La Sicilia studia la propria lingua: il siciliano

La giunta regionale si è riunita ieri in seduta straordinaria ad Agrigento in occasione del 72° anniversario dell’Autonomia siciliana.

Il  governo ha deciso che il 15 maggio, festa dell’autonomia siciliana, non sarà più vacanza nelle scuole, ma sarà una giornata dedicata alla storia dell’Autonomia. Inoltre nei programmi scolastici, dal prossimo anno, verrà introdotto lo studio della storia di Sicilia e della sua lingua.

Approvato, infine, anche lo schema di nuove norme di attuazione dello Statuto in materia finanziaria (in riferimento agli articoli 36, 37 e 38).

Da ilSicilia

1976 – 2018: l’infinito massacro israeliano

di Alessia F.

Il 30 marzo 1976 sei giovani palestinesi vennero uccisi dalla polizia israeliana mentre manifestavano contro l’esproprio delle loro terre.
Sono passati 42 anni da allora, ma i palestinesi continuano a pagare con il sangue la rivendicazione dei loro diritti. Il 30 marzo di quest’anno- in occasione della “Giornata della Terra”, con cui i palestinesi ricordano l’eccidio del 1976- è stata indetta una “Marcia per il ritorno”, per riaffermare un diritto già sancito dalla Risoluzione 194 delle Nazioni Unite: il diritto dei profughi palestinesi e dei loro discendenti di tornare nelle terre e nelle case da cui furono espulsi durante la Nakba nel 1948.
La manifestazione è stata imponente: 20.000 palestinesi hanno dato vita a una marcia pacifica lungo i confini tra la Striscia di Gaza e i territori occupati nel ’48. Ad attenderli c’erano carri armati e un centinaio di cecchini israeliani, che ancora una volta hanno intriso la terra palestinese del sangue del suo popolo.
Sotto il fuoco israeliano sono caduti 17 manifestanti, mentre i feriti sono più di mille.
Si tratta dell’ennesima strage compiuta da Israele, che si nasconde dietro un dito denunciando la “presenza di alcuni terroristi tra i manifestanti” e scaricando tutte le colpe su Hamas, colpevole di “aver mandato la gente a morire”.

Inutile dire che i media italiani cercano di avvalorare la tesi israeliana denunciando la presenza di infiltrati delle Brigate al-Qassam, molti parlano di una marcia trasformatasi in “battaglia”, su la Stampa addirittura si legge che “i militari sono stati costretti a sparare sui civili”. Basterebbe guardare i numerosi video della manifestazione[1] per far crollare la narrazione israeliana: ciò che si vede è un vero e proprio tiro al bersaglio su manifestanti inermi.

Il copione è sempre lo stesso, Israele opprime il popolo palestinese sotto gli occhi della comunità internazionale godendo della totale impunità. Qualcuno potrebbe essersi illuso di fronte alla convocazione d’urgenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ma, al termine dello stesso, non è arrivata nessuna condanna per i brutali metodi utilizzati dall’esercito israeliano. Il Consiglio si è infatti limitato a chiedere un’indagine indipendente e a lanciare un generale appello alla moderazione a entrambe le parti. Moderazione, questo è quanto richiesto a un popolo privato della propria terra, un popolo che ha dovuto crescere i propri figli nei campi profughi, un popolo costretto a vivere sotto occupazione o confinato in quel fazzoletto di terra che è la Striscia di Gaza, un popolo per cui in questi ultimi settant’anni tanto è stato detto, ma niente è stato fatto.

Ieri sono morti 17 palestinesi, nessun israeliano è stato ferito, dati in linea con la profonda disparità del bilancio di quello che molti si ostinano a chiamare “conflitto”. I numeri parlano chiaro: dieci anni fa, con l’Operazione Piombo fuso, Israele uccise 1.500 palestinesi e solo tra il 2009 e il 2016 altri 2.480 palestinesi sono stati uccisi dall’IDF, mentre le vittime israeliane nello stesso arco di tempo sono state meno di 100[2].
Quanti morti servono ancora per poter parlare di massacro e sgretolare la retorica del “diritto alla difesa israeliano”?
Non abbiamo una risposta a questa domanda, ma possiamo stare certi che la repressione non riuscirà a fermare la resistenza del popolo palestinese.

Intanto le istituzioni sarde, invece di sostenere il diritto all’autodeterminazione dei palestinesi e schierarsi dalla parte della difesa dei diritti umani, stringono legami sempre più forti con lo Stato di Israele. Nonostante le campagne promosse dagli studenti dell’Università di Cagliari per chiedere la revoca degli accordi con il Technion, istituzione israeliana pesantemente coinvolta nell’occupazione dei territori palestinesi, e la non collaborazione con le altre accademie israeliane complici della violazione dei diritti dei palestinesi, l’Ateneo cagliaritano ha stipulato due nuovi accordi. Ma l’Università di Cagliari non è la sola a puntare sulla collaborazione con Israele: l’anno scorso il Presidente Pigliaru incontrò l’ambasciatore israeliano per rafforzare i rapporti tra Sardegna e Israele su ITC e agroalimentare e appena una settimana fa l’Assessorato regionale del turismo ha organizzato un evento promozionale a Tel Aviv per attrarre i consumatori israeliani sulla nostra isola.

