Iglesias: sotto il marketing turistico un territorio in abbandono

Il comune di Iglesias ha promosso una campagna turistica decisamente discutibile (a cominciare dallo slogan, Iglesias CI PRAXIRI), scritto senza rispettare alcuna norma linguistica del sardo.  Alle critiche costruttive di esperti il sindaco Mauro Usai ha subito risposto piccato con un post social:
“Ha un suono più dolce e pronunciabile per il turista rispetto alla forma corretta, per i turisti, non per i puristi”. In un secondo tempo ha rincarato la dose sostenendo che “il mondo indipendsovransardista” complotta contro il comune . 

Qualche giorno fa la scrittrice e giornalista Daniela Piras si è recata proprio in quel territorio e ha documentato una situazione di grave abbandono. Ha scritto agli organi competenti ma non ha ricevuto alcuna risposta. 

Pubblichiamo l’articolo di Daniela Piras e aggiungiamo che no signor sindaco, no nos piaghet pro nudda custa cosa!

p.s. la lingua ha le sue regole e di norma gli inglesi, i francesi e gli italiani (per fare alcuni esempi) non parlano la loro lingua adattandola ai gusti dei turisti..  

di Daniela Piras

Dopo la chiusura di tutte le attività dovuta all’emergenza sanitaria dei mesi scorsi, la situazione turistica in Sardegna appare ancora precaria. Le acrobazie prestigiatrici che hanno mimato i cambi di rotta del presidente della Regione Solinas riguardo la procedura da seguire per riaprire l’ingresso ai turisti sono state accompagnate da polemiche che hanno visto esprimersi giornalisti, importanti sindaci oltre mare, albergatori e non solo: tutti eravamo interessati e coinvolti in qualche modo nelle sorti dell’imminente stagione.

Nel mezzo di polemiche e discussioni varie, capita che, a fine maggio, mi ritrovo a fare un’escursione nella zona del Sulcis iglesiente, con mascherina e gel a seguito. Ciò che mi si para davanti è una situazione che mi preme segnalare, tramite e-mail certificata, al comune di Iglesias. Ad oggi, 18 giugno, non ottengo nessuna risposta dagli uffici preposti. All’indifferenza e all’abbandono di alcuni luoghi segue l’indifferenza degli uffici preposti. Ci ritroviamo, in Sardegna, nella nota situazione che porta ad inveire contro chiunque esprima, dall’esterno, una critica alla nostra isola. In tali casi assistiamo a un vero e proprio sciorinamento di tutto ciò che ha reso la nostra terra importante: a partire dalla civiltà nuragica per finire alla bontà dei nostri formaggi e della “nostra” birra Ichnusa.

Capita così che certe segnalazioni non siano degne di nota, forse perché a farle non sono noti intellettuali arrivati dal continente con occhio critico e attento, a cui viene riconosciuta un’autorità e ai quali si tende a guardare dal basso.

Riporto qui quanto scritto al comune di Iglesias nella mattinata del primo giugno:

«Buongiorno. Vi scrivo per segnalarvi la situazione di trascuratezza ed evidente abbandono in cui si trovano le frazioni di Nebida e di Masua, in cui sono stata ieri, domenica 31 maggio.
A fare da contrasto allo splendido panorama e alle bellezze naturali – offerte gratuitamente dalla Natura – ci sono cumuli di immondizie, sia nel centro abitato che nella spiaggia di Masua (dove non c’è ombra nemmeno di un cassonetto) e situazioni di degrado. Il piccolo market della via di passaggio di Nebida pare un negozio fantasma: solo le indicazioni sulle norme di ingresso relative al Covid19 fanno capire che sia ancora aperto.
Mascherine e guanti infestano la via, insieme a cartacce, plastica, immondizia di vario genere, persino nelle aiuole pubbliche che si affacciano sul panorama. Nella spiaggia di Masua un’orrenda cisterna appare, imponente, appena scesi dall’auto, in cima al bar della spiaggia: come è possibile che un luogo di cotanta bellezza, che attira turisti da ogni parte del mondo, sia così trascurato?
Vi scrivo non per fare una semplice polemica (in tal caso avrei inviato tutto a qualche rivista isolana o avrei scritto un post sui Social), ma per chiedervi il motivo di questo abbandono: è davvero un grande peccato che lo sguardo sia costretto a fare lo slalom tra un panorama mozzafiato e un accumulo di cartacce ed erbacce.
Verificate questa situazione, per favore.

Ps: Vi invio in allegato le immagini che testimoniano il tutto.

Grazie.
Cordiali saluti.»

Non si è meritevoli di risposta quando non si scrive da una testata che possa determinare un oscillamento delle prenotazioni negli alberghi dell’isola? Non si è meritevoli di risposta quando si prova a chiedere educatamente spiegazioni riguardo un degrado che danneggia tutti, residenti e non? Mi chiedo cosa sarebbe successo se queste stesse righe fossero state pubblicate da Massimo Fini sul “Fatto Quotidiano”? Esiste forse un patto di non belligeranza implicito, tra noi sardi? È un accordo che prevede di voltare lo sguardo dalla parte opposta di quella dove giacciono le cicche nascoste tra i cespugli? E se cominciassimo ad indignarci veramente? Se il tanto decantato amore per la propria terra si risvegliasse anche davanti a spettacoli del genere, senza aspettare la spinta che porta soltanto ad insultare il prossimo (con nome e cognome) sui Social? Forse se smettessimo di girarci dall’altra parte, quando vediamo simili spettacoli, qualcosa potrebbe iniziare a cambiare, piano piano. Perché gli strumenti li abbiamo. Ad immortalare il solito tramonto sulla spiaggia siamo capaci tutti, magari aggiungendo l’hashtag “Per paradiso Dio intendeva Sardegna”, ma la macchina fotografica può essere usata anche per segnalare certe situazioni, perché finché certe cose saranno considerate normali nulla mai potrà cambiare. La questione è emblematica, e non si esaurisce con un accumulo di mondezza.

