#SardinianLivesMatter: i sardi sono bianchi?

di Carlo Manca

Un equivoco

I fatti recenti hanno portano il mondo a fare una riflessione sulla questione dei neri nord-americani che continuano a subire vessazioni che storicamente non hanno mai smesso di subire. L’uccisione di Floyd ha rappresentato l’emblema della violenza razzista della polizia nord-americana, che ancora una volta si è macchiata di un altro assassinio, e da lì in poi si sono scatenate le azioni violente da parte dei neri nord-americani che hanno ripreso a mettere in discussione, semmai si fossero fermati, il paradigma della società capitalista ed il paradigma di un razzismo più o meno soffice di cui la società nord-americana è intrisa.

Lo slogan #blacklivesmatter non è certo nuovo, giacché circolava già da anni e non è raro che si sia parlato di tale tema nel mainstream, ed ogni volta incontrava, oltre al classico razzismo manifesto e al classico colonialismo esplicito, il suo nemico più subdolo #alllivesmatter. Subdolo perché ovviamente non c’è dubbio che tutte le vite contino, ma che, volendo specificare che non siano solamente quelle nere a contare, appare come una precisazione non richiesta che porterebbe a concludere che i neri che protestano abbiano sbagliato il bersaglio della critica. E invece non è così: #blacklivesmatter esattamente perché tutte le vite contano e perché, fino a prova contraria, l’Uomo bianco è attualmente un privilegiato attorno al quale gira la vita moderna e in base al quale si decide cosa sia degno di essere considerato cultura, cosa sia degno di essere considerato universale, cosa sia degno di essere considerato desiderabile per sentirsi delle persone riuscite. Insomma, il colonialismo è mimetizzato nella quotidianità della vita occidentale, sia in quella nord-americana che in quella europea, cioè nella vita quotidiana dell’Uomo bianco. Se tutte le vite contano, ma quelle dei neri sembrano di serie B, allora è giusto dire che le vite dei neri contino, che abbiano un valore, che non siano in blocco né schiavi, né servi, né animali da compagnia, né carne da macello, né tante altre cose che la cultura colonialista nel corso della Storia ha deciso per i neri.

E così, la protesta dei neri nord-americani ha valicato l’oceano ed ha fatto in modo che tutte le persone solidali con tale protesta si accodassero ai contenuti di fondo: denunciare pubblicamente e protestare contro la cultura razzista e contro quella colonialista, di cui il razzismo è un dispositivo atto a giustificare la violenza e la prevaricazione sulla persona altrui. La violazione della dignità umana passa attraverso la narrazione di cui il colonialismo ha bisogno: è giusto non avere rispetto di tale gruppo X di persone, perché queste persone hanno, per natura e non per scelta, determinate caratteristiche deprecabili e immutabili, e pertanto noi siamo giustificati ad agire violentemente nei loro confronti perché noi siamo il gruppo Y e agiamo anche nel bene di tale gruppo X, che dovrà rinunciare alla propria identità, alla propria lingua, alla propria dignità, alla propria libertà, per avere le briciole della facoltà di stare al mondo, facoltà di cui noi siamo gli arbitri. Vero è che, finché questo discorso colonialista sta in piedi, e cioè finché cambiano solo gli equilibri di potere senza che però si superi il paradigma colonialista che porta con sé il razzismo, si sarà sempre i “negri” di qualcun altro.

