Io candidato alle amministrative di Roma sostengo il diritto all’autodeterminazione del popolo sardo

Marco Piccinelli

Lei è romano e candidato alle comunali di Roma ma sono note le sue simpatie per la causa nazionale sarda. Come le è nato questo interesse?

«L’interesse nasce dalle battaglie condotte dagli indipendentisti sardi contro le basi militari, quindi contro le esercitazioni che martoriano ed umiliano l’Isola. Ma la stessa tematica dell’indipendenza in senso stretto mi ha fatto avvicinare ad un mondo che conoscevo poco e che nel continente è un tema raramente trattato (per non dire mai). O, qualora venisse trattato, lo si fa con una lunghissima serie di luoghi comuni che non hanno rimando nella realtà».

Spesso la sinistra italiana, anche quella comunista, ha misconosicuto il diritto del popolo sardo ad autodeterminarsi. come mai?

«In realtà, tutte le formazioni della sinistra cosiddetta ‘radicale’ in Italia hanno mostrato un variegato opportunismo nel corso degli anni, inseguendo più l’elettoralismo fine a se stesso che la costruzione di un progetto. Non ci si è posti degli interrogativi e non si sono mai realmente gettate le basi per un’organizzazione comunista nel verso senso della parola. «Se il nostro compito è di attraversare un fiume, non possiamo farlo senza un ponte o una barca. Se non si risolve il problema del pone o della barca, è inutile parlare dei compiti», scriveva Mao Tse Tung. Se non ci si pone, dunque, il fine del radicale cambiamento della società in senso socialista, non si va da nessuna parte e qualsiasi tematica, dalla questione dell’occupazione fino all’autodeterminazione dei popoli, risultano quasi ‘secondarie’. Il paradigma è cambiato con l’attuale costruzione dell’Internazionale dei partiti comunisti ed operai, in cui una nuova generazione di comunisti sta affermandosi in ogni Paese (la KNE in Grecia, i CJC in Spagna, il FGC in Italia, così come il KP in Turchia etc etc)».

Se la Sardegna diventasse indipendente per il movimento comunista internazionale ciò sarebbe un bene o un male?

«”La Sardegna non è una regione dello Stato Italiano ma una Nazione”, riprendo le parole che aveva scandito in gallurese il compagno Luigi Piga dal palco della Manifestada di Capo Frasca. Partendo da questo assunto, non è un male che una nazione si autodetermini. Prendo, a tal proposito, il caso del PCPE (Partito Comunista dei Popoli di Spagna) che riconosce il diritto d’autodeterminazione dei popoli e possiede una struttura di affiliazione ai partiti comunisti dei popoli all’interno della Penisola Iberica che hanno intrapreso tale percorso e che fanno parte, dunque, di Nazioni senza Stato. Canarie, Galizia, Catalogna, ad esempio. Fanno parte del PCPE, dunque, e vi partecipano in tutto e per tutto, il Partido Comunista del Pueblo Canario (Partito Comunista del popolo delle Isole Canarie), il Partit Comunista del Poble de Catalunya (Partito Comunista del popolo di Catalogna) e l’organizzazione Euskal Komunistak (Comunisti Baschi). Non dimentichiamo, poi, che il diritto all’autodeterminazione dei popoli era presente nel vero stato Federalista: non negli Stati Uniti, dunque, ma nell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

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Unu capìtulu nou pro sa demilitarizatzione de sa Sardigna

Bauladu 2 giu 016 foto elaborata

Giòbia 2 de làmpadas 2016 s’est tenta in Bauladu s’assemblea generale contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna, promòvida dae su Comitato Studentesco de Casteddu.

S’assemblea fiat s’agabbu de unu giru de s’ìsula chi su Comitato Studentesco aiat cumintzadu unas cantas chidas antis a inghitzare sa collida de informatziones netzessàrias a atzapare unu programma mìnimu essentziale pro fraigare unu movimentu de massa, sighende unu mètodu orizontale. Sa chirca de su Comitato Studentesco Contro l’Occupazione Militare della Sardegna fiat istada acotzada dae sas realidades polìticas sardas già sensìbiles a su tema de sa demilitarizatzione e de sa cunversione de sas àreas militares.

In s’assemblea pùblica de Bauladu, durada belle chimbe oras, b’est istada manna partetzipatzione dae parte de sos presentes a s’eventu, chi ant bogadu a pitzu deghinas de propostas a sos puntos a s’òrdine de sa die, pro sensibilizare a su tema anti-militarista cussa parte de su pòpulu sardu chi galu creet a sa netzessidade de s’ocupatzione militare e a sas recaidas suas in s’ìsula, e pro collire ideas pro sas atziones de fàghere in sos mesos benidores.

S’assemblea imbeniente at a èssere a sa fine de làmpadas 2016.

https://www.facebook.com/Comitato-studentesco-contro-loccupazione-militare-della-Sardegna-Cagliari-1495308614086175/

Una “Assemblea Permanente” per Villacidro

antonio muscas

Intervista ad Antonio Muscas, candidato alle prossime amministrative del 5 giugno consigliere comunale nella lista civica “Assemblea Permanente” nel comune di Villacidro. 

Perché la vostra lista si chiama “Assemblea Permanente”?

Perché è realmente un’assemblea di cittadini, nata durante l’occupazione del municipio nel gennaio 2015 e durata 40 giorni contro il caro tasse rifiuti. Da allora si è deciso di intraprendere un percorso comune di crescita e approfondimento per conoscere e affrontare meglio e tutti assieme le problematiche del territorio. Abbiamo riscoperto insieme il piacere della Politica e capito che il caro tasse rifiuti non è un problema a sé stante. Il caro tasse rifiuti è figlio di una politica della mala gestione, dello sfruttamento sconsiderato delle risorse e del territorio, di una visione dell’utente come un bancomat a cui estorcere soldi per alimentare mafie e lobby. La decisione di impegnarsi con una lista per le prossime comunali è la logica conseguenza di quel percorso che ha visto l’Assemblea Permanente già oltre la dimensione locale: è impegnata infatti in tutte le maggiori battaglie che riguardano la salvaguardia dei nostri diritti e del territorio.

