Manifestazione di Teulada contro la Trident: Prosciolte le tre militanti per irrilevanza dei fatti contestati.

Teulada

foto Roberto Pili

Manifestazione di Teulada contro la Trident: Prosciolte le tre militanti per irrilevanza dei fatti contestati.

Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale minorile di Cagliari dopo una breve udienza ha archiviato la posizione delle tre militanti contro l’occupazione militare per irrilevanza dei fatti contestati. Si chiude così il caso delle tre antimilitariste minorenni – una di 16 anni e le altre di 17 – protagoniste con un’altra ventina di attivisti della violazione del Poligono di Teulada durante la manifestazione contro l’esercitazione Trident Juncture del 3 novembre scorso, giornata culminata con cariche delle forze dell’ordine all’esterno del Poligono e lo stop delle esercitazioni intorno alle ore 15:00.

Seguirono forti polemiche riguardo la gestione della manifestazione; dal divieto di manifestazione da parte del Questore Gagliardi, motivato con la necessità “di dare un segnale forte“, ai fogli di via notificati ai militanti del Comitato Studentesco contro l’Occupazione militare, passando per l’imponente assetto militare implementato a Sant’Anna Arresi la giornata del 3 novembre come nelle due settimane precedenti. Fino alle cariche al corteo e la divulgazione di notizie false sull’interruzione dell’esercitazione NATO, come nel caso del Generale Giovanni Pintus secondo il quale lo stop era già in programma in quanto le operazioni si sarebbero dovute protrarre fino ad ora di pranzo del 3 novembre. In realtà, è noto che le attività fossero programmate fino alle ore 18:00.

Accompagnate dagli avvocati e dai genitori, le tre giovani militanti sono comparse giovedì di fronte al Gip del Tribunale minorile con l’accusa di essere entrate nella zona militare interdetta di Teulada. Erano state identificate e denunciate nel corso della protesta e oggi il giudice – come prevede l’ordinamento della giustizia minorile – doveva valutare la rilevanza dell’accusa per decide se proseguire nel giudizio, propendendo come detto per un’archiviazione.

Dopo il caso dei militanti del movimento contro l’occupazione perquisiti e fermati con l’accusa di divulgazione di materiale coperto da segreto militare, rivelatisi poi normali atti accessibili con ordinarie procedure di legge, si chiude nel migliore dei modi per le tre giovani militanti sarde l’ennesima pagina repressiva che dimostra come lo scontro in atto tra lo Stato italiano e il Popolo sardo sul versante dell’occupazione militare mantenga un ruolo di primo piano nella vita politica e sociale della Sardegna.

Al momento non sono previste altre udienze relativamente ai fatti del 3 novembre a Teulada anche se stanno giungendo nuove denunce a carico di vari militanti autori del taglio alle reti e dell’accesso al Poligono.

Il ritorno della CSS a Sassari

Il ritorno della CSS a Sassari

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Venerdì 15 aprile, in pieno centro storico di Sassari, la Cunfederatzione Sindicale Sarda ha inaugurato la sua sede. I lavori sono stati aperti in lingua sarda dal sindacalista Giuseppe Pisano, il quale ha relazionato sulla proposta lanciata di concerto con il Fronte Indipendentista Unidu e con l’Altra Sardegna di un piano triennale per il lavoro. Immediatamente dopo è intervenuto il figlio del grande architetto indipendentista Antoni Simon Mossa, a cui è stata inaugurata la sede sassarese della CSS. Predu Simon Mossa ha presentato le iniziative previste per il centenario dalla nascita (1916-2016) e ha annunciato «grandi novità venute fuori nella ricerca dei suoi documenti che presto verranno rivelate al pubblico». Ha poi preso la parola il sindacalista Vincenzo Monaco che, in catalano algherese, ha denunciato il raggiungimento del limite inferiore di sopportazione dei soprusi causati dal colonialismo e ha fatto appello ad una reazione del popolo sardo per una programmazione dal basso del nostro futuro economico, sociale, linguistico e politico. Monaco ha duramente attaccato il modello economico imposto alla società sarda che «forma giovani lavoratori per poi allontanarli dall’isola impoverendo sempre di più il nostro tessuto sociale». Ai lavoro ha partecipato anche il sindacalista catalano Carles Sastre, Segretario Generale della Confederation Sindacal Catalunya – Intersindacal che ha evidenziato i punti di contatto con la realtà lavorativa sarda e in particolare la fuga di competenze all’estero dopo essere state formate (come in Sardegna con il disastroso progetto “master and back” della giunta Soru). Sempre dalla Catalunya è intervenuto il rappresentante della Generalitat catalana Joan Elies Adell Pitarch il quale ha ribadito il carattere “rivoluzionario, pacifico e inesorabile” del processo di mobilitazione della società catalana: «noi non vogliamo l’indipendenza solo per una questione culturale o identitaria, ma perché il nostro popolo ha diritto al benessere e con la Spagna ciò non è possibile dal momento in cui i catalani non possono autodeterminare le loro scelte economiche e sociali». Joan Elies ha anche teso una mano alla Sardegna invitando i sardi a stringere rapporti sempre più stretti sia culturali che economici, perché «i popoli catalano e sardo non devono più darsi le spalle, ma cooperare nell’interesse comune indipendentemente da ciò che fanno o non fanno Roma e Madrid».
Per la CSS sassarese sono intervenuti, tutti in sardo, Gavino Piredda (settore bancario), Luana Farina (Servizi Regione) la quale ha sottolineato l’immobilismo della giunta Regionale sotto diversi punti di vista e Cristiano Sabino (scuola) che ha puntato il dito contro la «scuola italiana in Sardegna che priva i cittadini sardi del diritto di conoscere la propria storia, cultura e lingua generando analfabeti antropologici e sull’assenza di una legge regionale per la scuola».
I lavori sono stati chiusi dal segretario generale Giacomo Meloni che con un lungo e appassionato intervento, parte in sardo e parte in italiano, ha ribadito il carattere necessariamente politico e non meramente burocratico del sindacato nazionale sardo: «dobbiamo combattere un modello economico che ha distrutto la nostra terra inquinandola e creando dipendenza economica e mentale contrastando e denunciando chi ci ha ingannati, derubati e avvelenati. Se le grandi industrie che stanno in piedi solo ricevendo finanziamenti statali ci ripagassero del danno arrecatoci ci sarebbe lavoro per trent’anni con le bonifiche che oltretutto ci restituirebbero un territorio nuovamente utilizzabile»