La lotta per i simboli è innanzitutto una lotta fra modelli concorrenti di società. I simboli non sono né pura estetica e né memoria storica priva di senso. Floyd è diventato l’emblema, quindi un simbolo, della discriminazione razziale attuata dalla società bianca nord-americana e declinata nel pratico soprattutto dalla polizia che sa di avere il coltello dalla parte del manico. Le statue raffiguranti i colonizzatori delle Americhe, quando non di schiavisti e di altre canaglie del passato, non vengono abbattute o vandalizzate per il gusto di farlo, bensì perché sono rappresentazioni insopportabili ed inconcepibili in un modello di società che avanza e che porta con sé un punto di vista etico diametralmente opposto a quella società che invece prevedeva lo schiavismo o un razzismo palese in cui ogni cittadino bianco poteva fare la pelle a un nero impunemente. Relativizzare i modelli di società è fattibile solo quando non si cade nell’errore di considerare egualmente validi anche quelli che contemplano il colonialismo, sui popoli e sui corpi altrui (da cui il sessismo), ed il razzismo funzionale che lo accompagna. Possiamo affermare che l’esperimento sia riuscito se, ogni volta che si abbatte una determinata rappresentazione del colonialismo, lo scontro torna ad essere sui contenuti e non sull’estetica di tali rappresentazioni: si parla nuovamente di politica, di filosofia, di Storia, di antropologia perché ci si scontra sul modello di società che deve affermarsi, mettendo in contrapposizione chi propone un’etica basata sui presupposti universali dell’egualitarismo, di giustizia, di solidarietà e di autodeterminazione e chi invece giustifica le nefandezze di questo o quel personaggio storico, o magari sfoderando la carta della contestualizzazione storica laddove invece c’è di fondo un’affinità ideologica, e magari facendosi aiutare nella trattazione da quegli utili idioti che vorrebbero dare a bere agli altri che quelle rappresentazioni siano dei beni culturali da dover preservare in funzione di una memoria storica superpartes. La memoria storica è possibile anche a prescindere dall’esposizione di raffigurazioni di personaggi dalla dubbia portata, di cui certamente non avremmo bisogno se vogliamo affermare una società più etica che non intende trovarsi in mezzo ai piedi le facce di bronzo del colonialista Tizio, dello schiavista Caio, del lenone Sempronio. La memoria storica non è mai fine a sé stessa ed è possibile perfino con altre modalità: o si mantiene la statua lì dov’è, ma si appende una targa in cui si raccontano le “disavventure” dell’antieroe; oppure si aggiunge nei pressi immediati una statua a rappresentare le vittime di tale personaggio raffigurato; oppure si spostano le statue in un museo, che è il luogo deputato alla memoria storica in cui le opere d’arte perdono gran parte di quella dimensione pubblica-politica, ma sono spettacolarizzate per rappresentare un passato che non c’è e non ci può essere più: è per questo che nei musei troviamo armature medievali, sarcofagi egizi, vasi etruschi, statue greche, busti romani, lanterne puniche, pugnali e bronzetti shardana.

Sulla scia della vandalizzazione o dell’abbattimento delle statue dei colonialisti, anche in Europa si è colta la palla al balzo per tornare sui discorsi avviati già da tempo che sono rimasti come i carboni ardenti sotto la cenere. In Sardegna è percepita una “Questione Sarda” almeno da quando si è percepita l’alterità del colonizzatore: tralasciando adesso il rapporto fra Sardegna e l’esterno nel Medioevo, nell’Età Moderna parliamo del rapporto con la Spagna e poi col Piemonte, che successivamente sarà il rapporto con l’Italia unita. In Sardegna la colonizzazione ha avuto delle modalità affini a quelle avvenute in Africa o nell’America Ispanica, fatta eccezione per lo schiavismo che non ha avuto esito perché la compravendita di schiavi non era già prevista dall’ordinamento giuridico sardo e quindi non poteva prestarsi al traffico di esseri umani col colonialista europeo. Sbalorditivamente, molti sardi non riescono a concepire sé stessi se non come persone nate sotto una cattiva stella e se non come degli eterni colonizzati che hanno come caratteristica quella di riuscire ad accettare di buon grado ogni nuovo colonizzatore. Per capire la Sardegna ed il rapporto con lo Stato coloniale nella sua dimensione storica, è molto più utile leggere la letteratura ispanoamericana dalle origini ad oggi, piuttosto che quella prodotta per la fruizione in un mercato italiano e scritta da italiani di Sardegna (e non da sardi), i quali intendevano descrivere l’isola esattamente come il lettore italiano medio si aspettava che dell’isola si parlasse, cioè in maniera orientalista, arcaica, fiabesca, misteriosa, bizzarra, biasimevole, dannata. La descrizione di sé stessi a misura di occhio alieno ha avuto per i sardi la conseguenza nefasta dell’identificazione in quella narrazione di sé: “io sono ciò che penso che tu mi abbia chiesto di essere”.