Di fronte all’immobilismo degli organismi internazionali, all’ipocrisia di chi dovrebbe fare informazione e alla complicità delle istituzioni sarde, è importante agire dal basso, per questo l’Associazione Amicizia Sardegna Palestina ha convocato un’assemblea il 4 aprile per organizzare insieme le prossime azioni in sostegno della lotta palestinese. L’incontro si terrà alle ore 18.00 nella sede di Via Monte Santo 28.

Link all’evento: https://www.facebook.com/events/348041832269961/

[1] Vedere ad esempio link 
[2] Vedere link

Potere al popolo: progetto neocentralista?

di Andrìa Pili

Penso che la nascita di un progetto di Sinistra coerentemente alternativo al PD, in discontinuità con il passato centrosinistra, sia qualcosa di positivo con riferimento al contesto politico italiano. Perciò guardo con rispetto alla nascita di Potere al Popolo, a differenza di altri soggetti politici, come quelli che hanno dato vita a Liberi e Uguali, che non rappresentano – al di là di qualche slogan retorico comunicativo – alcuna garanzia di cambiamento, a mio modo di vedere.

Tuttavia, ho letto alcune parti del programma di Potere al Popolo e, pur condividendone molti punti, credo ce ne sia uno molto contraddittorio: “ripristinare il Titolo V della Costituzione com’era prima della riforma del 2001”.

Questo significherebbe almeno due cose: ripristinare il principio secondo cui le Regioni possono emanare delle leggi purché “non siano in contrasto con l’interesse nazionale” (dopo il 2001 questo passaggio è sparito, mi pare importante); annullare le competenze che la Sardegna aveva conquistato grazie a quella riforma, in particolare sulla legislazione concorrente in istruzione, ricerca, tutela e sicurezza del lavoro. Un altro punto importante della riforma del 2001 – che tutti i manuali sottolineano – è il passaggio da un articolo per cui la Repubblica “si riparte in Regioni, Provincie e Comuni” ad uno per cui la Repubblica ” è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”, giungendo ad una visione più orizzontale dei rapporti, il che non mi pare poco. Tale punto del programma è in contrasto con altre sue parti come “Una nuova Questione Meridionale” e quella sull’ambiente, in cui si parla di “democrazia dei territori contro un modello centralizzato orientato da interessi multinazionali”.

Se non si prevede una riforma migliorativa, in senso federale, della Costituzione – mi pare che si parli solo di una sua difesa o rilancio – non capisco come abolire l’attuale Titolo V possa andare d’accordo con punti che esaltano la democrazia locale e la discontinuità con le modalità con cui i governi italiani hanno affrontato la questione meridionale e isolana: “la fine di una strategia che vede nel meridione una mega discarica, o una mega centrale elettrica per il paese; la difesa dei territori dagli appetiti speculativi di imprenditori nostrani e grandi multinazionali, l’affermazione di un modello di economia alternativo, che accanto a produzioni qualificate valorizzi la bellezza, la storia, la terra, le nuove tecnologie, la cultura di città che sono da sempre luoghi di pace, crocevia di popoli e culture”.

Penso che questo punto controverso possa essere spiegato, provando ad entrare nella mente di chi l’ha voluto, con un ragionamento su come i governi locali possano ostacolare la grande rivoluzione voluta dal governo centrale egemonizzato da Potere al Popolo. Si tratta di una prospettiva che – allo stato delle cose – è campata in aria, visto che è improbabile che, da qui a marzo, PaP possa anche solo pensare di avere un parlamentare. Se pensiamo ad un progetto a lungo termine, credo che tale proposta sia un passo falso, rivelante anche una componente ideologica anti-regionalista oltre che una questione pratica come il contrasto dell’atteggiamento reazionario delle classi dirigenti regionali. Ovviamente, un’impostazione del genere rivela un’idea dannosa, paternalista, di un governo centrale che si pone, nei confronti di Meridione ed Isole, come un’autorità salvifica; il che si pone in contraddizione con l’idea di protagonismo popolare “dal basso” su cui il progetto si fonderebbe. Inspiegabile se consideriamo che è stata una realtà vivace come quella napoletana – ex opg Je so pazzo – a contribuire in modo determinante a dare vita a questo progetto.

La Sardegna diede la più alta percentuale di No alla riforma renziana della Costituzione; probabilmente, un rifiuto così massiccio si può interpretare proprio come la volontà di difendere l’autonomia regionale minacciata (malgrado degli accordi farlocchi fossero stati sventolati per dimostrare il contrario). Vedo come contraddittorio anche citare quella vittoria referendaria, se l’aspetto “regionalista” viene fatto passare in secondo piano.

Per i compagni sardi che hanno aderito a questo progetto politico mi pare sia essenziale chiarire le contraddizioni dei punti che ho richiamato, sempre che siano veramente sensibili alla questione sarda. Ho letto, al contrario, delle reazioni riprovevoli alla proposta dei compagni sassaresi di mettere nero su bianco il diritto del popolo sardo all’autodeterminazione e l’abolizione del principio di unità e indivisibilità dello Stato. Conosco dei compagni italiani che hanno più capacità di comprendere la questione di certi compagni nostrani; nulla di nuovo se pensiamo che per far capire al PCI sardo l’importanza dell’autonomia regionale ci volle qualche rimbrotto di Togliatti.

