1° maggio: «Populare, birde, sarda». Domani il confronto

Popolare, verde e sarda: domani, 1 maggio, il confronto.

Ci serve un cammino nuovo nel solco di un movimento popolare, non solo a parole o nella comunicazione, ma nella pratica di lotte e proposte che sappiano cucire quelle tante esperienze che in cuor loro desiderano una Sardegna veramente diversa.

La diretta sarà trasmessa sulla pagina Facebook e sul canale you tube di Caminera Noa, sul Manifesto Sardo, Cagliaripad, Donkey Shouts Web Radio, Cagliaripad e su Pesa Sardigna (ore 18:00).

Perché «popolare». Il primo maggio è la festa dei lavoratori. In Sardegna sono molte le persone che il lavoro l’hanno perso o che purtroppo lo perderanno in seguito alla pandemia da Covid-19. E sono molte le persone che pur di poter lavorare dovranno rinunciare ad ogni tutela, ad ogni diritto. La questione del lavoro, del non lavoro, del lavoro fantasma e del lavoro senza diritti è destinata a diventare sempre più centrale. Dalla gravissima crisi delle piccole partite IVA, alla condizione assai problematica dei precari sardi della scuola e dei dipendenti Auchan, alla truffa dei tirocini che spesso coprono situazioni di lavoro nero, alla mai sopita questione dei pastori con annessa la questione del prezzo del latte e della concorrenza sleale dell’agroalimentare e al dimenticato dibattito sugli artigiani. La questione sarda è la questione del lavoro dei sardi.

Perché «verde». Anche la questione della tutela, anzi per meglio dire, della salvezza stessa dell’ambienta, sarà sempre più impellente, a partire dai due punti all’ordine del giorno: l’assalto alle coste e la dorsale del metano. Sullo sfondo di queste due nuove aggressioni all’ambiente si erge, come una ferita mai dimenticata, la questione delle bonifiche dei tanti punti dolenti del saccheggio ambientale che ha subito la Sardegna da parte di industria militare e civile, con l’avallo dello Stato italiano e di una classe politica locale cinica e venduta. La questione sarda è la questione della salvezza dell’ambiente.

Perché «sarda». La questione che accompagna la Sardegna da almeno seicento anni: la necessità di un autogoverno realmente democratico che sia compatibile ed armonico con gli interessi e con la vita di chi in Sardegna ci vive o progetta il suo futuro. Un’isola che è anche una storia, che è anche una civiltà, che è anche un popolo e che spesso paradossalmente viene concepita come periferia e come moneta di scambio da quella politica che dovrebbe e potrebbe farla uscire dalla sua condizione di subalternità. La questione sarda è la questione dell’autogoverno e della democrazia compiuta dei sardi.

Ne parleremo con le tante figure politiche e intellettuali con cui abbiamo intrecciato il nostro nuovo cammino. A questo dibattito ne seguiranno altri, nella prospettiva di costruire un terreno politico fertile capace di uscire fuori dalle pastoie del settarismo e del movimentismo. Ci serve tanta democrazia e pluralità e contemporaneamente ci serve organizzazione e coordinamento. Ci serve dibattito e studio ma ci serve contemporaneamente saper riallacciare i fili con quelle persone di fronte alle quali spesso abbiamo parlato linguaggi incomprensibili, noiosi, perfino pericolosi. Ci serve un cammino nuovo nel solco di un movimento popolare, non solo a parole o nella comunicazione, ma nella pratica di lotte e proposte che sappiano cucire quelle tante esperienze che in cuor loro desiderano una Sardegna veramente diversa.

Roberto Loddo – Il Manifesto Sardo

Omar Onnis – storico e scrittore

Stefano Puddu Crespellani – Sardegna Possibile

Cristiano Sabino – attivista Caminera Noa e saggista

Lorenzo Paolicchi – Friday for Future

Paola Pilisio – ambientalista

Sandro Roggio – architetto 

Nicolino Camboni – Rifondazione Comunista

Oe galu in domo ma non sena Sa Die

A casa, ma non senza Sa Die. È questo il senso di alcune iniziative che in questi giorni hanno spopolato sui social e che lanciano un fitto programma di celebrazioni della festa nazionale dei sardi in ricordo del tentativo rivoluzionario, repubblicano e antifeudale che scosse la Sardegna tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. 

Ha iniziato il movimento popolare sardo Caminera Noa, quando sui suoi canali di comunicazione, ha lanciato in data 9 aprile 2020, l’idea di appendere fuori da balconi e finestre la bandiera dei quattro mori e/o quella del giudicato di Arborea con l’albero deradicato: “Su 28 de abrile pone sabandera sarda in foras dae su balcone” è lo slogan scelto dagli attivisti. 

«Quest’anno non potremo festeggiare e celebrare d “Sa die de sa Sardigna” con incontri in presenza – spiegano dal movimento – siamo costretti a casa ma non vogliamo rinunciare a ragionare della Sardegna di ieri e di oggi e sull’attualità della “cacciata dei piemontesi” del 1794. Per questo motivo abbiamo lanciato già lo scorso 9 aprile l’iniziativa “pone sa bandera dae su balcone”, invitando i sardi a esporre la bandiera dei quattro mori o quella con l’albero deradicato fuori dalla finestra o dal balcone». 

Caminera Noa non si limita però a questo e ha organizzato una diretta streaming dalla sua pagina fb. Oggi, a partire dalle 16:30, per tutto il pomeriggio, fino alla sera si avvicenderanno molti ospiti tra interventi storici, politici e artistici. Ecco la scaletta a partire dalle 16:30 fino a sera:

  • Luana Farina, portavoce di Caminera Noa, interverrà sul “Disastro di Stato e Giunta regionale e proposte di Caminera Noa per uscire dalla crisi
  • Omar Onnis, Sa sarda rivolutzione e sa figura de Zuane Maria Angioy
  • AlmaCanta (Zaira Zingone e Graziano Solinas), musica live e letture
  • Tea Salis con Marco Lais, musica live e letture
  • Sara Porcu con Roberto Desiato, musica e brani d’autore
  • Almamediterranea, musica e brani d’autore

Anche la neonata Assemblea Natzionale Sarda non rinuncerà a festeggiare il grande giorno. L’ANS ha deciso di iniziare le celebrazioni dalla settimana precedente. Dal 21 aprile le pagine social sono un susseguirsi di pubblicazioni, video e immagini che lanciano le diverse iniziative. 