Chi è e come avete scelto il vostro candidato sindaco?

Il nostro candidato è Giancarlo Carboni, geologo libero professionista di 48 anni, onesto e valido membro dell’Assemblea. La sua forza, oltre che dalle sue qualità, è data dalla squadra composta da 9 donne e 7 uomini. Le donne in particolare sono quelle che si sono distinte durante il nostro percorso e che animano il gruppo. Diverse di loro sono già delle nonne, ma il loro spirito è quello dei giovani che da loro possono prendere valido esempio.

Alle prossime amministrative saranno molte le liste realmente civiche e in molte sono attivi gli indipendentisti. Il vento sta cambiando?

I problemi si possono risolvere solamente se si conoscono. Se si ha questa volontà bisogna anche accettare l’ipotesi che l’analisi oggettiva porti a delle conclusioni in contrasto con convinzioni preconcette. È necessario perciò avere l’onestà di fare le dovute distinzioni tra le diverse questioni, che vanno dall’ambito locale al generale. Ciò è indispensabile per individuare soluzioni adeguate, evitando di cadere nella trappola degli slogan, utili solo a chi detiene il potere o punta a conquistarlo in una logica di conservazione degli schemi attuali. Cavalcare il sentimento di rabbia e di frustrazione delle comunità facendosi portatore di istanze genericamente indipendentiste è pericoloso. E la scarsa maturità degli elettori può portare a scegliere come rappresentante chi bara di più. I problemi complessi non si risolvono con soluzioni facili, individuando tutto il male con il colonialismo dello Stato italiano e dimenticandosi spesso del malgoverno locale e dell’incapacità degli amministratori locali. Prova ne sia che questo Consiglio Regionale, nonostante abbia avuto, e abbia tuttora tra le sue fila, un numero mai visto prima di consiglieri indipendentisti, sovranisti e autonomisti vari, che avrebbero potuto davvero imporre un percorso indipendentista o almeno di forte autonomia, è invece il peggior Governo Regionale di sempre, il più asservito alle logiche renziverdiniane e il più aperto ad ogni forma di sfruttamento e speculazione. La necessaria maturità che i sardi e le comunità più in generale devono conquistare serve a capire la complessità del mondo attuale, il tipo di intervento politico necessario e la bontà di chi di questo intervento vuole e può farsi portavoce.

Dentro la nostra lista sono presenti anime indipendentiste, autonomiste e più in generale sardiste. Personalmente non sono un indipendentista, sono però per il riconoscimento ai popoli del diritto di decidere e aspiro ad un’Europa federale dei popoli. Si tratta di saldare in un progetto complessivo la lotta per i diritti sociali alla lotta per l’autodeterminazione.

La globalizzazione e il neoliberismo, con la complicità degli attori locali, impongono una forma di omologazione generale utile esclusivamente alle presunte necessità del Dio-mercato che sta snaturando le comunità e i territori, impoverendoli e devastandoli. Vero è, però, che c’è una forte spinta al recupero dei propri diritti e della propria identità. Ed è questa una necessità che la globalizzazione e il neoliberismo addirittura accentuano e, se ben incanalata, può essere la base di un percorso nuovo che, necessariamente, non può limitarsi alla nazione sarda ma deve vedere coinvolte altre comunità ad un livello internazionale.

Partire dalle comunità è fondamentale. Ma può bastare?

Partire dalle comunità è il punto di partenza necessario e imprescindibile. La cattiva amministrazione parte dall’alto e si dirama nelle periferie. Dalle periferie si rincomincia per andare a modificare il vertice. Dalle comunità si avviano le lotte di cambiamento, ma è necessario poi agire su più livelli, a cominciare dal locale fino al globale. È indispensabile costruire una rete politica a livello internazionale dove gli interlocutori sono i rappresentanti dei popoli e delle singole comunità. Gli Stati così come sono stati concepiti nell’ 800 hanno dimostrato da tempo i loro limiti. E non sarà certo l’uso della repressione a garantirne la sopravivenza.

Duro attacco del F. I. U. ad Abbanoa

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Attacco durissimo quello del Fronte Indipendentista Unidu ad Abbanoa sulla nuova stangata annunciata con i conguagli regolatori dalla S.p.A. che gestisce l’erogazione dell’acqua.
Abbanoa ha recentemente chiesto altri 151 euro in media a utenza per coprire i buchi degli anni 2005-2011, un aggregato da oltre 100 milioni di euro. “Siamo alle solite – scrivono gli indipendentisti attaccando a muso dura la gestione della S.p.A. – “Abbanoa batte di nuovo cassa e lo fa chiedendo indebitamente ingenti somme ai sardi. Stiamo vedendo cosa significasse lo scongiurato fallimento di Abbanoa e il suo tanto decantato risanamento, dalla dirigenza di Murtas e Ramazzotti alla politica di riferimento con l’Assessore ai Lavori pubblici, Paolo Maninchedda”.

L’organizzazione indipendentista occupò la sede sassarese di Abbanoa nel 2015, denunciando la questione delle “bollette pazze”, cioè di quelle bollette da capogiro ricevute dagli utenti dopo anni e anni senza mai averne ricevuto prima. Una gestione – quella dei vertici di Abbanoa e dei comuni che ci stanno dietro, come Sassari e Cagliari – completamente da bocciare.

Il Fronte Indipendentista Unidu si domanda infatti come sia possibile che, dati i risultati così deficitari del Gestore Unico da tre legislature a questa parte, alla dirigenza ci sia sempre il sig. Sandro Murtas nel ruolo di Direttore generale.



Contestualmente, l’Adiconsum Sardegna, che aveva già collaborato lungo il 2015 con il FIU nella regione del Goceano, ha indetto un’assemblea pubblica e informativa nella quale il presidente regionale Giorgio Vargiu illustrerà la situazione relativa ai recenti conguagli regolatori.