È la metafora dell’ignavia politica. Non fare niente per cambiare le cose, non esprimersi, non parteggiare, non rendersi attivi, non votare. E dopo lamentarsi attraverso i Social da sotto la nostra copertina trapuntata.

 

Black and Sardinian lives matter: manifestazione a Sassari

Sei ragazzi hanno lanciato la mobilitazione “Black lives matter / Sardinian lives matter”.

L’appuntamento non è casuale, infatti gli attivisti si ritroveranno sotto il monumento dedicato a Vittorio Emanuele II a Sassari. In tutto il mondo il movimento addita le statue e i monumenti dedicati ai colonizzatori e questo dibattito esiste in Sardegna da anni. Infatti gli antichi toponomi sono stati sradicati in favore dell’odonomastica dedicata ai Savoia e in generale al Risorgimento italiano.

Ma quale è stato il ruolo della famiglia reale nel declino della Sardegna? L’inno della Sardegna e della rivoluzione antifeudale e antimonarchica S’Innu de su patriota sardu a sos feudatarios lo dice esplicitamente: Fit pro sos piemontesosSa Sardigna una cucagna; Che in sas Indias s ‘Ispagna Issos s’incontrant inoghe; Nos alzaiat sa ogheFinzas unu camareri, O plebeu o cavaglieriSi deviat umiliare…

Sardi e non, europei e non, nasce finalmente un movimento contro tutte le discriminazioni, contro tutte le intolleranze, contro il passato e il presente coloniale, a favore della solidarietà tra i popoli e le persone.

Ecco l’appello dei sei ragazzi che gira sui social:

Il Movimento “Black Lives Matter” è stato un importante punto di svolta: ha scelto di non chiudersi su se stesso e si è aperto ai diritti di tutti, diventando un movimento mondiale contro ogni discriminazione e subalternità. Intersezionalità è la parola d’ordine, le “etichette” che ci vengono attaccate – o quelle che usiamo per definirci – non si sommano e azzerano tra loro, ma interagiscono in modo positivo.La Sardegna a suo modo ha subito e subisce la disparità, la divisione, lo sfruttamento e la marginalizzazione.

Vogliamo unirci al grido mondiale regalando una chiave di lettura contestualizzata al territorio e alle sue lotte. È proprio in Sardegna che realtà, come il CPR di Macomer, che violano i diritti umani, trovano terreno di approdo; vengono invece accantonati progetti virtuosi come lo SPRAR di Sassari (che proprio a giugno giungerà purtroppo alla sua fine).Le strutture sanitarie e scolastiche fatiscenti, l’impossibilità o sconvenienza – per tanti Sardi – di muoversi all’interno e all’esterno della propria terra, poligoni e basi militari (con conseguenti danni alla salute nostra,del bestiame e dei campi) sono tutti elementi del nostro esser considerati popolo servo.Non è violenza? Non è sminuire un popolo e renderlo schiavo?

Da secoli siamo accoliti e seguaci di personalità senza valore, portiamo avanti la nostra lotta e la lotta di chi ha il coraggio di dire che le cose.Ma forse l’unico modo che abbiamo per comprendere la nostra realtà e la nostra storia è proprio quello di apprenderle e osservarle attraverso il nostro passato e il nostro presente.Vi aspettiamo in piazza per dire la vostra!

Caminera Noa: Quest’anno salviamo la Sardegna!

Il Movimento popolare sardo Caminera Noa lancia una campagna per invitare chi non ha avuto ripercussioni economiche a causa della crisi a scegliere i viaggi in Sardegna, per scoprire luoghi poco battuti, strutture che non sfruttano il territorio e i lavoratori e le lavoratrici.

«In questi ultimi giorni abbiamo assistito a sempre maggiori discussioni sulle riaperture di porti e aeroporti, sulla crisi del turismo. Ci si divide tra “apriamo tutto a chiunque” e “chiudiamo tutto senza deroghe”.

La posizione della Giunta non l’abbiamo capita, visto che ha trattato e ritrattato un milione di volte.

La nostra è netta: se vogliamo far ripartire in sicurezza vita sociale ed economia dobbiamo chiedere con forza la chiusura delle regioni ancora ad alto contagio. 

Dal punto di vista economico il sistema turistico applicato in Sardegna ha dimostrato tutta la sua inefficacia soprattutto in questo periodo di crisi, ed è per colpa di un turismo totalmente stagionale e basato sullo sfruttamento dei territori e delle persone che ci troviamo davanti alla scelta: salute o lavoro?

Il problema è complesso ma noi vogliamo iniziare a cambiare subito le cose. Abbiamo una proposta concreta: quest’anno scegliamo di salvare la Sardegna! 

Questa crisi non è stata uguale per tutti; a fronte di chi ha perso il lavoro, non ha ricevuto la cassa integrazione, ha vissuto senza stipendio, ci sono state categorie di lavoratori che, invece, hanno continuato a percepire reddito regolarmente. 

Invitiamo chi non ha avuto ripercussioni economiche a causa della crisi a scegliere i viaggi in Sardegna, per scoprire luoghi poco battuti, strutture che non sfruttano il territorio e i lavoratori e le lavoratrici.

Noi lo faremo. Quest’anno resteremo in Sardegna anche se ci fosse la possibilità di andare fuori. Quest’anno sceglieremo di aiutare i commercianti, gli albergatori, i ristoratori, gli operatori del turismo e della cultura, di respirare e rispettare il nostro territorio. 

Quest’anno sceglieremo di conoscere la nostra terra, di prenderci cura delle nostre comunità, di spendere i nostri soldi a casa nostra.

Quest’anno scegliamo di salvare la Sardegna. Fatelo anche voi!»

Biddas – paesologie e comunità resistenti.

Di Luca Sedda.

Da tempo gli scienziati ci avevano avvertito che alcune caratteristiche di questo onnivoro sviluppo – la globalizzazione piuttostoche l’estrema concentrazione dell’umanità nei centri urbani – avrebbero favorito le pandemie, la devastazione della natura e altriprocessi pericolosi per lo stare al mondo.