http://www.confederazionesindacalesarda.it/

Sa Die in Tundu

Sa Die in Tundu

Sa Die in Tundu sta per arrivare alla sua seconda edizione: si tratta di un flashmob diffuso e organizzato dall’intero popolo sardo, rievocando il sentimento dell’appartenere ad un destino condiviso, per raccontare al mondo la propria storia.
L’anno scorso centinaia di sardi, in Sardigna e all’estero, hanno organizzato eventi in vista di “Sa die de sa Sardigna”, stringendosi le mani gli uni con altri e formando cerchi umani e infine scattando alcune fotografie e inviandole all’organizzazione di “Sa die in tundu”. La partecipazione è stata massiccia e, nonostante la novità dell’evento, si sono formati cerchi umani colorati e festanti nelle piazze, nei centri ricreativi, nelle scuole, intorno ai tanti beni culturali presenti nell’isola, nelle case e, le fotografie che sono arrivate da tutta la Sardegna e da diverse parti del mondo, hanno restituito uno spaccato di una società sarda innamorata della propria cultura e della propria coscienza nazionale.

Il cerchio è un simbolo molto importante per il popolo sardo, fin dall’età nuragica i sardi si mettevano in cerchio per prendere decisioni importanti, per cantare e ballare, per confrontarsi sulle questioni fondamentali della loro comunità creando così momenti di profonda condivisione.

Sa die in tundu vuole fare in modo che, attraverso questa semplice e riproducibile forma di comunicazione, tutti i sardi possano sentirsi partecipi della loro festa nazionale ricordando e rinnovando la propria storia, la propria cultura, la propria coscienza di appartenere ad una comunità ben precisa.

http://sadieintundu.net

Le ragioni del SI al referendum di domenica 17 aprile

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Le ragioni del SI al referendum di domenica 17 aprile

Con il referendum del 17 aprile si chiede di abrogare la norma che consente alle società petrolifere di estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalle coste senza limiti di tempo, fino ad esaurimento del bacino. Se prevarrà il “SI” e se verrà superato il quorum (vero ostacolo per questo referendum) le attività estrattive nei pozzi in questioni andranno progressivamente a cessare, secondo la scadenza naturale fissata al momento del rilascio delle concessioni o eventuali proroghe concesse per legge.
I movimenti indipendentisti e ambientalisti in Sardegna stanno indicando un voto per il “SI” in modo da vanificare l’azione del Governo italiano, accompagnata da un silenzio mediatico vergognoso che palesa il tentativo di boicottare questo referendum da parte delle istituzioni, e ridurre al minimo la partecipazione. Oltre a ciò va aggiunto anche il silenzio stampa sui recenti incidenti avvenuti in Francia perché potrebbero pesare sull’esito del referendum e portare le persone a votare.
Il governatore della Sardegna Pigliaru ha ricalcato sostanzialmente l’«andate al mare» del capo del Governo italiano Matteo Renzi e della CGIL.
Chi sta boicottando il referendum sostiene che una vittoria del “SI” sarà dannosa per tutta l’economia e la classe operaia in particolare, con strumentali richiami ai posti di lavoro che sarebbero a rischio. Contestualmente a questa opera di terrorismo mediatico, si assiste a schizofreniche dichiarazioni che cercano di far desistere dal SI sulla base dell’idea che il referendum – in fondo – non sposti più di tanto a beneficio dell’ambiente. “…é su una cosa infinitamente più piccola” (Francesco Pigliaru).
Ma se questa abrogazione “sposta” così poco, se non risolve come sappiamo bene tutti i problemi di un sistema a produzione capitalista, come mai tanto ardore nel terrorizzare la popolazione con lo spauracchio del crollo occupazionale?

Chi trae beneficio dalla mancata abrogazione dell’articolo non è certo la classe operaia o la collettività, bensì le multinazionali degli idrocarburi che allo Stato sono tenute a versare solo un importo corrispondente al 7% del valore della quantità di petrolio estratto o al 10% del valore della quantità di gas, somme oltretutto non dovute al di sotto di certi volumi estratti (cd franchigia). Dunque, è chiaro il vero interesse del NO o, peggio, dell’astensione: posticipare quanto più possibile gli investimenti di smantellamento e bonifica dei pozzi avuti in concessione, posticipare una qualsiasi transizione energetica sempre più urgente, il tutto estraendo sistematicamente quantitativi inferiori alla franchigia per le quali le royalties allo Stato non sono dovute. Un affare, per l’ENI. È questo il vero obiettivo di chi boicotta il referendum o spinge per un NO.