Associazioni di categoria, movimenti e comitati, in attesa di chiarire condizioni e prospettive per l’azione contro l’ennesimo balzello di Abbanoa S.p.A, invitano alla calma e al non pagare in attesa di una posizione unanime e dettagliata, che metta al sicuro l’utenza dalle rappresaglie di Abbanoa che, dal canto suo, esorta al pagamento e stigmatizza inviti alla riflessione e opposizione, paventando la messa in mora dei non paganti e conseguenti slacci.

http://www.fronteindipendentista.org/it/notizie/comunicati.html

Laura Fois: “perché ho scelto la Sardegna”

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Intervista a Laura Fois sulla sua coraggiosa scelta di tornare a vivere in Sardegna  nonostante il brillante curriculum e le buone prospettive all’estero e sulla sua esperienza da candidata alle comunali di Casteddu con Cagliari Città Capitale.

Perché hai rifiutato uno stage presso la Comunità Europea scegliendo di rimanere in Sardegna?

Molte volte mi son messa in discussione all’estero, facendo anche i lavori più umili. Quando a Londra avevo già un lavoro stabile e potevo far carriera, mi son detta che non era quello il posto in cui avrei voluto continuare a realizzarmi e a vivere. La Sardegna è stata la mia scommessa, quella più difficile ma anche quella più stimolante. Sono convinta che le opportunità ci siano anche qui, bisogna far fatica certo, più che in altri luoghi, avere pazienza, continuare ad aggiornarsi e presto o tardi si raccoglie ciò che si semina. Certo, viviamo in un periodo di grosse incertezze e precarietà, tuttavia ci sono più possibilità, anche nel campo del lavoro autonomo.

Militi da diverso tempo nell’indipendentismo. Come concili la militanza politica con le tue altre molteplici attività?

Non è un impegno a tempo pieno, ovviamente. Si sacrifica un po’ la vita privata ma è vero anche che si può far politica ogni giorno, scrivendo, partecipando e stimolando i dibattiti offline e online. Molte scelte che facciamo nel quotidiano possono essere un atto politico e credo che formare massa critica sia una delle priorità per compiere un processo collettivo e deciso di coscienza nazionale. Stiamo affrontando una crisi generalizzata della struttura partitica, ma la costituzione di sempre più liste civiche nelle tornate elettorali dimostra un certo moto e interesse dal basso che può essere interpretato sia come disaffezione ai partiti tradizionali sia voglia di contribuire a cambiare il sistema esistente. La politica deve studiare questi processi e coinvolgere i cittadini, non solo nel periodo delle elezioni. Come ProgReS, che è un partito giovane, organizziamo tutto l’anno diversi incontri, anche di formazione. Per le amministrative di Cagliari (si vota il 5 giugno), facciamo parte della coalizione civico-indipendentista di Cagliari Città Capitale, l’unica che mette in discussione il rapporto con lo stato italiano e che ritiene urgente avviare un processo culturale, sociale  e politico nuovo che dia concretezza emancipativa alla Sardegna. Siamo molto contenti del lavoro svolto, perché siamo riusciti a comporre una lista che rappresenta il mondo indipendentista cagliaritano (ne fanno parte infatti anche indipendenti ed esponenti di associazioni, anche universitarie), sia perché alla coalizione di Cagliari Città Capitale hanno aderito organizzazioni di cittadini impegnati e sensibili ai temi dell’ambiente, dell’energia e della cultura.

Che suggerimenti ti senti di dare ai neolaureati sardi che pensano che solo “fuori” ci sia un’alternativa?

I giovani oggi sono giustamente disorientati sia perché l’offerta formativa, dalle scuole alle università, spesso non è al passo con i reali bisogni del “mercato del lavoro”, sia perché l’offerta di lavoro è scarsa, limitata o è troppo specializzata. Allo stesso modo mancano molte competenze che richiede l’economia di Internet e professionisti digitali. Per questo il ruolo dei Comuni e della Regione deve essere anche quello di stimolare, prima dell’offerta, la domanda di lavoro, prestare cura e attenzione anche alla fase di recruiting, ed elaborare politiche volte a un’occupazione ragionata che abbraccia i vari settori, dall’agricoltura ai servizi. Solo fuori c’è un’alternativa? No, ma di certo le esperienze all’estero servono e sono altamente consigliate per temprare il carattere, assimilare nuovi punti di vista, osservare e riportare, ove possibile, best practices, e acquisire quelle esperienze che per diversi motivi non è possibile praticare qui. La Sardegna, da parte sua, deve avere la preparazione e il coraggio di proporsi essa stessa come un’alternativa aperta, seria, concreta e preparata alle sfide della modernità, in modo che anche qui sempre più persone vengano ad apprendere e a realizzare progetti e iniziative di respiro. internazionale. Impegniamoci tutti insieme.

Dicevamo che tra i tuoi numerosi impegni e passioni c’è la scrittura, in particolare i racconti. Ancora un sogno nel cassetto o progetto che sta prendendo corpo?

Scrivo da quando ero piccola, per passione e necessità. Sto per finire un libro, che ho in cantiere da ormai troppo tempo. Racconta la nostra generazione. Vorrei anche menzionare una delle mie recenti collaborazioni, quella con la rivista “Sardegna Immaginare”, un nuovo e ottimo prodotto editoriale cartaceo e online, semestrale e apolitico, che permette di scoprire angoli spesso sconosciuti agli stessi sardi. Per il resto sono sempre pronta a lavorare a nuovi contenuti e progetti.

http://www.cagliaricittacapitale.com/it/

Collu: ecco come stiamo costruendo l’alternativa nazionale ai partiti unionisti

collu

Intervista a tutto campo a Gianluca Collu, segretario politico del partito indipendentista ProgRes

Perché ProGres alle amministrative di Cagliari sostiene l’alleanza “Cagliari Città Capitale”?

Il coordinamento regionale di ProgReS Casteddu sta lavorando al laboratorio politico di Cagliari Città Capitale da circa un anno. Assieme alle associazioni civiche Me-Ti, Sardegna Sostenibile e Sovrana, e a un valido e competente gruppo di cittadini si è discusso, redatto e sottoscritto il Patto Costitutivo dove sono delineati i principi e gli obiettivi della nostra coalizione, tra i quali, alcuni dirimenti per noi indipendentisti, come il riconoscimento della nazione sarda e il conseguente diritto all’autodeterminazione, la fine dell’autonomismo e delle alleanze con i blocchi di potere italiano del centrodestra e centrosinistra, la difesa degli interessi dei sardi e della Sardegna.