Questi erano temi politici caldi anche nei primi anni 2000. C’era il Movimento dei Movimenti, c’erano i NoGlobal, c’erano iSocial Forum e risuonava uno slogan che oggi torna ad avere un senso gigantesco: Un Altro Mondo è Possibile. Uno slogan cheviene da lontano, un eterno ritorno dell’uguale.

Quell’umanità in fermento fu repressa, con violenza da un lato e meccanismi di condizionamento dall’altro. Così spararono sui manifestanti e immisero nel sistema una piazza virtuale facilmente controllabile. Il mondo si prese paura e ci si tuffò conentrambi i piedi. L’illusione di un allargamento delle liberta di espressione (a distanza di sicurezza dalle manganellate), della condivisione dei mezzi di comunicazione e dei contenuti non portò agli esiti sperati.

La rivoluzione rimase tecnologica e virtuale e sfociò, per essere caustici, in aperitivi in video chiamata in quarantena.

Nei primi 2000, dicevo, quei movimenti agitavano anche i paesi e a Gavoi si muoveva il Collettivu Barbagia Reverde che delriscatto delle piccole comunità rurali, della valorizzazione delle culture, della partecipazione dal basso alternativa alla mediazione dei partiti, della scelta politica e esistenziale comunitarista faceva la propria bandiera.

Bandiera che oggi, fra le innovazioni politiche di un ventennio, continua ad alzarsi attraverso il movimento Comunidade che, tra l’altro, amministra (assieme ai cittadini) dal 2015 il paese.

La cultura sarda-nuragica – ricordava Eliseo Spiga in un convegno gavoese – era profondamente anti- urbana. Noi sardi nonfondammo città (lo fecero poi i tanti colonizzatori sopraggiunti) ma una fitta rete di villaggi interconnessi che, beghe di campanileneutralizzabili a parte, sapevano muoversi all’unisono verso il mondo.

Oggi sentiamo tornare il vento dei paesi.

La problematicità dell’insediamento urbano, delle megalopoli, è esplosa nel modo peggiore.

La pandemia, la quarantena delle persone rinchiuse nei palazzi o impegnate in lunghe file mascherate fuori dai centri commerciali ci hanno mostrato scenari che dai paesi abbiamo visto sfumati (benché spaventosi) e ai quali abbiamo riflettuto,mentre andavamo a passo lento verso l’orto piuttosto che a badare a piccole fattorie familiari, a fare la spesa a sa butega o mentresfogliavamo un libro nel nostro cortile abadiande a Gennargentu. Un’altra quarantena, infatti, è possibile.

Anche i dati del contagio ci hanno voluto restituire, una volta tanto, un senso di maggiore sicurezza e salubrità.

“Il rapporto tra città e campagna: ecco qualcosa che la pandemia avrà il potere di mutare radicalmente”.

E rispetto alla politica questo rapporto tornerà ad essere di conflitto dialettico.

Sta a noi de sas biddas, al nostro esempio, evidenziare le contraddizioni della città come centro del potere, come centrodell’economia. Sta a noi favorirne la crisi per il bene stesso della città e dei paesi.

Da questo rapporto dialettico passa la lotta contro lo spopolamento.

Quanta consapevolezza ci restituirà, dunque, il vissuto, con i suoi effetti sociali ed economici, di questa pandemia? Cosa cidice dell’ortodossia liberista mondiale nel momento in cui il mondo liberista si aggrappa allo Stato per avere indennizzi esovvenzioni?

Intravvediamo uno spazio per un umanismo solidale ed egualitario e per un comunitarismo universalistico che dettino il ritmoal processo educativo della politica e che ci portino ad affrancarci dalla monocultura del profitto.

La pandemia potrebbe averci insegnato a diventare partecipanti migliori alla realtà.

Certo le prime immagini della riapertura, con i consumatori in fila per raggiungere un MacDonald’s, non fanno ben sperare. Madecondizionamento, decolonizzazione, emancipazione sono processi infiniti.

Sta a noi de sas biddas decidere di usufruire delle botteghe di vicinato, degli operatori economici dei paesi, favorendo il contattodiretto e personale, la vitalità, la restanza o la nuova cittadinanza in quei paesi stessi. Sta a noi favorire percorsi di disintossicazionedalla spersonalizzazione dei centri commerciali, non luoghi per eccellenza.

Quindi la costruzione ricominci dai pilastri. È necessario invertire la rotta di questo sviluppo che non è progresso umano: retrocedere rispetto alle megalopoli, al consumo del suolo, alla distruzione della biodiversità e della diversità culturale.

Serve immaginare un mondo nuovo. E non è vero che è tutto da costruire: una nuova forma di convivenza è già da tempoprogetto. Un progetto de sas biddas che spesso è stato sconfitto con la reazione muscolare dei partitocrati e dei poltronisti di città cheai paesi tagliano la rappresentanza.

Ma è un progetto che resiste e che (in Sardegna e in altri mondi) ha vulcani attivi nei piccoli comuni e in quelle amministrazioniaffrancate dalle segreterie partitiche, ma non dai valori profondi della politica.

La proposta avanzata da Anci Sardegna nel febbraio scorso “La primavera dei Paesi” Legge Quadro per il progresso, la tutela, lavalorizzazione dei paesi e delle comunità, delle aree interne e rurali. Azioni di salvaguardia del pastoralismo e del sistemaagropastorale della Sardegna, va a lavorare su questi pilastri. È un’ottima traccia su cui confrontarsi e, mentre affrontiamo lapandemia, acquista ancora maggior senso e urgenza di essere approfondita.

Quel progetto de sas biddas, quindi, non ha bisogno di archeologi, per essere riscoperto, ma di cittadini sardi attivi che riescanoad abbandonare la propria identità individuale per sposare identità collettive.

Quale strada intraprendere? Ributtarci nella mischia del lavoro (per chi ne ha ancora uno) e del consumismo, con la foga dell’astinenza, o fermarci e guardare verso nuove alternative reali?