Il Contest che attraverso video e immagini che richiamano alcuni personaggi Storici Sardi, invita, come proposto in prima istanza da Caminera Noa, a fare sventolare la bandiera Sarda al balcone. ANS propone di fotografarla e postarla con l’hashtag #MustraSaBandera su un social tra Facebook, Instagram o Twitter, e premierà l’immagine che raccoglierà più like. 

Il Format CnC – Cùssientzia Natzionale in Curtzu, disponibile su Facebook e sul canale ufficiale di YouTube di ANS, la puntata 0 in quest’occasione tratta una videolezione in Sardo, prodotta in collaborazione con “Storia Sarda nella Scuola Italiana”, racconta a grandi e piccini cosa successe durante la Sarda Rivolutzione del 1794 e anni a venire. 

L’Assemblea Territoriale di Casteddu, ha lanciato l’iniziativa “S’Idea chi fait sa DII… FERÈNTZIA” in collaborazione con alcune attività di Ristorazione che offriranno una specialità Sarda da consegnare a domicilio, per concedersi una coccola in una giornata da ricordare. 

Anche la Corona De Logu – l’insieme degli amministratori indipendentisti – ha rilanciato l’idea di esporre la bandiera: “28 de abrile: die de su pòpulu sardu. Isterre sas banderas natzionales in sa ventana” e ha prodotto dei banner rimarcando l’attualità delle parole e dell’esempio di Giovanni Maria Angioy e dei rivoluzionari sardi.

Anche il coordinatore di Sardigna Natzione sposa l’idea di Caminera Noa e con un post sui social invita ad esporre la bandiera sarda da casa in modo che sia ben visibile: «su 28 de abrile est sa die de sa sardigna, festa natzionale de sa natzione sarda. faghelu ischire a totu, pone una bandera natzionale “in su balconi” de domo tua. Dae sa die prima o su mantzanu de su 28 aprile a sas 8.30 pone sa bandera de sos 4 moros in su barcone de domo tua. Semus unu populu, una natzione, amus un’istoria, una limba, una bandera e una manera de istare in su mundu, semus una natzione normale, chene istadu ma normale. Publica sa foto in facebook, faghelu ischire».

Nasce poi spontaneamente su fb un gruppo che raccoglie foto di bandiere sarde esposte dalle case ed altre iniziative per festeggiare Sa Die de su Populu sardu:

Anche l’associazione “Amistade” oggi, in occasione della festa “Sa die de sa SARDIGNA”, ha organizzato un evento finalizzato a rendere omaggio alla Sardegna: parlare o ascoltare la lingua sarda per l’intera giornata.
L’evento è organizzato in collaborazione con RADIO OLBIA WEB e con il sostegno del B’ART CAFÈ.
Tra gli artisti (poeti, cantanti, ecc..) che parteciperanno all’iniziativa ci sarà la cantautrice Maria Luisa Congiu.

A sa fine, semper oe 28 de abrile, in ocasione de Sa die de sa Sardigna, a is 10 de mangianu in sa Cattedrale di Santa Maria de Casteddu at a èssere tzelebrada sa Missa in limba sarda.

Lu narant custos de sa TV EJA – «torramus gràtzias a Mons. Gianfranco Zuncheddu, a Michele Deiana chi dd’at acumpangiare cun is sonus de canna, a Francesco Mura chi at a cantare is canttos de sa liturgia acumpangendelos cun s’òrganu».

«Est una produtzione Ejatv, Produzioni Sardegna, Associazione Culturale Babel  e at a èssere trasmìtida in:ardegna Uno Televisione canale 19; Ejatv e canale  172 , Diocesi di Cagliari , AnthonyMuroni, YouTG.net

A merie, dae is 5, paris cun Anthony Muroni EJA TV at a contare sa Die cun amigas e amigos de totu sa Sardigna.

Il DPCM è scritto dai padroncini del Lombardo-Veneto

 

Caminera Non non ha dubbi: il DPCM illustrato da Conti ieri in prima serata è frutto delle richieste della classe economica e politica del Nord Italia, in particolare del Lombardo-Veneto: Con un comunicato il movimento popolare sardo assalta all’arma bianca la retorica dell’unità nazionale e spiega perché la linea del Governo è una linea contro la Sardegna, contro la Sicilia e contro il Meridione.

Di seguito il comunicato integrale:

Ribelliamoci o moriremo di fame!

Il discorso di Conte di ieri sera è vergognoso. Dopo i primi 10 minuti di supercazzole condite con “viva l’Italia”, “orgoglio Italia”, “modello Italia”, “se vuoi bene all’Italia odia il virus” e, dopo slanci letterari sull’INPS che in un mese avrebbe elaborato domande che di solito sbriga in cinque anni, è arrivata finalmente la vera notizia: nessuna regionalizzazione, la Fase 2 non è altro che la Fase 1 con la differenza che al Nord sarà il tana liberi tutti.

Sono passati 2 mesi dall’inizio della quarantena e non è cambiato nulla, non c’è un vaccino e il sistema sanitario continua ad essere quello di sempre, senza alcuna trasformazione strutturale sotto la tanta retorica sugli eroi medici ed infermieri e sul bel paese del Bengondi che arriverà “dopo”.

Per giorni si era parlato di una riapertura regionalizzata, cioè proporzionata alle specifiche situazioni relative ad ogni Regione. Il buon senso e la logica avrebbero voluto così: tutti si aspettavano una riapertura misurata alle diverse realtà delle diverse aree dello Stato.

Poi il 21 aprile è intervenuto il presidente della Regione Fontana che ha tuonato su Radio24 contro la riapertura regionalizzata: “credo che sia una riapertura monca, zoppa, che non consentirebbe un equilibrato sviluppo alle Regioni che aprono. C’è una tale interconnessione tra le filiere produttive e tra le varie attività commerciali che c’è veramente il grosso rischio che faccia più danni che vantaggi una apertura a macchia di leopardo. Sono convinto che la riapertura debba avvenire quando il rischio del contagio si sia concluso”.