La questione dei poteri autonomi penso che, più che a partire dalla qualità delle classi dirigenti regionali – e tra l’altro non mi risulta che la qualità di chi amministra il governo centrale sia migliore, anzi quelle regionali/locali sono peggiori forse proprio nella misura in cui sono legate alla prima – si debba valutare in base alle possibilità che si aprirebbero per le comunità, le quali possono incidere di più, con la propria azione, sulle scelte di un pessimo governo locale piuttosto che su quelle di un pessimo governo centrale. In Sardegna è sicuramente così. In ogni caso, considerando tanto l’avversione dei compagni sardi al diritto all’autodeterminazione del proprio popolo che l’incomprensione del federalismo in Italia, ci troviamo di fronte all’ulteriore conferma del fatto che ogni ragionamento di alleanze con forze alternative italiane debba avere, come necessario passaggio preliminare, la formazione di un indipendentismo/nazionalismo sardo di massa.

Cos’è e cosa vuole Caminera Noa?

di Giovanni Fara

In queste ultime settimane in tanti si sono chiesti cosa fosse la “Camiera Noa”. Se fosse un nuovo partito politico, una coalizione elettorale, uno dei tanti tavoli di discussione che da tempo animano la politica Sarda seguendo l’orizzonte dell’autodeterminazione e dell’indipendenza dell’isola.

Io credo che la Caminera Noa sia qualcosa di molto diverso. Un progetto politico per tantissimi aspetti nuovo, un progetto di lunga durata che punta soprattutto alla costruzione di un percorso di lotte reali e che vuole accomunare la lotta per l’emancipazione sociale, per i diritti civili e per la democrazia alla lotta per l’autodeterminazione nazionale.

Un percorso di lotte reali dunque, come quella sul diritto dei giovani ad apprendere la lingua, la cultura e la storia sarda nelle scuole; la lotta per il diritto al lavoro e per la difesa delle conquiste dei lavoratori. Non in senso astratto ma attraverso la partecipazione alle lotte sindacali, alle mobilitazioni reali, per dare un nuovo impulso ad una politica da troppo tempo relegata tra le sole pagine dei social network, dei blog o dei salotti televisivi.

Caminera Noa vuole uscire da quel contesto per tornare nelle piazze, tornare fra la gente per discutere i problemi reali dei sardi, per offrire occasioni di confronto utili a gettare le fondamenta su cui costruire una solida alternativa alle condizioni di subalternità, di dipendenza, di sottomissione politica che hanno portato 400mila sardi a vivere in condizioni di povertà.

Sullo sfondo di una situazione politico-sociale disastrosa la Caminera Noa rappresenta dunque lo spazio di dibattito pubblico nel quale edificare una nuova coscienza della partecipazione, in contrapposizione agli interessi particolari di chi nell’ambito delle istituzioni e dell’azione politica dei partiti italiani lavora per il mantenimento dello status-quo. Un laboratorio di idee in grado di opporsi alla svendita della nostra terra ai nuovi colonialisti, siano essi portatori del più becero sciovinismo salviniano scandito al grido di “prima i sardi” che della propaganda della discriminazione e dell’esclusione di razza e/o di genere dei “fascisti del terzo millennio”, la quale fa breccia nel rancore per nascondere agli occhi dei sardi l’unico vero nemico da combattere, ossia lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, il predominio dello Stato centrale sugli interessi dei sardi e la rimozione di ogni anelito di indipendenza e di libertà.

 

Occupazione Militare: accordo o capitolazione?

La montagna ha partorito il topolino? A sfogliare la bozza del protocollo d’intesa “Per il coordinamento delle attività militari presenti nel territorio della Regione” illustrata nei giorni scorsi dal governatore Francesco Pigliaru (che ha avuto il via libera in aula con 34 voti a favore e 9 contrari) parrebbe che le cose stiano veramente così.

Negli ultimi anni il movimento contro l’occupazione militare è cresciuto parecchio fino ad arrivare a bloccare – se pur temporaneamente – lo svolgimento delle esercitazioni attraverso imponenti e determinate manifestazioni popolari nei pressi dei principali poligoni dell’isola. Il movimento, compattatosi intorno all’assemblea sarda contro l’occupazione militare (Aforas), è anche riuscito a uscire dal cono d’ombra delle mobilitazioni e dei fisiologici riflussi, strutturandosi sul territorio e proponendosi come centro di riferimento per una fitta attività informativa, di analisi e anche di aggregazione sociale.

A fronte della montante insofferenza dei sardi verso l’occupazione militare è evidente che lo Stato italiano è alla ricerca di una narrazione capace di rendere più tollerabile la presenza militare nella nostra isola ed è altrettanto chiaro che la maggioranza che governa la Regione Autonoma di Sardegna (ad egemonia PD) è complice di tale tentativo.

Ma che cosa dovrebbe prevedere l’accordo su quella che Pigliaru ha definito una “graduale dismissione delle servitù militari nell’isola” e altri esponenti della maggioranza un “passo storico per la Sardegna”?

Vediamolo in breve:

  • Sospendere le esercitazioni in periodo estivo
  • La cessione della spiaggia di Portu Tramatzu nel poligono di capo Teulada
  • Concessioni temporanee di altre spiagge prima sempre interdette
  • L’istituzione di osservatori ambientali indipendenti per le attività esercitative che si svolgono presso poligoni basi militari e aree addestrative.

