Sulla Catalogna una montagna di bugie

di Giovanni Fara

L’appuntamento di sabato 21 ottobre ad Alghero è stato una delle iniziative promosse a livello civico in solidarietà del popolo catalano per il diritto di decidere, per la libertà dei prigionieri politici e contro la repressione che lo Stato spagnolo sta attuando in queste ore nei confronti delle istituzioni catalane e dei principali esponenti della società civile impegnati nel processo di indipendenza della Catalogna.

Nella città sarda di lingua catalana ci si è ritrovati con l’intento di far sentire la vicinanza e la solidarietà dei sardi al popolo catalano.

Una occasione importante per riflettere sul futuro delle Nazioni senza

Era presente anche un sindaco (batlle) di Teià, comune catalano, Andreu Bosch (nella foto) presenti in Europa e comprendere che ciò che accade oggi in Catalunya riguarda anche la Sardegna. presenti in Europa e comprendere che ciò che accade oggi in Catalunya riguarda anche la Sardegna.

Stato presenti in Europa e comprendere che ciò che accade oggi in Catalunya riguarda anche la Sardegna.

Di fronte alla chiusura di ogni spiraglio di dialogo da parte del governo spagnolo, alla sospensione di fatto di tutti i poteri dell’autonomia catalana e all’arresto dei due Jordi (tra i principali animatori delle manifestazioni indipendentiste organizzate in questi mesi in Catalogna), all’attacco alla democrazia e alla libertà di scelta, la stampa italiana ha assunto una posizione totalmente a favore dell’unionismo spagnolo, tanto che per capire ciò che realmente sta accadendo in Catalogna è preferibile attingere informazioni dai media internazionali.

I giornalisti italiani raccontano solo una sfilza infinta di bugie, mostrando una realtà viziata dal pregiudizio ideologico e dal rifiuto della scelta di una Nazione in cammino verso l’indipendenza. Ci parlano di una minoranza di indipendentisti intenti a violare le leggi spagnole, parlano di legalità, di rispetto delle regole ma non ci raccontano la verità. Non ci dicono che gli indipendentisti hanno la maggioranza assoluta nel Parlamento Catalano, maggioranza ottenuta attraverso il consenso elettorale e il perseguimento di un programma che da sempre ha puntato all’attuazione di un processo di disconnessione della Catalogna dalla Spagna e alla realizzazione della Repubblica Catalana.

I giornalisti italiani mentono quando affermano che il 1 ottobre si è recato al voto una minoranza di appena due milioni di catalani (circa il 40% degli aventi diritto al voto) e nascondono all’opinione pubblica che sono pressappoco 790mila le schede già votate e sequestrate negli oltre 90 seggi assaltati dalla guardia civile spagnola con il preciso intento di impedire la consultazione referendaria e creare un clima di paura per scoraggiare gli elettori a recarsi ai seggi.

A conti fatti sono andati a votare circa il 55% degli aventi diritto. In tutte le località dove non vi è stata la repressione della polizia spagnola o dove questa è stata respinta dalla popolazione (come dimostrano i numerosissimi video presenti in rete) si è superato quasi ovunque il 50% dell’affluenza. In questo clima di paura e intimidazione il risultato ottenuto è semplicemente straordinario e dimostra che la Spagna ha trovato davanti a sé un popolo fortemente politicizzato e convinto della forza delle sue idee, che neppure la violenza scatenata dalla polizia è riuscita a frenare.

È facile comprendere perché la Spagna abbia negato ogni spiraglio di dialogo e cercato in tutti i modi di impedire lo svolgimento del referendum, trincerandosi dietro la difesa della legalità e dell’immutabilità della sua Costituzione. La Spagna ha paura di concedere un referendum per l’indipendenza alla Catalogna perché sa perfettamente che la maggior parte dei catalani voterebbe a favore dell’indipendenza, perché non vuole più essere subalterna alla potere centrale spagnolo e non si identifica nella monarchia spagnola.