E quindi, sempre a proposito della scia di vandalizzazione o di distruzione, si è messa in discussione la legittimità della rappresentazione dei tiranni che tanti danni hanno recato alla Sardegna. I Savoia hanno fatto la loro parte nella stessa maniera in cui ogni Stato occupante ci ha messo del proprio per depredare la Sardegna, con la sola differenza che attualmente sia quasi impossibile trovare rappresentazioni glorificanti del passaggio di questi ultimi. Avere nelle piazze sarde le statue dei regnanti di casa Savoia, non è tanto diverso dal trovarsi statue di eroi sudisti in una qualunque città nord-americana con una grossa componente di popolazione nera – che poi non sarebbe legittimo nemmeno se la città nord-americana qualunque fosse a maggioranza bianca, giacché non aveva senso né prima e né adesso l’approvazione morale delle caratteristiche del contesto antropologico di metà ‘800. Avere vie dedicate ai Savoia nei centri abitati sardi non è tanto diverso dal dedicare vie ai regnanti spagnoli in una città qualunque del Venezuela o del Nicaragua. Avere vie dedicate agli amministratori della Sardegna per conto dei Savoia, e per questo trovare inconcepibile una tale vessazione da parte della amministrazione locale che evidentemente agisce pensando italiano, non è tanto diverso dal trovare inaccettabile che in una qualsiasi città congolese ci possano essere vie dedicate ai funzionari di Re Leopoldo II del Belgio.

Si addicono le critiche allo slogan #alllivesmatter anche a #sardinianlivesmatter?

Mentre #alllivesmatter è una distrazione dal discorso centrale, in cui tale slogan si pone come sostitutivo di #blacklivesmatter quasi come a voler specificare che anche l’Uomo bianco possa essere discriminato e che pertanto perfino la sua vita valga (cosa che nessuno ma proprio nessuno negherebbe mai né a parole e né a fatti), lo slogan made in Sardinia si pone contemporaneamente come slogan di affiancamento e di proseguimento di #blacklivesmatter declinato nel contesto sardo. Possiamo certamente affermare che ci sia una convergenza sulle finalità del movimento per l’emancipazione dei neri del nord America e di quello per l’emancipazione del popolo sardo, e che certamente entrambe possano riconoscersi in una concezione secondo cui tutte le vite contano (e a questo punto azzarderei che sarebbe perfino estremamente coerente convergere con la prospettiva antispecista), tranne quelle volte in cui è il maschio bianco normodotato cisgender eterosessuale borghese a riempirsene la bocca per voler apparire come vittima di qualcuno e dichiararsi oppresso per aver perso la propria centralità normativa, per non poter più esercitare il proprio privilegio e per fare così del vittimismo a buon mercato. Con il #sardinianlivesmatter nessuno mette in discussione le rivendicazioni dei neri del nord America, ma anzi, si vuole supportare tale rivendicazione che si riverbera anche nella periferia d’Europa e si vuole estendere il ragionamento, senza pretesti di sorta che portino ad un sottile boicottaggio come succede per #alllivesmatter, alla condizione storica dei sardi che hanno sofferto e continuano a soffrire dei pregiudizi razziali in funzione della colonizzazione marchiata Italia, e che hanno perso la propria identità e che hanno difficoltà ad esercitare qualsiasi forma di autogoverno, dall’autonomia ad un orizzonte di indipendenza. L’assunto secondo cui tutte le vite contino, ha senso solo quando la sua comparsa nel discorso non sia un pretesto per annacquare nell’immediato la rivendicazione emancipatoria del popolo nero del nord America; in altre parole, l’orizzonte in cui si muove #blacklivesmatter è quello secondo cui tutte le vite contino, ma lo si ribadisce perché evidentemente non pare così tanto chiaro al maschio bianco normodotato cisgender eterosessuale borghese di cui sopra. Che poi è lo stesso meccanismo di quando, in Sardegna, chi vorrebbe esercitare il diritto all’autogoverno, viene sommerso dalla retorica unionista e dalle accuse di provincialismo perché “tutti gli italiani contano, e se voi fate l’indipendenza, allora perfino il mio condominio vorrà la sua indipendenza!”; tradotto: con le vostre rivendicazioni da sardignoli noi ci asciughiamo i piedi e voi continuerete a non esistere, perché in fondo siamo tutti italiani, ma voi in ogni caso rimarrete italiani di serie B.