Questi i punti definiti positivi dal partito del governatore Pigliaru. In estrema sintesi l’apertura temporanea di un paio di spiaggette e la cessione delle attività belliche in periodo estivo per non spaventare i turisti. Ma fra i punti annoverati come “successi diplomatici” dalla giunta dei professori anche delle vere e proprie beffe come per esempio la cessione della caserma “Ederle”, «previa realizzazione di idonee strutture ove rilocare attività e funzioni attualmente ivi svolte, con oneri non a carico della Difesa» e la «piena operatività della Caserma di Pratosardo, attraverso anche il dislocamento di alcuni reparti». Insomma, lo stato italiano e il suo esercito da una parte aprono i cancelli di un paio di spiagge, dall’altro si fanno pagare dalla Regione la realizzazione di nuove strutture dove svolgere le attività ora svolte nella Ederle e sbandierano come positiva l’apertura di una nuova caserma a Nuoro (a suo tempo fortemente avversata dall’organizzazione A Manca pro s’Indipendentzia) annunciando il dislocamento di nuovi reparti, cioè un incremento della presenza militare italiana in Sardegna.

A parte le colorite dichiarazioni del capogruppo del Partito dei Sardi che ha annunciato di non “voler vivere in una colonia” (dimenticando di essere però solido e fedelissimo alleato dei colonizzatori), è sceso subito in campo il neonato polo dell’Autodeterminazione attraverso le dichiarazioni del suo portavoce Antony Muroni che ha chiesto al governatore Pigliaru di non firmare l’accordo: «Ogni passo compiuto verso la liberazione delle terre sarde occupate dalle servitù militari e sottoposte a invasive esercitazioni militari va salutato con soddisfazione. Detto questo, l’accordo di programma presentato ieri in Consiglio regionale dal presidente Pigliaru è tutt’altro che storico. E, quand’anche si concretizzasse, è anni luce lontano da quel che serve: il presidente Pigliaru è ancora in tempo a non firmarlo».

Il segretario del partito indipendentista ProGreS ha invece stabilito una equazione politica fra servitù e PD ricordando che gli esponenti di tale partito in Parlamento nel 2008 avevano protestato chiedendo la realizzazione di un’ulteriore servitù all’interno del poligono di Quirra (per la cronaca: Andrea Lulli, Siro Marrocu, Amalia Schirru, Giulio Calvisi, Caterina Pes, Paolo Fadda e Guido Melis). Il PD – argomenta Gianluca Collu – «sostiene come ha sempre fatto che gli interessi dell’esercito italiano e dei suoi alleati, ma soprattutto gli interessi economici e politici di multinazionali belliche come Finmeccanica e dei partiti ad essa collegata, non si possono mettere in discussione né ora né mai. E se le popolazioni locali o l’intera nazione sarda non sono dello stesso avviso, poco importa, si continui a sparare e a bombardare».

Collu torna anche sulla questione degli osservatori ambientali “indipendenti” sbandierati da Pigliaru come uno dei punti forti dell’accordo, ricordando come il Governo Renzi abbia approvato un «decreto legge che aumenta di fatto i limiti di “inquinamento consentito” delle aree militari per alcune sostanze fino a cento volte i valori attuali». Insomma, a che servono degli osservatori ambientali indipendenti se poi nei poligoni militari si può inquinare per decreto?

Dello stesso avviso l’Assemblea sarda contro l’occupazione militare Aforas che è uscita oggi con un articolato documento di analisi denunciando l’accordo Stato-Regione come una truffa. I pochi punti positivi presenti nell’accordo cioè lo stop alle esercitazioni dal 1 giugno al 30 settembre e l’apertura temporanea delle spiagge di Murtas e Spiagge Bianche – denunciano gli attivisti – «erano già in essere negli ultimi anni attraverso protocolli d’intesa tra Comuni e Difesa, che venivano ogni anno rinnovati». Anche sugli osservatori ambientali gli attivisti svelano le carte giocate dalla Difesa e Pigliaru: «anche per questi non meglio precisati controlli ambientali ribadiamo quanto già scritto: avranno accesso e fondi per analisi approfondite? A tal proposito ricordiamo che, come riportato nel nostro ultimo dossier su Teulada, le uniche indagini su ambiente e salute sono state commissionate dalla Difesa e secretate. Per questo pretendiamo ricerche approfondite e condotte da enti terzi, non governativi e riconosciuti da tutte le parti». E, dulcis in fundo, la vera e propria mela avvelenata presente nell’accordo: a fronte di inconsistenti porzioni di territorio cedute all’uso pubblico i sardi dovranno acconsentire a nuove servitù militari «da una parte, il dislocamento di alcuni reparti nella caserma di Pratosardo (Nuoro), infrastruttura tra l’altro costruita su terre civiche, sclassificate e dichiarate edificabili con una legge del 2013. E dall’altra, l’implementazione del SIAT, Sistema Integrato per l’Addestramento Terrestre, e di altri sistemi duali. Abbiamo già sottolineato nel nostro dossier sul PISQ (Poligono Interforze del Salto di Quirra) a proposito del Distretto Aerospaziale della Sardegna (DASS) la pericolosità dell’uso civile e militare di infrastrutture tecnologiche finalizzate sempre ad un uso bellico. In particolare il SIAT, (citato nel nostro dossier su Teulada), è presentato come un nuovo modo di utilizzare il poligono, moderno, orientato alla ricerca scientifica e addirittura “green”. Ma, anche se si spara qualche cartuccia in meno del solito, si tratta pur sempre dell’ennesimo sistema di addestramento volto alla preparazione di guerre di aggressione (come dimostra la costruzione di due villaggi addestrativi riprodotti in stile medio orientale e dell’est Europa). E anche il coinvolgimento dell’Università rivela sempre lo stesso schema, già intravisto con il DASS: drenare fondi pubblici dalla ricerca verso l’industria bellica. In pratica, anziché porre le basi per la dismissione del Poligono di Teulada, l’accordo prepara il terreno per un suo nuovo utilizzo, sempre indirizzato al vecchio sfruttamento coloniale: della nostra terra da una parte e dei futuri scenari di guerra dall’altra».