I media italiani accusano gli indipendentisti di passatismo ma non dicono una parola sulla provocatoria immagine di re Felipe, apparso alla Tv pubblica spagnola con alle spalle un quadro di Carlo III di Borbone con bastone nero in mano a sottolineare la totale sintonia dell’odierno monarca Felipe con i manganelli sfoderati nella repressione del referendum catalano.

Non una sola verità della stampa italiana sulla manifestazione unionista svoltasi a Barcellona con migliaia di persone arrivare in pullman l’8 ottobre da tutti gli angoli della Spagna, definiti dai telegiornali italiani “una maggioranza silenziosa di catalani a favore dell’unità con la Spagna” ma nei fatti una spregevole minoranza tutt’altro che silenziosa e pacifica e tantomeno catalana. Manifestazione realizzata con il preciso intento di dimostrare una fantasiosa frattura del popolo catalano e offrire una provocazione che, almeno nella testa degli organizzatori, avrebbe potuto scatenare la reazione violenta dei catalani, i quali invece non sono caduti nella trappola spagnola, dimostrando il carattere pacifico ma altrettanto risoluto delle loro idee.

Mentre milioni di catalani scesi in piazza il 3 ottobre per protestare contro l’impossibilità di svolgere un referendum in completa tranquillità e nel pieno rispetto della democrazia e della libertà di scelta, sono stati incredibilmente definiti dalla quasi totalità dei media italiani una minoranza irrispettosa della legalità.

È dunque chiaro come in Italia vi sia un problema di libertà di stampa e di conseguenza un deficit di democrazia, in quanto ci si ostina a filtrare le notizie secondo una visione distorta della realtà e appiattita sulle convenienze politiche del momento, nell’intento di difendere lo status quo contro ogni volontà popolare.

Quello a cui abbiamo assistito il 1 ottobre con il pestaggio di cittadini inermi è una vergogna senza precedenti. Non si tratta più soltanto di difendere il diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza dei Popoli: oggi è in discussione la democrazia, il rispetto e l’affermazione della volontà dei cittadini europei, dei diritti civili, del diritto di decidere, del diritto di voto. Il diritto all’indipendenza è un diritto fondamentale che non può essere oggetto di repressione violenta nell’ambito del moderno diritto internazionale e della necessità di risolvere i conflitti con lo strumento della diplomazia e non della violenza e della sopraffazione del più forte sulla base del rispetto di un legalismo che minaccia la libertà di scelta e l’espressione della democrazia.

Siamo ad un bivio nel quale dobbiamo scegliere se accettare passivamente che oggi in Europa la polizia possa picchiare una folla di persone pacifiche solo perché agitano una scheda elettorale oppure batterci per difendere il diritto di decidere dei popoli. Se noi accettiamo che uno Stato Europeo possa imprigionare esponenti della cultura, della società civile per le loro idee con il preciso scopo di impedire che queste idee vengano propagandate pubblicamente; se permettiamo che questo accada, dobbiamo prepararci a subire un domani lo stesso trattamento dalla polizia italiana nel momento in cui saremo noi sardi a voler decidere.

A questa Europa, che ha mostrato le spalle alle richieste di mediazione della Catalunya, fa paura la voglia di partecipazione dei popoli, fa paura il principio di libertà e di scelta. Questa Europa non vuole cambiare. Questa Europa vuole restare espressione degli Stati-Nazione ottocenteschi per rappresentare gli interessi delle consorterie, delle caste e delle lobbies finanziarie che regolano i rapporti di potere, disinteressandosi dei reali bisogni e della voglia di emancipazione dei popoli.

Non possiamo stare alla finestra pensando che ciò che succede in Catalunya non ci riguardi. In queste ultime settimane in Europa ci sono state tante mobilitazioni a sostegno del popolo catalano e pure noi dobbiamo fare la nostra parte. Pro sa libertade, pro sa democrazia, pro s’indipendentzia. Oe in Catalunya, cras in Sardigna.