Come accennato sopra i principali movimenti indipendentisti sardi si sono schierati nettamente per il “SI”. Progres in un comunicato, attacca proprio l’intreccio tra politica italiana e multinazionali energetiche: “Is dimissiones friscas de sa Ministra de s’Isvilupu Econòmicu de su Guvernu italianu ant postu a craru – in casu bi nde esseret galu bisòngiu – de s’ammesturìtziu mannu intre sa polìtica italiana e is lobby de su petròliu e de s’energia chi, oramai a cada livellu, parent fàghere lege in is sèberos de isvilupu energèticu”.

Progres attacca poi l’ipocrisia della classe politica regionale, del tutto suddita a quella statale italiana: “E inoghe intrant in giogu is vàrios rapresentantes polìticos sardos chi in is ùrtimos meses si sunt postos che a defensores de s’ambiente, pro primu su presidente de su Consìgiu Regionale Gianfranco Ganau: dae isponsor mannu de s’ENI pro sa chìmica birde totu in una borta ambientalista a tipu Greenpeace, a cale de is duos Ganau depimus crèere?”

Anche il Fronte Indipendentista Unidu attacca la Giunta regionale in materia di politica energetica e invita «tutti i sardi a votare SI al referendum sulle trivelle per difendere i beni comuni, il Mare Mediterraneo e per rilanciare la lotta contro il colonialismo delle multinazionali e dello Stato italiano che tanto sfruttano e devastano il nostro territorio nazionale».

http://www.fronteindipendentista.org/it/

Dimandas a Pepe Coròngiu apitzu a sa limba sarda

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Dimandas a Pepe Coròngiu apitzu a sa limba sarda

Pigliaru aiat pigadu impignos pretziso pro tutelare sa limba sarda?

No, non creo chi issu apat mai sighidu sa chistione. In su programma eletorale b’aiat una frase crara meda pro sos chi abbistant in contu de limba. Faeddaiat de ‘varianti’ chi cheret nàrrere in suspu linguistichese afortiare s’aspetu de sos dialetos e non sa limba ufitziale. In prus aiat criticadu su chi si fiat fatu in antis, ochiende totu cun cun una definitzione tosta ‘politiche dubbie’ e ‘sterili slogan’

Tando isse e sa Giunta sua non tenent una politica linguistica?

A su chi amus bidu in duos annos mi paret chi nono. Est sa polìtica sòlita de sas elites in contu de limba sarda. Non lis interessat su problema de sarvare sa limba pròpria de Sardigna però faghent sa finta e atuant polìticas pro collonare su logu e istentare. Est s’ipocrisia de sa propaganda chi dat infadu.

Sa Regione at amanitzadu unu atobiu apitzu a custu tema: “Limba faeddada, limba bia” inue at allegatu fintzas s’assessore Claudia Firino. Ite ne pensas?

No at essidu peruna nova, nè perunu impignu cuncretu. Nudda.

Comente est andande s’organitzatzione de su CSU e s’atividade de su blog de arresonos in sardu LimbaSarda2.0?

Mi paret chi custas duas entidades siant andende bene pro sa punna chi si nche sunt dadas. Contare su chi acadesset in sa polìtica linguìstica e fàghere denùntzias e propostas. A bos l’immaginades sa polìtica linguìstica de custos annos sena custas fainas? Sìndrome di Stoccolma ebbia…

Pepe Coròngiu de su Coordinamentu pro su sardu ufitziale

http://salimbasarda.net

Intevista a Enrico Lobina, candidato a sindaco della lista civico-indipendentista Cagliari Città Capitale alle prossime amministrative di Cagliari

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Intevista a Enrico Lobina, candidato a sindaco della lista civico-indipendentista Cagliari Città Capitale alle prossime amministrative di Cagliari

Che cos’è CCC?

Cagliari Città Capitale è un laboratorio politico. Le politiche di austerità hanno comportato una centralizzazione dell’organizzazione statuale, che ripudia il principio della sovranità popolare. In Sardegna l’autonomismo non ha saputo sviluppare benessere duraturo e rispettoso dei beni comuni primari (suolo, aria, acqua), mortificando le vocazioni ed i saperi propri della nostra terra. Ciò è avvenuto per responsabilità delle élite locali, che non hanno saputo o voluto dare risposte all’altezza dei bisogni di benessere e di pari opportunità del popolo sardo. Consideriamo conclusa la fase dell’Autonomia e riteniamo urgente aprire un processo culturale, sociale, economico e politico che dia speranza e concretezza emancipativa alla Sardegna. Assumiamo il principio di autodeterminazione del popolo sardo e della nazione sarda, cosi come sancito dall’ONU e ratificato dalla Conferenza di Helsinki, e un modello di sviluppo sostenibile, come elementi distintivi e valoriali di riferimento, così che possa essere esercitato a tutti i livelli politici ed istituzionali il principio di sovranità e di autogoverno.

Questo progetto è oggettivamente alternativo ai progetti espressi sul piano locale, sardo ed italiano sia nel centrodestra che nel centrosinistra. A questo laboratorio aderiscono persone e organizzazioni che hanno radicamento in città e in Sardegna, soggettività di comunità che abbiano la capacità di svilupparsi in modo plurale ed inclusivo, con caratura internazionale e visione euro mediterranea.