Coerentemente con la nostra linea politica, che non prevede alleanze con i partiti italiani, abbiamo messo al servizio del progetto la nostra visione e le nostre competenze per dare forma a uno spazio politico che permetta anche a chi non è indipendentista di poter lavorare al programma per la città di Cagliari.

Quali forze partecipano al progetto “Cagliari Città Capitale”? 

Le forze che partecipano sono civiche, indipendentiste e ambientaliste. Abbiamo ascoltato e cercato il dialogo con tutte le parti attive della società, con tutti i soggetti politici sardi e le liste civiche, in una città dove gli interessi economici e politici sono ancora fortissimi, questa è la sintesi che è emersa. Il nostro è un laboratorio politico aperto e inclusivo, tutte le sarde e i sardi liberi possono contribuire a costruire per Cagliari una Capitale degna di questo nome, una capitale sarda al centro del Mediterraneo e del mondo.

L’alternativa italiana è quella che conosciamo tutti: una mediocre città di provincia, capoluogo di una periferica e isolata regione italiana. Forse neanche questa descrizione rende bene l’idea, se diamo uno sguardo ai media e telegiornali italiani non c’è traccia delle amministrative di Cagliari. Sono altre le città che contano.

Su queste basi abbiamo scelto di sostenere il nostro candidato Sindaco Enrico Lobina, una persona preparata e onesta (merce rarissima di questi tempi), giovane ma con esperienza, pur non provenendo dal mondo indipendentista riconosce la Sardegna come una  Nazione, così come riconosce il naturale diritto all’autodeterminazione del nostro popolo.

Per questo se devo dare un consiglio ai cagliaritani, soprattutto ai tanti giovani e meno giovani delusi dalla politica e che purtroppo hanno smesso di esercitare il fondamentale diritto di voto, gli suggerirei di informarsi sulle nostre proposte e il nostro orizzonte: non promettiamo favori, promettiamo impegno e serietà. Siamo noi l’unica alternativa credibile ai gattopardi civico-unionisti di centrodestra e agli unionisti-sovranisti di centrosinistra.

La presenza dei Verdi nella coalizione ha suscitato alcune critiche. Puoi chiarire meglio la questione? 

La questione è molto semplice e trasparente, noi siamo interessati a coinvolgere la parte libera e attiva della società sarda nel nostro percorso di emancipazione nazionale. La struttura federale dei Verdi, attivi un po’ in tutta Europa, fa si, così come accade in Sardegna, che non dipendano da una segreteria romana e abbiano totale autonomia sulle scelte politiche e di alleanza sul territorio. Sono uno spaccato della società sarda con cui possiamo collaborare a queste amministrative. Per aderire al progetto CCC, hanno affrontato un duro dibattito interno, hanno scelto di affrancarsi dall’area del centrosinistra italiano per iniziare un percorso diverso, hanno elaborato un documento dove annunciano il cambio di linea politica, oltre ad aver sottoscritto il Patto Costitutivo di cui sopra. Noi di Progetu Repùblica rappresentiamo l’unico partito della coalizione, a Cagliari siamo l’unico partito sardo non alleato con i partiti italiani, proponiamo un indipendentismo dinamico e di governo che vuole confrontarsi sui progetti. Non ci interessa il ruolo residuale degli antagonisti contro tutto e tutti.

Ritengo fondamentale interrompere l’egemonia politica dei partiti unionisti in Sardegna, ma per fare ciò non basta dire semplicemente “cacciamoli via”, serve una strategia. Attualmente gli scenari possibili in un’ottica di governo che parta dalle comunità e arrivi al parlamento sardo  sono due: o ci si allea come stampella dei partiti italiani o si crea un’alternativa di governo, forte e credibile. Progetu Repùblica crede nella alternativa nazionale e nella necessità di destrutturare i partiti italiani dall’esterno. La presenza dei verdi sardi nel nostro spazio politico significa esattamente questo.

Senza il vostro partito non si sarebbero raccolte le firme del “fiocco verde” per l’istituzione dell’agenzia sarda delle entrate. Ora la Giunta Pigliaru dichiara chiusa la vertenza entrate e ha annunciato l’istituzione dell’ASE. Cosa ne pensi?

Parlare della Vertenza Entrate e del suo epilogo mi crea un forte disagio misto a un senso di rabbia. Il fiocco verde era un progetto nato con ProgReS nel quale io e tutti gli attivisti del partito abbiamo riposto fiducia, lavoro e impegno. Il disegno di legge che abbiamo presentato nei consigli provinciali, su cui abbiamo raccolto trentamila firme, pur avendo un carattere politico trasversale, era decisamente più ambizioso. Mi fa specie pensare a come hanno chiuso la vertenza condonando, se consideriamo anche il primo famigerato accordo Soru-Prodi, nel complesso nove miliardi di euro allo stato italiano. Hanno accettato il pagamento in comode rate di soli novecento milioni di euro, se penso che un nostro slogan ai tempi della raccolta firme per il disegno di legge era “Itàlia boga sa pilla”. Attualmente l’unica prospettiva sembra quella di istituire una agenzia sarda con competenze di semplice accertamento-vigilanza, in altre parole un nuovo carrozzone politico. Il paradosso è che la giunta Pigliaru, in evidente deficit di popolarità e consensi, si affanna nei toni trionfalistici, definendo questi risultati come dei traguardi epocali. Se sono questi i successi storici per la nostra terra siamo a posto.

Avete sostenuto pubblicamente la necessità di costruire una “alternativa nazionale sarda”. Puoi spiegarci? 

È la nostra strategia politica, una linea politica espressa nelle ultime due tesi congressuali. Dopo le ultime elezioni nazionali del 2014, assieme alle associazioni civiche Gentes e Comunidades che avevano dato forma alla coalizione Sardegna Possibile, abbiamo aperto un dialogo con tutti i soggetti politici sardi per pianificare la costruzione di un alternativa che ambisca a governare la Sardegna. Con alcune organizzazioni il confronto è più avanzato, con altre meno ma la volontà comune è di puntare a un progetto condiviso alle prossime nazionali sarde, nel 2019. Vogliamo offrire al nostro popolo una scelta valida, giusta e onesta al di fuori degli schieramenti italiani.

http://progres.net/

Cristiano Becciu nos contat de s’educatzione bilìngue ch’est dende a sa fìgia.