IO NON SONO EUROPEA

di Valeria Casula

Oggi la reazione alla dichiarazione di indipendenza della Catalogna sarà spietata. E di questa reazione, per quanto i paesi europei dicano in sostanza “sono fatti loro”, in realtà siamo tutti responsabili. Sono responsabili i mezzi di informazione che hanno dipinto la manifestazione di ieri come un evento di democratici che chiedevano il dialogo, mentre in piazza si bruciavano bandiere indipendentiste, si cantavano canti franchisti, si salutava “romanamente” ovunque, si invocava l’arresto di Puigdemont, si acclamava la Policia Nacional responsabile (assieme alla Guardia Civil) della violenza nei seggi elettorali, si inveiva contro i Mossos d’Esquadra che si sono rifiutati di usare i manganelli contro il proprio popolo.
Sono responsabili i paesi europei che si appellano alla legalità di una costituzione che sancisce che i suoi popoli non possono con alcun mezzo democratico rivendicare e ottenere il proprio diritto all’autodeterminazione, perché hanno tutti costituzioni che negano tale diritto.
Sono responsabili i poteri finanziari ed economici, le banche e le imprese che hanno abbandonato la Catalogna per seguire il diktat di Madrid e condizionare pesantemente le scelte di un popolo.
Sono responsabili tutte le persone che si ostinano a sostenere che la lotta di un popolo per l’autogoverno è una lotta di egoismo, quanti stupidamente o strumentalmente associano la vicenda catalana a pseudo-autonomismi razzisti e xenofobi di casa nostra, che spesso vanno a braccetto proprio con gli stessi fascisti che hanno sfilato ieri a Barcellona (contro cui comunque, mai e in nessuna circostanza, invocherei l’uso della repressione violenta). Forse qualcuno condannerà la violenza, ma si tratterà di una condanna ipocrita, perché tutti hanno concorso a rafforzare la posizione della monarchia e del governo spagnolo, perché nessuno ha pensato di intervenire con una mediazione e comunque una condanna netta della repressione a cui abbiamo assistito. Eppure le parole del vice-segretario all’informazione del Partido Popular, Pablo Casado, sono state molto chiare: “La storia non si deve ripetere e speriamo che domani non si dichiari nulla perché forse chi dichiara finisce come che la dichiarò 83 anni fa (ndr: il riferimento è alla dichiarazione di indipendenza della catalogna di Lluis Companys per questo arrestato nel 1934 e fucilato nel 1940). È come se tu sentissi un uomo minacciare di morte la propria moglie che intende lasciarlo (o viceversa) e ti voltassi dall’altra parte, anzi, addirittura se affermassi “lei/lui non può andarsene”. È come se lui/lei dichiarasse pubblicamente che non consentirà in alcun modo il gesto (unilaterale) dell’abbandono e tu dicessi “ha ragione” o, nella migliore delle ipotesi, “sono fatti loro, non posso farci niente”.

A cosa serve questa Europa se non è neanche in grado di scongiurare simili reazioni? A cosa serve un’Europa che nega qualsiasi mediazione? A cosa serve un’Europa se le affermazioni più coraggiose che riesce a proferire sono “dovete parlarvi”, ben consapevole che esiste una parte che non intende nel modo più assoluto trovare una mediazione? Ecco, io che ho sempre pensato che mi fosse andata piuttosto bene per il fatto di essere nata, tutto sommato, nella parte “migliore” del mondo e nel secolo giusto, domani sentirò tutta la rabbia e il disgusto di un’Italia e un’Europa con cui per la prima volta mi sento di non avere proprio niente a che fare, di un’Europa che non solo acconsente o si rende complice di scempi e repressioni in casa altrui, ma che addirittura li legittima in casa propria. IO NON SONO EUROPEA E NON SONO NEANCHE CUGINA DELL’ITALIA, MI RIPUGNANO ENTRAMBE!