C’è da chiedersi quando mai hanno chiuso qualcosa nel Lombardo-Veneto? Subito dopo il DPCM del 22 marzo che elencava le attività di produzione dei beni di prima necessità, soltanto nelle province di Bergamo e Brescia hanno ottenuto subito la deroga migliaia di aziende. Province che da sole hanno sempre contato praticamente la metà dei positivi al Covid-19 in Lombardia. Aziende dove, nella maggior parte dei casi, mancavano i più rudimentali dispositivi di sicurezza.

Del resto è successo fin da subito che il presidente di Confindustria Boccia dettasse legge e che riuscisse addirittura a far correggere DPCM già divulgati e pubblicati. Altro che “Sblocca paese”, il nuovo DPCM sarà lo “Sblocca Lombardo-Veneto”: Le manifatture e le costruzioni annunciate da Conte con grande enfasi sono i settori trainanti del nord, basta che si attengano ad un protocollo che tanto nessuno rispetterà, come nessuno ha mai rispettato le norme sul lavoro e le norme anti pandemia degli ultimi DPCM. Oppure in questo mese siamo diventati la Svizzera o la Danimarca e nessuno se n’è accorto?

Al sud, in Sardegna e in Sicilia invece, dove è presente una piccola e micro impresa, una larga fetta di lavoro informale e a nero, piccole attività commerciali e al dettaglio, lavoro stagionale legato alla stagione turistica, starà tutto fermo e chiuso. Al di là della retorica resta il fatto che al 26 aprile: metà delle Cassa Integrazioni non sono arrivate; migliaia di domande per il bonus p.iva sono ferme; sugli affitti neanche una parola; reddito di emergenza o di quarantena neanche a parlarne; neanche sulle utenze è uscita una sola parola; finanziamenti e prestiti idem.

In Lombardia hanno densità di popolazione dieci volte tanta rispetto alla Sardegna (421,6 per km² contro 68 per km²) e una curva di contagio catastrofica, però le loro attività principali non hanno mai cessato e ora aprirà tutto. In Sardegna tutto chiuso. Tutti a casa. Se no multe e botte, con la complicità di sceriffi, podestà e ras locali.

Il nostro presidente della Regione Autonoma della Sardegna, eletto senatore in Lombardia e nominato dal capo storico del Lombardo-Veneto, non ha nulla da dire? Vorremmo sbagliarci ma ci sembrano purtroppo attualissime le parole scritte 100 anni fa da Gramsci:

L’isola fu letteralmente rasa al suolo come per un invasione barbarica (…) e piovvero invece gli spogliatori di cadaveri, che corruppero i costumi politici e la vita morale.

Lo Stato italiano, nella sua storia, quando ha dovuto scegliere quale pedina sacrificare ha sempre scelto la Sardegna (dal 1720), il sud e la Sicilia (dal 1861). Così adesso, per mantenere la curva media del contagio sotto i livelli di guarda e accontentare contemporaneamente i veri padroni dello Stato, manda Conte in prima serata a raccontare la favoletta della Fase 2 e dell’unità nazionale.

Stiamo iniziando a perdere la pazienza. Prepariamoci alla ribellione, perché i sardi non vogliono morire né di inedia né di lombardovenetismo!

+ Ospedali -Militari”. Il Covid-19 non ferma A Foras

A Foras non si è di certo eclissata in periodo di quarantena e ha rilanciato con forza la lotta contro l’occupazione militare: «è tempo di scegliere. Lanciamo una campagna per ottenere la moratoria delle esercitazioni e lo stop al finanziamento regionale e statale dei progetti legati all’industria bellica. I soldi risparmiati vengano reinvestiti nella sanità pubblica» – hanno scritto lo scorso 13 aprile gli attivisti contrari all’occupazione lanciando una campagna social di forte impatto e consenso.

Ciò è avvenuto in un contesto in cui l’emergenza sanitaria ha fatto emergere con grande forza i problemi di una sanità pubblica sempre più abbandonata a se stessa e alla buona volontà degli operatori sanitari. Gli attivisti hanno ovviamente rispettato la quarantena ma non in silenzio: «siamo costretti in casa, e ci restiamo perché bisogna impedire la diffusione del contagio. Ma non per questo siamo disposti a tacere, a spegnere il desiderio di libertà e di decidere sulle nostre vite e sul futuro della nostra terra».

«Nel mentre che gli aerei si accingono a sorvolare sui poligoni di Quirra e Capo Frasca nonostante la pandemia, il nostro obiettivo resta sempre quello di liberare la Sardegna dall’occupazione militare italiana, e – non appena le condizioni sanitarie ce le consentiranno – saremo pronti a tornare nelle strade per ribadire le nostre parole d’ordine. Sul momento, però, pretendiamo realismo dalle istituzioni politiche sarde e italiane. È arrivato il momento di fare delle scelte, perché la Sardegna sia in grado di affrontare al meglio una crisi sanitaria che potrebbe prolungarsi parecchio nel tempo».

Ecco le richieste di A Foras:

• Chiediamo che fin da ora si stabilisca inderogabilmente una moratoria su tutte le esercitazioni militari.

• Chiediamo che la Regione e lo Stato ritirino i finanziamenti a progetti utili solo agli interessi delle forze armate e al profitto delle industrie del settore bellico. A titolo di esempio, chiediamo lo stop al finanziamento del progetto SIAT di Teulada, al co-finanziamento pubblico della piattaforma per i test dei motori missilistici nel Poligono di Quirra e al co-finanziamento del progetto Caserme Verdi, che riguarda – in Sardegna – le tre caserme dell’Esercito a Cagliari e quella di Teulada.

• Chiediamo che i soldi risparmiati grazie ai primi due punti siano reinvestiti nel potenziamento della sanità pubblica sarda.

Insomma “+ ospedali – militari”, nel senso di maggiori finanziamenti alla sanità pubblica e di una drastica riduzione di spese militari, la fine delle esercitazioni e la progressiva scomparsa dell’occupazione militare dall’isola. «È una questione di priorità – argomentano gli attivisti: non è possibile continuare ad assistere allo sperpero dei nostri soldi in progetti che contribuiscono alla depressione economica delle comunità a cui apparteniamo e alla devastazione della terra in cui abitiamo, mentre la sanità viene costantemente depotenziata da anni, con i risultati evidenti sotto gli occhi di tutti».