Cristiano Becciu foto

Cristiano Becciu nos contat oe de s’educatzione bilìngue chi, paris cun sa mugere, est dende a sa fìgia Adelasia.

Pro ite la pesas in sardu?

Mi l’ant cussigiadu coro e cherbeddu. Su coro ca est cosa de sentidos e ideales su de la pesare in sa limba de sa terra nostra; su cherbeddu ca cumbenit, a su chi narant sos istùdios, de lis imparare duas o prus limbas, a sos pitzinnos, ca creschent prus abbistos, lis faghet profetu in s’imparu, in sas relatas cun sa gente, los avesant a sa diversidade, prevenint sas maladias chi li narant “dementìgenas”. E si est a beru chi sos babbos e sas mamas chircant de lis dare su mègius, pro su chi podent, a sos fìgios, tando si diant dèvere ghetare a su bilinguismu. Pro fìgia mia su sardu est “limba paterna” ca  sa mama l’est pesende in  italianu.

E s’ambiente, sa bidda, a influint?

Mi so pensadu luego in antis chi esseret nàschida , sas dudas fiant medas. Cherìamus chi fìgia nostra esseret bìvida in sas matessi carreras ue nos semus fatos mannos nois, intendende sardu , cosa chi in Tàtari o Casteddu fiat istadu prus matanosu, a seguru. In Otieri, mancu male, si falas a pratza, si andas a s’ispesa, si ti setzes in su giannile de domo, l’intendes ancora sa gente faeddende in sardu. Unu càntaru de abba in mesu a su desertu monolìngue.  Posca sa famìlia, agentzia educativa de primore, nos estacostagende e duncas sa pitzinna cun donnos mannos e tzios podet allegare in sardu. Non naro chi est impossìbile a pesare in sardu unu fìgiu in Casteddu pro chie est nàschidu e pàschidu a 200 km, ma si non tenes sa famìlia a curtzu e sende chi s’espositzione a s’italianu est belle che totale, prus peleosu giai resurtat.

Comente s’imparat a faeddare in sardu?

A una naschidòrgia, a una criaduredda no li podes “imparare” su sardu, li podes ebbia “faeddare” in sardu. A su parentìgiu tocat de li nàrrere “faeddade·li” in sardu, gasi non s’assustant pro sa timòria de no èssere capatzos de “imparare”, timende de non connòschere règulas de grammàtica e de si faddire. Ma sende chi issos sunt istados pesados in sardu, lis benit naturale a “faeddare” in sardu. E gasi apo fatu deo puru, deretu, che chi siat, e lu est, sa cosa prus normale de su mundu. In tres annos creo de no l’àere mai naradu una paràula in italianu e mancu como m’atrivo, ca diat èssere che a l’istòrchere su còdighe linguìsticu chi nos aunit, babbu e fìgia. Dae sas anninnias a sos contigheddos, dae sos primos inditeddos a sos trastos chi li giogant in manos, totu in sardu. Bi cheret gèniu, aguantu, costàntzia.

Cale sardu, però?

Su chi connosches, unu si balet s’àteru. S’importu est a l’ischire tratare e a l’impreare semper, su primu addòbiu cun sa limba est “orale” no iscritu. Cando sa pitzinna resessiat a prodùere sìllabas e sonos vocàlicos ebbia, ascurtende·los, sos sonos de sa limba de su babbu a prus de sos de sa mama, fiat sa manera pro los costoire totus, pro nde los a bogare a campu a pustis. A mannita, posca, si podet comintzare a l’avesare a sa diversidade fonètica de àteras variedades, pro chi afìnighet tolleràntzia e metalinguìstica, cumprendende chi sos faeddos  sunt tèsseras de su matessi mosàicu.

Cale est sa prima paràula chi nche l’est essida, in sardu?

Non b’ais a crèere, ma no est “babbu”. Totus si nde riiant ca nche li essiat “bamba” a primu:  Adelàsia non resessiat a distìnghere mascros dae fèminas in su sèberu de sas paràulas, totu fiat in -a, ca ghiat sa paràula “mama”, a parre meu.  Sa die chi at a imparare a nàrrere sa -u, mi timia intro de coro meu, pro fìgia mia apo a èssere “bambu”. Mancu male chi nche l’at bogada, cussa -b-. Sa prima paràula chi at naradu in sardu est “abba”, forsis sa prus fàtzile, forsis ca su referente fiat una cosa chi bidiat e trataiat a fitianu. Posca totu sos colores chi connoschiat, a primu su birde, duncas su ruju e su nieddu.

E ammisturos a nde faghet?

Est normale a las ammisturare, in sa fase chi sas duas limbas si sunt assentende in tzelembros. Tocaiat a bogare a pìgiu carchi giogu, cantzonedda, trassigheddas pro li fàghere a cumprèndere chi una paràula si naraiat de una manera, in italianu, e in sardu in un’àtera. A tipu “si” e “emmo”: pro bi nche lu fàghere intrare in conca m’apo imbentadu sa cantzonedda “babbu emmo, mama sì” cun su tràgiu armònicu e rìtmicu de un’anninnia chi a issa l’agradaiat e gasi l’at imparadu deretu. E tando faghia sa matessi cosa pro sas diferèntzias lessicales chi issa non resessiat a cussertare: “mamma buio, babbu iscuru”, “babbu mannu, mamma grande” etc. Curiosa sa fase cando sa pitzinna connoschiat ebbia carchi paràula ma non manigiaiat bene sa sintassi e duncas totu sos verbos fiant belle che ausentes. Ma si faghiat a cumprèndere etotu. Una die, ca non cumprendia chi la fiat leende su fàmene e chi issa non podiat mancu nàrrere “so famida”, s’est arrangiada cun sas pagas paràulas chi connoschiat e m’at fatu: “babbu, deo matza prena, nono!”. E curiosu puru cando at comintzadu a pònnere in motu su mecanismu de s’analogia, ca sa limba est finas a repìtere règulas che pare. S’avèrbiu “a su nessi” fiat sa primu borta chi l’intendiat, e cando non si cheriat acurtziare a un’amigu meu ca l’aiat bortulada furende·nche·li, pro brulla, unu giogu, l’apo cussigiada – a s’ascùsia – “saluda·lu, a su nessi”. E issa: “ciao su nessi!”: aiat leadu sa “a” pro prepositzione e “su nessi” pro nùmene e duncas aiat postu mente a su chi l’aia inditadu!