Gli Stati contro i Popoli e i cittadini

di Francesco Casula

Una violenza brutale cieca ingiustificata. Contro cittadini. Contro anziani. Contro giovani. Inermi. Con le braccia alzate. Con in mano il semplice documento per votare: arma che terrorizza lo stato franchista di Madrid.
Uomini e donne catalane: rei solo di voler liberamente e pacificamente esprimere il proprio pensiero su come autogovernarsi. Su come gestire il proprio destino.

È la politica degli Stati dei manganelli: è la “forza” bruta, la massima espressione della loro debolezza. Della loro decadenza.L’ultimo colpo di coda.
Stati in avanzata putrefazione. Vie più antisociali, burocratici, inefficienti. Fonti di crescenti disuguaglianze, ingiustizie, malessere.
Con Partiti di stato e di regime, corrotti. Con leader cialtroni e analfabeti. Risibili.
Stati controparti dei cittadini e dei popoli, cui sempre più negano diritti sociali e civili: il diritto al lavoro, alla cultura, alla salute, al benessere.
Stati oppressori delle minoranze nazionali, delle piccole patrie, delle nazioni non riconosciute: deprivate della loro identità, storia, cultura, lingua, memoria.
Nazioni senza stato incorporate coattivamente e imprigionate in confini artificiosi, imposti dalle superpotenze, stabiliti da trattati e da gerarchi mondiali in base a ragioni geopolitiche ed economiche.

I Catalani, con la loro rivoluzione dal basso partecipata, ubiquitaria e gioiosa, hanno indicato la rotta.
Tocca agli altri popoli oppressi, tocca a noi sardi costruire, autonomamente solidamente e unitariamente, il nostro processo e progetto di autogoverno, autodeterminazione e di INDIPENDENZA.
È un nostro diritto storico. Basato sulla nostra identità etno-nazionale, culturale e linguistica.
Occorre la nostra volontà.

NOAS DAE CATALUNYA

Questa sezione sarà aggiornata ogni ora in vista del referendum sull’indipendenza della Catalunya. La delegazione internazionale del Comitadu sardu pro su referendum de sa Catalunya collaborerà a stretto contatto con la redazione di Pesa Sardigna.

 

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29-9:

La delegazione arriva a Girona nella serata di venerdì e si dirige verso Barcellona. Qui, al Barrio de El Guinardó, occupa, insieme ad altri militanti indipendentisti catalani, la scuola primaria Pit-Roig, che nella giornata di domenica sarà un seggio referendario;  in tutto si contano circa trenta persone.

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30-10: 

Alle due di notte arriva la polizia catalana, i Mossos d’Esquadra, che- in modo estremamente sereno- verifica la presenza dei militanti e si dilegua. La delegazione dormirà nel seggio e nel frattempo scrive un programma per lo stesso, che prevede attività ludiche e informative.

Nella mattina tornano i Mossos d’Esquadra che vogliono sapere circa le attività svolte durante l’occupazione. Non viene identificano alcun militante.

Colazione alla scuola primaria Pit- Roig
Seggio occupato (scuola primaria Pit- Roig)
Torrent d’en Melis

Nello stesso distretto di  El Guinardó  sono presenti altre due scuole: una, Torrent d’en Melis (foto), attiva e con molte persone che la occupano e l’altra, Torrent de Can Carabassa, che ora è chiusa, comincerà le attività alle sei del pomeriggio. Le scuole sono tutte connesse e in contatto tra loro e saranno utilizzate come seggi.  C’è una certa allerta per il pericolo infiltrati.

La delegazione passa la mattinata a visitare i vari seggi. Inoltre hanno fatto diverse interviste, tra le quali una a Pere, attivista della sinistra anticapitalista catalana, che si può trovare a questo link. I seggi utilizzano piattaforme internet per coordinarsi e per organizzare l’afflusso dei militanti che li occupano.

La situazione fino alle 12 è molto tranquilla: nei centri occupati si svolgono attività sportive, ludiche, sono presenti dei banchetti con cibarie, tavoli di discussione e informazione, e i bambini giocano. I militanti fanno volantinaggio per le strade per chiedere alla popolazione di sorvegliare alcuni seggi che sono in parte scoperti, poiché il pericolo arriverà stanotte, dato che con grande probabilità la polizia spagnola, la Guardia Civil, tenterà di sgomberare i seggi.