Alle scorse comunali sei stato eletto con la coalizione del centro sinistra. Perché non ti ricandidi con Zedda?

Massimo Zedda non ha rispettato il patto con gli elettori siglato nel 2011. Nel programma elettorale della coalizione vincente si poteva per esempio leggere: “Nei prossimi cinque anni ogni giorno almeno un occupato in più, ogni giorno almeno la stabilizzazione di un precario; ogni giorno almeno un’altra donna che conquista il lavoro; ogni giorno almeno un giovane che inizi a lavorare”. E’ successo esattamente il contrario.

Le condizioni politiche del 2011, inoltre, erano completamente diverse da quelle del 2016. Non esisteva il partito della nazione (italiana). Nel 2011, inoltre, le organizzazioni indipendentiste non avevano elaborato uno specifico pensiero riguardo il lavoro da portare avanti in ambito urbano. In questi ultimi anni, invece, sia ProgRes, che il circolo Chavez, ma anche Scida, ed in misura diversa compagni che prima erano nel Fronte Unidu Indipedentista, hanno riconosciuto la strategicità, per un processo emancipativo della Sardegna, della dimensione urbana. Questo è uno dei tratti più importanti per il lavoro comune che ci aspetta dopo le elezioni comunali della capitale. Cagliari Città Capitale, inoltre, è aperta ed inclusiva anche verso tutti i non indipedentisti, che si riconoscano nel patto costitutivo. Dal punto di vista strettamente personale, le organizzazioni politiche alle quali più organicamente appartengo, il circolo Me-Ti e Sardegna Sostenibile e Sovrana, nel 2011 non esistevano. Seppur su posizioni autonome e che riconoscevano il diritto all’autodeterminazione del popolo sardo, nel 2011 ero ancora iscritto al Partito della Rifondazione Comunista, che abbiamo lasciato nel 2013.

La vostra posizione sulla lingua sarda da impiegare in maniera ufficiale nelle istituzioni della città ha suscitato scalpore. Perché porre la lingua sarda nel programma elettorale?

Casteddu est in prenu in mesu de totu su movimentu linguìsticu isulanu. Casteddu tenit unu grandu connotu de autoris in sardu, poetas, scridoris, cantadoris e cantantis connotus e pretziaus. A custa citadi, giai ca est sa capitali de is sardus, ddi spetat sa faina de donai s’esempru in su fai balli e in su ofitzializai sa lìngua nosta. Po Casteddu Citadi Capitali sa lìngua sarda est un’aina de fundamentu. Seus proponendi unu pianu stratègicu po sa lìngua nosta. Tocat a afortiai custa batalla de tzivilidadi, cun fainas pretzisas e fortis, giai ca su sardu est perdendi su logu suu in su passàgiu de babu, e mama, a fillu e in s’imperu de dònnia dii in is cuntestus pùbricus, ma finas de famìllia o de is amigus. Sa batalla po arreconnosci, fai balli e ofitzializai is lìnguas de minoria, no est una batalla de antigòriu, o po s’inserrai. Antzis, est una chistioni de is mellus “avanguàrdias” polìticas europeas e mundialis. Bolit nai a s’aberri a su mundu cuscientis de sa diversidadi culturali nosta. A connosci prus de una lìngua no strobat, ma antzis s’agiudat, a connosci lìnguas noas e si donat un’imparu modernu e multiculturali, comenti nant paricis stùdius de psicolinguìstica. Su sardu e su plurilinguismu comenti a un’aina de crescimentu culturali, chi bogat traballu e fait godangiai, chi agiudat sa màgini nosta e su turismu. Casteddu Capitali Europea de sa Cultura no at funtzionau, in mesu de is àteras cosas, poita su sardu no dd’ant carculau. Donostia/San Sebastián in su 2016 est capitali europea de sa cultura poita ant puntau meda apitzus de sa lìngua basca. Leeuwarden/Ljouwert, capitali europea de sa cultura de su 2018, at puntau meda aicetotu apitzus de sa fueddada minorizada cosa sua.

Di che cosa ha bisogno Cagliari?

A Cagliari, negli ultimi quattro anni (2011-2014) gli abitanti sono diminuiti più che nel quadriennio precedente (2008-2011). Gli iscritti ai Centri Servizi per il Lavoro, nella sola capitale, sono passati da 29.700 (maggio 2011) a 37.070 (dicembre 2014). Il tasso di disoccupazione, dal 2007 a oggi, è passato dall’11% al 19%. L’assenza, per responsabilità della Regione, di un quadro di riferimento istituzionale certo sull’articolazione dei poteri sub-regionali, e la mancata spinta riformatrice nel governo della capitale, unitamente alla rinuncia del Sindaco a porsi alla testa dei Comuni sardi nel contrasto alle politiche governative di spending-review non hanno consentito alla città di porsi come la locomotiva di un nuovo progetto di sviluppo sostenibile, capace di mettere in rete comuni e città sarde e questi in relazione con la Regione Autonoma della Sardegna e con i processi di area vasta connessi all’efficienza e all’efficacia nella gestione e allocazione dei servizi e articolati per competenze e vocazioni dei territori, secondo il principio di adeguatezza e sussidiarietà. Occorre dar voce e rappresentanza a un punto di vista organizzato e organizzabile sia per il riscatto da un’esistenza segnata dalla povertà, l’emigrazione e la solitudine di larghi ceti popolari, sia per la positiva iniziativa delle forze imprenditoriali, intellettuali, della cultura e dei servizi, che intendono concorrere alla creazione di lavoro e ricchezza diffusa orientata ai fini sociali, in un quadro di sviluppo economico sostenibile e rispettoso dell’uomo e dell’ambiente.

http://www.cagliaricittacapitale.com/it/

Alessandro Mongili – Topologie postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna

Mongili

Intervista a Alessandro Mongili sulla sua ultima ricerca.

