10 tesi per l’indipendenza: entro 5 anni un referendum

I militanti di Antudo (acronimo del motto dei Vespri siciliani “animus tuus dominus”, ovvero “Il coraggio sia il tuo signore”) che hanno presentato le tesi indipendentiste

Nei locali dell’ Auditorium San Mattia ai Crociferi di Palermo, centinaia di indipendentisti provenienti da tutta la Sicilia si sono ritrovati ​in occasione del primo incontro pubblico di Antudo organizzato per la​ presentazione ai siciliani e alle siciliane delle dieci tesi elaborate per delineare il manifesto fondativo, il panorama politico e culturale dentro il quale si andrà a sviluppare il nuovo progetto politico pensato per l’indipendenza della Sicilia.
Una serie di interventi hanno battuto il tempo di questo importante pomeriggio per tutti i siciliani:​ quadro della situazione politica nazionale e internazionale, presentazione delle​ 10 tesi, problematiche degli enti territoriali.

Entro cinque anni faremo un referendum. Faremo un referendum per l’abolizione dell’articolo 1 dello Statuto speciale, quello che ci tiene dentro l’unità politica dello Stato Italiano. Faremo un referendum per l’indipendenza della Sicilia. Una domanda semplice: «Vuoi che la Sicilia sia indipendente»? Sì o No” afferma Luigi Sturniolo di Antudo.
“Antudo – si legge in una nota dei promotori dell’incontro – è dunque l’espressione dell’Indipendenza della Sicilia contro la dipendenza dallo Stato Italiano e dal modello di sviluppo capitalistico che sull’Isola ha prodotto solo disoccupazione, precarietà, devastazione ambientale, emigrazione forzata.
Si è poi fatto notare come, dentro questo quadro a tinte fosche, una larga parte dei Comuni siciliani siano in dissesto finanziario e incapaci di fornire servizi e cura ai cittadini, come il rientro dal debito imponga agli abitanti dell’isola un regime di austerità e di aumento ai massimi livelli dei tributi locali. Penuria di risorse da parte degli enti locali e mancanza di infrastrutture costituiscono un dispositivo politico e sociale che assume un carattere recessivo e disegna un futuro grigio per l’isola”. “In un’epoca in cui il potere decisionale si sposta sempre più lontano dai luoghi su cui poi esercita il proprio controllo e si concentra nelle mani di pochissime istituzioni internazionali, diviene urgente rilanciare una politica che dal basso affermi la​ chiara e determinata volontà di decidere riguardo le sorti della propria terra” conclude​ Sturniolo.

Di seguito le dieci tesi per l’indipendenza della Sicilia

Dieci tesi per l’indipendenza siciliana.

 La Sicilia di domani sarà quale noi la vogliamo: pacifica, laboriosa, ricca, felice, senza tiranni e senza sfruttatori!

1) Va costruita un’organizzazione politica di massa, autonoma, articolata e radicata sul territorio, il cui programma, le cui attività, i cui militanti abbiano come finalità la liberazione dei territori di Sicilia. Senza indipendenza politica non c’è alcun processo di indipendenza sociale.

2) Senza indipendenza politica dallo Stato Italiano non c’è alcuna indipendenza reale dei territori siciliani. Bisogna avere la forza di immaginare una Sicilia senza lo Stato d’Italia, libera dallo Stato d’Italia. Bisogna avere l’ardire di immaginare una Sicilia senza organizzazione statale, libera dalla sovranità statale. Lo Stato d’Italia è la forma politica particolare che assume l’amministrazione del nostro assoggettamento e del nostro sfruttamento. Essere contro lo Stato Italiano non significa essere contro i territori italiani e i loro abitanti. Il percorso di indipendenza e liberazione dallo Stato non è un percorso esclusivo, ma deve potersi riprodurre anche altrove, in una prospettiva di “federazione” delle libere comunità territoriali.

3) Vogliamo combattere qualunque forma di centralizzazione dei poteri che sottrae alle comunità territoriali ogni possibilità di decidere sulla propria esistenza. Storicamente, gli Stati-nazione si sono fondati sulla neutralizzazione dei territori, delle loro storie, delle loro economie, delle loro culture, dei loro sistemi relazionali; è per questo che vogliamo ricostruire i territori fuori dallo Stato e dalla formazione sociale ed economica capitalista di cui esso è espressione.

4) Liberarsi dallo Stato italiano vuol dire anche liberarsi dalle istituzioni sovranazionali che ne disciplinano l’azione. Pertanto, siamo contro la cosiddetta “Unione Europea”, quella dell’euro che ha centralizzato le scelte di politica economica, quella al servizio del grande capitale che ordina di competere sui mercati dominati dalle imprese multinazionali, quella che impone il super sfruttamento condannando alla miseria economica e sociale, quella delle aree privilegiate e di quelle dismesse e abbandonate.

