Mano pesante contro chi contesta G7 e liberismo. Arrestato Joseba Alvarez

Idranti della polizia contro i manifestanti del contro vertice G7

Riceviamo e pubblichiamo un breve resoconto dai militanti baschi che hanno organizzato le mobilitazioni contro il vertice ultraliberista del G7 che si sta svolgendo nel paese basco occupato dallo stato francese. 

Tra il 21 e il 23 d’agosto sono stati organizzati da una centinaio di collettivi e movimenti dei Paesi Baschi e di tutto il mondo tre giorni di controvertice davanti alla riunione del G7 nel Paese Basco occupato dalla Francia.
Per acogliere le circa di 5.800 persone che si sono avvicinati alle iniziative, dibatitti e conferenze è stato organizzato un campeggio a Hendaia.

Avanti ieri sera, quando la polizia si è avvicinata provocatoriamente al campeggio, decine di compagni hanno risposto per difendere il luogo. Nei successivi scontri sono stati arrestati 12 persone e 10 sono stati feriti.
Ieri, 24 d’agosto, primo giorno del vertice dei 7 maggiori criminali del mondo (tra cui i rappresentanti di Francia, Spagna e Italia che colonizzano le nostre nazioni di Sardigna, Euskadi e Catalunya), c’è stato un corteo di 15.000 persone tra Hendaia e Irun, senza nessuno scontro. Al pomeriggio, invece, la polizia ha caricato con idranti e lacrimogeni contro un corteo a Baiona, vicino a Biarritz dove si sviluppa la vertice. È stato arrestato almeno un compagno e il quartiere storico de la Piccola Baiona è rimasto chiuso fino alla notte.

Un momento delle manifestazioni e dei blocchi contro il vertice G7

Intanto ieri insieme ad altre 67 persone è stato arrestato o storico dirigente della sinistra indipendentista basta Joseba Alvarez che però è stato rilasciato stamattina e contestualmente espulso dal territorio basco controllato dalla Francia.

Joseba Alvarez alla conferenza contro gli arresti di A Manca pro s’Indipendentzia nel 2006 davanti al carcere di Buon Camino a Cagliari

Essere donne in Sicilia combattendo patriarcato e colonialismo

Immagine tratta da Il Manifesto

Il Movimento della rete delle realtà femministe siciliane si è riunito  in assemblea in occasione del Trinacria Camp 2.0 al campeggio ecologista, femminista e indipendentista lo scorso 25 luglio a Milazzo per discutere di un “PIANO FEMMINISTA IN SICILIA”. L’assemblea è stata carica di interessanti spunti che non riguardano solo il movimento femminista e indipendentista siciliano, ma che possono avere forti influenze positive anche in altri contesti dove si pone con forza il connubio liberazione nazionale e liberazione di genere. Abbiamo deciso di fare una intervista a tutto campo a Tiziana Albanese di NUDM Palermo che ha tenuto una esaustiva relazione per introdurre il dibattito.

 

  • Che c’entra il femminismo con la lotta di liberazione e indipendenza del popolo siciliano?

Esiste una radice centrista del femminismo occidentale che si sviluppa a partire da un concetto di “donna” inteso come soggetto universale e trascendente rispetto ai suoi attributi locali e storici. Niente di più sbagliato. Ogni soggettività, la donna in questo caso, è storicamente collocata in un luogo e in un periodo preciso, vive su di sé tutte le contraddizioni sociali nello stesso momento e queste contribuiscono a determinare la sua condizione di subordinazione. Il femminismo occidentale ha trascurato un’analisi comprensiva di tutti questi fattori in favore di un’analisi oppositiva volta a definire il soggetto donna (vittima) in opposizione al suo soggetto antagonista (e dominatore) uomo. Nel tentativo di universalizzare la condizione della donna e la lotta per la sua liberazione si assume come postulato teorico che le donne di tutto il mondo, indipendentemente dalla loro condizione di vita, dai rapporti economici e sociali su cui è fondata la società in cui agiscono, siano assimilabili in un unico gruppo in quanto “donne”, definite unicamente sulla base della loro appartenenza al medesimo genere. Bisogna ribaltare questa visione.

Se è vero, come è vero, che gli attributi locali e storici contano e nel nostro territorio si traducono in molteplici dispositivi di dipendenza materiale, politica ed economica e di subalternità rispetto allo Stato centrale, non possono esistere diritti delle donne che siano astrattamente garantiti a prescindere da questa condizione coloniale.

Precarietà, disoccupazione, emigrazione forzata, devastazione e sfruttamento sfrenato del territorio: è questa la forma che il capitalismo – sulle gambe dello Stato – ha assunto in Sicilia come strumento di accumulazione e di dominio e oppressione sulla popolazione. Bisogna sottolineare che lo Stato è contemporaneamente esecutore, garante dell’organizzazione capitalistica della società e del Patriarcato.

L’identità della donna siciliana non può non determinarsi a partire dalle contraddizioni reali. Essere donna siciliana significa subire i più alti tassi di disoccupazione femminile, dover emigrare forzatamente; essere siciliane significa non poter abortire se lo si ritiene necessario (l’obiezione di coscienza in Sicilia si attesta all’87%), significa vivere accanto a basi militari, discariche, raffinerie inquinanti.

Con una descrizione specifica di tutte le contraddizioni che l’organizzazione statale capitalistica crea è facilmente tracciabile un pensiero della differenza fra essere donne in Sicilia e altrove. Bisogna far sì che esso si trasformi in pensiero (e pratica) dell’indipendenza.

Non solo non può esistere libertà delle donne senza libertà del territorio; ma è lo stesso processo di indipendenza delle donne dallo Stato capitalista e patriarcale a rendere propriamente di liberazione il processo generale.

 

  • Perché nella tua relazione hai fatto più volte riferimento agli scritti di Franz Fanon e al ruolo delle donne in nella lotta per la liberazione dell’Algeria?

Gli scritti di Franz Fanon sono emblematici della questione che stiamo mettendo a tema, ovvero il ruolo coloniale della riproduzione della violenza sulle donne.

In “L’anno V della Rivoluzione Algerina” nell’analisi del colonialismo francese in Algeria una delle prime questioni che Fanon mette a tema è quella della centralità della donna nel processo di colonizzazione e in quello auspicato di de-colonizzazione. In effetti sul corpo e sui diritti delle donne si consuma una delle prime mosse del colonizzatore, soprattutto all’alba dei primi movimenti di liberazione algerini.

La formula su cui il governo francese deve puntare è semplice:《prendiamoci le donne e verrà anche il resto》. Lo fa sostanzialmente mediante due mosse: teorizzando scientificamente la figura della donna musulmana vittima e sottomessa e, specularmente, quella dell’uomo musulmano sadico e crudele. Le donne algerine avevano fatto del velo uno strumento di lotta. Lo indossavano per travisarsi e rendersi irriconoscibili durante le azioni più violente, ne usavano gli ampi panneggi per nascondersi addosso messaggi, provviste, armi. La narrazione occidentale coloniale lo trasforma in simbolo di oppressione femminile con l’obiettivo di creare alle donne algerine un nemico interno (l’uomo musulmano) distogliendo l’attenzione da quello esterno (il colonialista francese).