«Tra il 2010 e il 2019, segnala l’Osservatorio Gimbe, il finanziamento pubblico alla sanità è stato decurtato di oltre 37 miliardi. Negli stessi anni, abbiamo, visto che le spese militari si attestano su 26 miliardi all’anno, senza contare il miliardo e mezzo che elargisce il Ministero delle finanze “missioni di pace”, i soldi che investe il MISE per le industrie belliche italiane e il Ministero dell’Istruzione per la ricerca militare».

«Eppure la NATO continua a chiedere di aumentare queste spese, che dovrebbero passare secondo gli auspici dell’Alleanza Atlantica dall’1,6 % al 2 % del PIL. Tutto questo, mentre emerge senza più paraventi, l’incredibile fragilità e necessità di soldi di un sistema sanitario allo sfascio».

Un dato per tutti: nel 1981 c’erano, negli ospedali sardi, 62 posti letto ogni 10 mila abitanti. Oggi, il rapporto si è quasi dimezzato e ce ne sono circa 35. Il 14,6% dei sardi che ne avrebbe necessità, rinuncia alle cure e il 6 % è costretto ad emigrare in altre regioni per svolgere la propria terapia. Uno scenario incredibile, tragico, con interi ospedali che chiudono e reparti che vengono dismessi in tantissimi centri dell’isola».

«Nel mentre, si spendono miliardi di fondi pubblici per foraggiare l’apparato bellico. Pensiamo al progetto Caserme Verdi, che vale un miliardo e mezzo a livello italiano, è che riguarderà, in Sardegna, le caserme dell’esercito a Cagliari. Pensiamo al nuovo impianto di test per motori missilistici che sarà costruito a Quirra, per una spesa impressionante di 33 milioni di euro, probabilmente destinati a salire. Pensiamo, all’inestricabile tela di interessi incrociati, che ha portato la politica sarda e italiana, quasi senza eccezioni, ad appoggiare la costruzione del Mater Olbia, ospedale privato che sarà finanziato 142 milioni di euro pubblici nel trienno ’19-21, per stringere ancora di più le maglie dell’alleanza tra Italia e Qatar, paese che – ricordiamo – non brilla certo come un faro del rispetto dei diritti umani».

Dallo scorso 13 aprile, il movimento sardo contro l’occupazione militare, ha chiamato a raccolta tutte e tutti i cittadini che hanno a cuore le sorti della nostra terra, le organizzazioni, le associazioni che lottano per la sanità pubblica, i collettivi e i singoli che vogliono fermare questa vergognosa deriva, ad essere parte integrante della campagna “Più ospedali meno militari / Dotores pro curare EJA, Cannones pro gherrare NONO”.

Pubblichiamo di seguito le istruzioni per partecipare alla campagna che è ancora in corso:

1. Esponi sul tuo bancone o sulle finestre di casa, sulla macchina uno striscione o un cartello con scritto PIÙ OSPEDALI MENO MILITARI, disegni o altri hashtag a tua scelta.

2. Scrivitelo sul corpo o sulla tua mascherina. Non possiamo usare i nostri corpi per manifestare, bloccare i convogli militari o volantinare, ma possiamo scriverci! Testa, gambe, gomiti o polpacci decidi tu dove, ricorda PIÙ OSPEDALI MENO MILITARI.

3. Attivati sui social. abbiamo preparato un motive per l’immagine del profilo che puoi aggiungere alla tua foto, puoi condividere le impact images, le infografiche o cambiare l’immagine di copertina del tuo profilo. Tutto il materiale sarà disponibile sul sito www.aforas.noblogs.org

4. Scarica il volantino, il manifesto, l’adesivo o l’infografica sul sito di A Foras, stampa e attaccalo nei luoghi che puoi frequentare durante la quarantena: market, farmacie, tabacchini, uffici. Tutto il materiale sarà disponibile sul sito www.aforas.noblogs.org

Si tratta di piccoli gesti, quelli che possiamo fare durante la quarantena. Ma sono cose importanti per continuare a sentirci vive e vivi, aspettando di rincontrarci e riscoprirci ancora pieni di amore per la nostra terra.

Antifascisti si. Tricolori no. Per una nuova resistenza  – di Matteo Murgia (Su presidenti)

Iniziamo con il chiarire una cosa: Ho un grande rispetto per i Partigiani che hanno dato la vita per garantirmi la libertà, per quelli di ieri, di oggi e di domani. 

E odio gli indifferenti come li odiava il mio “Partigiano” preferito:  Antonio Gramsci. 

Ne ho anche, in misura minore, per quelli che lo sono diventati nel 1943 dopo la caduta di Mussolini e lo scioglimento del partito fascista. 

Quelli che lo sono diventati nel 1948, invece, mi fanno abbastanza schifo. 

Chiarito questo devo però cambiare argomento perché ieri, nel mio post (il 23 aprile sul profilo fb di Matteo Murgia, N.d.R.) appunto, parlavo d’altro, quando affermavo che l’iniziativa dell’Associazione Nazionale dei Partigiani d’Italia, ovvero cantare Bella Ciao sventolando dal balcone il tricolore, è una buffonata. 

Benissimo ha fatto invece L’ANPI a rivendicare il diritto di poter portare una corona di fiori in memoria dei caduti durante la Resistenza, nonostante le restrizioni alla circolazione che ci sono state imposte in questi mesi.

Ma ieri parlavo d’altro ed un commento di un mio contatto recente, preziosissimo, aggiungeva che oltre che una buffonata questa iniziativa ha il sapore di una beffa, cogliendo in pieno il sentimento che mi ha spinto a prendere una posizione così pesante nei confronti dell’ANPI odierna.

E con questo non voglio certo negare il lavoro importante svolto dalla stessa nelle scuole, ad esempio, per tenere viva la memoria dei tantissimi ragazzi che hanno dato la vita per combattere e per garantirmi e garantirci la libertà. Ma oggi mi chiedo anche se l’attacco più forte degli ultimi settant’anni a quella stessa libertà non sia quello iniziato due mesi fa costringendo milioni di italiani agli arresti domiciliari. 