 

IO NON SONO EUROPEA

di Valeria Casula

Oggi la reazione alla dichiarazione di indipendenza della Catalogna sarà spietata. E di questa reazione, per quanto i paesi europei dicano in sostanza “sono fatti loro”, in realtà siamo tutti responsabili. Sono responsabili i mezzi di informazione che hanno dipinto la manifestazione di ieri come un evento di democratici che chiedevano il dialogo, mentre in piazza si bruciavano bandiere indipendentiste, si cantavano canti franchisti, si salutava “romanamente” ovunque, si invocava l’arresto di Puigdemont, si acclamava la Policia Nacional responsabile (assieme alla Guardia Civil) della violenza nei seggi elettorali, si inveiva contro i Mossos d’Esquadra che si sono rifiutati di usare i manganelli contro il proprio popolo.
Sono responsabili i paesi europei che si appellano alla legalità di una costituzione che sancisce che i suoi popoli non possono con alcun mezzo democratico rivendicare e ottenere il proprio diritto all’autodeterminazione, perché hanno tutti costituzioni che negano tale diritto.
Sono responsabili i poteri finanziari ed economici, le banche e le imprese che hanno abbandonato la Catalogna per seguire il diktat di Madrid e condizionare pesantemente le scelte di un popolo.
Sono responsabili tutte le persone che si ostinano a sostenere che la lotta di un popolo per l’autogoverno è una lotta di egoismo, quanti stupidamente o strumentalmente associano la vicenda catalana a pseudo-autonomismi razzisti e xenofobi di casa nostra, che spesso vanno a braccetto proprio con gli stessi fascisti che hanno sfilato ieri a Barcellona (contro cui comunque, mai e in nessuna circostanza, invocherei l’uso della repressione violenta). Forse qualcuno condannerà la violenza, ma si tratterà di una condanna ipocrita, perché tutti hanno concorso a rafforzare la posizione della monarchia e del governo spagnolo, perché nessuno ha pensato di intervenire con una mediazione e comunque una condanna netta della repressione a cui abbiamo assistito. Eppure le parole del vice-segretario all’informazione del Partido Popular, Pablo Casado, sono state molto chiare: “La storia non si deve ripetere e speriamo che domani non si dichiari nulla perché forse chi dichiara finisce come che la dichiarò 83 anni fa (ndr: il riferimento è alla dichiarazione di indipendenza della catalogna di Lluis Companys per questo arrestato nel 1934 e fucilato nel 1940). È come se tu sentissi un uomo minacciare di morte la propria moglie che intende lasciarlo (o viceversa) e ti voltassi dall’altra parte, anzi, addirittura se affermassi “lei/lui non può andarsene”. È come se lui/lei dichiarasse pubblicamente che non consentirà in alcun modo il gesto (unilaterale) dell’abbandono e tu dicessi “ha ragione” o, nella migliore delle ipotesi, “sono fatti loro, non posso farci niente”.

A cosa serve questa Europa se non è neanche in grado di scongiurare simili reazioni? A cosa serve un’Europa che nega qualsiasi mediazione? A cosa serve un’Europa se le affermazioni più coraggiose che riesce a proferire sono “dovete parlarvi”, ben consapevole che esiste una parte che non intende nel modo più assoluto trovare una mediazione? Ecco, io che ho sempre pensato che mi fosse andata piuttosto bene per il fatto di essere nata, tutto sommato, nella parte “migliore” del mondo e nel secolo giusto, domani sentirò tutta la rabbia e il disgusto di un’Italia e un’Europa con cui per la prima volta mi sento di non avere proprio niente a che fare, di un’Europa che non solo acconsente o si rende complice di scempi e repressioni in casa altrui, ma che addirittura li legittima in casa propria. IO NON SONO EUROPEA E NON SONO NEANCHE CUGINA DELL’ITALIA, MI RIPUGNANO ENTRAMBE!