In “Pelle nera, maschere bianche” Fanon ci dice che il complesso di inferiorità del colonizzato ha due radici: quella economica e l’interiorizzazione dell’inferiorità che porta il colonizzato al ripudio della propria razza in favore di quella bianca. La donna nera – come l’uomo, del resto – è ossessionata dalla bianchezza, ma a differenza di quest’ultimo ha a disposizione un’arma in più nella disperata tensione al divenire bianco: tramite la maternità, può “diluire” la propria negritudine; l’imperativo categorico è generare figli sempre meno neri delle madri, scopo che si raggiunge, naturalmente, solo se si prediligono partner sessuali bianchi, anche a costo di subirne la violenza.

È evidente che il contesto che muove le riflessioni di Fanon è differente nel tempo e nello spazio da quello siciliano. Ma può essere interessante aprirsi ai suoi studi perché descrivono meccanismi coloniali validi e ripetibili.

  • Ci sono esperienze che hanno messo in crisi l’immagine remissiva e subalterna della donna siciliana?

Le storie delle donne del Sud – e di quelle siciliane nello specifico – sono state oggetto di omissioni e distorsioni che ne hanno alterato le potenzialità di lotta. Per noi rappresentano un punto di partenza per mettere in crisi l’immagine presentata dalla narrazione dominante della donna siciliana remissiva e subalterna.

La storia narrata delle donne in Sicilia è storia di violenze subite, di matrimoni forzati, di dipendenza totale dalle figure maschili, prima i padri e poi i mariti. Poche sono le storie che raccontano la donna che ha acquisito consapevolezza di classe e ha lottato accanto al marito zolfataro, contadino… In realtà di esempi di donne che hanno rotto gli schemi del patriarcato in Sicilia ce ne sono tanti. Significativa è sicuramente la storia di Franca Viola. Donna di Alcamo che per prima in Italia rifiuta di accettare il matrimonio riparatore che, secondo le leggi italiane, costituiva un’assoluzione per chiunque avesse desiderato e rapito una donna violentata. Franca Viola, promessa di Filippo Melodia, nipote di un boss locale, viene rapita da quest’ultimo e dai suoi in seguito all’annullamento del fidanzamento. Per la prima volta, e ciò avviene in Sicilia, una donna decide di opporsi al matrimonio forzato. Nonostante le minacce subite, Franca Viola sposerà un altro uomo, senza nascondersi e a testa alta.

Poco nota anche la storia di Maria Occhipinti che nel gennaio del 1945, a dispetto dei suoi 4 mesi di gravidanza, si sdraiò davanti a carri armati per impedire che portassero via le giovani reclute che non volevano più partecipare alla Guerra. O, ancora, quella di Rosa Donato, figlia di un cuciniere. Aveva assistito alla repressione borbonica dei moti del 1820-21 in Sicilia. Partecipò attivamente alla rivoluzione siciliana del 1848-49, combattendo a Messina e poi a Palermo. Ci viene rappresentata nelle iconografie tradizionali mentre carica un cannone per sparare contro le truppe regie che furono costrette a retrocedere. Divenne caporale per l’impegno nella lotta e difese la città quando venne assediata dai soldati borbonici dando fuoco ai depositi di munizioni e causando ingenti perdite alle truppe nemiche. Si finse morta per continuare a combattere a Palermo divenendo un’importante guida per i rivoluzionari. Dopo la sconfitta di Palermo venne arrestata e torturata per 15 mesi a Messina.

Importante da citare anche la storia delle brigantesse, la cui costruzione narrativa ne depotenzia il carattere politico eversivo. Queste donne, la cui lotta è dimenticata, vengono per lo più – anche nei testi che si propongono di riscoprire un’antistoria del risorgimento e del brigantaggio – identificate attraverso l’amante a cui si accompagnano e attraverso la ferinità che assumono nella difesa del proprio uomo a cui sono devote. Il carattere politico della loro lotta che si iscrive in una lotta contro la colonizzazione piemontese viene rovesciato nuovamente in una narrazione di inferiorità attraverso una romantizzazione delle imprese di queste donne, una narrazione che intreccia macabro e seducente.

Il ruolo di queste donne nei processi storici non è solo rimosso, oggetto di una cancellazione dalla memoria collettiva, ma è iscritto all’interno di strutture significanti che identificano queste donne come “drude”, sanguinose, assetate di sangue e dunque brutali. Se ne esalta la sessualità sanguinaria e animale che crea tutto un immaginario preciso. Occorre allora costruire una sorta di genealogia alternativa di cosa significhi essere donna in Sicilia a partire da quelle azioni che nelle narrazioni dominanti hanno assunto un ruolo marginale o strumentale.

  • Quali sono le vostre battaglie?

Il nemico è uno, ovvero il potere patriarcale e maschilista – dunque capitalista- sempre più interiorizzato dalle donne stesse. Dobbiamo rivolgere, però, le nostre rivendicazioni agli esecutori materiali di tale potere:

il governo italiano e la Regione Siciliana mettendo in atto pratiche politiche conflittuali efficaci. Le nostre battaglie partono da istanze locali e concrete.

Un campo di lotta è sicuramente quello del diritto all’aborto. In Sicilia 9 medici su 10 sono obiettori. Un’altra importante questione riguarda i consultori: sono presenti in numero inferiore a quello previsto per legge, sono fortemente de-finanziati, la sede in un quarto dei casi è definita mediocre o fatiscente, solo la metà ha a disposizione un ecografo. All’interno di questo contesto si inserisce anche la fondamentale questione della contraccezione gratuita. Infatti oltre ai servizi base che i consultori dovrebbero fornire, secondo la legge 194 (“Legge 22 maggio 1978, n.194 – Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”, meglio nota come Legge 194, è la legge in vigore in Italia che ha depenalizzato e disciplinato le modalità di accesso all’aborto), dovrebbero anche fornire una contraccezione gratuita di base. Molte sono state le lotte portate avanti e vinte anche in altre regioni. Ed è anche qui, in Sicilia, che si sta aprendo un piano vertenziale alla regione in questo senso.

E poi esiste, come si diceva prima, il problema dell’alto tasso di disoccupazione (solo il 29,1% delle donne lavora), dell’emigrazione forzata, della mancanza di servizi (tempo pieno nelle scuole, asili nido ecc.). Queste contraddizioni reali, come le altre, non possono essere utilizzate per legittimare politiche reazionarie e autoritarie, ma devono diventare occasioni per attaccare e conquistare spazi di riscatto e di lotta per le donne.

Per una agenda Sardegna fondata sulle lotte. Assemblea a Oristano

La locandina che ritrae Eleonora d’Arborea con un megafono ideata dal collettivo Furia Rossa di Oristano

Riceviamo e pubblichiamo l’appello al dibattito del collettivo Furia Rossa previsto per il primo settembre a Oristano al fine di fare uscire le lotte sociali e politiche della Sardegna dalla marginalità politica.