Quindi se oggi “attacco” l’ANPI 2.0 non significa affatto infangare la memoria dei Partigiani di ieri bensì, dal mio punto di vista, difenderne la memoria dalle “buffonate” di oggi. Memoria che da quando ho vent’anni difendo nelle piazze contro gli attacchi di chi, in nome di una stronzata colossale, vorrebbe accostarli ai “bravi ragazzi” della repubblica di Salò, spesso ben difesi dalla polizia in assetto antisommossa. 

Se oggi dovessi attaccare il vaticano perché in due mesi non ha cacciato fuori un soldo, questo non significa che non riconosca il lavoro che fa la Caritas per aiutare chi ne ha bisogno e, se non capite questo banale esempio, queste righe non le sto scrivendo per voi.

Ci stiamo avvicinando sempre di più ad uno stato di polizia, ma io non ho letto nessuna posizione dell’ANPI di Cagliari su questi elicotteri che volano sopra la città terrorizzando i cittadini Cagliaritani. 

Su quello che sta succedendo nel “resto della penisola” non mi addentro perché la finirei tra due giorni. 

Festeggerò il 25 aprile facendomi una passeggiata nel mio paese, usando come autocertificazione una bella Bandiera Rossa di Piero Murgia, l’unico educatore che vorrei e che sarebbe stato al mio fianco in questo atto di disubbidienza. 

E farò lo stesso il 28 Aprile con la bandiera Sarda per ricordare la cacciata dei Savoia dalla nostra Nazione.

Lo farò anche perché una delle fortune della mia comunità sulcitana è che il comandante della caserma dei Carabinieri, ed i suoi colleghi, sono tra le persone più ragionevoli che conosco a Giba. 

Altrimenti saranno due semplici multe illegittime e anticostituzionali.

Perché la memoria va coltivata, cari amici, e a me la memoria non m’inganna. E mi preparo ad una nuova e più pericolosa resistenza.

Una mattina, mi son svegliato, o Bella Ciao Bella Ciao Bella Ciao Ciao Ciao, una mattina, mi sono svegliato, e ho trovato l’invasor.

Su Presidenti vi abbraccia, da un metro di distanza.

DA CICERONE A FELTRI: I Sardi? Ladri e delinquenti. Ed anche “negri”!

I Sardi? Ladri e delinquenti. Ed anche “negri”! I Meridionali? Inferiori.

di Francesco Casula

Un filo nero lega una serie di insulti, improperi e contumelie, espressi storicamente contro i sardi e i meridionali: da Cicerone a Vittorio Feltri.

Cicerone è l’avvocato di certo Scauro, un propretore romano accusato di malversazione nella sua amministrazione della Sardegna, con l’esazione di una decima “illegale”: oltre a una decima normale e a una seconda straordinaria ma ugualmente legale, Scauro infatti ne impose una terza a suo esclusivo beneficio. Un vero e proprio tangentaro ante litteram.

Nell’orazione a Pro M. Aemilio Scauro, l’oratore romano, per screditare i 120 sardi andati a Roma per testimoniare contro il suo “assistito”, non esita a dipingerli come ladroni con la mastruca (mastrucati latrunculi), inaffidabili e disonesti: la loro inaffidabilità viene da lontano, dalle loro stesse radici che sono rappresentate dai fenici e dai cartaginesi. Di qui l’accusa più grave e insultante: “dal momento che nulla di puro c’è stato in questa gente nemmeno all’o¬rigine, quanto dobbiamo pensare che si sia inacetita per tanti travasi?

   Proprio per questo motivo l’appellativo “razzistico” afer (africano, oggi diremmo negro) è più volte usato come equivalente di sardus e l’espressione Africa ipsa parens illa Sardiniae viene adottata dall’oratore romano per affermare che dai Fenici sono discesi i Sardi, formati da elementi africani misti, “razza” che non aveva niente di puro e dopo tante ibridazioni e contaminazioni si era ulteriormente “guastata”, rendendo i sardi ancor più selvaggi e ostili verso Roma.

   Dante, bontà sua si limita a chiamarci “scimmie”: ma solo sul versante linguistico. Nel De vulgari eloquentia (cap. 9° l Libro 1°), ragionando dei vari dialetti d’Italia scrive:” 

Anche i Sardi, che non sono Latini, ma che sembra si possano ai Latini associare, cacciamo (dal novero degli eredi di diritto dei Latini), perché sembrano proprio gli unici a non disporre di un proprio volgare imitando la grammatica latina come le scimmie imitano gli uomini”! 

   Qualche secolo dopo, si fa un vero e proprio salto: un viceré di Vittorio Amedeo II, l’abate Alessandro Doria del Maro (1724-26) pone per così dire, le premesse ideologiche e giustificazioniste della repressione violenta e sanguinaria da parte dei Savoia, con vere e prorie campagne militari contro il banditismo,  scrivendo che “la causa [del].male (ovvero del banditimo, nda) è da ricercarsi nella natura stessa dei popoli sardi poveri, nemici della fatica, feroci e dediti al vizio” . 

   Sui Sardi “viziosi” e “barbari”  ritorna Gustave Jourdan, un giornalista e uomo d’affari francese (Parigi 1820-1866 che arriva in Sardegna nel 1860, rimanendoci solo un anno: la sua attività infatti fallisce e se ne tornò in Francia dove nel 1861 pubblica un liberculo di 32 pagine, l’Ile de Sardaign, livoroso e acrimonioso, in cui fa ricadere il suo fallimento ai Sardi. Infatti, deluso per non essere riuscito dopo un anno di soggiorno in Sardegna, a coltivare gli asfodeli per ottenerne alcool, vomita contro i Sardi una serie di insulti e parla della Sardegna come terra rimasta ribelle alla legge del progresso, terra di barbarie in seno alla civiltà che non ha assimilato dai suoi dominatori altro che i loro vizi: una Sardegna insomma come un focolare spento, carica di barbarie.

Jourdan riesce perfino a falsificare la realtà dei Nuraghi scrivendo che  si tratta di rovine, peraltro insignificanti perché resti incontrati vicino al mare in tre o quattro punti (sic!). 