5) La Sicilia è caratterizzata da una pluralità di territori che il sistema sociale dominante ha ridotto a piattaforme militari e logistiche, serbatoi di forza-lavoro da esportare, sedi delle produzioni più sporche e più nocive, filiere dei rifiuti. Vogliamo l’indipendenza per fermare questo processo di degradazione sociale e politica che non ha fine. Vogliamo l’indipendenza per tirarci fuori dal disastro. L’indipendenza che vogliamo costruisce l’autogoverno dei territori, liberandoli ad un tempo dalla dipendenza dall’economia del profitto e dalle istituzioni (nazionali e sovranazionali) che ne garantiscono il dominio. Solo pensando a forme non statuali di governo sarà possibile una reale indipendenza dei territori e una reale democrazia diretta. Il governo si eserciterà attraverso le Comuni territoriali, libere elezioni e assemblee legislative.

6) Lo Stato modella la società, organizza i rapporti sociali intorno all’idea di “maschio dominante”. Il primo dominio che impone è quello di genere; informa i corpi, attribuisce norme, impone ruoli che opprimono le donne. Le donne siciliane vivono su di sé la doppia contraddizione di afferenza al genere femminile e appartenenza a un territorio oppresso. Non possono, dunque, che avere un ruolo centrale nel processo di indipendenza della terra dallo Stato centrale. Indipendenza che si realizza a partire dal territorio inteso non solo come lo spazio dei rapporti di produzione e di estrazione di ricchezza, ma anche come il luogo delle relazioni sociali di cui le donne, materialmente e storicamente, sono le custodi. È quindi a partire da esse, dallo stravolgimento dell’organizzazione sociale patriarcale, di cui lo Stato è l’esecutore, che si realizza la liberazione della donna, presupposto imprescindibile del processo di indipendenza della Sicilia.

7) Conquistare l’indipendenza non è un “colpo di mano”. È un processo sociale e culturale che restituisce ai territori, ai suoi abitanti, il protagonismo, la fierezza e l’orgoglio di promuovere il proprio sviluppo; è un percorso di “erosione” del potere dominante (politico, economico e ideologico), di riscrittura della storia e di scrittura del futuro. È sulle solide basi di un potere sociale alternativo e del suo “funzionamento” che sarà possibile conquistare l’indipendenza.

8) I nostri territori si trovano sull’orlo della catastrofe. Un disastro ecologico e sociale indotto da un’idea di sviluppo per “competizione e sfruttamento”, dal mercato globale, dall’economia predatoria dei grandi cacciatori di affari e dall’assoggettamento coloniale. Ripensare l’economia dei territori come processo di ricostruzione delle basi materiali di sviluppo locale significa produrre progetti di territorio fondati sul risanamento e sulla valorizzazione dei “beni patrimoniali del territorio”, significa mettere al centro la sostenibilità sociale e ambientale di tali progetti armonizzando i fattori produttivi a quelli ambientali, sociali e culturali. Una pianificazione regionale è possibile a partire dal risanamento delle condizioni disastrate in cui si trova la Sicilia.

9) Alla cultura economica dominante, basata sulla competizione e sullo sfruttamento, opponiamo una cultura economica fondata sulla cooperazione e la solidarietà. È necessario affiancare, favorire e promuovere tutte le iniziative sociali ed economiche che si muovono sul terreno del mutualismo e della produzione di beni di qualità. È necessario affiancare, favorire e promuovere forme e associazioni di assistenza e mutuo soccorso, solidarietà e cooperazione sociale, contrastando le iniziative economiche ad alta concentrazione di capitale e ad alto sfruttamento. È solo con l’indipendenza politica che all’economia centrata sui bisogni effimeri e sul consumismo si potrà sostituire un’economia per la produzione di ricchezza sociale durevole.

10) Ovunque ci sono lotte e resistenze, va aiutata la costituzione di assemblee territoriali, comitati, circoli e va favorita la loro connessione e la loro rete. Saranno queste le basi delle “istituzioni locali” attraverso le quali il territorio potrà prendere la parola e decidere. È questa la forma del “nuovo potere”. Ogni iniziativa sociale, ogni campagna, ogni evento dovrà contenere questo, di principio: sono gli abitanti dei territori a decidere della propria vita. Quando saranno gli abitanti a decidere, quando la Sicilia potrà decidere da sola, andrà meglio.

Estate 2019.

