A èssere indipendentes, nen mègius e nen pejus de àteros

di Carlo Manca

Hai presente quelli che ti dicono che non si può parlare di indipendenza della Sardegna prima di essersi spogliati dell’esaltazione di un popolo e dell’altezzosità che ci farebbe riconoscere come migliori di qualche altro popolo?

Questo è ciò che posso definire “insignare a babbu a coddare”, ma riconosco che la necessità dell’interlocutore di puntualizzare con quest’obiezione politica a chi non ne ha mai avuto bisogno, è diretta conseguenza di una serie di pregiudizi coloniali italiani ed autocoloniali sardi.
Ovvero, sentire precisare che non siamo migliori di altri, rivela che non si conosce niente degli ultimi cinquanta anni di dibattito all’interno del panorama indipendentista sardo: la corrente mistica, dell’irrazionale tradizionalismo, della mansueta osservanza delle usanze pagane in estetica cattolica, della religiosità che non può essere messa in discussione, del classismo, della purezza di sangue, del conservatorismo dal gusto esotico della lingua sarda “che fu” – e che debba essere considerata inespugnabile dal lessico e dalle esigenze della modernità- e del passato mitologico che renderebbe il popolo sardo migliore di altri benché sottomesso, sono posizioni che fortunatamente hanno ricevuto tantissime critiche all’interno del dibattito.

Ultimamente c’è stata un’impennata della tematica legata all’indipendentismo sardo. Il tema è diventato “pop” e se ne parla trasversalmente sia a sinistra che a destra dello spettro politico isolano. Ma dal momento che l’italianità è un concetto più religioso che politico, dato che non si può mettere in discussione e che fa scattare quel meccanismo psicologico di protezione che si manifesta in forme che vanno dal sentimentalismo al bellicismo, dalla maternità alle estetiche della virilità, possiamo notare quanto sia facile e a buon mercato tentare la carta della ridicolizzazione dell’idea di indipendenza, ben prima che con argomenti validi e “laicità” di vedute che escludano ogni tipo di sciovinismo di ritorno. Ancora di più, il meccanismo di derisione è forte nella misura in cui vengono esagerate pretestuosamente quelle posizioni sorpassate dalla Storia e dalla critica contemporanea alle idee: si ritiene ormai – e direi anche giustamente – che non si possa più basare il concetto di nazionalità sulla discendenza di sangue, perché nessuno è puro, né in Sardegna, né in Italia e né in qualsiasi altra parte del mondo e sarebbe fin troppo opinabile e pretestuoso gettare i parametri di valutazione di ciò che può essere considerato puro. Ci sono altri parametri ben più attuali ed elastici (e meno severi del sangue) da combinare per definire una nazionalità. Non aprirò qua una digressione su cosa altro può definire il concetto di nazionalità, per esigenze pratiche. Eppure, prendendo questo esempio, si bollano in blocco gli indipendentisti come etnonazionalisti, qualsiasi cosa voglia dire, e come romantici prosecutori di un passato mitologico che ormai, Dio volle, è sfociato nel destino comune con l’Italia. Anzi, sotto l’Italia, ci sarebbe da precisare.

Pur coscienti che il popolo sardo non è in sé migliore di altri e che l’intento dei movimenti e dei partiti indipendentisti sardi è conquistare l’autodeterminazione del proprio popolo, la ridicolizzazione passa proprio per l’estremizzazione di quel brodo di idee che, all’interno dello stesso spettro politico indipendentista in cui si possono fare poche rivoltanti eccezioni, è combattuto dagli stessi indipendentisti che non si riconoscono in posizioni xenofobe, romanticamente tradizionaliste, classiste o aristocratiche, securitariste, sessiste, razziste, complottiste.
Sì, esistono anche sardi indipendentisti dell’ultima ora che hanno scoperto da poco il giocattolo dell’orizzonte indipendentista, e se ne fanno portatori anche se sono illetterati, senza coscienza, senza chiara cognizione di causa-effetto e che riescono a bersi facilmente tutte le perle complottiste. Ricordate le baggianate del tipo: “Non ho niente contro i migranti, ma… i migranti sono l’arma che l’Italia sta usando in Sardegna, perché ci destabilizzano, ci impongono le loro usanze, perché fanno più figli… è una sostituzione etnica in corso!” ?

Fauna che ti inquina l’ambiente politico e poi ti chiede pure chi distribuisce la patente di indipendentista, come se l’ironia le desse una dignità di esistenza o come se tu fossi costretto ad accettare certi personaggi come compagni di viaggio, perché non puoi avere il “marchio” di indipendentista. Lasciamo i discorsi sui diritti d’autore e sulle patenti ad un altro momento, anticipando già che ci sarebbe abbastanza da scrivere in merito. Comunque, in nessuna maniera questo tipo di fauna “politica” può essere rappresentativa dell’indipendentismo sardo attuale, anche se, a dolu mannu, ne è una componente ed è l’elemento inquinante in base al quale è facile avanzare un argomento fantoccio, che è pur sempre una fallacia logica.
La percezione ancora diffusa, che fortunatamente sta perdendo terreno, è quella secondo cui bisogna puntualizzare l’ovvio perché non si sa mai chi ci sia dietro agli indipendentisti barbuti e cattivi, giacché la retorica coloniale non fa altro che confutare i nostri argomenti proponendone una rappresentazione errata o distorta. Il fantoccio di cui sopra.