ASSEMBLEA-DIBATTITO PUBBLICA: LOTTE IN SARDEGNA, LA SFIDA DEI TEMPI: DALLA MARGINALITA’ POLITICA ALLA CENTRALITA’

Viviamo in un’epoca cupa, in cui non si capisce bene se sia peggiore la realtà in cui viviamo o il modo in cui la descriviamo. Un pessimismo profondo, non dell’intelligenza ma della volontà, circonda la nostra attività politica da tempo e poche luci sembrano indirizzare il nostro cammino.

C’è una sola certezza, nessuno di noi è sufficiente a se stesso: né come singoli né come organizzazioni. Questa frase non vuole tracciare il profilo dell’obiettivo dell’unione a tutti i costi, dell’integrazione forzata tra esperienze politiche di diversa matrice, della realizzazione di cartelli elettorali. Può essere un obiettivo meritorio, ma sono altre le sedi in cui va perseguito e altri i soggetti che devono proporlo. La nostra auto-insufficienza – chi più, chi meno, ne soffrono tutti i soggetti che compongono la galassia di chi lotta per cambiare in Sardegna lo status quo – è in primo luogo teorica: è nel dibattito e nel ragionamento che dobbiamo aiutarci l’un con l’altro, senza la pretesa di dover arrivare a un punto condiviso nel ragionamento.

Cinque anni fa il Collettivo Furia Rossa organizzò un’assemblea, presso il teatro San Martino di Oristano, intitolata Dalle lotte territoriali alla lotta collettiva per una Sardegna migliore. Fu un incontro partecipato e produttivo, quantomeno dal punto di vista della costruzione di relazioni fra i partecipanti. Fra i punti affrontati in quella sede, alcuni possono essere ritenuti particolarmente fecondi e meritevoli di un ulteriore approfondimento.

Lo scenario politico è però sicuramente cambiato, con l’eccezione del rapporto di sudditanza tra la Sardegna e l’Italia, immutato nelle sue caratteristiche generali da anni e, a nostro giudizio, primo obiettivo di qualsiasi battaglia politica che punti al cambiamento dello status quo in Sardegna. È ormai palese uno spostamento a destra del baricentro politico, laddove in precedenza avevamo assistito a uno slittamento verso destra camuffato da posizioni teoriche legate alla cosiddetta Terza via, con evidenti conseguenze estremamente preoccupanti sul piano dell’autoritarismo e della riduzione degli spazi di libertà. Si pongono poi sul tavolo due grosse questioni: quella del regionalismo differenziato e quella dell’abolizione, de facto, dell’obbligo della progressività dell’imposizione fiscale. Si prospetta, all’orizzonte, una riforma costituzionale che aumenterà – in piena continuità col precedente tentativo renziano – i poteri dell’esecutivo, in combinato disposto con strumenti legislativi di rango inferiore che rafforzano il potere degli organi periferici del governo centrale: questure e prefetture. Da non dimenticare il costante peggioramento della situazione internazionale, tra imperialismo e violazione costante del diritto dei popoli all’autodeterminazione. Si è inoltre imposto con forza a tutti il problema della questione ambientale. Tutto questo accade mentre si assiste, quasi impotenti, a uno sfilacciamento del tessuto sociale, con un aumento preoccupante di fenomeni legati all’intolleranza e manifestazioni di un comportamento squadrista che fanno temere già per il futuro prossimo. La cornice è quella di un incremento delle discriminazioni, sulla base del genere, dell’etnia di appartenenza, delle preferenze sessuali, della confessione religiosa, delle possibilità economiche e della provenienza sociale, con una costante compressione delle sfere di diritti che sembravano ormai definitivamente acquisiti.

Crediamo con forza che sia necessario confrontarsi e dialogare sul nostro ruolo, di movimenti radicali, in questo scenario. Per questo vi invitiamo, a cinque anni di distanza dall’incontro del 31 agosto e nel decimo anno di attività del nostro collettivo, ad un’assemblea aperta, che si terrà a Oristano domenica primo settembre in luogo ancora da definire. Il titolo è il seguente: Politica in Sardegna, la sfida dei tempi: dalla marginalità alla centralità politica.

La portavoce di CN: “ampliamo ulteriormente il dialogo con altri soggetti politici”

La nuova portavoce di CN, Luana Farina

Intervista alla neo eletta portavoce di Caminera Noa, Luana Farina, riguardo le prospettive del soggetto- progetto politico delineatesi durante l’ultima assemblea plenaria, che si è svolta a Montes (Orgosolo) il 21 luglio 2019.

  1.  Avete convocato la vostra ultima assemblea plenaria nel cantiere Forestas di Montes, a Orgosolo alla fine del campo sociale di lingua sarda organizzato da Lìngua Bia. Perché questa scelta logistica?

Caminera Noa a 50 anni dalla Rivolta di Pratobello, ha pensato che Orgosolo e la Forestas di Montes, che fu anch’essa teatro di quella vittoriosa rivolta, fosse il luogo ideale per ricordare quest’evento memorabile della Storia della Sardegna, quella che non è scritta e non si può leggere nei libri di Storia. Montes ospita una lecceta plurisecolare, unica nel bacino del Mediterraneo per estensione e caratteristiche, e si estende per 4500 ettari su rilievi attorno ai mille metri, una delle poche foreste che è stata risparmiata dal disboscamento selvaggio perpetrato dai Savoia, a danno sei sardi, per fornire traversine usate per costruire il sistema ferroviario italiano. Questo aggiunge un valore politico alla scelta della sede dove si è svolta l’Assemblea Plenaria di Caminera Noa, che ha aderito alla tre giorni del campus estivo organizzato da Lìngua Bia, insieme a sas Tzarradas di Sassari, danno la possibilità e il piacere di parlare il sardo, in tutte le sue varianti e di conoscere meglio la lingua e la cultura sarda.

  1. Come funzionano le plenarie di Caminera Noa?

Le plenarie di CN, da sempre sono aperte a tutti quei soggetti singoli o organizzati che ne condividono i valori fondanti su cui di basano le azioni di CN:

  • Riconoscimento della Natzione Sarda
  • Diritto all’Autodeterminazione del popolo sardo
  • Sostenibilità ambientale
  • Superamento del sistema economico e sociale neoliberista
  • L’antifascismo e l’antirazzismo
  • Essere contro le discriminazioni di genere
  • Diritti civili, politici e sociali per tutti, compresi i migranti
  • Creazione di un modello politico democratico, inclusivo e partecipato
Una foto dell’ultima assemblea plenaria di CN

Tutti i partecipanti hanno diritto di parola, di proporre e, quando è necessario, di votare.
Si procede secondo i punti all’Ordine del Giorno, concordato in precedenza tramite mailing list. In genere si articola in due momenti fondamentali:

il primo, in cui si portano proposte di iniziative o lotte da intraprendere, criticità riscontrate in quelle già attivate, in questo caso se ci sono mozioni o proposte diverse, si decide tramite voto;

il secondo, quello in cui si lavora praticamente all’organizzazione di nuove iniziative e/o si riferisce per “tavoli di lavoro tematici” già avviati

  1. Avete annunciato con un comunicato laconico che verificherete la fattibilità di costruire un processo costituente di un soggetto federale. Sta per nascere un nuovo partito sardo?