AnTuDo

Corona Virus: in Sardegna l’epidemia c’è già ed è drammatica

di Claudia Aru 
– La Sardegna ha il primato mondiale della più alta incidenza della sclerosi multipla anche in età pediatrica, di due-tre volte superiore, con 2,85 nuovi casi l’anno fra i sardi under 18, cui si aggiunge uno 0,68 per le diagnosi di Cis (Clinically isolated syndrome), considerata l’esordio della SM.
-Diagnosi di tumore in aumento in Sardegna dove la sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è inferiore rispetto alla media nazionale raggiungendo infatti il 60% fra le donne (63% Italia) e il 49% fra gli uomini (54% Italia). Pochi sardi seguono stili di vita sani: il 25,1% è sedentario. Non solo. Il 28,4% è in sovrappeso (e il 10,4% obeso), il 25,4% fuma. ed è superiore alla media nazionale (17,1%) la percentuale dei cittadini che assumono alcol in quantità a rischio per la salute (20,5%). I casi di tumore registrati sono 10.200 (6mila uomini e 4.200 donne), 200 in più rispetto al 2018 (5200 uomini e 4.800 donne).
– Sono quarantamila i malati di Alzheimer in Sardegna. Una patologia difficile da affrontare, ma soprattutto complicata da riconoscere e diagnosticare. In tutta Italia, secondo uno studio a livello nazionale, sono un milione e duecentomila le persone affette da questa malattia e ci sono oltre 700mila persone che ancora non sanno di essere malate. E la Sardegna è tra le regioni dove la patologia ha un’incidenza tra le più alte, collocandosi al dodicesimo posto nazionale, ma è tra le prima livello territoriale per tasso di mortalità con il triste primato del Sulcis.
– Ogni anno in Sardegna si registrano 45 nuovi casi di diabete ogni 100 mila abitanti. Un triste primato che pone l’Isola tra le prime regioni mondiali per l’incidenza della patologia nella fascia da zero a 14 anni.
Complessivamente si calcolano circa 70 mila malati dei quali 25 mila non sanno di esserlo e si stima che nel 2025 ci sarà un incremento del 21%.
– la Sardegna purtroppo conferma un triste primato che certamente non avremmo mai voluto avere. Prima in Italia nella classifica dei suicidi: 20,4 uomini e 4,5 donne su 100 mila abitanti contro circa 5 casi su 100 mila di media nelle regioni del Sud Italia. Numeri che fanno riflettere. L’OMS stima che ogni anno nel mondo muoiano un milione di persone per suicidio, 4000 in Italia.
– Sono oltre 56mila gli ettari di territorio sardo contaminato secondo i dati diffusi dal ministero dell‘Ambiente. Un numero preoccupante che porta l’Isola a essere la seconda regione in Italia, dopo il Piemonte che ha un territorio complessivo di quasi 90mila ettari. L’inquinamento a terra si estende per 21.625 ettari mentre la contaminazione del mare risulta addirittura più ampia raggiungendo i 35.164 ettari.
-Svegliatevi, cazzo.

Sui lavoratori Conad mentivano tutti. A Sassari l’assemblea cittadina

L’avevano detto a gran voce: il passaggio Auchan-Conad era di fatto una liquidazione fallimentare sottoscritta sulla pelle dei lavoratori e, in particolare in Sardegna, si trattava di un danno oltre la beffa dopo anni di porte spalancate alle multinazionali della Grande Distribuzione con il cavallo di Troia dei posti di lavoro. Caminera Noa, Sardegna Rossa, Potere al Popolo e Rifondazione Comunista hanno organizzato lo scorso 8 febbraio un sit in congiunto agli Auchan di Sassari e di S. Gilla (Cagliari) per rilanciare una mobilitazione dentro e fuori le mura dei mega mercati e per ribadire un concetto semplice: le persone lavoratrici non sono cose da poter mettere da parte in un semplice passaggio commerciale, a dispetto degli slogan utilizzati dai colossi della distribuzione per vendere di più.

Ma Conad e Auchan non sono i soli responsabili di questo disastro. La signora assessora  al lavoro Alessandra Zedda che ha “rassicurato” dichiarando alla stampa che nel 2020 non ci saranno licenziamenti, è stata poi zittita dalla notizia diramata il giorno di S. Valentino (14 febbraio) sulla richiesta di cassa integrazione  per 5.300 lavoratori (a livello statale). I sindacati confederali dal canto loro si sono guardati bene dal proclamare lo sciopero  generale di tutti i lavoratori Conad, che in effetti era l’unica arma che poteva creare problemi alla proprietà.