Certo è che gli argomenti dell’internazionalismo, sempre che non metta in discussione l’Italia unita, e dell’antinazionalismo, in cui l’unico emblema di nazionalismo sarebbe un ventaglio di espressioni politiche dell’Ur-Fascismo anche se poi ci si masturba davanti alle lotte anticoloniali (che sono condotti per lo più da movimenti di liberazione nazionale e sociale, toh!), sono il grimaldello con il quale si vuole negare il diritto all’esistenza del popolo sardo, in un’ottica di emancipazione sociale e di autodeterminazione popolare. Fascisti non lo siamo, e per fascisti non ci vogliamo passare, sotto alcuna forma.

Da indipendentisti, però, bisogna uscire dal meccanismo secondo cui si debba tendere al suicidio culturale per non apparire nazionalisti, cosa che succede paradossalmente abbracciando il nazionalismo e la dimensione nazionale degli altri (dell’Italia, in questo caso), che serpeggia nelle parole d’ordine unioniste e colonialiste. Lascio perdere in questo momento eventuali digressioni sulla decostruzione della rappresentazione dell’identità nazionale (così come di identità individuale), che sarebbe lecita ed aprirebbe un bel dibattito, ma che ci allontanerebbe dal discorso. È necessario rifiutare ogni tentativo per mano coloniale e/o reazionaria di far tendere il popolo sardo al suicidio culturale: infatti voler esistere e non sentirsi peggiori di altri, non vuol dire affatto basare la propria volontà di esistenza sul sentirsi migliori; non vivere di illusioni e di miti, ma nemmeno sminuirsi per vivere costantemente nella tossicità di un meccanismo coloniale, che ci guida da lontano e che ci imporrebbe di essere scettici verso la nostra esistenza come popolo ma di sentirci adatti al mondo moderno solo attraverso la sparizione e l’omologazione a ciò che la proiezione dell’italianità pretende dalla Sardegna.
Subdolamente si parla di mondo e di modernità, ma è autodeterminandosi che si trova la propria formula per stare nel mondo: in questo momento in Sardegna ci si trova ancora politicamente come nell’infanzia in cui si ha bisogno della mediazione dei genitori per imparare a stare nella società, con la differenza che i bambini crescono, mentre per la Sardegna questa condizione di perenne infanzia viene considerata congenita come se si trattasse di un individuo minorato. Questo vien fatto credere per instillare autocommiserazione, ma è dato da una politica di uno Stato che ha tutto l’interesse a non vedere maturare qualsiasi cosa che metta in discussione la propria supremazia all’interno dei suoi confini: la decentralizzazione e lo sgretolamento sono dei pericoli perché minano il sogno risorgimentale compiuto e la retorica fascista in cui si è rafforzato.

Non c’è da considerarsi necessariamente meglio dell’Italia, eppure questo non è un buon motivo per non guadagnare la propria indipendenza: semplicemente da parte di tanti sardi c’è una volontà politica di autodeterminare il proprio popolo e stare nel mondo attraverso i propri ambasciatori, i propri rappresentanti, attraverso i propri ritmi di vita, la propria lingua, poesia, filosofia, musica, enogastronomia compatibili in un ecosistema in cui il popolo vive e si identifica. Non c’è niente di male in questo.
Il discorso è meno complicato di ciò che sembra: tu non puoi pensare che io debba cambiare in base a come tu mi immagini. Questo principio, che ha avuto fortuna negli ambienti politici di emancipazione delle donne e negli studi di genere, è valido anche per il discorso che stiamo affrontando. Interrogarsi su ciò che si è, lo ritengo necessario per evitare mistificazioni, sacralizzazioni e parole vuote, ma in nessuna maniera interrogarsi può essere lo strumento attraverso il quale scoraggiare il percorso verso l’indipendenza, anche se spesso questo è stato strumentale per demolire qualsiasi tipo di ricomposizione natzionale sarda senza però mettere mai in discussione l’esistenza dell’identità italiana e dell’Italia unita, che soffre (o gode?) ancora di una disonesta ed intoccabile retorica provvidenzialista.

Dobbiamo stare attenti sia a chi basa il proprio orizzonte indipendentista sulla concezione di un passato mitologico da recuperare e il cui ripristino ci renderebbe migliori di altri popoli, sia attenti a chi giustifica l’ingerenza coloniale e a chi, dall’isola stessa, nega l’esistenza e l’autodeterminazione del popolo sardo.
Queste poche idee sono alcune delle sfide ancora attuali che l’indipendentismo sardo deve saper affrontare per farsi spazio fra pregiudizi italianisti, interessi della borghesia compradora, autocommiserazione,  diseconomia, autocolonialismo e dipendenza indotta.
Siamo indipendentisti, non perché ci sentiamo migliori degli italiani, ma perché non ci sentiamo inferiori e quindi miriamo all’autodeterminazione del nostro popolo nel mondo moderno, compatibilmente col nostro ambiente, con le nostre comunità e con la nostra cultura.

Polìtica