Mentre i soloni dei convegni sullo spopolamento delle zone interne sono inesorabilmente residenti a Cagliari, a Sassari, a Milanoo in seconde-terze-quarte case marittime, noi eretici del comunitarismo un nuovo mondo lo stiamo costruendo, con scelteesistenziali e politiche, con il nostro essere, stare e resistere in Barbagia.

Il comunitarista nel suo luogo d’identità collettiva vive, acquista, fa associazionismo, incontra, fa politica, combatte, sorride… eviaggia oltre per tornare migliore.

Non si tratta di coltivare la retorica del sentimentalismo comunitario, né di un ritorno ad una inesistente età dell’oro, ma di scegliere,con la vita di paese, la pratica di un progetto di rinascita personale e sociale,

una rivoluzione permanente verso una comunità libera e aperta all’incontro con gli altri e alla costruzione di sempre più ampi spazi disolidarietà, di legami. Tutto questo è già nell’8 settembre ‘81 di Maria Lai.

Per tornare pratici, il lavoro agile di questi tempi, su traballu dae domo, dà una mano a molti a rivivere, rivedere e rivitalizzare ilpaese. Per le piccole comunità potrebbe essere una delle vie produttive, in risposta all’aggressione dello spopolamento.

Se riscatto deve essere per il mondo rurale, se progresso deve essere per queste comunità, deve nascere da una confederazionedei villaggi (che ha semi già ampiamente diffusi: le Unioni dei Comuni, i Gal, i consorzi, i distretti…). Una comunità di comunità,perché, per dirla con Roberta Leone: cos’altro è la comunità se non una con-divisione, tra diversi, in un medesimo progetto?

E allora potremmo addentrarci davvero, in piena sicurezza sanitaria, nell’alternativa-paese, per la vita, per il lavoro, per laproduzione compatibile con le realtà naturali e culturali e, perché no, anche per le vacanze. Perché anche un’altra vacanza èpossibile.

Le spanciate in mare sardo di Sala e conterranei dovrebbero aspettare. Anche il turismo inizialmentelo dovremo agire noi: un turismo di prossimità.

Albino Russo, capo Ufficio Studi di Coop immagina che “la paura del contagio e la stretta economica, che seguirà alCoronavirus, potrebbero portare i viaggiatori a prediligere luoghi poco frequentati, tranquillità e contatto con la natura. Potrebbeessere un toccasana economico per le aree rurali dimenticate dalla globalizzazione. Più soldi investiti in negozi alimentari eartigianato locale. E proprio in quei luoghi si cercherà di recuperare quella socialità perduta, con cene tra amici o piccoli ritrovi neibar di paese…”.

I nostri paesi sono e possono offrire tutto questo.

È una questione di consapevolezza alla quale dobbiamo restituire forma. Solo una profondaetica rivoluzionaria può portare a ri-forme (di senso).

Peru copione. Fai qualcosa per gli artisti sardi visto che sei in maggioranza!

Pubblichiamo volentieri la nota dell’editore Giovanni Fara, animatore del progetto Indilibri, tramite cui più di duecento artisti e operatori culturali sardi hanno firmato l’appello alle istituzioni sarde per salvare il mondo dell’arte, della cultura e dello spettacolo in Sardegna gravemente provato dalle politiche di contenimento.

di Giovanni Fara

È apparsa ieri sul quotidiano online “Sassari notizie” una dichiarazione del consigliere regionale Antonello Peru a favore del mondo dell’arte e dello spettacolo in Sardegna. Dichiarazione che in buona sostanza ricalca quanto contenuto nell’appello sottoscritto da un’ottantina di artisti e intellettuali sardi pubblicato il 15 maggio sulle pagine del sito IndieLibri, raccogliendo, a oggi, oltre 200 sottoscrizioni.

Nei giorni successivi il documento ha fatto il giro dei social ed è stato riportato su diverse testate online e non stupisce di come possa aver attirato l’attenzione del mondo della politica, sino a questo momento rimasta però in silenzio.

Che dai banchi della Regione qualcuno abbia letto e fatto proprie le preoccupazioni di un settore fortemente penalizzato dalle circostanze epidemiologiche e dalle decisioni politiche che ne hanno limitano l’attività, lo considero un fatto molto positivo. Ciò significa che l’apertura di una “vertenza per la cultura sarda” era un passo necessario, anche in considerazione che questa, già prima del covid-19 godeva di pochissimi diritti e tutele professionali.

Essendo Peru consigliere regionale dell’UDC, forza dell’attuale maggioranza di governo, ritengo che, oltre a rilasciare dichiarazioni ai giornali possa fare qualcosa di concreto. Favorire ad esempio l’apertura di un tavolo di confronto con tutte quelle realtà che lui stesso afferma esser state lasciate fuori da ogni assistenza e garanzia. Sarebbe da biasimare se alle dichiarazioni non seguissero i fatti e tutto si riducesse a una operazione di propaganda politica costruita sulle spalle di migliaia di lavoratori che restano esclusi dalle decisioni che contano. Mentre i grandi eventi sono infatti già stati tutelati “con i 7 milioni di euro grazie ai quali la Regione ha anticipato gli stanziamenti per quelli già programmati ma non realizzati” – come ricorda lo stesso Peru – nulla di concreto risulta esser stato messo in cantiere a salvaguardia del mondo della cultura indipendente.

Con il nostro appello abbiamo proposto alla Regione un “piano triennale per la cultura che abbatta ostacoli burocratici e detassi ogni genere di spettacolo e manifestazione artistica”, per dare ossigeno a chi, in questi mesi, si è vista ridotta o annullata la propria capacità di reddito. L’invito all’apertura di un tavolo di confronto è stato già inoltrato due volte all’indirizzo dell’Assessore Andrea Biancareddu. Vorrei ora scongiurare che questo cada nel vuoto o, peggio, che diventi oggetto di strumentalizzazione da parte chi i problemi dovrebbe risolverli.