Questi Noraghi – scrive il francese – misteriosi e giganteschi, se so¬no una prova delle dominazioni subite, non sono però né così numerosi né così importanti da attestare una civiltà decadente.

   Non è da meno Honoré de Balzac, il grande romanziere francese  che visiterà la Sardegna nel 1838 e vi soggiornerà per circa tre settimane. Il suo progetto è quello di riattivare le locali miniere d’argento, attraverso lo sfruttamento di giacimenti di scorie abbandonate nell’Isola, presso l’Argentiera nella Nurra e nella zona di Domusnovas. Falliti i due tentativi, in una lettera alla sua donna, la contessa polacca Ewelina Hanska, scriverà: “L’Africa comincia qui:ho intravisto una popolazione in cenci, tutta nuda, abbronzata come gli etiopi,…ho visto cose tali come si raccontano degli Uroni e della Polinesia. Un intero regno desertico, veri selvaggi, nessuna coltivazione, savane di palme selvatiche, cisti, dovunque le capre che brucano tutti i germogli e impediscono alla vegetazione di crescere oltre la cintura”.

   Arriviamo poi alla fine dell’Ottocento, con “La scuola antropologica moderna” (sic!) degli Orano (Psicologia della Sardegna, 1892), secondo cui tutto il Nuorese è il paese classico del delitto…poiché è la razza che ripullula di una cancrena marcia, purulenta…ed è un vivaio di assassini, di belve.

Niceforo (in La Sardegna delinquente, 1897) e Lombroso vanno oltre lo stesso Orano:non solo il Nuorese ma l’intera Sardegna e il Meridione, appartengono a una razza delinquenziale,biologicamente  inferiore.

   Ma non è finita: negli anni 1960/70, su una rivista patinata e popolare, certo Augusto Guerriero, più noto come Ricciardetto scriverà che i Barbaricini occorreva “trattarli” con gas asfissianti o per lo meno paralizzanti. 

   Per arrivare ai nostri giorni nel 2016  con il  Procuratore generale di Cagliari, Roberto Saieva ed oggi con il giornalista (?) Vittorio Feltri.

Saieva  all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2016  ha sostenuto: “Altro fenomeno criminale che nel territorio del Distretto appare di rilevanti proporzioni è quello delle rapine ai danni di portavalori, organizzate normalmente con grande dispiegamento di uomini e mezzi. Diffusi sono comunque analoghi delitti ai danni di sportelli postali e di istituti bancari. E’ agevole la considerazione che nella esecuzione di questi delitti si sia principalmente trasfuso l’istinto predatorio (tipico della mentalità barbaricina) che stava alla base dei sequestri di persona a scopo di estorsione, crimine che sembrerebbe ormai scomparso”. Testuale!

Mentre nei giorni scorsi Feltri, Direttore del Quotidiano “Libero” ha affermato “credo che i meridionali, in molti casi, siano inferiori”.

Sas titulias continuano.

Buon compleanno Lenin

Oggi è il compleanno di Lenin. In suo omaggio pubblichiamo alcuni testi sul diritto all’autodeterminazione dei popoli. La traduzione è di Andrìa Pili

22 DE ABRILI 1870-2020

SA RIVOLUTZIONE SOTZIALISTA E SU DERETU DE IS NATZIONES A S’AUTODETERMINATZIONE (1916)

Su significadu de su deretu a s’autodeterminatzione de is pòpulos

“Su deretu de is natziones a s’autodeterminatzione cheret narrere isceti su deretu a s’indipendèntzia in unu sensu polìticu, su deretu a una setzessione lìbera dae sa natzione opressora. Cuncretamente, custa pregunta polìtica e democratica implicat sa libertade cumpleta de batire unu abbolotu pro sa setzessione, e libertade de cumponnere sa chistione de sa setzessione cun s’aina de unu referendum de sa natzione chi cheret setzedere. Duncas, custa pregunta no cheret narrere pregunta pro sa divisione e sa fraigadura de istados piticos ma est sa espressione lògica de sa pelea contra s’opressione natzionale in ònnia forma. Prus unu istadu democràticu reconnoschet custu deretu a si chirriare, prus dèbiles ant a essere is tendèntzias de is natziones a gherrare pro s’autodeterminatzione; proite is avantàgios de is istados mannos-siat pro su megioru econòmicu, siat pro is interessos de is massas- sunt chena duda ladinos, e custos avantàgios s’àrtziant cun sa crèschida de su capitalismu. Reconnoschere s’autodeterminatzione no est comente faghere de sa federatzione unu printzìpiu. Unu diat podere essere contra custu printzìpiu e pro unu tzentralismu democràticu, ma diat isseberare sa federatzione a sa inegualidade intra is natziones comente unicu modellu a cara de unu tzentralismu democràticu cumpletu. Est su chi pensaiat Marx, chi puru fiat unu tzentralista, chi seberaiat sa federatzione de s’Irlanda cun s’Inghilterra a s’Irlanda suta de su cumandu de is inglesos”.

“Su fine de su sotzialismu no est isceti de abolire sa divisione presente de s’umanidade in istados piticos e isulamentos natzionales; non est de batire is natziones a essere prus acanta de is àteras, ma puru a fùndere issas. E pro lompere a custu obietivu, depimus, dae una parte, ispiegare a is massas sa natura reatzionaria de is ideas de Renner e Otto Bauer a suba de cussa chi mutint “autonomia naturale e culturale” e, dae un’àtera parte, preguntare sa liberatzione de is natziones oprimidas, non in frases chena sensu, non in decraratziones bòidas, non ponende sa chistione a pustis de sa fraigadura de su sotzialismu, ma in unu programma polìticu iscritu in una manera ladina e pretzisa chi fatzat contu in particulare de s’ipocrisia e de sa cobardia de is Sotzialistas in is natziones oprimidas. Comente s’umanidade podet otènnere s’abolitzione de is classes solu colende traessu de su perìodu de ditadura de su proletariadu, gasi s’umanidade podet otennere sa fusione inevitàbile de is natziones solu colende traessu su perìodu de liberatzione cumpleta de totas is natziones oprimidas; est a narrere cun sa libertade issoro de setzèdere”.