Tra non molto la delegazione del Comitadu sardu pro su referendum de sa Catalunya si muoverà al centro di Barcellona per incontrare delegati e segretari della CUP, la sinistra catalana.

Infopoint di Barria de Gràcia

Adesso, ore 15, la delegazione si trova nel quartiere più rosso e indipendentista di Barcellona: Gràcia. Il Comité de defensa del referendum de Gràcia ha organizzato un infopoint permanente, in cui è affisso il programma per tutti i distretti e vengono distribuiti i volantini

Volantino che invita la popolazione ad occupare i seggi

che si stavano dando nella mattinata ad El Guinardó come in tutti gli altri  quartieri. Vicino all’infopoint si trova una piazza in cui si svolge una festa, anch’essa permanente,  che vede un programma piuttosto variegato: musica, concerti, balli, cibarie e confronto. Nonostante la tensione in vista della giornata di domani Barcellona è gioiosa, in ogni angolo della città; il referendum è infatti una grande mobilitazione popolare e dovunque ci sono manifestazioni di questo genere.

Festa al Barria de Gràcia

Marco Santopadre, della Rete dei comunisti in una nota: “Al momento circa 200 scuole sono occupate in tutta la Catalogna dai cittadini e dagli studenti, in una quindicina i Mossos hanno identificato i presenti minacciando lo sgombero domattina per impedire l’apertura dei seggi. In una scuola del quartiere del Raval i Mossos hanno impedito l’occupazione. Grandi manifestazioni di solidarietà con i catalani oggi a Madrid, Santiago, Bilbao. Piccole manifestazioni fasciste in varie città, saluti romani e inni franchisti. Il capo del Pp in Catalogna, Albiol, ha paragonato le urne elettorali del referendum catalano ai cesti della biancheria sporca che usa la moglie. La Guardia Civil ha occupato la sede dei servizi informatici della Generalitat che avrebbe dovuto occuparsi della raccolta e del conteggio elettronico del voto”.

Alle 15.30 parte della delegazione incontra per caso Joseba Alvarez, responsabile dei rapporti internazionali di Batasuna.

Il pomeriggio prosegue all’Institut del Teatre dove si svolge la Benvinguda Internacionalista, una vera e propria internazionale nonché atto di solidarietà tra popoli: intervengono segretari e portavoce della sinistra anticapitalista

Locandina della Benvinguda Internacionalista

da (quasi) tutto il mondo. Per la Sardegna intervengono Pierfranco Devias, segretario nazionale del partito Libe.r.u. di cui riportiamo l

‘intervento al seguente link, e Cristiano Sabino, portavoce del Fronte Indipendentista Unidu e delegato del Comitadu Sardu pro su referendum de sa Catalunya (il suo intervento a questo link). Uno scenario mozzafiato, con centinaia di patrioti e rivoluzionari da tutta Europa- e non solo- arrivati in Catalunya

Institut del Teatre gremito di militanti comunisti e socialisti da tutto il mondo

per sostenere la “disconnessione” con la Spagna, fatto storico che rimescolerebbe le carte dello stesso assetto oligarchico della UE.

La delegazione fa ritorno alla scuola Pit- Roig.

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1-10:

Alle ore 5 molte vie di accesso sono chiuse dai trattori che creano un muro artificiale per le forze dell’ordine. Nel frattempo nelle scuole seggio si organizza la resistenza passiva. Il popolo catalano risponde al volantino distribuito il giorno prima, e le

Escola Pau Casals (Gràcia)

scuole si affollano: migliaia di cittadini, tra cui anche bambini e anziani, aderiscono per difendere i loro diritti. Questo è il responso popolare alla minaccia della Guardia Civil. Degli elicotteri sorvolano incessantemente Barcellona.