Sala fra pregiudizi nordisti, incultura storica e colonialismo interno.

di Francesco Casula

Mi dicono che Sala sia un bravo sindaco e un buon amministratore. Può darsi. Anche se non dimentico che nella gestione di Expo era stato accusato di falso per la retrodatazione di due verbali, processato e condannato a 6 mesi di reclusione per un appalto (il pm aveva chiesto 13 mesi). Pena poi convertita in una multa da 45 mila euro.

Lasciamo perdere questo “dettaglio, in questa sede m’intessa altro: polemizzando con il Presidente della Sardegna Solinas a proposito della “Patente di immunità”, Sala ha dichiarato ”quando poi deciderò dove andare per un weekend o una vacanza me ne ricorderò”. Una minaccia esplicita. Una ripicca infantile.

Ma che cosa sottende Sala nel “boicottaggio” dell’Isola?

Sostanzialmente un pregiudizio nordista: che i milanesi e, il Nord in genere, “diano” alla Sardegna, che dunque dovrebbe essere riconoscente grata e “accogliente”.

Insomma il vecchio ciarpame inculturale, storico e politico nordista: sul Nord produttivo che sostiene e finanzia e “aiuta” il Sud improduttivo.

È esattamente il contrario.

Il Nord “ricco” (e sviluppato) lo è grazie al Sud: che storicamente ha spogliato delle sue risorse e ricchezze. Scorticandolo. E, dunque, sottosviluppandolo.

Con l’Unità d’Italia infatti la Sardegna (con l’intero Meridione) diventa ancor più una “colonia interna” dello Stato italiano: dopo essere stata fin dal 1720, repressa e sfruttata in modo brutale dal Piemonte e dai tiranni sabaudi.

La dialettica sviluppo-sottosviluppo si instaura dunque nell’ambito di uno spazio economico unitario dominato dalle leggi del capitale e dallo “scambio ineguale”. In base a tale meccanismo, il Nord vende prodotti ad alto valore aggiunto e compra (o semplicemente deruba) materie prime e/o semilavorati, a basso valore aggiunto. Arricchendosi. Di converso il Sud compra prodotti finiti ad alto valore aggiunto e vende materie prime o semilavorati, a basso valore aggiunto,impoverendosi.

È il meccanismo messo in rilievo segnatamente dagli studiosi terzomondisti come P. A. Baran e Gunter Frank che in una serie di studi sullo sviluppo del capitalismo, che tendono a porre in rilievo come la dialettica sviluppo-sottosviluppo non si instauri fra due realtà estranee o anche genericamente collegate, ma presuma uno spazio economico unitario in cui lo sviluppo è il rovescio del sottosviluppo che gli è funzionale: in altri termini lo sviluppo di una parte è tutto giocato sul sottosviluppo dell’altra e viceversa.

Così come sosterrà anche Samir Amin, che soprattutto in La teoria dello sganciamento-per uscire dal sistema mondiale,riprende alcune analisi delle opere precedenti sui problemi dello sviluppo/sottosviluppo, centro/periferia, scambio ineguale. Per Amin il sottosviluppo è l’inverso dello sviluppo: l’uno e l’altro costituiscono le due facce dell’espansione – per natura ineguale – del capitale che induce e produce benessere, ricchezza, potenza, privilegi in un polo, nel ”centro”, e degradazione, miseria e carestie croniche nell’altro polo, nella “periferia”.

Nel sistema capitalistico mondiale infatti i centri sviluppati (i Nord del Pianeta) e le periferie (i Sud) sottosviluppati sono inseparabili: non solo, gli uni sono funzionali agli altri. Ciò a significare che il sottosviluppo non è ritardo ma supersfruttamento. In questo modo Amin contesta la lettura della storia contemporanea vista come possibilità di sviluppo graduale del Sud verso i modelli del Nord, in cui l’accumulazione capitalistica finirà per recuperare il divario.

È questo il “colonialismo”. Fra l’altro denunciato da Antonio Gramsci fin dall’inizio del secolo scorso, quando il 16 Aprile 1919 in un articolo per l’edizione piemontese dell’Avanti avente per titolo I dolori della Sardegna., ricorderà quanto aveva affermato “nell’ultimo congresso sardo tenuto a Roma, un generale sardo: che cioè nel cinquantennio 1860-1910 lo Stato italiano, nel quale hanno sempre predominato la borghesia e la nobiltà piemontese, ha prelevato dai contadini e pastori sardi 500 milioni di lire che ha regalato alla classe dirigente non sarda. Perché – aggiungeva – è proibito ricordare, che nello Stato italiano, la Sardegna dei contadini e dei pastori e degli artigiani è trattata peggio della colonia eritrea in quanto lo stato <spende> per l’Eritrea, mentre sfrutta la Sardegna, prelevandovi un tributo imperiale”.

Mi si obietterà: il Nord esprime capacità imprenditoriali che ai sardi (e meridionali) mancano. Siamo certi che queste siano frutto di un qualche dna e non delle condizioni ambientali?

Ci siamo già dimenticati come nacque (e si sviluppò) l’industria del Nord, specie alla fine dell’Ottocento, con Crispi capo del Governo, dopo la rottura dei Trattati doganali con la Francia?

Nacque doppiamente assistita: con i soldi pubblici (per impiantare o implementare le imprese) e con le commesse garantite dallo Stato. Chi infatti acquistava le armi (dalla FIAT) o le navi da guerra (dagli armatori liguri e genovesi)? Lo stato italiano, per avviare il suo patetico e delirante imperialismo da “straccioni” nell’Africa orientale.

Caro Sala, da sarda che vive a Milano da 22 anni, ti scrivo…

Lettera aperta di Valeria Casula.

Sono sarda, vivo a Milano da 22 anni e non vado in Sardegna dall’inizio dell’anno. Ero solita tornare con una certa frequenza, sarei dovuta tornare l’ultimo week-end di febbraio, e nonostante potessi farlo ho preferito annullare la partenza perdendo anche i soldi del volo, perché ho ritenuto doveroso proteggere la mia isola dal pericolo di contagio, perché l’epidemia era già scoppiata qui in Lombardia ma non era possibile effettuare un tampone, neanche privatamente.