Date le circostanze storiche e politiche, dovremmo iniziare a chiederci quanto i sardi possano considerare sé stessi come bianchi, come persone che, a parte aver guadagnato delle garanzie democratiche di certo importanti che sono state estese quasi a chiunque nell’Europa attuale, non possano considerare sé stesse come parte di una colonia interna in Italia, come persone che hanno dovuto rinunciare quasi completamente alla propria espressione dei caratteri popolari attraverso una serie di minacce e di stigmi sociali, come persone che hanno diritto ai suddetti caratteri popolari ma solo attraverso una musealizzazione dei costumi (ad esempio le sfilate di abiti tradizionali come La Cavalcata a Sassari ed i balli nelle televisioni regionali) e una cristallizzazione dei propri saperi pratici che non devono evolversi, al fine di essere progressivamente persi in una maniera artificiale percepita però come “naturale” e dovuta ai tempi che cambiano. I pregiudizi disprezzanti sui sardi si sprecano, così come è vero che si sprecano per i meridionali d’Italia e per qualsiasi altra comunità straniera presente sia in Sardegna che in Italia, e sono tutti pregiudizi che sono figli di una concezione monolitica dello Stato, fondamentalmente ancora colonialista, che stigmatizza tutte le lingue che stanno sotto l’unica considerata degna di essere imparata, che si attribuisce la storia dei popoli che per lui sono funzionali a raccontare dei precedenti illustri della propria entità statale (l’Italia attuale non è in continuità con Roma Antica, ad esempio, malgrado la retorica nazionalista che per anni abbia voluto spingere questo racconto), e ammette nella composizione della propria cultura di Stato solo poche identità locali funzionali a riprodurre l’idea composita che vuole dare di sé all’esterno (Italia: pizza, cannolo, lasagna, carbonara, mandolino, brava gente, Colosseo, gondole, Vesuvio, Torre di Pisa) e spegnere le istanze centrifughe, come ad esempio è stata l’operazione che ha istituito nuovamente la Brigata Sassari dopo decine d’anni d’inattività. Se la Brigata Sassari fosse stato veramente un corpo militare sardo, innanzitutto avrebbe forse – e dico “forse” – avuto una considerazione diversa del patrimonio naturalistico ed archeologico sardo e poi non avrebbe speso così tante energie per costruire la propria immagine, spesso in modo caricaturale, e non sarebbe stata concepita come il corrispettivo interno degli ascari: “sardi” che si assoldano come bassa forza con l’Italia, nella stessa maniera in cui eritrei e libici si arruolavano come mercenari per l’Italia, ma sempre con quadri provenienti da fuori e non a caso ogni tanto sparano qualche perla di antropologia fai-da-te sul sistema culturale dei sardi e sulla loro presunta indole a delinquere o incestuosa. Per le suddette ragioni, ripeto, c’è da chiedersi quanto i sardi siano effettivamente bianchi.

Allora diremmo che, se è vero che le vite dei neri contano, non possiamo rifiutare di riconoscere che perfino le vite dei sardi contino, perché dopotutto anche i sardi sono neri o, quantomeno, non sono bianchi.