L’esaltazione della romanità e l’etnocidio dei sardi

di Francesco Casula

Inquietanti e pericolosissimi rigurgiti nazifascisti attraversano l’Europa e l’Italia. Alcuni inneggianti alla “Romanità”. Voglio sperare che la Sardegna ne sia immune. Significherebbe altrimenti non capire, non conoscere e non aver consapevolezza degli immani disacatos perpetrati dal dominio romano in Sardegna. Fu un vero e proprio etnocidio. Spaventoso. La nostra comunità etnica fu inghiottita dal baratro. Almeno metà della popolazione fu annientata, ammazzata e ridotta in schiavitù. “Negli anni 177 e 176 a.c – scrive lo storico Piero Meloni- un esercito di due legioni venne inviato in Sardegna al comando del console Tiberio Sempronio Gracco: un contingente così numeroso indica chiaramente l’impegno militare che le operazioni comportavano”. Alla fine dei due anni di guerra – ne furono uccisi 12 mila nel 177 e 15 mila nel 176- nel tempio della Dea Mater Matuta a Roma fu posta dai vincitori questa lapide celebrativa, riportata da Livio: “Sotto il comando e gli auspici del console Tiberio Sempronio Gracco la legione e l’esercito del popolo romano sottomisero la Sardegna. In questa Provincia furono uccisi o catturati più di 80.000 nemici. Condotte le cose nel modo più felice per lo Stato romano, liberati gli amici, restaurate le rendite, egli riportò indietro l’esercito sano e salvo e ricco di bottino, per la seconda volta entrò a Roma trionfando. In ricordo di questi avvenimenti ha dedicato questa tavola a Giove”. Gli schiavi condotti a Roma furono così numerosi che “turbarono“ il mercato degli stessi nell’intero mediterraneo, facendo crollare il prezzo, tanto da far dire allo stesso Livio “Sardi venales“ : Sardi da vendere, a basso prezzo. Altre decine e decine di migliaia di Sardi furono uccisi dagli eserciti romani in altre guerre, tutte documentate da Tito Livio, che parla di ben otto trionfi celebrati a Roma dai consoli romani e dunque di altrettante vittorie per i romani e eccidi per i sardi.

Chi scampò al massacro fuggì e si rinchiuse nelle montagne, diventando dunque “barbara” e barbaricina, perché rifiutava la civiltà romana: ovvero di arrendersi e sottomettersi. Quattro-cinque mila nuraghi furono distrutti, le loro pietre disperse o usate per fortilizi, strade cloache o teatri; pare persino che abbiano fuso i bronzetti, le preziose statuine, per modellare pugnali e corazze, per chiodare giunti metallici nelle volte dei templi, per corazzare i rostri delle navi da guerra. La lingua nuragica, la primigenia lingua sarda del ceppo basco-caucasico, fu sostanzialmente cancellata: di essa a noi oggi sono pervenuti qualche migliaio di toponimi: nomi di fiumi e di monti, di paesi, di animali e di piante.

Le esuberanti creatività e ingegnosità popolari furono represse e strangolate. La gestione comunitaria delle risorse, terre foreste e acque, fu disfatta e sostituita dal latifondo, dalle piantagioni di grano lavorate da schiere di schiavi incatenati, dalle acque privatizzate, dai boschi inceneriti. La Sardegna fu divisa in Romanìa e in Barbarìa. Reclusa entro la cinta confinaria dell’impero romano e isolata dal mondo. E’ da qui che nascono l’isolamento e la divisione dei sardi, non dall’insularità o da una presunta asocialità. A questo flagello i Sardi opposero seicento anni di guerriglie e insurrezioni, rivolte e bardane. La lotta fu epica, anche perché l’intento del nuovo dominatore era quello di operare una trasformazione radicale di struttura “civile e morale”, cosa che non avevano fatto i Cartaginesi. La reazione degli indigeni fu fatta di battaglie aperte e di insidie nascoste, con mezzi chiari e nella clandestinità. “La lunga guerra di libertà dei Sardi –è sempre Lilliu a scriverlo – ebbe fasi di intensa drammaticità ed episodi di grande valore, sebbene sfortunata: le campagne in Gallura e nella Barbagia nel 231, la grande insurrezione nel 215, guidata da Amsicora, la strage di 12.000 iliensi e balari nel 177 e di altri 15.000 nel 176, le ultime resistenze organizzate nel 111 a.c., sono testimonianza di un eroismo sardo senza retorica (sottolineato al contrario dalla retorica dei roghi votivi, delle tabulae pictae, dei trionfi dei vincitori)”. La Sardegna, a dispetto degli otto trionfi celebrati dai consoli romani, fu una delle ultime aree mediterranee a subire la pax romana, afferma lo storico Meloni. Ma non fu annientata. La resistenza continuò. I sardi riuscirono a rigenerarsi, oltrepassando le sconfitte e ridiventando indipendenti con i quattro Giudicati: sos rennos sardos.

Bocciata la scuola (italiana) in Sardegna

di Francesco Casula

Fra tutte le venti regioni, gli alunni sardi, registrano i peggiori risultati: sono i più bocciati e i più rimandati. Nella scuola Secondaria di secondo grado il 28,6 per cento ha la sospensione di giudizio, cioè rimandato e, l’11,4 è stato bocciato. Solo il 60 per cento promosso.

Il numero più alto di alunni bocciati si registra nelle scuole professionali con il 17,3 per cento: significa che quasi uno su cinque ripete lo stesso anno, mentre il 31% è rimandato. Sale il dato nei Tecnici dove i rimandati sono il 32,8 per cento e il 14,4 per cento i non ammessi alla classe successiva.

Anche nelle Secondarie di Primo grado si registrano risultati negativi per l’anno scolastico appena terminato: in Italia la percentuale degli ammessi alla classe successiva è il 97,7, in Sardegna si sta sotto la media con il 97,2 e il 2,8 per cento di bocciati. E la dispersione scolastica è la più alta d’Italia: un ragazzo su quattro non arriva al diploma.

Gli studenti sardi sono più tonti di quelli italiani? O poco inclini allo studio e all’impegno? E i docenti sono più scarsi o più severi? Io non credo. Come non penso che svolgano più un ruolo determinante la mancanza o l’insufficienza delle strutture scolastiche (laboratori, trasporti, mense ecc.), anche se certamente influenzano negativamente i risultati scolastici.