 

Nel silenzio generale che sta nuovamente calando sulla vicenda le organizzazioni che si battono per una trasformazione sociale e per l’autodeterminazione del popolo sardo fanno la loro seconda mossa e convocano una prima assemblea cittadina a Sassari sulla vertenza.
Di seguito l’appello diffuso sui social e ai media:

Con il passaggio di consegne Auchan-Conad più di 400 lavoratori sardi rischiano di perdere il lavoro. Oggi in Sardegna perdere il lavoro significa con tutta probabilità restare disoccupati o dover emigrare. La proprietà fa domanda di cassa integrazione, ma allo stesso tempo elargisce vuote promesse di riassunzioni. La Regione Autonoma pende dalle labbra dei privati e non mostra i muscoli ad una Grande Distribuzione che in Sardegna ha fatto sempre ciò che ha voluto e ora tratta i dipendenti non come persone ma come cose.
I sindacati confederali sonnecchiano e non usano l’unica vera arma in mano ai lavoratori: lo sciopero generale di tutti i laviratori Conad. Tocca a noi scendere in piazza per dire che la nostra Isola non è un Supermercato e che le persone non devono essere trattate come cose. Decidiamo cosa fare per non lasciare i lavoratori CONAD-AUCHAN da soli!

Caminera Noa, Rifondazione Comunista, Sardegna Rossa, Domo de Totus, Potere al Popolo

L’assemblea cittadina è prevista per giovedì 27 febbraio, a Sassari, alle ore 18:30, nella casa del popolo Sa Domo de Totus, via Cetti 2 d. 

 

Il reato di solidarietà

di Gianluigi Deiana
Il caso della famiglia spano: appello per l’assoluzione del collettivo ‘furia rossa’ di Oristano
Si avvia alla conclusione presso il tribunale di Oristano il processo intentato contro tre giovani attivisti del Collettivo Furia Rossa, per un articolo di critica dell’operato della Questura in occasione di uno sfratto, avvenuto nel 2015 nelle campagne di Arborea.
La vicenda, maturata a causa della situazione debitoria di una azienda familiare nel rapporto con una banca, aveva comportato l’abbandono forzato della fattoria e dell’abitazione da parte della famiglia Spanu, da un lato con l’intervento attivo della forza pubblica e dall’altro con il dispiegamento di una resistenza passiva da parte della rete di solidarietà maturata in quei giorni.
La gravità del fatto (catena debitoria, perdita dei beni primari) era apparsa emblematica della precipitazione sociale nella quale stavano cadendo molte famiglie contadine; e tuttavia questa gravità, che costituisce il centro del problema, è stata successivamente adombrata dalla ribalta che si è determinata con la denuncia di diffamazione, elevata per iniziativa della Questura medesima a carico di alcuni dei contestatori di prima linea, appunto il Collettivo Furia Rossa. In ragione di un epiteto, che si assume come volgare ma di uso assolutamente comune e nei contesti più svariati, i giovani Davide Pinna, Mario Figus e Marco Contu sono stati chiamati a processo con una richiesta di risarcimento di oltre duecentomila euro da parte dei denuncianti e di otto mesi di reclusione da parte del pubblico ministero.
Se emblematica e cinica era apparsa la vicenda Spanu, questa sua conseguenza apparentemente secondaria ne replica in automatico la pesantezza e la gravità; la questione si configura ora in modo compiuto e assolutamente semplice:
come sia possibile che vecchi contadini che non hanno commesso reati siano rovinati per sempre nell’indifferenza generale, e come sia possibile che giovani studenti, incensurati fin nei registri di scuola, che non sono rimasti indifferenti a quella vicenda, debbano rischiare di subire la stessa sorte.
Non è per questo genere di avvitamenti che i cittadini necessitano degli istituti di polizia: noi che di questi studenti siamo stati maestri, noi cittadini, abbiamo conformato il nostro insegnamento al principio che proprio l’indifferenza è il maggior pericolo sociale, in quanto complice perpetuo delle ingiustizie conclamate e delle storture che possono generarsi nei periodi di crisi, ed è il massimo agente diseducativo, in quanto è il più pervasivo e impunito dei mali della società; le impertinenze verbali, in questa difficile composizione delle ragioni, non si castigano per via giudiziaria.
Vorremmo sollecitare i denuncianti a ritirare la loro iniziativa giudiziaria, in rispetto di questo principio superiore che primariamente deve ispirare anche la loro funzione; manifestiamo a Davide, Mario e Marco la nostra solidarietà, e chiediamo la loro piena assoluzione.
CHIUNQUE VOGLIA SOTTOSCRIVERE QUESTA DICHIARAZIONE PUÒ FARLO DIRETTAMENTE A COMMENTO DI QUESTO POST E PUÒ EVENTUALMENTE CONDIVIDERLO CONTRIBUENDO ALLA SUA DIFFUSIONE