Alessandro Mongili (1960) è professore di Sociologia generale e di Processi di modernizzazione e tecnoscienza all´Università di Padova. Ha lavorato all´Università di Cagliari. È stato visiting all´Accademia delle scienze dell´URSS (1987-1988), alle Università della California a San Diego (2004) e a Berkeley (2011), a Santa Clara (2007) e a Stanford (2008). Ha ricevuto il dottorato all´EHESS, a Parigi. Si è dedicato dapprima a ricerche sulla scienza sovietica (La chute de l´U.R.S.S. et la recherche scientifique,1998) per poi occuparsi di tecnologia e informatica (Donne al computer, con C. Casula, 2006, Tecnologia e società, 2007, Information Infrastructure(s), con G. Pellegrino, 2014). È autore di diversi saggi. Nel 1995 ha pubblicato inoltre Stalin e l´impero sovietico, tradotto in due altre lingue. È stato il primo presidente della Società Italiana di Studi sulla Scienza e la Tecnologia (STS Italia). Alla ricerca ha affiancato l´attivismo politico e gli interventi sui media.

Topologie postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna

• Che rapporto intercorre tra innovazione e arretratezza?

Innovazione è una parola oggi satura di politica e di attese quasi messianiche. Come lo sviluppo, è una parola che ha colonizzato ogni visione di divenire storico-sociale. Nei Paesi del Sud Globale o comunque etichettati come “arretrati”, come anche la Sardegna, l’innovazione è soprattutto gestita da politiche ad hoc che la riducono a pratiche lineari che seguono modelli abbastanza fallimentari. Il dato più preoccupante di queste politiche è l’esclusione che creano, e il dare per scontato il fatto che l’innovazione (e quindi la modernità) sia qualcosa che si crea solo dall’alto e seguendo “buone pratiche” che invariabilmente riproducono le gerarchie sociali esistenti, ed emarginano saperi locali e i soggetti che ne sono portatori, prima di tutto le donne, ma anche tutto quello che puzza di “troppo sardo” agli occhi dei gruppi “modernizzatori”, che sono stati selezionati negli ultimi due secoli in base all’orrore del sardo e al suo accostamento con ciò che è “arretrato” e “primitivo”. Mentre modernità e innovazione si creano ovunque, spesso in risposta a problemi da risolvere, e più in attività ordinarie che nei set smart dell’innovation da palco e da fiera, finanziata magari con i soldi pubblici.

• Qual è il compito della sociologia in una terra come la Sardegna?

La Sardegna è sconosciuta. Ridotta a epitome della “società tradizionale” e della loro “arretratezza” dalle scienze sociali convenzionali e confermative di ipotesi tarate su altri mondi. La Sardegna non ha voce. Compito degli intellettuali è quello di dare voce ai suoi fenomeni, e in particolare dar voce ai subalterni. Invece,  si tacitano in nome di paradigmi cripto-funzionalisti o costruiti in base a fenomeni propri delle società settentrionali e, nel nostro caso, “italiane”, rispetto alle quali misurare i nostri fenomeni come “scarto”. C’è molta resistenza alla concettualizzazione, che è necessaria a partire dal nostro vissuto, a costo di mettere in crisi schemi generali. Non sappiamo nulla delle aree urbane, poco del turismo, nulla del ruolo della medicina, le dinamiche culturali del cambiamento linguistico sono semplicemente irrise, nulla di fenomeni di massa come le dinamiche religiose (anche interne alla Chiesa cattolica) e del consumo (visto che ormai la produzione non esiste più). Gli studi sulla ruralità hanno prodotto qualcosa, ma stentano ancora a uscire dalla dicotomia modernità/tradizione con cui viene spiegato qualsiasi aspetto della nostra esistenza. Gli studi di storia e sociologia ambientale e l’inclusione dell’ambiente nei collettivi agenti, che è al centro del dibattito internazionale sull’Antropocene di questi ultimi anni, sono relegati a studiosi esterni all’Accademia. Tre anni fa visitai gli impianti petrolchimici di Porto Torres per una indagine esplorativa e un funzionario mi disse: “siete i primi a venire qui dall’Università negli ultimi vent’anni”. Ecco. Personalmente ho voluto dare un contributo mettendomi a studiare la tecnoscienza attraverso alcuni casi legati alla sua articolazione.

• Un libro degli anni settanta poneva questa domanda: Sardegna. Regione o colonia? Che risposta daresti oggi alla luce dei processi di impoverimento economici e culturali degli ultimi 60 anni?