E como chi est in sos tres annos?

Sos pitzinnos pesados cun duas o prus limbas, a su chi narant sos istùdios, istentant prus de sos àteros a ispricare paràulas. Sos àteros, pesados a una limba, est comente chi giugant in conca un’armàriu in ue nche pònnere totu sas règulas. Su bilìngue de calàscios nde giughet duos, e in cue b’assentat – a bellu a bellu – règulas cunforma a sa limba chi sèberat, est pro cussu chi bi ponet prus tempus. Adelàsia est comintzende  a ispricare, e comintzat a sestare bene sas frases in italianu e – a bellu a bellu – in sardu puru. Bi cheret tempus e passèntzia. A bias mudat in -u carchi paràula, pro sa presse, narende paràulas italianas sardizadas. Tando lis cherent repitidas cuddas giustas, cun àsiu e passèntzia.

E in iscola?

In su mese de cabudanni at a intrare in sa chi li narant “dell’infanzia”.  Totus sos cumpangeddos ant a faeddare in italianu, a dolu mannu, e duncas b’est s’arriscu chi s’italianu si fatzat limba de sa comunicatzione fitiana e chi li serbat pro si relatare prus de su sardu. Ma non m’apo a rèndere:  deo , sa famìlia e sos amigos amus a sighire in sardu. De custa manera, non s’at a chesciare, a manna, chi nemos bi l’at imparada sa limba de sa terra sua.

Cristiano Becciu est unu funtzionàriu de sa Regione chi traballat in su Servìtziu Limba Sarda. At contivigiadu paritzos progetos chi si podent agatare in su situ regionale: intervistas in sardu, tradutziones, òperas didàticas, cartas didàticas e toponomàsticas e curretore ortogràficu.

CSS: Perché non aderiamo allo sciopero dei sindacati italiani

CSS

La posizione della CSS (Confederazione Sindacale Sarda) sullo sciopero Provinciale di Sassari indetto dai sindacati italianisti CGIL, CISL e UIL territoriali è chiara: nessuna adesione. Alcuni punti   della chiamata sono irricevibili – spiegano i sindacalisti sardi in una nota stampa –  in particolare non c’è condivisione sul “rilancio del protocollo operativo sulla Chimica Verde a Porto Torres e con l’attivazione degli investimenti previsti per l’attivazione di tutte le filiere produttive comprese nel progetto industriale”.

Il sindacato sardo non ha mai ceduto alle sirene dell’ENI che ha usato lo specchietto per le allodole della “chimica verde” solo per non finanziare le bonifiche. Inoltre la CSS di Sassari  non è  d’accordo con la richiesta di costruzione del 5° Gruppo previsto per il Polo Energetico di Fiume Santo anche “considerate le ultime notizie sul disimpegno della Ep in virtù del calo dei consumi energetici in Sardegna e della non economicità dell’investimento, nemmeno a Carbone”.

Il Sindacato sardo non concorda nemmeno con la prospettiva di metanizzazione  che la Regione continua a promettere nell’area di Porto Torres ed in altri poli della Sardegna:  “anni di riflessioni, analisi e ricerca di soluzioni alternative per l’economia, per le politiche energetiche e per il riutilizzo produttivo dei rifiuti prodotti in Sardegna, hanno fatto maturare la consapevolezza della di superare l’Economia Lineare che  utilizza e sfrutta le risorse naturali e i suoi residui,  bruciandoli per produrre calore contribuendo ad inquinare la Sardegna e tutto il pianeta”.

Tutti gli altri punti della Piattaforma dello Sciopero Provinciale sono condivisibili, ma cozzano con le proposte su Fiume Santo e su Matrika  e non facilitano l’avvio di quella economia circolare nella quale la CSS crede e punta,  vale a dire un’economia che sostiene la circolarità di nuova vita dei materiali e delle sostanze non inquinanti.

È tempo di scelte storiche e abbiamo davanti due modelli in netta antitesi: da un lato le vecchie logiche produttiviste ed oligarchiche basate sullo strapotere e sull’arbitrarietà delle multinazionali inquinanti, dall’altro il ritorno alle produzioni naturali e biologiche  che riportano a fertilità gli ambiti territoriali dimessi ma ancora produttivi con l’utilizzo di terre abbandonate o sottoutilizzate e con  il ritorno alla naturalezza dei prodotti ed alla cura delle coltivazioni delle tipicità locali. Lo stato italiano e la Giunta regionale “come veri colonizzatori, approvano  leggi, norme e regolamenti che contrastano totalmente con il modello di un ritorno all’Economia Circolare, sostenuta in Sardegna da millenni di Comunitarismo, rispettoso dell’equilibrio tra esseri viventi e natura”.

Sotto questo aspetto la linea dei sindacati Italiani promotori dello sciopero del 26 non si discosta da quella governativa  ed è per questo che la CSS non può aderire.

Per questo la Confederazione Sindacale Sarda dichiara la sua netta differenziazione di  linea politica e  sindacale considerando maturo il passaggio da una Economia ormai fuori mercato come quella lineare, autoritaria, oligarchica ed inquinante ad una Economia Circolare capace di creare una vera nuova occupazione in un  periodo storico di profondi cambiamenti come quello che stiamo vivendo.