La risposta è decisamente no.

Dopo oltre due anni di intensa attività che ha visto CN promotrice e/o sostenitrice di lotte su tutto il territorio sardo, sia con i soggetti che ne fanno parte, sia con “compagni di cammino” occasionali, con cui condividiamo lotte comuni e modalità di azione, è nata l’esigenza di ampliare ulteriormente il dialogo con tante forze resistenti presenti in Sardegna e per questo si è deciso in Plenaria di aprire una fase costituente di un soggetto politico confederale nuovo. Ci siamo dati sei mesi di tempo per vedere se ci sono i presupposti per realizzare questa costituente. Per adesso l’idea di un nuovo partito non ci sembra praticabile, mentre è più importante lavorare per “creare coscienza popolare” che ci veda uniti, pur mantenendo ognuno la propria individualità, confederati per il raggiungimento di obiettivi comuni.

  1. Quali sono le principali attività che curerete nel prossimo futuro?

Intanto come detto in precedenza allacciare contatti costruttivi con realtà territoriali esistenti, piccole o grandi, che agiscono però in “solitudine”.

Pensando poi alla situazione tragica che vive la nostra terra l’imbarazzo della scelta delle attività da curare sono purtroppo davvero infinite. Sicuramente continueremo a portare avanti le lotte già intraprese in questi due anni lavoro, cittadinanza sarda, sanità, comunicazione, lingua e istruzione, ambiente, lavoro attraverso la campagna mutualistica “Telefono Ruju” e il laboratorio linguistico Sas Tzarradas; perché le problematiche che abbiamo sollevato, non si esauriscono e risolvono se non si riesce a coinvolgere tutta la popolazione sarda, che le vive sulla sua pelle, ma forse non ha più forze ed entusiasmo per lottare, e quindi continueremo a dare “corpo” a ciò che si è già fatto.

A ciò si aggiungeranno altri momenti di attività, che preferiamo chiamare lotte, che riguardano la riforma dello statuto, lo spopolamento, il regionalismo differenziato a cui è strettamente legato il federalismo fiscale, i trasporti, altro annoso problema della Sardegna, la condizione femminile sarda e il patriarcato, la repressione esercitata ogni volta che si chiede un diritto. Insomma le idee non ci mancano, né la voglia di “fare”, perché delle parole, soprattutto quelle dette in campagna elettorale, il popolo sardo è stanco. Per noi, che non crediamo di avere il “verbo”, né pratichiamo le decisioni imposte “dall’alto”, è fondamentale coinvolgere chi si sente demotivato, isolato, emarginato, i “senza voce”, quelli che realmente sanno cosa è utile e giusto fare.

Chiudere la Soprintendenza per aprire le coscienze dei sardi

Uno dei famosi “Giganti” ritrovati nel sito archeologico di Mont’e Prama lasciato oggi in stato di abbandono

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la notizia di questo importante evento anticolonialista. La maniera in cui la Soprintendenza archeologica gestisce il nostro patrimonio culturale e storico è francamente scandalosa

SOPRINTENDENZA Archeologia della Sardegna

PREFETTURA Archeologia della Sardegna

 

SIT-IN DI FRONTE ALLA SEDE MUSEO ARCHEOLOGICO

MERCOLEDI’ 24/07/ 2019 DALLE ORE 9.30 ALLE ORE 13

Piazza Arsenale,1 – CAGLIARI

 

Fuori le PREFETTURECULTURALI ITALIANE dal territorio, dalla cultura, dalla storia e dalla vita dei sardi, sono ostili al nostro popolo, ci cancellano dal mondo e dalla storia, ci rendono infelici e privi di autostima.

Chiediamo che l’attuale Soprintendenza Archeologia “italiana” venga chiusa e sostituita da una Subrintendèntzia Archeològia Sarda organica alla natzione sarda, alla sua cultura e alla sua storia.

L’attuale Soprintendenza Archeologia della Sardegna è incompatibile con la Sardegna: Si è fatta strumento di chi costruisce la propria storia artificiale di nazione falsando i fatti, i tempi e i protagonisti della storia, tramite;

 

Il Riduzionismo, ammantandosi del titolo di legittimati, situandosi nel luogo dove la storia si forma, in sintonia e complicità con le scelte storiografiche nazional-italiane ha minimizzato, delegittimato e persino deriso, chiamandoli fantarcheologi tutti gli studiosi e gli archeologi che non concordavano con le loro tesi riduzioniste che vedevano l’imponente capitale archeologico sardo irrilevante.

 

Il Diffusionismo, negando che ci sia stata una civiltà sarda, nata e sviluppatasi in Sardegna, e che tutto ciò che in Sardegna è rilevante dal punto di vista storico e archeologico sia dovuto ad “contagio” esterno e non al un misero popolo di pastori che secondo loro ha sempre vissuto in pinnetas e in caverne.

 

L’Inclusionismo, favorendo la nazionalizzazione culturale e la fagocitazione, fino alla scomparsa da ogni testo storico ufficiale italiano, della storia minoritaria della nazione sarda.

 

L’Esclusionismo marginalizzante dal punto di vista economico, con strumenti tipici del post-colonialismo che impone l’oblio e mortifica l’identità di un territorio per prepararlo a usi tipici del colonialismo, servitù militari, servitù di smaltimento, industrie inquinanti, piattaforme energetiche.

Il Fusionismo con il quale, pur nascondendo e cancellando la storia sarda da quella italiana, si è lavorato continuamente per la fusione perfetta della Sardegna con l’Italia, non solo in termini territoriali, istituzionali e costituzionali ma anche in termini nazionali, annegando la natzione Sardegna nella nazione Italia.

 

Il Disistimismo dei perenni sconfitti e dominati, torturando continuamente i sardi con la tiritera dei dominatori che si sono succeduti nell’isola e quella inventata dei pocos, locos y male unidos.Una tiritera quella dei dominatori che non differisce molto da quella dei dominatori della Lombardia ma che mentre lì non serve in Sardegna serve per inculcare la disistima di popolo sconfitto da sempre e da sempre umiliato.

 

Il Discontinuismo di popolo, facendo credere che i sardi di oggi non sono quelli di ieri, perché mescolati dalle dominazioni e quindi con la colpa di essere pocos, locos y male unidose di conseguenza con nessun nesso con i popoli che hanno costruito un volume di nuraghi che supera il volume delle piramidi egizie e che nella statuaria per primi hanno distaccato le braccia dal busto.

 

Sardigna Natzione non è contro le persone della Soprintendenza ma contro la loro funzione, una funzione chiaramente ostile al popolo sardo, di fatto nemica dei sardi, organica ad interessi estranei e contrari a quelli della Natzione Sardigna.

 

La questione Porto Canale ha messo ancora più a nudo l’inadeguatezza della Soprintendenza che sta causando la crisi di una struttura economica che dà lavoro a centinaia di persone. Anche in questa occasione ha operato come una prefettura più che come un ente che deve mettere in correlazione la tutela ambientale e paesaggistica con la tutela delle attività economiche e dell’occupazione necessarie al popolo sardo.