Dopo di allora sarei dovuta tornare a fine aprile, e non è stato possibile, poi in questi giorni e sino al 2 giugno, e ovviamente non è possibile, dovrei tornare a fine giugno e anche quel volo è appena stato annullato.

Anche quando sarà nuovamente possibile e anche qualora non fosse necessaria alcuna attestazione sanitaria, non vi tornerò sino a quando non avrò accertato la mia negatività al Covid-19.

E vede Sindaco caro, a me non solo mancano le acque cristalline della Sardegna a me mancano i miei genitori, i miei amici, la mia cara zia anziana e malata per la quale tornavo tanto frequentemente, insomma a me mancano la mia terra e il mio popolo.

Probabilmente non le rivelo una notizia se le dico che la Sardegna è una regione molto più povera della Lombardia, con un sistema sanitario fragile e inadeguato per i soli suoi abitanti (quindi figuriamoci in presenza di turisti), sicuramente impossibilitata in caso di epidemia a spostare malati in altre regioni o addirittura paesi (come ha fatto la Lombardia),

Caro Sindaco, se riesco io a comprendere le ragioni della rinuncia alle mie visite in Sardegna, le ragioni per cui la Sardegna, così come altre regioni, cerchi di trovare una modalità per mitigare il rischio di sbarco di persone positive, francamente mi risulta difficile comprendere come non ci arrivi chi ha come unico motivo di andare in Sardegna quello di farsi un bagno e prendere la tintarella di stagione.

Sindaco Sala, io sono distante anni luce da chi governa attualmente la Regione Sardegna, e se vuole possiamo fare anche a gara nel denunciarne gli errori, anche in relazione alla gestione di questa emergenza, sono ragionevolmente certa che sarei io a vincere la gara.

Ma questa sua uscita che suona proprio di minaccia, davanti ad una preoccupazione legittima la trovo davvero infelice.

Lei forse di questo periodo si ricorderà, come ha detto, del fatto che non è potuto andare a godersi il mare di Sardegna, sicuramente io ricorderò altro, tanto altro.

Ricorderò di come questa emergenza è stata gestita in Lombardia e di come viene ancora gestita, ricorderò il collega che non c’è più e l’altro, molto più giovane di me, ancora intubato dopo diverse settimane che non so quando e in quali condizioni di salute rivedrò.

Mi ricorderò dei forni crematoi dei cimiteri che non riuscivano a smaltire i cadaveri pur marciando giorno e notte, 7 giorni su 7, dei medici e degli infermieri stremati che dormivano qualche ora in ospedale su una sedia, in terra o su una poltrona per poi riprendere a lavorare, degli anziani morti soli ai cui parenti non è stata neanche data la possibilità di un ultimo saluto né in vita, né in morte, delle persone che dormivano per strada che potevano fare affidamento unicamente nelle mani tese di qualche volontario…

Spero che la stessa determinazione, o meglio arroganza, mostrata in questo video la adotti anche nel denunciare che se la Lombardia non è in grado in questa fase non più emergenziale di fare ciò che avrebbe dovuto fare da subito, vale a dire identificare tutti i positivi, tracciare i contatti e testare anche questi, è essa stessa che sta privando i cittadini lombardi (fra cui la sottoscritta) della possibilità di spostarsi in altre Regioni e non sono certo le Regioni a contagio zero che, seppur povere, sono disposte a sacrificare una fettina di PIL legato al turismo per non mettere a rischio la salute pubblica.

Chiedo a lei: ma a parti invertite lei farebbe entrare chiunque senza alcuno scrupolo?

Beh, in fondo la risposta è in quel “Milano non si ferma”, l’economia prima di tutto, o mi sbaglio?

Filosofia de Logu per decolonizzare il pensiero

Decolonizzare il pensiero e la ricerca in Sardegna

S’Ulisse de sa Sarda Liberatzione

È sorto un gruppo di lavoro e di ricerca multidisciplinare che ha preso il nome di Filosofia de logu. Ne fanno parte studiosi e attivisti, dentro e fuori dall’accademia, provenienti dall’ambito delle scienze umane, sociali e filosofiche. Il nostro intento è quello di sviluppare un approccio di ricerca non subalterno e forme di concettualizzazione libere dallo sguardo coloniale e auto-colonizzato sulla Sardegna.

Filosofia de logu dispone già di un suo sito (filosofiadelogu.eu) e nella giornata di oggi procederà alla diffusione della sua Dichiarazione di intenti. In questo momento stiamo lavorando alla pubblicazione di una raccolta collettiva di saggi, a un evento pubblico in rete, e a una serie di incontri sul territorio. 

Il gruppo è aperto a ogni collaborazione fattiva e basata sulla condivisione dei principi enunciati nei suoi documenti fondativi. 

In allegato a questo Comunicato, troverete un press-kit con qualche materiale utile per la pubblicazione, come le fotografie fornite per il progetto da Rossella Fadda, le grafiche e i loghi del progetto.

Gruppo di Ricerca “Filosofia de Logu” – cuntatos@filosofiadelogu.eu

Dibattito: Liberazione di genere e autodeterminazione nazionale.

Caminera Noa in collaborazione con Il Manifesto Sardo, invita al Dibattito “Liberazione di genere e autodeterminazione nazionale” che sabato 23 maggio alle ore 17.30 andrà in diretta streaming su:

• Pagina Facebook Caminera Noa 

• Canale YouTube Caminera Noa  • Sito web camineranoa.org

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“Questo cerchio è aperto e mai spezzato. In pace ci siamo incontrati e in pace ci salutiamo, felici perché presto ci vedremo ancora”

Immaginate un “non luogo” (in tempi di Covid non è poi così difficile), un cerchio, dove nessuno è ospitante, né ospitato, in cui cinque persone, non a caso usiamo questa parola, provenienti da esperienze e luoghi “altri”, anche in questo caso la parola non è scelta a caso, si incontrano e parlano tra loro, ma anche con “altr*” che vorranno intervenire durante la diretta, di due temi: “Femminismo e Autodeterminazione”, che in realtà, come scatole cinesi, ne contengono  tantissimi altri,