Sa presentada proletaria-rivolutzionaria de sa chistione de s’autodeterminatzione de is natziones

“Non solu sa pregunta pro s’autodeterminatzione de is natziones, ma ònnia puntu de su programma democràticu mìnimu nostru fiat giai istadu presentadu dae sa burghesia pitica in su XVII e XVIII sèculu. E sa burghesia pitica, chi creet in su capitalismu paghiosu, sighit oe a batire in antis custas tesis in una carrera utopista, chena bidere sa pelea de classe e su fatu chi custa est aumentada a suta de sa democratzia. S’idea de una unidade paghiosa de natziones uguales a suta de s’imperialismu, chi collionat su pòpulu, e in sa cale is Kautskistas cherent, est propiu de custa natura. Contra custa fàula, utopia oportunista, su programma de sa Sotzialdemocratzia depet marcare chi a suta de s’imperialismu sa divisione de is natziones intra oprimidas e opressoras est unu fatu fundamentale, importante e inevitàbile”.

“Su proletariadu de is natziones oprimidas non si podet allacanare a calicuna frase bòida contra is annessiones e pro is deretos uguales de ònnia natzione in generale, chi est su chi narat puru unu burghesu paghiosu. Su proletariadu non podet evàdere custa chistione dolorosa pro sa burghesia imperialista, est a nàrrere, sa chistione de is làcanas de unu istadu chi si basat a suba de s’opressione natzionale. Su proletariadu depet cumbatare contra sa tratènnida fortzada de is natziones oprimidas intro de unu istadu, e custu est pròpiu su chi cheret nàrrere sa pelea pro s’autodeterminatzione. Su proletariadu depet pedire su deretu de setzessione politica pro is colonias e pro is natziones oprimidas dae “sa pròpia” natzione. Sinuncas, s’internatzionalismu proletàriu at a abarrare una frase chena significadu: fide retzìproca e solidariedade de classe intra is traballadores de is natziones oprimidas e opressoras ant a essere impossìbiles; s’ipocrisia de is riformistas e de is sighidores de Kautsky chi abarrant a sa muda a suba de is natziones oprimidas no at a essere iscoberta”.

“Is sotzialistas de is natziones oprimidas, dae s’àtera parte, depent gherrare meda pro mantennere s’unidade intra is traballadores de is natziones oprimidas e cussos de is natziones opressoras. Chena custa unidade, bidende totu is òperas malas de sa burghesia, diat essere impossìbile tènnere una polìtica proletària indipendente e sa solidariedade de classe cun su proletariadu de is àteras pàtrias; proite sa burghesia de is natziones oprimidas impreat is paràulas de liberatzione natzionale in un’aina pro collionare is traballadores: in sa polìtica interna impreat custas pro lompere a acordos reatzionarios cun sa burghesia de sa natzione dominante (che is polacos in Àustria e in Rùssia, chi aiant tratadu cun sa reatzione pro oprimere is ebreos e is ucràinos); in sa polìtica èstera si cherent acordare cun is poderes imperialistas rivales intra issos cun obietivos de isrobu (is polìticas de is istados piticos in is Balcanos etc.)”.

“Su fatu chi sa cumbata pro sa liberatzione natzionale contra unu podere imperialista, in cunditziones determinadas, potzat essere impreada dae un’àteru podere imperialista non diat deper tennere importàntzia, pro batire sa Sotzialdemocratzia a rinuntziare a su reconnoschimentu suo de su deretu de is natziones a si autodeterminare, che is frases republicanas de is burghesos –  impreadas pro s’ingannu polìticu e is furas finantziàrias – non podent nos faghere rinuntziare a su republicanismu”.

 

Illustrazione di Salvatore Palita

Caminera Noa: Basta con gli sceriffi… Torniamo a vivere!

Il movimento popolare sardo Caminera Noa non ha dubbi, la gestione dell’ordine pubblico sta assumendo preoccupanti tratti autoritari: «l’episodio di Sassari in cui la polizia locale esercita una violenza ingiustificata nei confronti di due cittadini, come documentato da ben tre video che girano in queste ore in rete fra lo sgomento e la preoccupazione di centinaia di persone, è il segnale che, nella gestione dell’emergenza sanitaria, si sta mettendo la popolazione alla mercé delle forze dell’ordine» dichiara in una nota stampa Giovanni Fara, membro del Coordinamento politico del movimento.

«La misura è ormai colma – prosegue Fara – e la paziente tolleranza dimostrata dai cittadini, che hanno rispettato in maniera assolutamente composta le prescrizioni sul distanziamento fisico, sta dando adito a comportamenti inaccettabili da parte delle forze di polizia e il moltiplicarsi di segnalazioni di abusi in tutta l’isola è ormai sotto gli occhi di tutti».

«Caminera Noa – continua la nota – esprime preoccupazione per una gestione della crisi che vede l’applicazione di misure incongrue, irrazionali e indiscriminatamente punitive. Sindaci sceriffi che danno disposizioni più aspre rispetto a quelle del governo italiano, dimostrando tutta l’inadeguatezza della polizia locale nella gestione dell’emergenza».

«Perseguire chi cammina da solo in campagne sperdute – aggiunge Fara – multare runners solitari e persone conviventi che fanno la spesa in coppia, non ha il benché minimo fondamento epidemiologico.

A chi sono ascrivibili le responsabilità dei focolai presenti in Sardegna? Gli attivisti del movimento sardo ritengono che la classe politica sarda stia cercando di scaricare sulle spalle dei comuni cittadini responsabilità politiche che invece dovrebbe assumersi. La repressione crescente a cui stiamo assistendo è soltanto «un modo per costringere la popolazione a pensare di essere la prima causa del contagio anziché vittima di una malasanità e di una politica non all’altezza della situazione.

A concludere è Luana Farina, portavoce del movimento sardo: «Chiediamo che si allentino i controlli nei confronti dei cittadini e che si avvii subito un piano di ripresa delle attività economiche che consenta dal 4 maggio di ritornare a vivere, nel rispetto di tutte le misure di distanziamento fisico e di sicurezza, nell’interesse dei sardi che non devono diventare merce di scambio nello scontro tra il Presidente del consiglio Giuseppe Conte e Matteo Salvini, come nel caso della triste vicenda sulle mancate riaperture delle librerie nell’isola per l’ubbidienza servile del presidente Christian Solinas al suo alleato leghista».