 

Sardigna Natzione non chiede la destituzione delle persone della Soprintendenza ma la destituzione della loro funzione, per assegnare loro una nuovafunzione organica alla natzione sarda e finalizzata alla valorizzazione di un capitale archeologico e culturale forse unico al mondo per intensità territoriale, fatto di 1000 Stonenghe e creato da un popolo la cui storia è un bene dell’intera umanità e vuole uscire dall’oblio in cui l’ha confinata il nazionalismo italiano.

 

SOPRINTENDENZA ARCHEOLOGIA SARDEGNA

PRIGIONE COSTITUZIONALE DI STATO

PER LA DETENZIONE DEI POPOLI

 

Sardigna Natzione Indipendentzia chiama i sardi alla mobilitazione contro la Soprintendenza-Prefettura-Prigione e indice un Sit-In da tenersi il 24/07/ 2019 dalle ore  9.30 alle ore 13 a Cagliari di fronte alla sede del Museo Archeologicodella Sardegna, in piazza Arsenale n. 1, quartiere Castello, Cagliari.

 

Sardigna 24-07-2019annu 158° Dominazione Italiana

A Orgosolo tre giorni di lingua sarda e politica democratica

La splendida cornice di Montes, nel cantiere di Forestas di Orgosolo, sede del campo sociale di lingua sarda organizzato da Lìngua Bia e della Plenaria di Caminera Noa

Il campus estivo di Lìngua Bia del 2019, dopo l’esaltante esperienza di Montarbu, si sposta a Montes, nel cantiere di Forestas di Orgosolo.
Ospiti di uno scenario fantastico, dal 19 al 21 luglio, Lìngua Bia, insieme a sa Tzarrada di Sassari, danno la possibilità a chi ha piacere di parlare in sardo e di conoscere meglio la lingua e la cultura sarda.
La foresta di Montes, il cui accesso dista pochi chilometri da Orgosolo, ospita una lecceta plurisecolare, unica nel bacino del Mediterraneo per estensione e caratteristiche, e si estende per 4500 ettari su rilievi attorno ai mille metri. La foresta è oasi di protezione faunistica: il muflone, schivo ed elegante, è il simbolo di Montes, il cinghiale è la specie più popolosa. Nel selvaggio habitat ci sono anche gatto selvatico, ghiro e martora. Ai limiti del bosco vivono lepre, pernice e volpe. L’aquila reale domina le cime. Potrai ammirarla in volo, insieme ad astore, corvo imperiale, falco pellegrino, gheppio e sparviere.
Molte sorgenti caratterizzano l’ambiente, e dal nuraghe Mereu è possibile un eccezionale panorama sulle pareti del canyon di Gorroppu.
Durante le giornate saranno organizzate attività ed escursioni. Ci sarà anche la possibilità di svolgere una prima lezione di introduzione alle launeddas e saranno organizzate escursioni, cene sociali, giochi per bambini e una passeggiata a Pratobello con guida in lingua sarda sulla rivolta popolare del 1969 che sventò la costruzione di un poligono militare.

Maggiori informazioni possono essere richieste alla mail infolinguabia@gmail.com o al cellulare 3294360961 o sulla pagina fb. Il pernottamento è previsto in foresteria.

Il campo sociale di lingua si conclude il 21 luglio, con l’assemblea plenaria di Caminera Noa.

Il soggetto-progetto politico sardo si da appuntamento ad Orgosolo a due anni dall’inizio dei lavori per discutere sia le prossime mosse, sia la maniera migliore di organizzare la sua vita democratica per favorire la partecipazione e rendere sempre più efficaci le sue attività.

Ecco l’ordine del giorno della Plenaria:

(1) Quale organizzazione per Caminera Noa? Ruoli, funzioni, metodi, responsabilità

(2) Proposte operative: iniziative politiche e campagne. Punto della situazione delle campagna già iniziate

(3) Varie ed eventuali

I lavori della Plenaria inizieranno a partire dalle 10, alle 13:30 si interromperanno per la pausa pranzo (a base di malloreddus, possibile anche menù vegetariano – per prenotazione inviare msg o whatsapp a 3382154200)  e riprenderanno alle 15 : 30.

Come sempre le regole della plenaria di Caminera Noa sono semplici: tutti possono partecipare, chi partecipa decide.

La foresta di Montes è facilmente raggiungibile da Orgosolo percorrendo la strada provinciale 48. Dopo un percorso di circa 15 km. Si arriva alla sede dell’Agenzia Forestas, in località Lodei Malu (Funtana Bona) Coordinate GPS (nota: dato approx. per località Montes): N 40° 07′ 19″ E 09° 23′ 47″ (coordinate geografiche DMS, sistema di riferimento WGS84) (da http://www.sardegnaforeste.it/foresta/montes)

Si scrive “autonomia del nord” si legge “neocolonialismo”

Sul piatto dell’agenda del governo 5Stelle-Lega c’è una patata che scotta e non si tratta della questione dell’immigrazione, bensì l’autonomia delle regioni del nord Italia nota anche come “regionalismo differenziato“.

Ovviamente a spingere è la Lega e i 5Stelle frenano, ma il punto sta nero su bianco nel contratto di governo tra i due partiti.

Nel paragrafo 20 del Contratto, intitolato “Riforme istituzionali, autonomia e democrazia diretta” troviamo quanto segue:

Sotto il profilo del regionalismo  l’impegno sarà quello di porre come questione prioritaria nell’agenda di Governo l’attribuzione, per tutte le Regioni che motivatamente lo richiedano, di maggiore autonomia in attuazione dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione, portando anche a rapida conclusione le trattative tra Governo e Regioni attualmente aperte. Il riconoscimento delle ulteriori competenze dovrà essere accompagnato dal trasferimento delle risorse necessarie per un autonomo esercizio delle stesse. Alla maggiore autonomia dovrà infatti accompagnarsi una maggiore responsabilità sul territorio, in termini di equo soddisfacimento dei servizi a garanzia dei propri cittadini e in termini di efficienza ed efficacia dell’azione svolta”.

Dopo la stravittoria delle europee il partito di Salvini tira dritto su questa linea e i 5Stelle non potranno fare nulla per fermarlo, anche perché la cosa sta appunto scritta nel contratto di governo e forse avrebbero dovuta leggerla prima.

La sinistra itaiana, soprattutto quella sindacale e soprattutto la CGIL, risponde del resto in maniera isterica agitando la solita vetusta bandiera risorgimentale. Citiamo da un comunicato della CGIL scuola:

Torna improvvidamente sul tavolo del governo il tema dell’autonomia differenziata. Non c’è nessun evento politico, per quanto importante come le elezioni europee, che possa legittimare percorsi di per sé anticostituzionali e antiunitari. (…) Dunque, nell’Intesa si è giunti ad un punto non più negoziabile: il diritto all’istruzione ma, aggiungiamo, tutti i diritti costituzionali a carattere universale, non possono entrare nei processi di autonomia differenziata, pena la dissoluzione dello Stato nazionale e dell’identità culturale del nostro Paese.