Il Comitadu sta verificando che in diversi seggi si sta votando regolarmente, quindi continua il presidio.
La Generalitat stamattina alle otto ha emesso una direttiva che prevede che qualora un seggio venga sigillato, il cittadino può recarsi in qualsiasi altro seggio con un documento di identità. Per impedire il referendum la Spagna dovrebbe chiudere tutti i punti voto.

Pit- Roig occupata per il referendum

Adesso, alle 10, la Guardia Civil sta entrando nei centri occupati e li sta sgomberando con la forza bruta: manganella e trascina via i cittadini, rompe i computer, ritira le urne con le schede. Nel frattempo la Guardia Civil si aggira anche nei pressi della scuola Pit-Roig dove è presente la delegazione del Comitadu Sardu pro su referendum de sa Catalunya. Alla Pit- Roig si stanno dando direttive su come agire: alla luce dei fatti è rischioso che bambini e anziani rimangano nella struttura, ma è importante comunque continuare con la resistenza pacifica.

Arriva un contrordine alle ore 10.30: sicché la Guardia Civil adopera una violenza inaudita anche davanti alla resistenza democratica e pacifica, pestando a sangue chiunque gli capiti a tiro, alcuni collegi potrebbero decidere di dare il lascia passare alle forze dell’ordine.

Dopo le violenze che continuano a perpetrarsi ad opera dello stato spagnolo, il presidente del governo catalano Puigdemont afferma: “Questa giornata sarà una vergogna per sempre per lo Stato spagnolo e un vanto democratico eterno per la Catalogna.”  Turull, consigliere di Presidenza catalano: “Chiediamo le dimissioni del rappresentante del Governo spagnolo in Catalogna per le violenze dello Stato”. Il rappresentante del governo spagnolo in Catalogna replica che l’unico responsabile di tutto quel che sta succedendo è Puigdemont e il suo governo. Apprezza il modo di agire delle polizie.La magistratura spagnola annuncia che potrebbe intervenire contro i Mossos d’Esquadra per la loro inerzia e passività. Ada Colau, sindaco di Barcellona, chiede le dimissioni di Rajoy.

I vigili del fuoco continuano a proteggere la popolazione e utilizzano i propri mezzi come barricata per evitare che la Guardia Civil arrivi nei seggi per sgomberarli.

Marco Santopadre, in una nota scrive: “Finora negli ospedali catalani sono stati curati circa 40 tra attivisti e votanti a causa della violenza della polizia, tre i feriti gravi
Il ministero degli interni spagnolo difende la “proporzionalitá” dell’intervento della polizia. A Placa de Catalunya è in atto una provocazione da parte di un gruppo di fascisti. Nei seggi dove si può votare ci sono lunghissime file, precedenza viene data alle persone disabili e agli anziani

Alle 15.30 i vigili del fuoco, che stavano proteggendo la popolazione, vengono caricati dalla polizia nazionale spagnola.

Il governo catalano chiede all’Europa di sanzionare la Spagna per le sue azioni criminali e per aver messo a rischio l’immagine dei diritti umani previsti dall’Europa stessa.

A Palermo Isati Iunco #PoterePopolareCentri Sociali Palermo e antudo.info promuovono un presidio di solidarietà al popolo della Catalogna (Concentramento ore 18:00 sotto il Consolato spagnolo “Grattacielo”- Piazzale Ungheria, 73).

Torrent d’en Melis

La delegazione ora, alle 16:20, si dirige verso la scuola più vicina, Torrent d’en Melis, per verificare se effettivamente questa e la Pit-Roig siano le uniche due rimaste aperte nel quartiere di El Guinardó. I pompieri presidiano la scuola con le persone che qualche ora fa

Institut Joan Brossa

hanno resistito all’attacco della polizia spagnola. La delegazione si sposta ulteriormente in un seggio nelle vicinanze della scuola Torrent d’en Melis, l’Institut Joan Brossa, poiché vi è scarsità di militanti.