Tiziana Albanese: Palermo, studentessa universitaria, militante di Antudo: “Rete dei comitati territoriali per l’indipendenza della Sicilia”

Giovanna Casagrande: Nuoro, attivista femminista, indipendentista di Sardegna Possibile

Luana Farina Martinelli: Ozieri/Sassari, portavoce di Caminera Noa, attivista indipendentista, femminista e poeta

Marta Onnis: Cagliari, psicologa, attivista politica femminista e indipendentista, impegnata sui temi dell’autodeterminazione e empowerment di individui, gruppi, comunità

Benedetta Pintus: Cagliari, giornalista e attivista femminista, formatrice sul contrasto alla violenza e alle discriminazioni

Rifletteranno e si interrogheranno, partendo ognuna dalla propria esperienza di militanza, su argomenti di grande interesse ed attualità: 

– Rapporto tra autodeterminazione di genere e autodeterminazione di un popolo; 

– Diritti di genere e analisi della realtà socio-economica-culturale in cui sono rivendicati;

– Quote-rosa e neo femminismi; 

– Uomini femministi e donne maschiliste; 

– Diversità e normalità: uso e abuso dei due termini/concetti;

– Il razzismo, il sessismo, l’abilismo, l’omofobia, la transfobia, la xenofobia  e ruolo dei media,

e altro ancora.

L’incontro nasce dalla necessità, divenuta impellente, di avviare un confronto dialettico tra militanti, che evidenzi le forti contraddizioni esistenti anche all’interno dei partiti e/o movimenti di appartenenza, riguardo il dichiararsi per l’autodeterminazione del proprio popolo ed invece usare nella pratica politica, e non solo, azioni, atteggiamenti e linguaggi  discriminatori, propri di chi invece nega il valore e il diritto all’autodecisione, sia della singola persona, sia di un popolo.

È necessario quindi interrogarsi, confrontarsi, tutte e tutti, su come l’autodeterminazione non sia mera liberazione individuale e rivendicazione di un diritto della persona, ma debba essere soprattutto azione politica comune e collettiva, che deve necessariamente orientarsi a “destrutturare un vecchio pensiero” per costruirne uno nuovo, non solo nelle parole.

La realtà che ci circonda. Appello dal mondo dell’arte sarda.

LA REALTÀ CHE CI CIRCONDA 

Gli artisti sardi, e in generale tutto il mondo della cultura in Sardegna, hanno risposto alla crisi sanitaria in maniera molto generosa, mettendo spesso a disposizione gratuitamente le loro opere, prestandosi a partecipare a eventi culturali online a titolo gratuito per rendere meno pesante gli effetti del distanziamento fisico che, in tutto e per tutto, rischia di compromettere il nostro modo di vivere la socialità e il nostro modo di usufruire della cultura.

Oggi tutto il mondo della cultura rischia di subire un contraccolpo mortale per via delle misure governative che impediscono qualsiasi tipo di assembramento. È soprattutto la cultura indipendente, quella che si muove dal basso e senza nessuna forma di sostentamento a subirne le maggiori conseguenze. Sono tutti coloro ai quali il lockdown ha già ridotto o annullato la capacità di reddito e a cui il futuro non promette alcuna garanzia di sopravvivenza dignitosa.

In balia della curva del contagio, che può prevedere nuove e urgenti misure di confinamento alternate a deboli e confuse riaperture , la sorte del settore culturale si presenta assolutamente incerta. Una condizione per cui già si prospettano soluzioni classiste ed elitarie con riduzione del pubblico e un aumento dei costi degli spettacoli. La cultura diventerebbe così appannaggio delle classi più abbienti, mentre il popolo potrà fruirne solo attraverso i monitor di pc e smartphone, perdendo così il contatto umano e la relazione che invece questa promuove, in ogni sua forma. A quel punto il distanziamento sociale sarebbe compiuto, in barba a un più razionale e democratico distanziamento fisico rispondente a una emergenza limitata nel tempo.

L’APPELLO AL REDDITO DI DIGNITÀ 

In Sardegna, il mondo dello cultura indipendente, conscio delle difficoltà che incombono sul futuro, rivolge alla società un appello affinché venga garantita la sopravvivenza di ogni forma di espressione artistica, la libera circolazione e fruizione della cultura e della creatività per tutti e tutte.

Chiediamo alla politica un impegno concreto. La garanzia di un reddito mensile di dignità per un valore minimo superiore alla soglia di povertà. Un reddito minimo garantito a chiunque ne abbia bisogno, non solo agli operatori della cultura ma a tutte le persone le cui condizioni di vita non siano sostenibili individualmente. Un reddito minimo di dignità non vincolato dunque al nucleo famigliare o allo svolgimento di un lavoro che non garantisce l’autosufficienza economica ma stabilito su base individuale, a garanzia di vita una dignitosa.

I provvedimenti esistenti costituiscono un sostegno al reddito durante il lockdown, ma non offrono risposte sufficienti a coloro che già prima dell’emergenza sanitaria si trovavano in situazioni lavorative precarie, atipiche o informali, cioè a coloro che maggiormente subiranno gli effetti dell’incipiente crisi economica.

Siamo consapevoli del rischi che la nuova normalità potrà essere ben peggiore della vecchia se non forniremo a tutte le persone uno strumento in grado di fronteggiare l’aumento dei livelli di disoccupazione e di precarietà che si prospettano ed è per questo che chiediamo subito un reddito di dignità. Un reddito capace di contrastare le crescenti disuguaglianze sociali e che offra ai lavoratori un maggior potere contrattuale, un reddito che freni la compressione dei salari e la polarizzazione delle ricchezze, un reddito che affermi nuovi criteri di giustizia ed equità sociale.