E allora?
E allora i motivi veri sono altri: attengono alle demotivazioni, al senso di lontananza e di estraneità di questa scuola. Che non risulta né interessante, né gratificante, né attraente. La scuola italiana in Sardegna infatti è rivolta a un alunno che non c’è: tutt’al più a uno studente metropolitano, nordista e maschio. Dunque non a un sardo. E tanto meno a una sarda.

È una scuola che con i contesti sociali, ambientali, culturali e linguistici degli studenti non ha niente a che fare. Nella scuola la Sardegna non c’è: è assente nei programmi, nelle discipline, nei libri di testo, nell’organizzazione.

Provate a chiedere a uno studente sardo che esca da un liceo artistico, cosa conosce di una civiltà e di un’architettura grandiosa come quella nuragica, sicuramente fra la più significative dell’intero Mediterraneo; provate a chiedere a uno studente del liceo classico cosa sa della parentela fra la lingua sarda e il latino; provate a chiedere a uno studente di un Istituto tecnico per ragionieri e persino a un laureato in Giurisprudenza cosa conosce di quel monumentale codice giuridico che è la Carta de Logu di Eleonora d’Arborea.

Vi rendereste conto che la storia, la lingua e la civiltà complessiva dei Sardi dalla scuola ufficiale è stata non solo negata ma cancellata. Permane una scuola monoculturale e monolinguistica, negatrice delle specificità, tutta tesa allo sradicamento degli antichi codici culturali e basata sulla sovrapposizione al “periferico” di astratti paradigmi e categorie che le grandi civiltà avrebbero voluto irradiare verso le civiltà considerate inferiori.

Questa scuola ha prodotto in Sardegna, soprattutto negli ultimi decenni, giovani che ormai appartengono a una sorta di area grigia, a una terra di nessuno. Apprendono l’italiano a scuola ma soprattutto grazie ai media: ma si tratta di una lingua stereotipata, gergale, banale, una lingua di plastica, inodore, insapore e incolore.

Ma una scuola monoculturale e monolinguistica produce effetti ancor più gravi e devastanti a livello psicologico e culturale. Da decenni infatti la pedagogia moderna più attenta e avveduta ritiene che la lingua materna e i valori alti di cui si alimenta siano i succhi vitali, la linfa, che nutrono e fanno crescere i bambini senza correre il gravissimo pericolo di essere collocati fuori dal tempo e dallo spazio contestuale alla loro vita.

Solo essa consente di saldare le valenze e i prodotti propri della sua cultura ai valori di altre culture. Negando la lingua materna, non assecondandola e coltivandola si esercita grave e ingiustificata violenza sui bambini, nuocendo al loro sviluppo e al loro equilibrio psichico.

Li si strappa al nucleo familiare di origine e si trasforma in un campo di rovine, la loro prima conoscenza del mondo. I bambini infatti – ma il discorso vale anche per i giovani studenti delle medie e delle superiori – se soggetti in ambito scolastico a un processo di sradicamento dalla lingua materna e dalla cultura del proprio ambiente e territorio, diventano e risultano insicuri, impacciati, “poveri” sia culturalmente che linguisticamente.

Di qui la mortalità e la dispersione scolastica.
Ite faghere? Cambiare radicalmente la didattica, i curricula, la stessa mentalità di docenti e dirigenti scolastici.

Per quanto attiene alla lingua sarda occorrerà finalmente partire dal dato – appurato scientificamente da tutti gli studiosi – che la presenza della lingua materna e della cultura locale nel curriculum scolastico non si configurano come un fatto increscioso da correggere e controllare ma come elementi indispensabili di arricchimento, di addizione e non di sottrazione, che non “disturbano” anzi favoriscono apprendimento e le capacità comunicative degli studenti, perché agiscono positivamente nelle psicodinamiche dello sviluppo.

Di qui la necessità che nelle scuole di ogni ordine e grado si inserisca la lingua e la cultura sarda, come materia curriculare. Altrimenti i record negativi della scuola in Sardegna permarranno.

E continuare a piangersi addossso e a lamentarci servirà a poco.

Articolo originariamente pubblicato al:

http://www.anthonymuroni.it/2017/08/19/bocciata-la-scuola-italiana-sardegna-francesco-casula/

Sa Federatzione de sa Gioventude Indipendentista lompet a Iscanu

In su freàrgiu de ocannu nascheit sa FGI, animada dae su bisòngiu de atzapare una prospetiva comuna pro mìgias e mìgias de giòvanos/as sardos/as, istudiantes o traballadores/as, de sas bidda o de sas tzitades o disterrados; una dimensione chi permitat su cunfrontu abertu in pitzu de sos temas chi como non si podent prus delegare, gasi comente s’autodeterminatzione de su pòpulu sardu.

A oe sa netzessidade de sa Federatzione est sa de agregare cantu prus possìbile in manera chi sa dibata si potzat ismanniare e arrichire de cuntributos, anàlisis e esperièntzias. Pro custu motivu, a pustis de sas presentadas de Aristanis e Casteddu, sa FGI at detzisu de presentare custu progetu in Iscanu, unu de sos tzentros prus de importu (economicamente, istoricamente e culturalmente) de su Montiferru.

S’addòbiu at a èssere in Iscanu, carrera Vittorio Emanuele 7, in sos locales de su Comune Betzu a sas 19:00.

Su tesseramentu est abertu a totu sas pitzocas e pitzocos intre sos 14 e sos 29 annos, s’òrdine de sa die cunsistet in sa presentada de su manifestu e de s’istatutu de sa FGI e in sa dibata chi sighit.