Si tratta di processi di sviluppo e di “innovazione” che hanno preso inizialmente il nome di Rinascita della Sardegna e corrispondono a pratiche di modernizzazione dall’alto applicate in tutto il Sud globale, e che hanno ovunque, non solo da noi, prodotto la dislocazione delle società precedenti e risultati catastrofici. Pintore scriveva che la Sardegna è una colonia economica e non politica. Di formazione marxista ortodossa, confondeva il livello politico con quello politico-istituzionale. Sardigna è sicuramente una colonia, tanto più perché dal 1799 in poi si è creata un’alleanza di ferro fra il ceto modernizzatore locale e gli interessi stranieri interessati alla sua spoliazione e al suo sfruttamento. Istituzionalmente, queste reti d’azione hanno attraversato tre fasi, quella terminale del Regno di Sardegna, il periodo di “Fusione perfetta” e l’Autonomia, senza mai intaccare le infrastrutture della dipendenza, che capillarmente hanno dislocato la società sarda e performato la sua e nostra subalternità.

In un ambito di deterritorializzazione e di reticolarità dei fenomeni è difficile ragionare in termini stanziali in relazione a un territorio geograficamente definito come la Sardegna. Per questo nel mio libro parlo di “topologie”, cioè di relazioni omeomorfiche postcoloniali presenti in misura preoccupante in Sardegna. Politicamente, niente mi discosta negli ultimi anni dall’idea che la dipendenza e la sua continua attualizzazione, in quasi tutti gli ambiti della nostra vita sarda, sia il nostro principale problema e la causa dell’attuale catastrofe della Sardegna.

• La tua ricerca ha un debito con le analisi di Gramsci?

Gramsci l’ho incontrato nel corso della mia ricerca di risorse per una comprensione maggiore di casi di innovazione da me studiati in Sardegna. In particolare, attraverso gli storici bengalesi e americani che si sono occupati di Postcolonial e Subaltern Studies. Direi che Gramsci è stato ridotto a un cencio inamidato dalle letture togliattiane e il suo pensiero è invece vivo, e per noi Sardi da esplorare in profondità. Gramsci è un materialista non banale, la sua idea di processi materiali è oggi finalmente comprensibile in tutta la sua estensione, proprio perché il suo pensiero è libero da un naturalismo ingenuo. Gramsci è molto studiato in tutto il mondo, proprio perché non hanno conosciuto la deriva essenzialistica e passatista del dibattito “culturale” italiano. Gramsci può aiutare noi Sardi a uscire dalla dipendenza peggiore, quella culturale, e dalla nostra subalternità a una cultura oggi inutile e provinciale come quella italiana, poiché il suo punto di vista è globale proprio perché, come Pasolini, si occupò di Italia dai suoi margini, cosa che tutti noi Sardi facciamo “costitutivamente”. Sì, oggi ho un interesse enorme per la sua opera.

http://www.condaghes.com/autore.asp?id=363&ver=it

Intervista Andrìa Pili pro is “Scontri Internaziunali”

SCONTRI INTERNAZIUNALI
Intervista Andrìa Pili pro is “Scontri Internaziunali”

Andrìa Pili, SCIDA – Giovunus Indipendentistas (Casteddu)

Ite sunt is “Scontri Internaziunali” e proite Scida dae tres annos andat in ie?

Sunt unu addòbiu pro is giovanos indipendentistas europeos (ma in is ùrtimos annos ant tentu puru ospites dae foras de s’àrea europea) organizadu dae sa Ghjuventù Indipendentista corsa dae 12 annos a Corte, in sa Università di Corsica. Nos ant mutidu dae tres annos a rapresentare sa gioventude indipendentista sarda chi semus s’organizatzione giovanile indipendentista prus manna e proite giai dae cando semus naschidos – in su 2012- amus tentu semper unu ligàmene e cuntatos mannos meda cun sa GI, chi tenimus meda cosas in comunu. Est bènnida puru in Casteddu a is duos addòbios internatzionales chi amus organizados.

Cales sunt is àteras realidades giovaniles chi ant partetzipadu e cales sunt is analisis e is peleas prus de importu chi ant fatu?

In prus de sa GI e de nosàteros, bi fiant Aitzina (is giovanos de sa manca abertzale basca de Iparralde), Arran (organizatzione de giovanos cadelanos acurtzu de sa CUP), sa Unione Democràtica Araba Palestinesa e su HDP (Kurdistan). Sa GI at chistionadu a pitzu de is duas binchidas eletorales de importu, sa de is eletziones pro s’Assemblea di Corsica e sa de GI matessi a is eletziones pro is cussìgios universitarios; Arran at faeddadu de su protzessu indipendentista cadelanu dae sa positzione de sa manca indipendentista anticapitalista e feminista. Aitzina at chistionadu a pitzu de is peleas de sa manca abertzale in Iparralde pro difendere sa limba natzionale issoro e pro fraigare una regione pro is tres provintzias bascas- como sunt intro de s’Aquitania e de su dipartimentu de is Pirenèos Atlanticos- comente at chèrfidu sa majoria de is bascos chi ant votadu in una consulta organizada dae unu comitadu de meda assòtzios de sa sotziedade tzivile in casi totus is comunus de Euskadi Nord; in prus, ant faeddadu de sa chistione de is presos politicos in totu Euskal Herria- chi sunt 455, casi 100 is de Iparralde- comente de sa situatzione noa in Navarra, in ue is natzionalistas bascos guvernant gràtzias a sa majoria parlamentare cun sa manca ispanniola e Podemos chi at permitidu de pònnere a banda sa UPN, autonomistas navarros (non bascos!) de dereta, a pustis de meda annos chi ant tentu s’esecutivu.