La ferocia dei tiranni sabaudi sbarca al Senato della Repubblica

Lo storico Francesco Casula autore del best-seller di saggistica storica “Carlo Felice e i tiranni sabaudi”
di Francesco Casula

IL SENSO DI UNA PRESENTAZIONE

Il 21 a Roma Per presentare “Carlo Felice e i tiranni sabaudi” Nella Biblioteca del Senato. Per raccontare la nostra storia. Interrata cancellata abrasa. O comunque compressa. Più spesso mistificata e persino falsificata: nei libri scolastici come nei Media. Per imporci una storia italo centrica e nord centrica: Una storia oleografica. Patriottarda. Retorica: “delle magnifiche sorti e progressive” del Risorgimento e dell’Unità d’Italia. Occultando “di che lacrime grondino e di che sangue”: il loro Risorgimento, la loro Unità, le loro Guerre. Con i Sardi “cattivi banditi in tempo di pace, ma eroi buoni in tempo di guerra; in guerra nelle patrie trincee, in pace nelle patrie galere” (Cicitu Masala). A Roma non per fare piagnistei o esprimere lamentazioni o pietire qualche elemosina. E neppure per pelose rivendicazioni, con il cappello in mano. Ma per affermare il nostro diritto a insegnare e imparare la nostra storia vera: libera e liberata dalle incrostazioni di una storiografia manipolatrice. Per affermare il nostro diritto e la nostra libertà di liquidare dalle nostre VIE e PIAZZE i tiranni sabaudi e i loro cortigiani e compari, per intitolarle alle donne e agli uomini sardi de balia: senza che bracci più o meno armati del Leviatano statale italico, (Prefetti e soprintendenti) ce lo impediscano e ce lo vietino.

Con e per i precari della scuola. La prima uscita della nuova piattaforma politica sarda

 

La locandina della nuova piattaforma politica delle forze anticapitaliste e per l’autodeterminazione. Quella in difesa della scuola sarda e della mobilitazione dei precari è la prima uscita pubblica della piattaforma.

Si erano riuniti lo scorso 18 gennaio a Pirri, nella sede di Potere al Popolo con una domanda “S’ite fàghere“. Si proponevano di lavorare insieme per dare forma ad una piattaforma in cui lavorare su temi condivisi, in una cornice di riferimento politica che comprendeva forze della sinistra anticapitalista, ambientaliste e forze che si battono per una reale e compiuta autodeterminazione del Popolo Sardo

La novità è che non ci sono elezioni in vista e non ci sono figure dominanti (e comprimenti) a smazzare le carte.

La prima occasione di uscita di una piattaforma che ancora non ha un nome e che non si è presentata alla stampa né al vasto mondo dell’attivismo di sinistra e indipendentista, è la mobilitazione dei precari della scuola che in Sardegna rischiano doppiamente di essere espulsi dal mondo della scuola dopo averla sostenuta per circa un decennio. 

Riceviamo e pubblichiamo volentieri il documento che chiama alla mobilitazione. I soggetti firmatari sono Caminera Noa, Potere al Popolo, Rifondazione Comunista, Sardegna Possibile, Cobas Sardegna, in collaborazione con il Coordinamento Precari Autoconvocati della scuola.

Per ora si prevede una mobilitazione a Sassari, ma non è escluso che nei prossimi giorni venga lanciata almeno anche a Cagliari

 

Mobilitiamoci con e per i Precari della scuola

Il Decreto Scuola 2019 (DL 29 Ottobre 2019 n. 126) viene chiamato “salva precari” ma in realtà avrà conseguenze drammatiche proprio sulla vita di migliaia di precari della scuola. Infatti le norme da esso previste rischiano di cancellare tanti anni di servizio prestati nella scuola pubblica da parte di chi, nei fatti, ha sostenuto la scuola pubblica. La prova selettiva del concorso straordinario consisterà in un test nozionistico con quesiti a risposta multipla (senza per altro avere a disposizione la griglia base delle domande) attraverso il quale si presume di poter valutare docenti che hanno anche quindici anni di insegnamento alle spalle. E sarà – drammaticamente – per molti una prova da “dentro o fuori”. Chi non risulterà vincitore o idoneo (la prova si supera con i 7/10 delle risposte esatte) non potrà neanche abilitarsi, come invece sarebbe dovuto accadere in base ai percorsi abilitanti speciali (PAS) inizialmente previsti dall’intesa con il primo governo Conte, ma successivamente cancellati dal Decreto Scuola appena approvato.

