Ragionando su Caminera Noa (Cristiano Sabino)

Il Manifesto Sardo ha ospitato in questi ultimi giorni un dibattito sul percorso politico di Caminera Noa (qui l’articolo di Sardinia Post che annuncia la plenaria di domenica prossima a Bauladu). 

La redazione di Pesa Sardigna ha deciso di riportare integralmente il dibattito in ordine di pubblicazione. Di seguito l’articolo di Cristiano Sabino. 

Il 18 marzo si svolgerà a Bauladu la terza assemblea plenaria di Caminera Noa e la carne al fuoco è molta. Nascerà un nuovo percorso politico in Sardegna o ci si limiterà a restare nella dimensione della rete delle lotte e dei conflitti senza ambire ad una sintesi a tutto tondo? E ci sono tante altre questioni da vedere, come per esempio il rapporto con le forze antiliberiste non sarde e quelli con la vasta area del nazionalismo e dell’autogoverno sardo.

Ma prioritario a mio parere è il metodo con cui si intenderà organizzarsi e lo dico pensando all’ultima telefonata con Vincenza Pillai il quale, con il suo immancabile piglio, si raccomandava perché questa volta si desse corpo ad un vero processo di democrazia popolare.

Ed è questa la prima domanda che mi faccio: cosa ci serve? Partiamo da ciò che non ci serve affatto. Non ci serve l’ennesimo partito indipendentista a parole e subalterno nei fatti. Ce ne sono tanti, chi vuole si iscriva lì. Con la Giunta Pigliaru l’indipendentismo ha perso la verginità e ha purtroppo sdoganato la legittimità di appoggiare le più sciagurate politiche centraliste, colonialiste e antisociali. Non ci serve neppure l’ennesimo nuovo partito comunista. Se non sbaglio solo nell’ultimo anno ne sono rinati due o tre in Italia, ormai seguo queste dinamiche con difficoltà. Non ci serve infine l’organizzazione purissima sulla carta, con l’organigramma perfetto i cui militanti giurino monogamia politica al leader, al comitato centrale, al partito.

D’altro canto mi viene la pelle d’oca quando sento parlare di “associazione delle associazioni”, di “comitato dei comitati” e trasalisco quando qualcuno tira fuori da sottoterra l’abortivo slogan “movimento dei movimenti”. No, questo ci serve ancora di meno, perché non ha mai funzionato, perché la sintesi politica è necessaria, perché ne abbiamo tutti abbastanza di lavorare a vuoto perché poi qualcuno un po’ più furbo e meglio organizzato passi ad incassare convogliando il lavoro fatto verso mulini che con la lotta e la trasformazione delle cose non c’entrano nulla.

Ma se non ci serve il partito ideologico vecchio modello e non ci serve nemmeno la rete delle reti, allora cosa ci serve? Forse sta qui il punto politico rivelato dal nome attualmente in uso di questo nuovo processo ancora nascente: ci serve un camminare nuovo. Mi convince a questo proposito la definizione che ne hanno dato gli attivisti del circolo Me-Ti di “soggetto-progetto” nel loro documento politico. Mi convince perché in questa definizione c’è tutto ciò che ci serve, appunto l’aspetto della sintesi politica capace di incidere in tempi utili sulla realtà sempre più dinamica e velocizzata che ci circonda, ma anche il carattere dell’unità basata sui progetti, sulle capacità operative che i promotori e gli aderenti sviluppano sui territori a difesa delle loro comunità.

E credo anche che sia l’unica forma organizzativa capace di resistere all’onda d’urto che fra poco ci investirà. Credo che sia chiara la pesante svolta a destra uscita fuori da queste elezioni. E non parlo del mero aspetto governativo. Intendo dire che si sta affermando nella società una opinione pubblica profondamente reazionaria, una voglia dell’uomo forte, una propensione alla lotta fra poveri, un’ideologia dell’ordine militare e poliziesco e del privilegio per collocazione geografica se non per razza. In una parola sta riprendendo piede la tendenza al fascismo che noi non potremo più combattere con l’antifascismo militante e le bandiere rosse, ma rafforzando i presidi che abbiamo nei quartieri e nei territori e aprendone di nuovi, occupando tutti gli spazi possibili con opere di reciproco aiuto, di solidarismo, di economie di sussistenza, di mutualismo sociale. Se non lo facciamo noi lo faranno i fascisti e infatti hanno già iniziato.