In realtà il regionalismo differenziato non ha nulla a che fare né con la “dissoluzione” dello stato italiano e né con le richieste (di per sé legittime) di autonomia e autodeterminazione delle nazioni senza stato comprese forzatamente nel progetto statuale “Italia”.

Sembra piuttosto un nuovo escamotage fiscale per dirottare nuove risorse al partito trasversale del Nord basato sugli interessi dei ricchi e degli arricchiti da 150 anni di rapporto coloniale, semicoloniale e paracoloniale con mezzogiorno, Sicilia e Sardegna.

Caminera Noa in collaborazione con gli spazi Casa del Popolo di Bosa (a Bosa il 13 luglio) e su Tzirculu (a Cagliari l’11 luglio), hanno deciso di organizzare degli incontri di formazione con la rete “Il Sud Conta” che su questo tema ha compito studi approfonditi, non ideologici e non neo-risorgimentalisti.

 

Di seguito riportiamo una breve scheda riassuntiva inviata direttamente da Il Sud Conta utile a chiarire i termini dei due appuntamenti di formazione e studio su un tema che sicuramente diventerà sempre più centrale nel dibattito politico:

Il regionalismo differenziato è parte di un processo più lungo che comincia con la riforma del titolo V, anno 2000, l’allora governo di centro-sinistra diede il via ad una riforma costituzionale che eliminava dalla Carta la parola Mezzogiorno. Sembrerebbe un atto meramente formale invece apre le porte al saccheggio delle risorse pubbliche da sud verso nord.
Anche se il Regionalismo Differenziato mette al centro le regioni statuto speciale, le Isole non sono risparmiate dal saccheggio. Infatti nel 2011 in Italia viene introdotta un’altra riforma apripista del Regionalismo, il federalismo fiscale. Con quest’ultimo la parte maggioritaria dei tributi che spetterebbero ai comuni, Imu-Tasi e le loro evoluzioni, non viene più raccolta dallo Stato centrale e poi redistribuita ai singoli enti, ma viene lasciata nelle casse comunali.
Viene istituito un fondo di solidarietà tra comuni e la Costituzione (proprio in quel famoso titolo V) dice chiaramente, che deve esserci il 100% di perequazione per quei comuni che non riescono a garantire i servizi ai propri cittadini.
Nulla di tutto ha mai funzionato, ripetendo lo stesso copione scritto dalla nascita della nazione (stato, N.d.R.) italiana, la perequazione è arrivata al 55% e il fondo di solidarietà grazie al perverso meccanismo dei costi standard, ha finito per premiare i comuni ricchi (Nord) a discapito dei comuni più poveri (sud e isole).
La SVIMEZ calcola che solo tra il 2014-2016 ai comuni sud insulari sono stati sottratti fondi per 60 miliardi di euro l’anno. Fondi che spettavano di diritto ai nostri enti, miliardi di euro tolti ai servizi di milioni di cittadini.
Si calcola che la spesa per abitante nella città di Reggio Calabria sia di 90 euro annui, mentre nell’omonima Reggio emiliana, la spesa supera i 1000 euro, nonostante la popolazione sia di gran lunga inferiore.

La nostra campagna si batte prima di tutto per fermare l’applicazione del Regionalismo differenziato, noi non siamo contro le autonomie, prima di definire un nuovo percorso però vanno trovate le risorse.
Non ci fidiamo di un processo gestito in gran parte dal partito trasversale del Nord, che in questi anni ha già saccheggiato i nostri territori con il federalismo fiscale!
Quindi prima si rivedono le quote e poi si parla di nuovi assetti istituzionali.

Siamo convinti che dietro il regionalismo non ci siano solo motivi di natura economica, la definizione di regioni virtuose porta ad aumento del controllo statale su quelle considerate meno virtuose. La proliferazione dei commissariamenti nel mondo delle sanità regionali ne è solo un esempio. Se deve esserci un processo neo-federalista, esso deve prevedere una partecipazione democratica dei territori e non un riassetto centralista mascherato da autonomia.

La nostra è una battaglia soprattutto culturale, il primo nemico da sconfiggere è la retorica che vuole i meridionali, i sardi e i siciliani, causa dei loro mali. Spreconi e corrotti, incapaci di gestire la cosa pubblica e di conseguenza l’iniziativa privata, che per DNA è materia dei centro nord europei.
I nostri sforzi vanno nella direzione di mettere al centro, dati e numeri che dimostrano inequivocabilmente che la corruzione e il malaffare appartengono a questo sistema economico e non ad alcuni territori e ad alcune etnie.


Il più grande nemico sono i meridionali stessi, che hanno introiettato le narrazioni del nemico diventando a volte più realisti del re.
Il tema del modello di sviluppo è centrale.
Se come diceva Zitara il sud sottosviluppato è funzionale al nord sviluppato, come immaginiamo la vita dei nostri territori?
Contrapporsi al regionalismo differenziato è una leva per cominciare a parlare di futuro, del diritto a vivere e crescere nelle proprie terre, a non dover emigrare e soprattutto immaginare un sistema economico e sociale che non devasti i nostri territori ma che con l’ambiente circostante viva in armonia, rigettando le storture del sistema centro-settentrionale. Un sistema basato sull’accumulazione e sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sull’ambiente circostante.

 

Identikit del razzistello digitale

immagine tratta da questo link

di Daniela Piras

Ciclicamente, ai tempi dei Social e della comunicazione virtuale, tiene banco una notizia che, riportata in diverse salse, fa emergere la volontà dell’uomo medio  (leggi utente- Facebook) di esprimere la propria opinione in merito.

Ai giorni d’oggi, ma sarebbe meglio dire “in queste ore”, la notizia più in vista è quella relativa alla nave Sea Watch che, al largo delle coste italiane, nello specifico di Lampedusa, ha tentato più volte, sotto la guida della sua capitana tedesca, Carola Rackete, un approdo al porto dell’isola. Questo fino al 29 giugno, giorno in cui ha fatto attraccare la nave ed è stata arrestata.

Porto più vicino e più sicuro. Poche decine di persone presenti in quella nave sono riuscite a stimolare i commenti più vari. Senza entrare nel merito della questione, sorvolando su quella che è la soluzione più logica, e cioè che poche decine di persone non possono costituire un pericolo alla sicurezza di un intero Paese, e che qualsiasi considerazione sulla liceità o meno e tentativo di accordo internazionale deve venire dopo la messa in sicurezza degli esseri umani, è interessante analizzare il fenomeno da un punto di vista sociale.

Perché, quelli che si esprimono attraverso i Social, sono le stesse persone con cui condividiamo supermarket, spiagge, piazze, strade… in una parola “mondo”. È interessante vedere il profilo-tipo dell’intollerante/razzista medio che si esprime nei Social.

Ne ho analizzati diversi, nel corso degli ultimi anni, e ho riscontrato che tutti riportano le stesse caratteristiche principali:

Il profilo medio del razzista dell’epoca digitale (di seguito indicato con PMRD) ha un’età media che va dai 30 ai 75 anni, solitamente appartiene a un nucleo famigliare molto solido, nelle sue bacheche infatti mostra immagini della sua compagna/compagno, figli, nipoti. Meno comuni sono le foto che li ritraggono in compagnia di amici.

