda, abbronzata come gli etiopi,…ho visto cose tali come si raccontano degli Uroni e della Polinesia. Un intero regno desertico, veri selvaggi, nessuna coltivazione, savane di palme selvatiche, cisti, dovunque le capre che brucano tutti i germogli e impediscono alla vegetazione di crescere oltre la cintura”.

   Arriviamo poi alla fine dell’Ottocento, con “La scuola antropologica moderna” (sic!) degli Orano (Psicologia della Sardegna, 1892), secondo cui tutto il Nuorese è il paese classico del delitto…poiché è la razza che ripullula di una cancrena marcia, purulenta…ed è un vivaio di assassini, di belve.

Niceforo (in La Sardegna delinquente, 1897) e Lombroso vanno oltre lo stesso Orano:non solo il Nuorese ma l’intera Sardegna e il Meridione, appartengono a una razza delinquenziale,biologicamente  inferiore.

   Ma non è finita: negli anni 1960/70, su una rivista patinata e popolare, certo Augusto Guerriero, più noto come Ricciardetto scriverà che i Barbaricini occorreva “trattarli” con gas asfissianti o per lo meno paralizzanti. 

   Per arrivare ai nostri giorni nel 2016  con il  Procuratore generale di Cagliari, Roberto Saieva ed oggi con il giornalista (?) Vittorio Feltri.

Saieva  all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2016  ha sostenuto: “Altro fenomeno criminale che nel territorio del Distretto appare di rilevanti proporzioni è quello delle rapine ai danni di portavalori, organizzate normalmente con grande dispiegamento di uomini e mezzi. Diffusi sono comunque analoghi delitti ai danni di sportelli postali e di istituti bancari. E’ agevole la considerazione che nella esecuzione di questi delitti si sia principalmente trasfuso l’istinto predatorio (tipico della mentalità barbaricina) che stava alla base dei sequestri di persona a scopo di estorsione, crimine che sembrerebbe ormai scomparso”. Testuale!

Mentre nei giorni scorsi Feltri, Direttore del Quotidiano “Libero” ha affermato “credo che i meridionali, in molti casi, siano inferiori”.

Sas titulias continuano.