L’APPELLO AL LAVORO GARANTITO 

La crisi sanitaria ha determinato la sospensione di tutte le manifestazioni organizzate nonché gli eventi in luogo pubblico o privato. Gli operatori della cultura non hanno più alcuna certezza di poter vivere del proprio lavoro. La cultura – una parte fondamentale delle vite di tutte le persone –, rischia di scomparire o quantomeno di subire un drammatico ridimensionamento. Per questo chiediamo l’intervento della Regione in questo settore, per far sì che ogni operaio della cultura possa continuare a vivere del proprio lavoro.

Chiediamo alla Giunta Regionale della Sardegna l’impegno di programmare da qui ai prossimi tre anni un intervento strutturale a favore del mondo della cultura, abbattendo ostacoli burocratici e detassando ogni genere di spettacolo e manifestazione artistica. Una programmazione culturale che coinvolga attivamente i 377 comuni dell’isola, che valorizzi anche la lingua e la cultura sarda, i tanti bravi artisti locali, la prolifica cultura indipendente isolana. Una programmazione costruita davvero sul territorio e il suo diritto di decidere e valorizzarsi, e che dia maggior risalto alle realtà artistiche locali, quelle minori e spesso più penalizzate.

Chiediamo un piano per la cultura che permetta a tutti i festival e alle svariate manifestazioni artistiche, espressione della vitalità e della produzione artistica sarda, di non scomparire, uccise dalla burocrazia e da provvedimenti eccessivamente penalizzanti e restrittivi, prima ancora che dalla crisi economica. Chiediamo di poter lavorare in sicurezza, garantendo a noi e al nostro pubblico di riprenderci il diritto alla cultura e alla socialità, in questi mesi spesso vituperata in maniera illogica e del tutto irrazionale

Chiediamo infine l’eliminazione di tutti i divieti e impedimenti agli spettacoli e alle arti di strada, agevolandone e incentivandone invece lo svolgimento attraverso un coinvolgimento diretto dei comuni, “liberando l’arte”, concedendo spazi pubblici, sostenendo gli artisti e la fruizione pubblica dei loro spettacoli. Un nuovo modo di vivere la dimensione della socialità e di riappropriarci delle strade e delle piazze delle nostre città e dei nostri paesi, pur garantendo le norme di sicurezza fintanto che permarrà il pericolo da contagio.

Chiediamo alla società civile, agli artisti, alle associazioni, a tutte le categorie produttive di dare pubblico sostegno a queste nostre richieste. Chiediamo un impegno della Regione Sardegna finalizzato a garantire il lavoro di tutto il mondo della cultura sarda. Chiediamo di sostenere l’appello al reddito di dignità e al lavoro garantito per tutti e per tutte.

La cultura è vita, la cultura non deve morire.

PRIMI/E FIRMATARI/E

Giovanni Fara (editore)

Maria Barca (operatrice culturale)

Alberto Masala (poeta, scrittore traduttore)

Marco Lepori (libraio, autore)

Ivo Murgia (scrittore, operatore culturale)

Igor Lampis (editore, musicista)

Quilo Sa Razza (artista, producer musicale)

Claudia Desogus (autrice)

Daniela Piras (autrice)

Cristiano Sabino (saggista, insegnante)

Fabrizio Raccis (scrittore)

Zaira Zingone (cantante, scrittrice, insegnante)

Graziano Solinas (musicista, insegnante)

Giovanni Soletta (filmmaker)

Luana Farina (poeta)

Salvatore Palita (graphic design e illustratore)

Francesca Tedesco (insegnante, artista-artigiana)

Ninni Tedesco (giornalista, insegnante)

Federico Coni (artista-artigiano)

Giovanni Delogu (attore)

Sebastiano Ghisu (professore associato di storia della filosofia dell’Università di Sassari)

Francesca Ventriglia (attrice)

Roberto Loddo (direttore de Il Manifesto Sardo)

Marco Ceraglia (fotografo, artdesigner)

Nicoletta Fiorina (artista)

Marco Lais (musicista)

Tea Salis (musicista, scrittrice)

Matteo Murgia (operatore culturale)

Fabrizio Demaria (scrittore)

Filppo Pace (critico letterario, scrittore)

Marco Sanna (giornalista)

Leonardo Boscani (artista, pittore)

Adriano Marras (tecnico dello spettacolo)

Gabriele Masala (musicista)

Chiara Carboni (cantautrice)

Roberta Usai (musicista)

Luca Tilocca (artista)

Carlo Pieraccini (musicista)

Alberto Sanna (musicista)

Massimo Fiocca (artista)

Giulio Martinetti (artista)

Sheila Casu (musicista)

Roberto Fois (musicista)

Domenico Bazzoni (musicista)

Fabrizio Sanna (insegnante canto moderno)

Alberto Bazzoni (artista)

Alessandro Martis (musicista, insegnante)

Salvatore Masala (fotografo)

Roberto Nonnis (insegnante di ballo, artista)

Paola Pitzalis (giornalista, artista)

Ninni Tomasiello (Agenzia Numero Uno)

Patrizia littera (sindacalista Cgil)

Angelo Sibiriu (Sarda Suoni)

Bruno Carboni (presidente Liberafest)

Walter Rebel (artista aerografo)

Accademia Fannie Daniela Bianchi

Gabriele Cossu (Cossu & Zara)

Alessandra Mangatia (Ass. culturale Flinn)

Bruno Carboni (operatore culturale)

Massimiliano Pichiri (musicista)

Giovanni Mancosu (Studio Registrazione Foxi)

Joe Perrino (musicista)

Alberto Murru (operatore culturale, musicista) 

Antonio Mannu (fotografo)

Stefano Resmini (curatore di mostra d’arte contemporanea)

Cristina Muntoni (docente, autrice, operatrice culturale)

Almamediterranea

Associazione Noi don Chixotte

Love live eventi

Ass. Sing Sing Sing

Giuseppe Tirotto (poeta e scrittore)

Zuanna Maria Boscani (Artista)

Alessio Mura/Balentia (artista) 

Nota bene: Le adesioni possono essere inviate all’indirizzo: indielibri@gmail.com indicando nome, cognome, qualifica professionale e numero di telefono (il numero telefonico non sarà reso pubblico). L’elenco sarà costantemente aggiornato dalla redazione.