Di seguito il documento conclusivo dell’Assemblea Territoriale dei Quadri e Delegati di CGIL CISL UIL che ha indetto lo sciopero generale provinciale del Sassarese:

http://www.fiumesanto.com/home/cgil-cisl-uil-sciopero-generale-provinciale-per-26-maggio/

2 giugno a Bauladu: Assemblea generale contro l’occupazione militare

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Hanno trascorso il mese di maggio a girare per tutta la Sardegna, dalle principali città ai paesi più piccoli. Ovunque ci fosse qualcuno interessato i ragazzi del Comitato Studentesco contro l’Occupazione Militare arrivavano con una presentazione dettagliata sull’occupazione militare, sui danni provocati all’ambiente e alla salute a causa delle esercitazioni e delle sperimentazioni, sulle gravi ripercussioni economiche, sui rapporti fra università sarde e istituti di ricerca israeliani, sulle coperture politiche su cui l’Esercito italiano può contare che toccano sostanzialmente (più o meno ambiguamente)  tutti i partiti del centro destra e del centro sinistra italiano.

Dopo ogni presentazione i militanti del comitato prendevano appunti, raccoglievano idee e proposte con il proposito di raccogliere tutti gli spunti utili per rilanciare il movimento contro l’occupazione militare su basi finalmente democratiche, di partecipazione e di ampio coinvolgimento confrontandosi con tutte quelle realtà antimperialiste, indipendentiste, antagoniste e ambientaliste che nell’isola si battono da decenni, spesso però in maniera scollegata e saltuaria.

Il prossimo 2 giugno a Bauladu è convocata un’assemblea generale sul tema. Non è causale né la data né la locazione. «Quel giorno – scrivono gli esponenti del comitato – commemorazioni civili e parate militari si susseguiranno per le città della Sardegna e dell’Italia per ricordare la nascita della Repubblica Italiana. Una repubblica che da metà degli anni ’50 ha deciso che la Sardegna sarebbe dovuta diventare la portarei della Nato e una terra di esercitazioni militari. Nonostante nel corso del tempo ci siano state limitate dismissioni, tutt’ora il 61% del demanio militare italiano risiede sul territorio sardo».

Bauladu invece è stata scelta per la sua collocazione centrale a testimoniare una chiamata a raccolta di tutte le forze che sul territorio nazionale sardo sono impegnate nella lotta contro l’occupazione militare che è un problema di tutta la nazione e non localizzato.

All’assemblea saranno presenti tutte le soggettività politiche e di movimento che hanno sfidato l’Esercito Italiano nel corso degli ultimi anni e – assicurano gli organizzatori – non ci saranno né capi né programmi precostituiti. Il comitato si limiterà a presentare un resoconto degli incontri territoriali e delle proposte raccolte, tutto il resto sarà da costruire paritariamente e in piena democrazia.

È una sfida a tutte le divisioni che in questi anni hanno impedito al movimento di decollare davvero, ma gli organizzatori sembrano essere ottimisti: «il 2 si riparte da zero, noi da promotori ritorniamo in platea e ci rimettiamo a quello che uscirà da quel giorno auspicando un confronto sincero, orizzontale e inclusivo».

L’apuntamento è previsto per giovedì 2 giugno, nel centro sociale di Bauladu, piazza Emilio Lussu alle ore 15:00

Ecco il documento di lancio degli incontri territoriali e dell’assemblea del 2 giugno.

https://mobile.facebook.com/notes/comitato-studentesco-contro-loccupazione-militare-della-sardegna-cagliari/per-unassemblea-generale-sarda-contro-loccupazione-militare/1734539340163100/?_ft_=top_level_post_id.1734539340163100%3Atl_objid.1734539340163100%3Athid.1495308614086175%3A306061129499414%3A51%3A0%3A1462085999%3A-7210932826402146828

Marco Santopadre: “il Donbass è un focolaio di resistenza al fascismo e all’imperialismo europeista”

Intervista a Marco Santopadre del giornale comunista Contropiano sull’esperienza della “Carovana Antifascista” e sulla resistenza del Donbass al golpe fascista e filo UE in Ucraina

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Che cos’è la carovana antifascista? 

La Carovana Antifascista è un progetto partito dalla coraggiosa e lungimirante iniziativa della Banda Bassotti che negli ultimi anni ha consentito a una gran quantità di realtà internazionali di partecipare ad una campagna di informazione e solidarietà nei confronti della lotta delle Repubbliche Popolari del Donbass e in generale delle forze antifasciste in tutta l’Ucraina. È stato partecipando alle attività della Carovana Antifascista che nel maggio del 2015 ho potuto partecipare al viaggio nella Repubblica Popolare di Lugansk, da quasi due anni ormai sottoposta insieme a quella di Donetsk a bombardamenti e ad un assedio feroce da parte delle forze armate e dei battaglioni neonazisti di Kiev. Un viaggio durato una settimana che ha permesso a più di cento militanti, attivisti e giornalisti di toccare con mano la distruzione e la morte causata in quei territori dalle forze golpiste ucraine che si sono impossessate del potere a Kiev nel febbraio del 2014, con il sostegno degli Stati Uniti e dell’Unione Europea. Abbiamo potuto conoscere direttamente esperienze assai interessanti nell’ambito della resistenza del Donbass contro il regime di Kiev, in particolare la Brigata Fantasma e l’Unità 404, delle milizie formate da combattenti che in larga parte si definiscono comunisti o quantomeno antifascisti e che hanno nelle zone in cui operano, oltre ad una funzione militare, anche una importante funzione politica, di sicurezza e di assistenza nei confronti di una popolazione stremata dall’assedio alla quale i partecipanti alla Carovana hanno distribuito aiuti alimentari, medicinali e altro. Al ritorno i materiali audio e video raccolti durante il viaggio e le testimonianze dei partecipanti hanno permesso di organizzare un elevatissimo numero di incontri informativi su una realtà che la politica e i media mainstream tendono a cancellare o a manipolare, descrivendo la resistenza delle popolazioni del Donbass come una ‘invasione russa’ o una sollevazione armata di formazioni locali ultranazionaliste.

Che cosa c’è dietro la famosa rivolta di piazza Maidan?