A S. Cristina il primo passo di una “Caminera noa”

Giornata rovente, non solo politicamente parlando, lo scorso 23 luglio 2017 nella sala conferenze del complesso nuragico di S. Cristina di Paùlle (Paulilatino secondo il toponimo italiano). Per tutta la giornata diverse realtà che praticano il conflitto sociale e nazionale in Sardegna si sono confrontate serratamente su valori, obiettivi, temi strategici e metodi organizzativi.

La mattina ci si è confrontati sui valori unificanti, partendo dalla cruciale e preoccupante ondata di razzismo endemico che sta contaminando non solo il pensiero comune, ma anche diverse sensibilità storicamente orientate all’indipendentismo. Non è un caso che all’ingresso della sala fosse presente un banchetto per la raccolta firme “Io ero straniero”, iniziativa per l’abolizione della legge razzista Bossi-Fini. Nello stesso banchetto anche la storica rivista della sinistra anticolonialista sarda “Camineras”, il cui ultimo numero è fresco di stampa.

Il contrasto alle narrazioni (e alle bufale) razziste è stato uno dei temi ricorrenti in tutti gli interventi che si sono avvicendati nel corso della mattina. Altra trait d’union è stata sicuramente la battaglia per l’autodeterminazione del popolo sardo.

Non tutti nella sala hanno ancora maturato una posizione schiettamente indipendentista, ma tutti gli interventi sono stati concordi nel riconoscere la necessità di avviare un processo di emancipazione della natzione sarda dal centralismo e dal colonialismo sempre più opprimente dello Stato italiano.

È significativo che molti esponenti di spicco della sinistra italiana di un tempo siano giunti a tali convinzioni e che abbiano pubblicamente dichiarato la propria disponibilità a impegnarsi in un processo aggregativo basato sul riconoscimento della natzione sarda e sulla necessità di rafforzare tutte le battaglie dell’autodeterminazione.

E naturalmente è stata cruciale la questione della lotta al capitalismo, in tutte le sue forme. Molti interventi hanno denunciato la complicità delle Giunte di centro sinistra nelle politiche di ipersfruttamento del lavoro, di austerity imposte dalla UE e di smantellamento dei basilari servizi pubblici, a partire dalla lettura di una lettera di un militante portatore di handicap che denunciava l’impossibilità di essere presente al dibattito proprio a causa dell’assoluta mancanza di assistenza nei servizi pubblici sardi.

Bersaglio costante di molte analisi è stato anche il cosiddetto “sovranismo” o “indipendentismo di governo” propugnato da alcuni ex dirigenti indipendentisti che svolgono oggi una funzione ancillare e subalterna della Giunta Pigliaru: «nostro compito è quello di contrastare il “sovranismo” di stampo coloniale che si nutre della narrazione di riformare la Regione dall’alto e dalle élite di potere» – è stato detto da uno degli interventi – «attraverso la costruzione di un movimento di sovranità popolare dei sardi e delle sarde che dal basso praticano il conflitto sociale, la resistenza alla rapina del territorio, il contrasto all’occupazione militare, la disobbedienza civile, la riorganizzazione di una rete civica e civile».

Dopo la pausa pranzo, il dibattito è proseguito con l’analisi di alcuni temi ritenuti cruciali. Diversi compagni e compagne sono intervenuti in maniera analitica e documentata in difesa della sanità pubblica e contro le politiche di privatizzazione volute dalla Giunta regionale, sulla grave emergenza abitativa che affligge molte regioni della Sardegna, sulla necessità di invertire la rotta in merito alle politiche di istruzione e ricerca, sulla gravissima condizione che attanaglia il comparto dell’edilizia e sulla necessità di investire in una agenzia regionale che ristrutturi edifici e stabili ormai fatiscenti, sulla piaga della grande distribuzione e sulla necessità di organizzare i lavoratori contro l’ipersfruttamento e l’apertura nei gironi festivi, sulla questione contadina e sulla necessità di politiche che valorizzino il settore dando spazio ai giovani disoccupati “aspiranti contadini”, sulle politiche migratorie e sulla necessità di smontare le narrazioni xenofobe, sulle nuove tipologie di contratti precari su cui con tutta probabilità avrà parere definitivo la RAS, sulla campagna dei comitati sardi per la democrazia per una legge elettorale statutaria che superi il presidenzialismo e su tanti altri temi di carattere sociale, politico e culturale.

L’ultima parte della giornata è stata dedicata alla questione organizzativa e metodologica. Appurato che esiste la volontà politica di proseguire nel percorso di una “Caminera noa” iniziato il 23 luglio 2017 a S. Cristina, ora un comitato volontario si occuperà di raccogliere i materiali del dibattito e di organizzare una nuova assemblea che verterà su un unico punto all’ordine del giorno: individuare una forma organizzativa capace di garantire la massima partecipazione di tutti, l’efficienza della mobilitazione e sventare ogni tendenza al leaderismo, al personalismo, al verticismo.
Insomma dopo aver tracciato la strada politica che si vuole percorrere “Pro una caminera noa”, passata l’estate, ci si troverà a discutere sul come iniziare a percorrere questa nuova strada.

Vedi altro:

http://www.pesasardignablog.info/2017/07/17/dal-23-luglio-una-caminera-noa-alternativa-alla-subalternita/