Costruiamo dunque un soggetto politico plurale, composito, attraversabile, accogliente, ma non rinunciamo a costruirlo perché ne abbiamo bisogno oggi e ne avremo sempre più bisogno in futuro, per riconquistare il consenso che nel corso del tempo i progressisti, i sardisti e gli indipendentisti in questa terra hanno perso. E non parlo dello spazio sui media che pure è importante, ma prioritario è il radicamento sociale e civile, la riconoscibilità, lo spazio di manovra in cui le nostre idee di libertà ed emancipazione possano farsi strada e camminare. Ciò che ci serve è la certezza dell’attivismo e dell’organizzazione, sapere che per le battaglie unitarie siamo tutti per uno e non piccole trincee sparse dedite alla cura dei propri confini. Su questo punto non si giocherà solo la vita e la morte del progetto Caminera Noa, ma anche del fare politica finalizzata alla decolonizzazione nella nostra terra.

Il secondo pilastro è a mio avviso la qualità delle campagne che si intenderà fare. Ogni qualvolta nell’ambito generale della nostra area nasce un progetto o un insieme di progetti si ha la tendenza a occupare tutti gli spazi squadernando uno ad uno i temi del progressismo e del sardismo. Energia, acqua, scuola, identità, lavoro, lingua e via dicendo.

Io credo che bisogna cambiare passo. Non ci serve un programma elettorale. Di questo ne parleremo se e quando si discuterà di elezioni. Ora ci serve trovare lo spazio sociale in cui il nostro cuneo rosso possa fare breccia mediante singole e ben meditate battaglie. E, a mio parere, le caratteristiche che tali battaglie devono avere sono ben chiare: originalità, fattibilità, coscienza, rottura. Non dico di rinunciare alle battaglie di bandiera, cioè a quelle lotte che è giusto fare anche se ora come ora non possiamo vincerle, come per esempio cambiare lo Statuto allargando i poteri sovrani del Popolo sardo o alzare l’insegna della piena occupazione a salario minimo garantito. Ma al loro fianco dobbiamo fare avanzare due prassi ben riconoscibili: il mutualismo sociale (di cui ho parlato prima e che molti di noi stanno già autonomamente praticando) e battaglie originali (nella sostanza o nella modalità con cui le proporremo), fattibili e alla portata di successo. Facciamo un esempio: chiedere l’insegnamento della lingua sarda a scuola è una battaglia giusta che va fatta anche se sappiamo che la risposta è il muro di gomma da parte delle istituzioni competenti. Appunto per questo al suo fianco bisogna farne anche una capace di cambiare da subito il volto monolingue della scuola. Ci sono delle idee sul piatto. Parliamone e agiamo, perché se riusciamo a ottenere risultati pratici e di approssimazione agli obiettivi finali, anche questi ultimi sembreranno a noi- e soprattutto alla società sarda-più vicini e raggiungibili. Dobbiamo approntare una serie di campagne che siano realizzabili e far comprendere che in Sardegna le cose si possono fare, ma che esiste una precisa volontà di impaludarle da parte delle oligarchie al potere. Se lavoriamo bene ciò porterà alla coscienza di non essere cittadini con pieni diritti, ma solo cittadini di serie B. Se lavoriamo ancora meglio ciò si trasformerà in rabbia e in conflitto e dal conflitto nasceranno le lotte che ci faranno avanzare.

Il terzo pilastro può sembrare una contraddizione ma non è così. Dobbiamo coniugare la massima flessibilità e apertura organizzativa (evitare il settarismo e non costruire mai più chiese) con la massima rigidità dei nostri punti base. Con chi usa la sardità in funzione anti immigrazione non si parla, perché non parliamo con i razzisti. Con uno che non riconosce il diritto del popolo sardo all’autodeterminazione non si parla, perché anche se tinti di rosso sono sciovinisti. Con chi crede che i tirocini possano durare un anno senza obbligo di assunzione o che non debba esistere un salario minimo non si parla perché non parliamo con gli schiavisti.

Ciò di cui sto scrivendo non è mai esistito in Sardegna, anche se in altre parti del mondo qualcosa del genere si sta facendo strada. E sta qui la difficoltà del nostro impegno, ma anche la grande occasione che abbiamo davanti e l’enorme responsabilità che ci stiamo prendendo. So di non avere esaurito la discussione perché ci sono tanti altri nodi gordiani di cui discutere, ma per ora credo che basti così. La scorsa estate a S. Cristina abbiamo deciso che avremmo iniziato a camminare e lo stiamo facendo. Credo che per ora sia già una grande cosa sapere verso dove.

Ragionando su Caminera Noa (Davide Pinna)

Il Manifesto Sardo ha ospitato in questi ultimi giorni un dibattito sul percorso politico di Caminera Noa (qui l’articolo di Sardinia Post che annuncia la plenaria di domenica prossima a Bauladu). La redazione di Pesa Sardigna ha deciso di riportare integralmente il dibattito in ordine di pubblicazione. Di seguito l’articolo di Davide Pinna. 