Ais naradu chi s’universidade sarda est oligàrchica. Proite e in cale manera diat èssere gasi?

Amus iscritu chi sa protesta contra a is criterios istatales de valutatzione de s’universidade e chirca, chi ponent a riscu s’esistèntzia de is Universidades in Sardigna, est ghiada dae s’oligàrchia sarda. Sa classe academica – in antis a totus sa retora noa Maria Del Zompo- at mustradu de tènnere sa matessi visione de sa Giunta Regionale e de is parlamentares sardos de su PD (su matessi partidu chi pòmpiat sa Giunta e chi est co-responsabile de custa situatzione). Sa tesi de Pigliaru e de su PD est chi no b’at perunu progetu politicu a pitzu de custu disacatu pro nois e is àteras periferias de s’Istadu…pro issu, Renzi e Giannini no si nde sunt abbistos de su male nostru! In prus, narant chi lis depimus pònnere in mente chi sa Sardigna est una isula. Pro sa classe politica e cussa academica sarda is istudiantes sardos depent tènnere fide in su guvernu Renzi; pro sa Del Zompo, depimus torrare gràtzias a Pigliaru e a is diputados e senadores PD pro s’impignu issoro. Est una impostatzione chi non podimus cumpartire pro nudda: pro nois sa chistione de s’universidade nostra est radicale, ca pertocat sa dipendentzia politica, sotziale, economica e su neoliberalismu. Una protesta pro difendere s’universidade sarda chi non cheret gherrare contra a sa dipendèntzia e contra a su neoliberalismu (is resones a pitzu de sa contrariforma europea e italiana de s’istrutzione) e chi castiat a sa Sardigna isceti pro una resone territoriale e non comente a una comunidade distinta no at a èssere mai cumpartida dae nosateros. Pro sa classe politica, academica, economica (Alberto Scanu de sa Confindustria) est isceti una chistione de dinare in prus; pro nois est isceti cun sa soberania sarda a pitzu de s’educatzione (iscolas e universidade) e de sa chirca chi diamus pòdere a beru fraigare una Universidade pro s’isvilupu nostru e tènnere politicas pensadas pro is interessos nostros e non pro cussos de su capitale italianu. Torra: sa protesta est totu intro is relatas de s’élite sarda e italiana, cuntraria a is interessos de sa majoria de su pòpulu nostru. Is istudiantes chi ant detzisu de dda pòmpiare- s’UDU sarda de UniCa 2.0- tenent una controida manna meda de risolvere e sunt istados impreados dae sa classe acadèmica pro nàrrere chi totus is istudiantes sunt de acordiu cun issa, cuende s’esistèntzia de is boghes organizadas (nois e su CUA) o individuales chi cherent una batalla radicale e chena cumpromissos cun is inimigos nostros. Difatis no est beru chi totus is istudiantes sunt istados rapresentados: diat bastare a ligire is datos de s’astensione a is eletziones universitarias pro si agatare de is limites de sa rapresentantzia formale o a su fatu chi s’UDU sarda no apat isseberadu de impreare sa fortza sua pro batallas de importu comente sa de su Comitadu de is Istudiantes contra a s’Ocupatzione Militare o pro impedire is acordios de s’Universidade cun colonialistas comente sa Saras.

In cale manera sa pelea indipendentista est ligada a cussa pro su deretu a s’istùdiu?

Una pelea pro sa liberatzione natzionale depet èssere bona a si fàghere riferimentu pro is batallas in difesa de ònnia deretu. Est ladinu comente si potzat èssere indipendentistas e contra a su deretu a s’istùdiu (bastat a castiare a sa dereta cadelana); ma est ladinu puru comente pro difendere custu deretu est netzessàriu a èssere ligados a is interessos de sa majoria de su pòpulu nostru- pensamus a is istudiantes chi benint dae is familias traballadoras- e duncas a non èssere ligados a is poderes politicos e economicos italianos chi dae casi binti annos ant aplicadu is politicas neoliberales, classistas e pro su capitale de su Nord Italia, chi ant fatu dannos a is istudiantes e a postu a riscu s’esistèntzia matessi de s’Universidade in Sardigna. Pro custu, nois cherimus fraigare unu moimentu mannu, natzionale e anticolonialista, de is istudiantes pro su podere legislativu sardu a pitzu de iscola e universidade. Sa soberania est s’aina prus forte pro difendere is deretos de is istudiantes sardos.

Intervista a Mauro Aresu, Comitato studentesco contro l’occupazione militare della Sardegna

Intervista a Mauro Aresu, Comitato studentesco contro l’occupazione militare della Sardegna

Intervista a Mauro Aresu, Comitato studentesco contro l’occupazione militare della Sardegna
  • Alcuni militanti del Comitato studentesco contro l’occupazione militare della Sardegna sono stati perquisiti e fermati dai carabinieri venerdì 4 marzo? Tu sei tra questi. Quali sono le accuse?

Le accuse che mi vengono rivolte sono quelle di “vilipendio alle forze armate”, per una foto pubblicata dal profilo facebook del Comitato studentesco contro l’occupazione militare all’indomani del blocco delle esercitazioni militari a Teulada il 3 Novembre del 2015, e di aver reso pubblico il calendario delle esercitazioni militari in concorso con un’altra persona che mi avrebbe passato questo documento.

• Sui giornali i militari hanno parlato di una talpa dentro il Comitato paritetico per le servitù militari e diffusione di informazioni riservate. Il movimento ha 007 dentro le istituzioni?