⚠️Per gli insegnanti precari della Sardegna gli effetti del nuovo provvedimento saranno anche peggiori. Attualmente nell’isola i posti cattedra vacanti sono circa 5000, di cui 3000 su sostegno. Oggi queste cattedre vengono ricoperte con incarichi annuali affidati ai docenti precari iscritti nelle graduatorie di terza fascia. Tuttavia la maggior parte di questi posti non rientrano nel c.d. “organico di diritto” e pertanto non saranno disponibili per essere messi al bando nel prossimo concorso straordinario. Infatti il MIUR ha già reso noto che i concorsi non saranno banditi per tutte le Classi di Concorso (discipline) e per tutte le regioni. La volontà del Ministero è evidentemente quella di assegnare il maggior numero di bandi alle regioni più popolose e con un maggior numero di cattedre vacanti. ‼️La Sardegna, come già accadde nel concorso 2016, si troverà ancora una volta penalizzata e si avrà pertanto un concorso su base regionale con pochi posti a disposizione rispetto ad una esigenza molto più grande di ruoli da ricoprire. I docenti precari saranno ancora una volta penalizzati e non verrà riconosciuto loro il prezioso lavoro che ha di fatto tenuto in piedi la scuola pubblica in questi anni
La beffa per la scuola sarda è che oggi dovremmo parlare di nuove assunzioni e non di rischiare di perdere fino a 5000 posti che ogni anno assicurano uno stipendio ad altrettanti lavoratori e alla scuola sarda un rapporto lavorativo e professionale fra chi ha un progetto di vita nell’isola e il mondo della scuola.

Infatti la Regione Autonoma della Sardegna (Soru-Cappellacci-Pigliaru) negli ultimi 15 anni ha tagliato le autonomie scolastiche da 412 a 276, tagliando tutte quelle al di sotto dei 600 alunni (con la sola eccezione dei Comuni montani e delle piccole Isole dove il numero di alunni per mantenere l’autonomia è di 400).
⚖️La giusta richiesta dei Cobas riguarda questo aspetto: non è possibile applicare pedissequamente le leggi statale in un contesto come la Sardegna con la più alta dispersione scolastica dello stato. La Sardegna è un’isola mal collegata, presenta la più bassa densità abitativa d’Europa e la popolazione si concentra soprattutto in alcuni centri, come Cagliari. Tutto questo non sembra interessare né il MIUR, né la Regione “Autonoma”, né l’Ufficio scolastico Regionale che applicano in maniera ragioneristica le “direttive” e chiudono anche scuole che non arrivano a 600 alunni per una manciata di unità.

Inoltre la Sardegna è anche minoranza linguistica e la normativa prevede che per le minoranze linguistiche il numero degli studenti per conservare una autonomia scolastica non è di 600, bensì è di 400. Ciò avviene per esempio in Val D’Aosta, in Sud Tirol ecc… Se venisse rispettata la normativa avremo più autonomi scolastiche, più dirigenti, più personale ATA, più personale amministrativo e soprattutto 6000 cattedre in più (fonte CGIL Sardegna).

QUINDI IN BALLO CI SONO IN TOTALE FINO A 11MILA POSTI DI LAVORO, 5000 DA DIFENDERE CON LA LOTTA CONTRO QUESTO DECRETO E 6000 DA CONQUISTARE FACENDO RISPETTARE I DIRITTI POLITICI E LINGUISTICI DEI SARDI E DELLA LORO SCUOLA

Chiediamo pertanto che vengano istituiti subito percorsi di abilitazione riservati ai precari della scuola in Sardegna (PAS) riservati a chi ha prestato servizio nelle scuole della Sardegna per almeno 36 mesi.
In occasione dello sciopero di tutto il personale docente e a tempo indeterminato, determinato, ATA, atipico e precari della Scuola per l’intera giornata di venerdì 14 febbraio 2020 la piattaforma politica composta da Sardegna Possibile, Potere al Popolo, Caminera Noa, Rifondazione Comunista, Cobas Sardegna e diverse altre realtà associative, culturali e comitati territoriali della Sardegna, organizzerà, in collaborazione al Coordinamento dei Precari Autoconvocati della scuola due manifestazione a Sassari e a Cagliari.

I nuraghi non esistono

di Nicola Giua

In una guida di Storia per insegnanti elementari, di una dozzina di anni fa, ho trovato questa “interessante” scheda con la quale si vogliono evidenziare differenze costruttive in alcune diverse civiltà e aree geografiche (Mesopotamia, Egitto, Italia), in periodi che vanno dal 3mila al 2mila a.c. e dal 2mila al mille a.c..
Dalle immagini si può notare che, secondo gli autori, in Italia tra il 3mila ed il mille a.c. si viveva esclusivamente nelle capanne e poi nelle palafitte, uniche costruzioni conosciute.