In uno scenario politico e sociale difficile, quasi ostile, si potrebbe dire, rispetto alle proposte di un percorso di sinistra e per l’autodeterminazione dei sardi, è evidente che sa Caminera Noa deve muoversi con spregiudicatezza per costruire il prosieguo del proprio percorso. Il primo elemento che va tenuto in considerazione è lo spostamento verso destra del sentimento politico dei sardi. Questo lo dico perché ritengo che il peso della frattura destra-sinistra sia ancora, al di là della percezione popolare, l’elemento fondamentale su cui si sviluppa la politica in Europa. Ciò implica che – benché sia possibilissima (addirittura probabile a mio parere) l’affermazione di movimenti sardocentrici di impostazione reazionaria e/o liberista o di impostazione vagamente progressista, ma privi di un’analisi politica concreta di rottura con il sistema vigente1 – lo spazio per un sardocentrismo di sinistra va ricavato con le unghie. E la questione di fondo, in questo spostamento a destra, sta probabilmente nell’incapacità della Sinistra di fornire risposte adeguate alle preoccupazioni che pervadono le società occidentali in questi tempi. Viviamo, con un trascurabile ritardo di qualche lustro rispetto all’avvento del terzo millennio, in un clima millenaristico: se l’uomo dell’Ottocento era convinto che il progresso era inarrestabile, se l’uomo del Novecento sapeva che – sconfitta l’ideologia mortifera del nazifascismo – il mondo si sarebbe orientato verso una società in crescita perenne – attraverso il libero mercato o attraverso la pianificazione socialista – , noi non abbiamo la più pallida idea di cosa ci attenda nei prossimi cinque anni e l’ottimismo non è sicuramente il segno di questi tempi. Questa situazione si configura come una sorta di imbuto, in cui vorticosamente sprofondano i pezzi marginali della società. Ovviamente, man mano che il contenuto dell’imbuto si scarica, nuove componenti si marginalizzano, prendendo il posto di chi c’era prima. Migranti, poveri, giovani che per carenza di status dei genitori non riescono a immettersi in posizione favorevole nel mercato del lavoro, anziani che restano esclusi dalle reti di welfare formali e informali, adulti che perdono il lavoro o si separano, lavoratori che vedono il loro potere contrattuale in caduta libera etc. Ora, che risposte possiamo dare a queste necessità ed esigenze? Il dibattito teorico, seppur esistente, è ben lontano da giungere a una conclusione. Una spinta fondamentale arriverà dalla riflessione sulle pratiche che metteremo in campo. Senza l’esperienza di quelle pratiche però, non è possbile alcuna riflessione. E allora in questo momento Caminera Noa, per come si sta costituendo, rappresenta un punto di partenza corretto, perché è e vuole essere un’aggregazione di percorsi di lotta, quindi di pratiche di resistenza, base di ogni eventuale elaborazione teorica futura. Tuttavia ritengo che dal 18 marzo vada fatto un passo in avanti in direzione di una maggiore strutturazione del progetto, perché senza struttura e senza organizzazione (e quindi senza risorse umane, cognitive e, purtroppo, economiche) è difficile rendere queste pratiche resistenziali pervasive. Perciò auspico che si punti decisamente verso la ramificazione territoriale del progetto, prendendo ad esempio le buone pratiche che conosciamo, puntando sul mutualismo e sulla creazione di reti sociali. E che questa ramificazione avvenga in maniera stabile, attraverso la creazione di coordinamenti locali che, in prospettiva, si dotino di una sede e delle risorse necessarie all’avvio di progetti di mutuo soccorso. Parallelo a questo ci deve essere un discorso politico pervasivo, qualcuno che in ogni territorio – e a livello sardo – su preciso mandato dell’Assemblea e facendo riferimento ai documenti costitutivi di Caminera, prenda parola su ogni elemento del dibattito politico che ci riguarda. Dei portavoce de sa Caminera, in grado di portare la nostra voce all’attenzione dei media e di chi non riusciamo a raggiungere sul territorio. Mi riservo di presentare, nei prossimi giorni e poi all’assemblea del 18 marzo, una proposta strutturata di organizzazione su questi due piani.