I militari asseriscono che quel documento non potrebbe mai essere arrivato nelle mie mani se non con l’aiuto di una talpa all’interno del COMI.PA., forse hanno viaggiato un po’ troppo con la fantasia, infatti quel documento può essere richiesto all’interno di un ufficio della regione preposto a questo compito. Il consigliere comunale Enrico Lobina ha confermato ciò in un comunicato a mezzo stampa che non ha avuto grande seguito, probabilmente perché non faceva fare una bella figura all’indagine condotta dal PM Pani.

• La repressione italiana ha raggiunto i suoi obiettivi intimidatori?

Così come avvenuto all’indomani dei fogli di via che hanno preceduto la storica manifestazione alla base di Teulada, l’intimidazione ha avuto un effetto boomerang. Tantissima è stata la solidarietà, non solo all’interno della parte più militante ma anche di persone che non hanno mai avuto un ruolo all’interno della lotta. L’abuso era troppo palese. Per di più, i continui attacchi di questura e magistratura stanno rinsaldando il fronte contro l’occupazione militare.

• Quali sono i vostri obiettivi politici?

Siamo nati all’indomani della manifestazione moltitudinaria di Capo Frasca, il nostro obbiettivo era quello di diventare punto di riferimento della componente studentesca in maniera trasverale, infatti, molti di noi fanno parte di altri percorsi politici, differenti tra loro, altri sono semplici individui che vogliono lottare per la liberazione della loro terra. Vorremo essere un’esempio di come un’obbiettivo comune possa portarci, seppur nella diversità, a lottare uniti per raggiungere determinati traguardi. In sintesi quendi vorremmo che il discorso che portiamo avanti possa entrare all’interno di tutte le scuole dell’isola, passaggio che già stiamo affrontando attraverso le già numerose assemblee studentesche che abbiamo costruito in questi mesi. Assemblee che hanno lo scopo di informare e creare dibattito. Il secondo passaggio è quello di organizzarci e bloccare la macchina bellica, traguardo che siamo coscienti di non poter raggiungere da soli come componente studentesca ma che sarà raggiungibile solo con l’unità del popolo sardo.

• Come vi state muovendo per fare crescere la lotta contro l’occupazione militare della Sardegna?

Questo aprile ci muoveremo in giro per tutta la Sardegna per cercare confronto e dibattito, abbiamo preparato un documento che pone delle basi di discussione su dei punti che riteniamo indispensabili. È volutamente scevro di analisi, avremmo potuto stilare una tesi di decine di pagine ma preferivamo mettere degli spunti per poter dare dare uno spunto iniziale al dibattito. Gli obbiettivi dichiarati sono quelli di conoscere altre realtà, di creare un’assemblea per maggio che sia discussa fra più parti e non calata dall’alto in base alle emergenze che ci si pondo davanti, creare un primo momento nazionale che testi un nuovo modo di organizzarsi. Abbiamo tante altre proposte, anche queste eviteremo di metterle per iscritto sempre per la stessa volontà ad aprire un momento di dibattito, affinché non si pensi che il movimento contro l’occupazione militare non sia ad appannaggio di questo o quell’altro gruppo. Chi desidera questo momento di dibattito non deve far altro che scriverci alla pagina del comitato o alla mail.

Caso Quirra: parla Gianfranco Sollai

Caso Quirra: parla Gianfranco Sollai

Oggigiorno sappiamo del disastro ambientale dovuto all’assidua attività bellica svolta nel poligono sperimentale di addestramento interforze del Salto di Quirra, nato nel 1956; il balipedio delle forze armate italiane si estende tra le province di Cagliari e d’Ogliastra e ricopre anche vaste aree marine (capo San Lorenzo).

Uranio e torio radioattivi, polveri sottili nonché metalli pesanti, sono solo alcuni dei materiali contenuti nei missili, razzi e proiettili che frequentemente vengono testati nel poligono e che rilasciano agenti chimici nell’area circostante, investendo il territorio, la popolazione e il bestiame. Il risultato della dispersione di questi prodotti chimici obbliga l’inalazione e il contatto con gli stessi, causando tumori emolinfatici (come linfomi e leucemia), malformazioni e rischio per diverse specie endemiche, tra cui un rarissimo anfibio: il tritone sardo.

Nell’intervista video di Pesa Sardigna l’avvocato Gianfranco Sollai dichiara, a proposito dei capi d’imputazione del processo di Quirra, che i generali che si sono succeduti nella base di Perdasdefogu sono accusati di aver cagionato un «persistente e grave disastro ambientale, causando un enorme pericolo chimico e radioattivo per la salute di decine di migliaia di abitanti residenti nei centri abitati adiacenti e limitrofi al poligono nonché degli animali». Il processo (che si sta svolgendo presso il tribunale di Lanusei) è stato, però, pretestuosamente sospeso, a causa della richiesta della Regione Sardegna (parte lesa) tramite l’eccezione di incostituzionalità della norma ambientale 311 del 2006; l’eccezione è stata accolta, per cui il processo è stato sospeso e gli atti sono stati inviati alla Corte Costituzionale. Attualmente Regione e Ministro dell’ambiente si contendono il risarcimento dei danni. Lo Stato e le sue articolazioni che chiedono i danni a allo Stato stesso non fanno quello che sembrerebbe un gioco delle parti abbastanza ridicolo?