La civiltà Nuragica ed i Nuraghi non sono mai esistiti (ma neanche i Pozzi Sacri, le Tombe dei Giganti…).

Ho evidenziato questo abominio storiografico alle/agli alunne/i delle mie classi proponendo la scheda con una mia didascalia.

È seguito un approfondito dibattito nel quale le/gli alunne/i delle due quarte elementari hanno espresso e sottolineato tutto il loro disappunto poiché da due anni studiano la civiltà pre Nuragica e Nuragica e, quindi, non capiscono questa grave omissione storiografica.

Ulteriori materiali per i seminari CESP-COBAS in Sardegna su “LA MAESTRA MUTA…”.

Nicola Giua – maestro

Solidarizzare ti costa? Considerazioni sul processo a Furia Rossa

 

Immagine tratta da Link Oristano
di Danilo Lampis

Sarebbe bene che si sentisse in tutta la Sardegna una voce plurale di sdegno e solidarietà per quanto sta accadendo a tre giovani lavoratori precari e studenti impegnati da più di un decennio dalla parte dei diritti dei più deboli.
I fatti sono questi: dopo uno sfratto avvenuto nel gennaio 2015, appariva sul blog del collettivo La Furia Rossa, un articolo in cui si condannava come “violenza di stato” la condotta di chi aveva guidato le operazioni.
Per la sola colpa di aver fatto pubblicare sul proprio blog l’articolo, tre giovani sono stati accusati di concorso morale e materiale in diffamazione, cui si sono aggiunte alcune aggravanti previste dal Codice Penale, con una pena che può andare dai 6 mesi ai 3 anni di reclusione o una multa che parte dai 500€, a loro volta triplicabili a causa delle aggravanti.
Due giorni fa, la pubblica accusa ha chiesto la loro condanna a 8 mesi di reclusione. La parte civile – l’ex questore, il capo della digos e un poliziotto – che recrimina, mediante il risarcimento di 220mila euro, l’“ingente danno morale” e l’“ingente danno esistenziale e di immagine”, ha chiesto che la eventuale condizionale venga applicata solo dopo il pagamento di 150mila euro di provvisionale.
Questo dovrebbe essere il risultato della loro solidarietà attiva nei confronti di una famiglia che ha tentato di opporsi allo sfratto della propria casa e dell’azienda agricola.
È assurdo che, con la scusa della presunta “diffamazione”, si colpisca in questo modo l’esercizio del diritto di critica sancito dalla Costituzione, rovinando – letteralmente – la vita a tre giovani.
Questa vicenda sembra voler essere una risposta “esemplare” a chi lotta per risolvere i problemi sociali della nostra isola. In realtà non fa altro che rafforzarne le ragioni per impegnarsi e cambiarla.
La sentenza sarà il 24 febbraio, e piena dev’essere la solidarietà a MarcoDavide e Mario.

Lo sgombero é violenza di Stato: lunedì il processo contro Furia Rossa

Lo sgombero é violenza di Stato: lunedì il processo contro Furia Rossa

Sono trascorsi cinque anni dall’imponente mobilitazione che portò allo sfratto della famiglia Spanu dalla loro casa e azienda agricola ad Arborea. Un centinaio i membri delle forze dell’ordine impiegati nell’operazione, tra poliziotti, carabinieri e agenti della forestale che presidiavano le campagne intorno, con tanto di elicottero e abbondanti dispositivi antisommossa.

Oggi quell’azienda, comprata all’asta fallimentare da un privato, è ancora vuota e desolata, ma gli strascichi della vicenda non si sono interrotti. Lunedì prossimo si terrà presso il Tribunale di Oristano l’udienza più importante contro tre attivisti del Collettivo Furia Rossa, querelati dall’allora Questore di Oristano Francesco Di Ruberto, dal capo della Digos Vincenzo Valerioti e dal poliziotto Andrea Brigo.