Il PMRD ha spesso animali domestici ed esprime pubblicamente il suo attaccamento ad essi con cuoricini e con la condivisione di post graficamente discutibili, che sottolineano l’importanza di avere nella propria vita “un amico fedele” (il fatto poi che l’amico in questione sia fedele perché non gli si è data la possibilità di scegliere ma, al contrario, è stato scelto, è ininfluente ai fini dell’amore provato).

Il PMRD è di norma molto religioso, santini e pillole filosofiche sull’importanza della devozione a un’entità superiore, capace di amore assoluto e puro, trovano spazio nella sua pagina virtuale, con incursioni molto frequenti anche di santi specifici dal loro stesso nome, ai quali rivolgersi nei momenti più bui, tramite una corsia preferenziale.

Il PMRD condivide articoli e post senza accertarsi in nessun modo della loro fonte, perciò non è raro, cliccando su tali articoli, spesso incitanti all’intolleranza e all’odio razziale, venire reindirizzati allo spazio nero del web: pagina non trovata, in quanto il link è nullo e l’articolo inesistente, per esempio qui:

Di logica quindi il PMRD si è limitato, prima di scegliere di condividere certi post, a leggere l’unica cosa leggibile dell’articolo: il titolo. Tali articoli vantano diverse condivisioni dai suoi contatti, dei quali si può evincere la stessa attenzione, dato che, a loro volta, non si prendono la briga nemmeno di cliccare sul link ma si fidano ciecamente del loro contatto/amico.

Il PMRD è molto attaccato alle bellezze naturali del suo pezzo di mondo. Paesaggi, spiagge immacolate, tramonti e cuoricini fanno da sfondo e intermezzo alla sua pagina web. Normalmente la bellezza alla quale fa riferimento è quella della propria regione. Nel caso della Sardegna si vanta della propria provincia o del proprio paesello, sottolineandone la spettacolarità (come se ne fosse, oltre che fruitore, creatore).

Il PMRD è, di norma, molto contradditorio. Il suo spazio web è ricco anche di post che invitano alla solidarietà sociale, a prendersi cura di chi sta peggio (a patto che abbia un’età inferiore ai 12 anni e che abbia pelle bianca e occhi non troppo a mandorla). È interessante notare che dice, nel modo più elementare, e cioè condividendo post, tutto e il contrario di tutto, ma non se ne rende conto; non può rendersene conto per un motivo molto semplice: non è in grado di riflettere.

Il PMRD non conosce nulla, e ignora di non sapere. Non pare aver bisogno di scoprire più niente; tale concetto è chiaro se si associa l’amore viscerale per la propria famiglia (entro il primo grado di parentela), per il proprio cane e per la propria spiaggia di riferimento. L’analisi di tale associazione porta a una conclusione, che di solito coincide con la didascalia delle cartoline postate: Perché viaggiare e vedere il mondo quando viviamo nel posto più paradisiaco del pianeta? Vedete quanto siamo fortunati? Quanto siamo felici? Viviamo di emozioni semplici. “Vivere in Sardegna protegge dalla depressione”; “Spettacolare mare…Caraibi? No, Sardegna”; “La grotta naturale più grande del mondo? In Sardegna”; “La Sardegna luogo degli ultracentenari”; “In Sardegna le spiagge più belle del mondo”; “Il vitigno più antico del mondo scoperto in Sardegna” e titoli simili a iosa. Ora, senza voler mettere in discussione questi primati, la questione è relativa al fatto che non ci sia “esigenza” di vedere oltre.

La risposta che il PMRD non trova, anche perché semplicemente non si pone la domanda, è questa: Bisogna vedere il mondo per aprire la mente e il cervello (sperando di averlo almeno funzionante). Bisogna viaggiare per confrontarsi e per capire cosa accade oltre al metro quadro che abitiamo. Per non arrugginire. Per non limitarsi a fare e a dire sempre le stesse cose. Per immedesimarsi negli altri, per capire che la vita reale che viene raccontata non è un film, solo perché appare nei Social in forma di post e articoli. Per capire che non si può decidere di spegnere sempre la tv, o di cambiare canale, perché tutto gira, e tutto ciò che succede “agli altri” può tornare indietro, nello spazio e nel tempo.

Questa modesta analisi apre una riflessione ancora più importante, che va oltre al binomio razzismo/ignoranza, perché di ignoranza siamo circondati, e gli ignoranti non si esprimono solo contro i migranti; la loro opinione emerge anche in tanti contesti che riguardano la vita di tutti i giorni. Per il PMRD non esistono i problemi finché non ci sbatte la faccia sopra, perché i paraocchi che porta come protezione gli impediscono di vedere anche la realtà più vicina, quella che esiste a pochi metri dalla spiaggia di fiducia, o a pochi chilometri dal proprio paese o quartiere. Il PMRD è la zavorra della nostra società, e il suo peso poggia sulle spalle delle persone pensanti.

Il battesimo della ANS per una Sardegna cosciente, democratica e unita

 

Dopo la bruciante sconfitta delle elezioni regionali (nessuna delle liste ispirate in un modo o nell’altro agli ideali e ai progetti dell’autodeterminazione, dell’autogoverno e dell’indipendenza nazionale della Sardegna ha superato la soglia di sbarramento del 5%) La militanza di base indipendentista si è autoconvocata a Iscanu per discutere il da farsi. Dal dibattito – assai partecipato – è venuto fuori il bisogno di costruire un percorso di costruzione trasversale, aperto a tutti, non partitico e capaci di fare quel lavoro di “incunza” in termini di coscienza nazionale che ultimamente è mancato.

La ANS è ancora un progetto a cui dare corpo, ma alcuni punti  sono già saldi e condivisi da tutti:

  1. L’ANS è aperta a tutti.
  2. L’ANS è apartitica.
  3. L’adesione all’ANS è individuale.
  4. L’ANS lavora per il riconoscimento della nazione sarda.
  5. L’ANS lavora per la crescita della coscienza nazionale sarda, finalizzata all’indipendenza della Sardegna.
  6. L’ANS lavora per la parità linguistica.
  7. L’ANS lavora per la valorizzazione e promozione della cultura sarda.
  8. L’ANS lavora per la valorizzazione e tutela del patrimonio ambientale e storico sardo.
  9. L’ANS lavora per la connessione e costruzione di reti tra cittadini, associazioni, comitati, movimenti, partiti.
  10. L’ANS è contro ogni atteggiamento discriminatorio, violento, sessista, xenofobo, autoritario.
  11. L’ANS si fonda sulla democrazia interna, sulla circolazione delle cariche, e sull’assoluta trasparenza degli atti.
  12. L’ANS si fonda sulla responsabilità individuale degli aderenti.
  13. L’ANS si fonda sull’autofinanziamento su base volontaria.

Inoltre stanno già nascendo i gruppi territoriali. A Cagliari e Dorgali si sono già costituiti e martedì 18 è programmata la costituzione del gruppo di Sassari.