La Quarantena in sardo – di Alessandro Mongili

Nella seconda settimana di quarantena, considerando il fatto che questo è un momento in cui molte persone stanno imparando a usare piattaforme come Skype, insieme a Isabella Tore e altri amici abbiamo pensato di lanciare una idea, che è diventata subito una pratica quotidiana.

L’idea è quella di condurre ogni giorno una conversazione in sardo, libera in quanto ad argomento. Ogni pomeriggio, alle 19.00, basta entrare nella pagina Facebook Rexonadas in sardu in Skype, cliccare sul link alla conversazione Skype, e seguendo le istruzioni entrare nella conversazione. D’altronde, si può accedere alla conversazione a qualsiasi ora, se si trova gente, o perfino aprirne un’altra, magari tematica, se si vuole sviluppare un argomento, partendo stavolta da Skype e incollando il link del collegamento alla conversazione sulla pagina Facebook. Per ora, però, questa modalità non ha avuto successo e tutti vogliono entrare nella rexonada principale. Così come sinora nessuno ha proposto o introdotto altre piattaforme al di fuori di Skype, tutte cose possibilissime e gradite. L’iniziativa è aperta a ogni sperimentazione.

L’unica consegna, è parlare in sardo. Fino a ora ci sono già 120 persone nel gruppo. Però le persone che sinora si sono impegnate a usare i link e accedere alla conversazione non sono più di venti. Partecipano alla conversazioni moltissime persone che non risiedono in Sardegna. La cosa più significativa è che le persone parlano il sardo in tutte le varianti e si capiscono completamente. In secondo luogo, c’è un apprendimento continuo di parole che appartengono ad altre varianti. Ma forse la cosa più importante è che in un clima inclusivo e non giudicante, le persone parlano liberamente in sardo senza troppa vergogna per la qualità della loro competenza linguistica, e imparano. Bolotanesi di Malta, trataliesi di Cork, cagliaritani, nuoresi, oristanesi e sassaresi, da Barcellona o da Posada, eccoci tutti a condividere una lingua. Giovani, uomini e donne fatte o pensionati. È una bellissima esperienza, anche umana, in cui alla comunicazione si sostituisce finalmente l’interazione.

L’idea è partita dal fatto che per mantenere il sardo occorre parlarlo. Non sempre questo è possibile nei contesti che viviamo ma, usando le reti e le piattaforme, è possibile farlo. E allora, facciamolo.

Questo strumento si sta rivelando versatile ma anche fonte continua di sorprese linguistiche, umane, e di apprendimento. In futuro, sarebbe bello se le piattaforme possano essere usate per addestrarsi a usare il sardo anche in conversazioni fra una persona competente in modo attivo e una persona competente solo passivamente, proprio per superare il blocco che molti sardi possiedono nell’esprimersi nella nostra lingua senza subire il giudizio o lo stigma altrui.

Caminera Noa: screening di massa per tutti sardi!

Caminera Noa lancia la proposta dello screening di massa  per tutti i sardi per rendere la Sardegna virus free zone

Il movimento popolare sardo affida a tre video letti da tre attiviste la proposta di uno screening di massa per tutti i sardi. La Sardegna – inizia Emanuela Cauli – «non è minimamente in grado di affrontare nessun tipo di emergenza di tipo sanitario, neanche di portata inferiore a quella che stiamo attraversando». Caminera Noa punta il dito contro il forte ridimensionamento del servizio sanitario sardo che ha indebolito le «grandi strutture ospedaliere» e ha portato alla chiusura «di ben undici piccole, che in questo frangente sarebbero state salvavita per la popolazione». La moda è quella di paragonare la pandemia alla guerra, ma in guerra ci si va attrezzati – continua l’attivista – «recentemente abbiamo però assistito all’exploit: con la mancanza di posti letto in terapia intensiva, con la grave carenza di rianimatori ed anestesisti, nell’impossibilità di intervenire nelle urgenze, nemmeno col tanto decantato e sopravvalutato (nonché costosissimo!) servizio di elisoccorso».

La situazione oggi è indescrivibile, surreale – prosegue l’attivista Celeste Brandis – «gli ospedali e tutte le strutture sanitarie e di cura sono diventati i luoghi a più alto rischio di contagio, qualsiasi visita (controlli, esami, follow-up) e molti interventi chirurgici (persino oncologici) sono stati rimandati, lasciando i pazienti a sé stessi». In questo desolante scenario emerge però una proposta che, secondo il movimento, potrebbe dare una speranza ai sardi.  Caminera Noa propone «un piano di screening a tappeto, con tutti i mezzi a disposizione, tamponi, test o qualsiasi altro strumento ritenuto efficace allo stato attuale da studi scientifici, partendo ovviamente dalle categorie in prima linea nel fronteggiare l’emergenza e dalle categorie a rischio, che spesso coincidono». Il piano di screening – prosegue l’attivista – «potrebbe permetterci la riapertura graduale e monitorata; contemporaneamente tutelerebbe sia i soggetti non infetti, che potrebbero riprendere le loro attività quotidiane, sia i soggetti a rischio che gli eventuali asintomatici». Ma come finanziare lo screening? La portavoce del movimento Luana Farina, a cui è affidata l’ultima parte del video, non ha alcun dubbio: «oltre che coi finanziamenti già previsti allo scopo dal Ministero della salute, oltre a poter usufruire di parte dei fondi già destinati dal bilancio regionale alla sanità pubblica e privata, la regione Sardegna potrà dotarsi di tutto l’occorrente (macchinari, personale medico dedicato, kit diagnostici appropriati) usando i fondi destinati al Mater Olbia e alle altre cliniche private foraggiate con fondi pubblici, bloccando e fiscalizzando i fondi già stanziati per il biennio 20-21 e approvati all’unanimità nel luglio 2019 (legge “Prima variazione di bilancio per l’avvio delle attività del Mater Olbia”) che ammontano a circa 130 milioni di euro».

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