La rivolta di piazza Maidan è nata nell’autunno del 2013 a partire dall’iniziativa di un vasto arco di forze politiche liberali, nazionaliste e di destra ucraine, con l’aperto sostegno dell’amministrazione statunitense e dell’Unione Europea. La protesta è stata convocata nel centro di Kiev per opporsi alla decisione dell’allora governo Azarov e del presidente Viktor Yanukovich di bloccare la firma del trattato di Associazione tra Ucraina e Unione Europea che avrebbe condotto il paese nella sfera politica, commerciale e militare di Bruxelles e della Nato indebolendone la già fragile economia. Questi soggetti hanno sfruttato il malcontento popolare causato dalla crisi economica e dalla diffusione endemica della corruzione, ma dopo un breve periodo la protesta è stata presa in mano dalle forze più estremiste e militarizzata di destra e da formazioni neonaziste che si rifanno ad un personaggio come Stepan Bandera che durante la seconda guerra mondiale guidava una milizia favorevole agli invasori nazisti che è responsabile dell’uccisione di centinaia di migliaia fra oppositori politici e minoranze etniche. Usa e Ue si sono proposti come mediatori della crisi politico-istituzionale schierandosi di fatto al fianco dei partiti ultranazionalisti ucraini che hanno iniziato a chiedere la destituzione del presidente e la formazione di un nuovo governo senza la principale forza politica del paese – il Partito delle Regioni – uscita largamente vincitrice dalle elezioni. Quando ormai il governo aveva ceduto, firmando la propria capitolazione di fronte ai leader di Francia, Germania e Polonia arrivati a Kiev per sancire l’allargamento ad est dell’Unione Europea, gli squadroni di miliziani neonazisti hanno attaccato numerose sedi del governo e delle forze di sicurezza, mentre cecchini non meglio identificati sparavano in piazza Maidan contro i manifestanti e la polizia, permettendo così ai settori oltranzisti di impossessarsi del potere e di dare il via ad una ristrutturazione dello stato che si basa sull’anticomunismo e sulla persecuzione della consistente minoranza russofona e delle altre comunità non ucraine. Da allora il Partito Comunista è stato di fatto dichiarato fuori legge ed espulso dal parlamento grazie ain elezioni farsa, centinaia di sedi sindacali e politiche di sinistra sono state assaltate e chiuse, centinaia di dirigenti e militanti antifascisti sono stati uccisi o massacrati di botte. L’episodio più grave è rappresentato sicuramente dall’assalto fascista contro la Casa dei Sindacati di Odessa, il 2 maggio del 2014, quando molte decine di attivisti di sinistra e semplici lavoratori furono uccisi a sangue freddo o addirittura bruciati vivi da alcune squadracce di partiti fascisti e nazisti che nel frattempo avevano avuto accesso al governo golpista. Nel frattempo l’economia del paese, preda dei vari oligarchi che si sono impossessati del potere in misura ancora maggiore che in passato, è crollata ulteriormente, la moneta nazionale si è ampiamente svalutata e i vari governi che si sono succeduti in due anni hanno letteralmente consegnato il paese nelle grinfie della Nato, della Troika e del Fondo Monetario. Mentre la Nato, e gli eserciti di numerosi paesi europei, hanno iniziato ad armare e ad addestrare le forze armate ucraine impegnate nella repressione delle popolazioni dell’est, compresi i battaglioni neonazisti inquadrati nella Guardia Nazionale, Fmi e Troika hanno ottenuto dal regime golpista, in cambio di prestiti, la privatizzazione dei settori economici finora controllati dallo stato, licenziamenti di massa nel settore pubblico, l’aumento esponenziale delle tariffe dell’elettricità e del gas che pesano ora come un macigno su una popolazione ucraina sempre più stremata.

donbass

Che cosa vogliono i miliziani che lottano nel Donbass e da chi sono appoggiati?

Già durante la seconda fase della cosiddetta ‘rivoluzione di Maidan’ le popolazioni delle regioni del centro e dell’est dell’Ucraina cominciarono a mobilitarsi pacificamente a favore di una soluzione politica. Ma al momento del golpe, quando ormai era chiaro che il nuovo regime non aveva nessuna intenzione di rispettare il carattere plurinazionale dello stato ucraino, in molte città pezzi dei partiti di sinistra, dei sindacati, semplici cittadini e ad altre realtà hanno cominciato a organizzare dei comitati per impedire la presa del potere a livello locale delle formazioni banderiste, mentre la Crimea, dopo un referendum vinto a stragrande maggioranza, veniva annessa alla Federazione Russa. La strage di Odessa ha rappresentato, agli occhi degli ucraini dell’est, un momento di non ritorno: i ‘russi’ (cioè gli ucraini di lingua e cultura russa) erano considerati dal nuovo regime come un corpo estraneo, un nemico da liquidare e nessuna trattativa sarebbe stata possibile. È stato in quel momento che migliaia di persone, uomini e donne di tutto il paese e non solo dell’est, ma anche molti cittadini della Federazione Russa, hanno deciso di impugnare le armi per difendere il territorio aggredito e respingere l’assalto delle forze armate ucraine mentre dai comitati spontanei nascevano le due Repubbliche Popolari di Lugansk e Donestk. Kiev ha inviato l’esercito e i battaglioni nazisti in una operazione definita ‘antiterrorismo’ e dall’inizio dell’assedio al Donbass almeno 10 mila persone – ma ci sono stime che parlano di 50 mila – sono state uccise dai bombardamenti mentre circa 800 mila abitanti sono stati costretti a fuggire in Russia. Ad opporsi ai golpisti e a sostenere la sopravvivenza delle due entità ribelli sono forze politiche e sociali di vario tipo, dalla destra alla sinistra fino ai comunisti, all’interno di un fronte nazionale che al suo interno vede naturalmente anche uno scontro sul modello sociale ed economico da costruire. Allo stesso modo le milizie hanno carattere diverso, da quelle legate ad una visione nazionalista panrussa a quelle dei Cosacchi antifascisti fino a formazioni esplicitamente socialiste e comuniste. Se una parte delle milizie lotta per difendere e rafforzare le repubbliche popolari e farne uno stato indipendente che, magari in futuro, potrà ricongiungersi con la Russia, altre considerano la liberazione del Donbass solo la prima tappa di una battaglia più complessiva per la liberazione di tutta l’Ucraina dal giogo della Nato e dell’Unione Europea.

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