Per un nuovo movimento popolare sardo mutualistico e solidale: appuntamento a Bauladu

Il 18 marzo è convocata a Bauladu, presso il centro Servizi in via S. Lorenzo, alle 10.30, l’Assemblea Plenaria del percorso politico “Caminera Noa” (per vedere i primi passi di questo nuovo progetto cliccare qui).
L’assemblea è aperta a tutti coloro i quali sono interessati alla costruzione di un soggetto-progetto politico popolare mutualistico ed egualitarioUn progetto frutto dell’interazione delle tante vertenze presenti nell’Isola e delle tante realtà di liberazione sociale e mutuo soccorso che molti aderenti portano già avanti nelle loro comunità. Un soggetto riconoscibile e capace di radicarsi nella nostra terra a partire dalla condivisione dei valori fondamentali che tracciano il cammino: l’antirazzismo, la sostenibilità, il no al liberismo, il diritto all’autodeterminazione nazionale.
Dallo scorso 23 luglio, data della prima assemblea che ha unito tantissimi attivisti, comitati e organizzazioni dei vari territori, Caminera Noa è stata attiva nelle lotte e nelle denunce contro lo sfruttamento dei tirocinanti, per lo studio della lingua e della cultura sarda nelle scuole, per il diritto all’autodeterimazione del popolo catalano.
A Bauladu arriverà a un punto decisivo un percorso intrapreso e condiviso da tante e tanti negli scorsi mesi, che auspica di diventare ancora più includente accogliendo nuove idee e punti di vista. L’obiettivo è infatti quello di sviluppare un discorso ancora più ampio e programmatico sul futuro e le reali possibilità della Sardegna e dei suoi abitanti.
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Di seguito pubblichiamo il programma integrale della Plenaria deciso dagli attivisti di Caminera Noa  
Bauladu 18 marzo 2018
Centro Servizi S. Lorenzo, via S. Lorenzo
Ore 10:30
Accreditamento
Ore 11:00
Presentazione di Caminera Noa dall’assemblea di S. Cristina del 23 luglio a oggi
Ore 11:30
Discussione libera su bozza manifesto politico, progetti tematici e organizzazione del percorso politico
Ore 13:30
Pausa Pranzo
Ore 15:00
Deposito emendamenti scritti al manifesto politico
Deposito proposte operative scritte
Deposito proposte modelli organizzativi scritti
16:00
Lettura delle proposte
16:30
Discussione proposte ed eventuali emendamenti
18:00
Votazione e chiusura lavori plenaria

Cos’è e cosa vuole Caminera Noa?

di Giovanni Fara

In queste ultime settimane in tanti si sono chiesti cosa fosse la “Camiera Noa”. Se fosse un nuovo partito politico, una coalizione elettorale, uno dei tanti tavoli di discussione che da tempo animano la politica Sarda seguendo l’orizzonte dell’autodeterminazione e dell’indipendenza dell’isola.

Io credo che la Caminera Noa sia qualcosa di molto diverso. Un progetto politico per tantissimi aspetti nuovo, un progetto di lunga durata che punta soprattutto alla costruzione di un percorso di lotte reali e che vuole accomunare la lotta per l’emancipazione sociale, per i diritti civili e per la democrazia alla lotta per l’autodeterminazione nazionale.

Un percorso di lotte reali dunque, come quella sul diritto dei giovani ad apprendere la lingua, la cultura e la storia sarda nelle scuole; la lotta per il diritto al lavoro e per la difesa delle conquiste dei lavoratori. Non in senso astratto ma attraverso la partecipazione alle lotte sindacali, alle mobilitazioni reali, per dare un nuovo impulso ad una politica da troppo tempo relegata tra le sole pagine dei social network, dei blog o dei salotti televisivi.

Caminera Noa vuole uscire da quel contesto per tornare nelle piazze, tornare fra la gente per discutere i problemi reali dei sardi, per offrire occasioni di confronto utili a gettare le fondamenta su cui costruire una solida alternativa alle condizioni di subalternità, di dipendenza, di sottomissione politica che hanno portato 400mila sardi a vivere in condizioni di povertà.

Sullo sfondo di una situazione politico-sociale disastrosa la Caminera Noa rappresenta dunque lo spazio di dibattito pubblico nel quale edificare una nuova coscienza della partecipazione, in contrapposizione agli interessi particolari di chi nell’ambito delle istituzioni e dell’azione politica dei partiti italiani lavora per il mantenimento dello status-quo. Un laboratorio di idee in grado di opporsi alla svendita della nostra terra ai nuovi colonialisti, siano essi portatori del più becero sciovinismo salviniano scandito al grido di “prima i sardi” che della propaganda della discriminazione e dell’esclusione di razza e/o di genere dei “fascisti del terzo millennio”, la quale fa breccia nel rancore per nascondere agli occhi dei sardi l’unico vero nemico da combattere, ossia lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, il predominio dello Stato centrale sugli interessi dei sardi e la rimozione di ogni anelito di indipendenza e di libertà.