La prossima tappa è prevista a Bauladu il 23 giugno dove si riunirà nuovamente l’Assemblea che di fatto dovrà esprimersi sul secondo tratto di strada che dovrà percorrere la ANS (evento fb)

Pubblichiamo di seguito il comunicato della chiamata dell’Assemblea di Bauladu del 23 giugno:

Da Scano di Montiferro a Bauladu, scegliamo il percorso di ANS!

Dopo la prima fase che ha visto lo svolgimento delle riunioni nazionali del Gruppo di Lavoro aperto a tutti e gli incontri dei gruppi sui territori è ora di presentare i risultati e pianificare il futuro dell’associazione per la crescita della coscienza nazionale del nostro popolo.

L’Assemblea Natzionale Sarda (ANS) è già viva e inizia a camminare sulle sue gambe: abbiamo 13 punti, che vogliono essere il nostro DNA, e tante proposte per darci una forma e iniziare subito a lavorare per la Sardegna.

È vivo anche l’entusiasmo della prima riunione e le 100 persone che vi hanno partecipato! La Sardegna ha bisogno di un luogo aperto a tutti, libero, plurale, indipendente e indipendentista per costruire le basi di una Sardegna consapevole, democratica e unita.

Parliamone tutti assieme:
📌Bauladu (OR)- Centro Servizi San Lorenzo
📅 23 giugno 2019
🕙10:00-17:00

Questo incontro è aperto a tutti quanti siano interessati alla nascita di ANS. Invitiamo quindi chi aderisce a questa pagina a partecipare ed a dare la massima pubblicità possibile all’evento.

L’ordine del giorno sarà il seguente:
1) Resoconto delle attività svolte dal Gruppo di Lavoro nelle precedenti assemblee tra marzo e maggio.
2) Descrizione delle prime esperienze dei Gruppi Territoriali già formatisi e dei primi due eventi organizzati nella settimana precedente.
3) Esposizione di aspetti e problematiche sorte nei primi mesi di lavoro da parte dei gruppi interni di ANS, dalla comunicazione al rapporto con i gruppi territoriali fino agli aspetti organizzativi.
4) Presentazione e discussione di una prima bozza di Statuto associativo dell’ANS.
5) Individuazione dei temi e delle azioni attorno ai quali creare i gruppi settoriali.

A Bauladu mettiamo le basi per costruire qualcosa di mai visto prima nella società sarda, per qualcosa che non si era mai visto nel mondo della politica e dell’associazionismo, mettiamo le basi per far nascere l’Assemblea Natzionale Sarda.

È un appuntamento importante. Non puoi mancare!

Contro la Lega rilanciamo il meridionalismo

Come è cambiato il voto alle ultime tre tornate elettorali. Si evince chiaramente che la Lega non stravince anche al sud solo perché tiene il M5S. La Lega è all’assalto dello stato.

Subito dopo le elezioni il collettivo Wu Ming ha scritto una riflessione Sui veri risultati italiani delle Europee 2019. Non facciamoci abbagliare da percentuali di percentuali dove si sostiene in sintesi che l’astensionismo ha inciso enormemente sul voto e che quindi non bisogna allarmarsi perché sul totale degli aventi diritto la Lega non è assolutamente maggioritaria:

Se proprio si vuole ragionare in termini di percentuali, ragionando sul 100% reale vediamo che la Lega ha il 19%, il PD il 12%, il M5S il 9,5%. Sono tutti largamente minoritari nel Paese.

L’idea che muove i WuMing è che «dentro l’astensione ci sono riserve di energia politica che, quando tornerà in circolazione, scompaginerà il quadro fittizio che alimenta la chiacchiera politica quotidiana, mostrando che questi rapporti di forza tra partiti sono interni a un mondo del tutto autoreferenziale». 

Rimandiamo comunque alla lettura integrale del loro contributo su linkato.

Riteniamo interessante, per il discorso anticolonialista del nostro blog, pubblicare una riflessione informale di un compagno napoletano dello spazio Zero81 che fa capo al progetto Il Sud Conta. In effetti il suo ragionamento smonta come “autoassolutorio” e “fuorviante” il ragionamento dei Wu Ming.

Vediamo perché..

di Giovanni Pagano (Spazio Zero81 – Napoli)

Questa volta devo dissentire con i Wu MIng, ho letto il loro articolo sulle elezioni e lo trovo non solo fuoriviante ma anche autoassolutorio.

1- La Lega se ne è sbattuta al cazzo dell’astensionismo, visto che i loro voti sono passati da 5 miloni a 9 milioni. La destra nel complesso ha guadagnato rispetto alle politiche 1 milione di voti. Quindi anche se dovessero partecipare i 9 milioni di votanti delle ultime elezioni politiche, che ieri sono stati a casa, il trand leghista non sarebbe in discussione… anzi forse crescerebbe.
2- Queste lotte, questo attivismo, onestamente stento a vederlo. Per me i movimenti sono tali quando cambiano lo stato di cose, quando incidono, non quando si chiudono in qualche bel recinto dorato a fare volontariato:
La Lega ha vinto a Riace, Lampedusa, Susa e Bussoleno. Quando cominciamo a parlare delle cose serie magari ci rendiamo conto che gridare al fascismo, cantare bella ciao ai comizi di Salvini non serve a togliere un solo voto alla Lega… anzi.
Anche la questione dei selfie e dei balconi, che ritengo giusta e puntuale, coglie le debolezze di Salvini, il suo nervosismo, un punto debole su cui giocare, ma non certo mette al centro un’alternativa. Resta sempre lui il centro della politica italiana, unico mattatore, quella è guerriglia ma siamo ben lontani dal centro del campo di battaglia.
Non piace ai grandi pensatori italiani e ai luminari di movimento, ma l’unico argine ai voti leghisti è stato il senso di vergogna tra i meridionali nel votare l’ex nemico padano. Non è un fatto politico, non è di sinistra, non è bello come altri esempi da cui ripartire ma è un fatto.
A mio avviso durerà poco se si continua su questa strada, se si continua a negare che esiste un problema. Un problema di interessi di classe, nel nord gli interessi del ceto medio e delle classi lavoratrici coincidono in questo momento con la linea politica della Lega: Flat tax, blocco della mobilità della forza lavoro e regionalismo differenziato. quest’ultimo darebbe la possibilità ai capitali del nord e al ceto medio di rispettare i vincoli posti dall’unione europea ma allo stesso tempo aumentare la spesa nelle regioni del nord. Tutto questo come al solito a spese dei meridionali.
Davvero mi fa rabbia sentire gente che ancora storce il naso quando si parla di meridionalismo….davvero vorrei capire dove vivono.
Sarebbbe il caso di fare un bel tour nelle periferie napoletane, dove il M5s prende ancora il 50%, capire le ragioni di questo voto e puntare su quei temi per contrastare l’avanzata delle destre. Probabilmente il reddito e l’identità contrapposta ai razzisti del nord ha giocato un ruolo, in quartieri dove classicamente forza italia faceva il pienone.
Sarebbe il caso di interrogarsi senza autoassolversi, nascondendosi dietro ad un’anomalia che non esiste più, se non nella rincorsa di ogni poltrona che si libera dalle parti di San Giacomo.