La vicenda: Dopo lo sfratto della famiglia Spanu avvenuto il 22 Gennaio 2015, appariva sul blog lafuriarossa.noblogs.org un articolo in cui, facendo la cronaca dello sgombero, si definiva “violenza di stato” quella condotta da chi durante quella giornata ha guidato le operazioni di polizia. Questo è bastato a far partire una querela e poi aprire un fascicolo contro ignoti che ha portato il Pubblico Ministero a chiedere per ben due volte l’archiviazione non trovando alcuna ipotesi di reato da formulare. Non potendo effettuare la terza archiviazione la GIP ha imposto alla Procura di formulare una imputazione facendo proprio il teorema accusatorio dei querelanti, secondo cui se chi ha scritto l’articolo non si trova, responsabili devono essere tutti, infatti “il collettivo, in ragione della sua ideologia politica, prende deliberatamente le sue decisioni collegialmente all’interno dell’intero gruppo, il quale è sempre molto coeso; quindi tutti i suoi componenti ne sono responsabili”. Così i tre attivisti della Furia Rossa si ritrovano accusati di concorso morale e materiale in diffamazione cui si aggiungono alcune aggravanti previste dal Codice Penale, con una pena che può andare dai 6 mesi ai 3 anni di reclusione o una multa che parte dai 500€, a loro volta triplicabili a causa delle aggravanti.

Alla richiesta di condanna penale hanno aggiunto anche la richiesta di risarcimento: l’ex questore Franceso Di Ruberto, il capo della digos Vincenzo Valerioti e il poliziotto Andrea Brigo hanno confermato la loro costituzione in parte civile chiedendo per i tre, lavoratori precari e studenti, una condanna al pagamento di 220.000€ per “ingente danno morale” e per “ingente danno esistenziale e di immagine”.

Il Collettivo ha invitato tutti coloro che vorranno manifestare solidarietà a manifestare davanti all’ingresso principale del Tribunale, in piazza Aldo Moro. L’udienza è fissata per le 12:30 di lunedì 27 gennaio.

La Sardegna si mobilita contro la guerra

La locandina dell’assemblea sassarese contro la guerra e contro l’occupazione militare della Sardegna
di Daniela Piras

Proposte concrete per organizzare delle mobilitazioni contro la guerra nella città di Sassari. Questo lo scopo dell’assemblea convocata ieri al circolo C.C.S. Borderline di via Rockfeller, alla quale ha partecipato qualche decina di cittadini e alcuni rappresentanti della confederazione universitaria UDU, esponenti del movimento ambientalista Fridays for Future (FfF)Caminera Noa, Liberu, Emergency, Comitato contro RWM, Rifondazione comunista, Mama Terra, A Foras e ResPublica. L’appuntamento dello scorso 20 gennaio era il secondo realizzato in pochi giorni a Sassari. Il 12 gennaio, infatti, a Sa Domo de Totus – la casa del popolo e della cultura, in via Cetti, il collettivo A Foras Nord Sardegna aveva convocato un incontro allo scopo di discutere sulle mobilitazioni di opposizione ai venti di guerra in Medio Oriente e  all’utilizzo della Sardegna come base di guerra.

Le idee riguardanti la manifestazione, prevista approssimativamente per la metà del mese prossimo, hanno fatto leva sull’importanza del coinvolgimento di più giovani possibili e sulla possibilità di abbinare ad un sit-in o corteo delle performance artistiche in grado di catalizzare l’attenzione anche dei passanti più disinteressati.

In vista di una successiva assemblea più propriamente organizzativa, e necessaria per stabilire orario e luogo esatto, l’assemblea di ieri è stata una importante occasione di confronto tra interessati di varie età e formazione.

Nel frattempo ricordiamo l’appuntamento fissato per sabato 25 gennaio a Cagliari, dove si terrà la manifestazione promossa da diverse organizzazioni: A Foras – Contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna, Associazione Antonio Gramsci – Cagliari, Potere al Popolo -Sardegna, Sa Domu – Feminismu, Sotzialismu, Indipendentzia, Su Tzirculu – Cagliari, Rete Kurdistan Sardegna, ResPublica. Il concentramento è fissato alle ore 15:30 in Piazza Trento. Il corteo, dall’emblematico slogan “Togliamo le basi alla guerra” chiederà lo stop immediato delle operazioni militari dei membri Nato  e il ritiro delle truppe dagli scenari di guerra.

Sia la manifestazione di sabato a Cagliari che quella in via di organizzazione a Sassari sono improntate sul ruolo chiave ricoperto dalla nostra isola nel contesto internazionale. La presenza di un elevato numero di basi, aeroporti e poligoni la rendono infatti un potenziale bersaglio. “Ci troviamo su una piattaforma militare al centro del Mediterraneo”, frase che è stata detta ieri al Borderline e che non ha potuto non mettere tutti d’accordo sull’importanza di acquisire consapevolezza e informazione sulla situazione internazionale e sugli equilibri che ci vedono attori, nostro malgrado.

Ecco il link dell’evento del corteo di Cagliari!