La polizia catalana sfida i funzionari spagnoli della Guardia Civil che usano la violenza contro gli elettori a Gavà.

La delegazione riferisce che nella tarda serata l’allerta di intrusioni e cariche da parte della Guardia Civil sarà più alta, poiché conterà sulla stanchezza dei

Institut Joan Brossa

militanti, sulla minore affluenza e sul fatto che le urne saranno piene.

È ufficiale: alle 17 Magistratura, Tribunale Superiore e Guardia Civil indagano e identificano i Mossos d’Esquadra per passività. L’accusa è disobbedienza.

Dopo i vari interventi della polizia spagnola al referendum, i feriti alle 17:10 si attestano a 465. Vi sono diverse persone gravemente ferite.
Il vice presidente spagnolo nega l’evidenza, affermando che non vede brutalità nell’azione della polizia contro gli elettori, poiché le azioni sono state prese contro il materiale referendario e non contro le persone.

Institut Català de la Salut; la polizia che osserva
Folla davanti al seggio a Gràcia

Ore 18: La delegazione si dirige verso Gràcia e trova per la strada un altro seggio, all’Institut Català de la Salut. Arrivano alle 18:20 a Gràcia. Dei ragazzi presenti al seggio de l’Escola Pau Oasals spiegano che- quando si scorge la Guardia Civil in arrivo- si bloccano gli autobus e si utilizzano come barricata per rallentare la corsa della celere. Di solito la polizia desiste e prova ad attaccare un altro seggio. I militanti si muovono come un assembramento e pare quasi che a condurli sia metaforicamente un cervello collettivo.

Adesso la la delegazione fa rientro al Pit- Roig poiché un elicottero sorvola il seggio ed è quindi alta la probabilità di un assalto della Guardia Civil.

Nel frattempo arriva la notizia che 319 punti voto sono stati sigillati; ciononostante il governo catalano invita i cittadini a continuare nelle operazioni di voto.

Pit- Roig chiusa dai militanti

Alle ore 19 la delegazione ci informa che la Guardia Civil si sta dirigendo verso il seggio da loro presidiato, alla scuola Pit- Roig. I militanti e gli scrutatori che occupano il seggio adottano la decisione di tanti altri punti voto: sigillare autonomamente il seggio per impedire alla polizia di entrare e permettere la protezione dell’urna, per poi migrare verso un altro seggio.

Strada per Campins
Igualda

Oltre a pullman e autobus utilizzati come barricata mobile, o alla chiusura precoce di alcuni seggi, il popolo catalano decide di utilizzare anche ciò che la propria terra gli fornisce per rallentare l’arrivo della Guardia Civil ai seggi: nella strada per Campins si abbattono gli alberi adiacenti alla carreggiata per ostacolare il passaggio della polizia.
Ore 19: tutti i collegi di Igualda (Anoia) sono stati chiusi per contare i voti. Le urne sono portate di corsa dai membri dei tavoli elettorali dal seggio all’Ateneu della città. Il centro è pieno di cittadini che scortano il passaggio delle urne e applaudono.

Il seggio locato alla scuola primaria Pit- Roig viene chiuso ufficialmente alle 19:50. La delegazione farà tappa in un altro punto voto, che contribuirà a mantenere aperto e sicuro.
Negli stessi momenti si svolge una manifestazione presso la

Puerta del sol

Puerta del Sol a Madrid in solidarietà con la Catalogna e contro la repressione del governo Rajoy. Alcune fonti giornalistiche parlano di scontri con la polizia.

La delegazione si sposta nel seggio del Torrent de Can Carabassa. È ufficialmente cominciato lo spoglio delle schede alle ore 20, tutti i seggi sono chiusi.

Pablo Iglesias, leader di Podemos: “Il mondo intero ha visto l’uso della forza pubblica contro i cittadini. C’è una crisi di Stato. Ci sono migliaia di spagnoli che provano orrore per le immagini di oggi. Rajoy non si dimetterà, dobbiamo toglierlo dal governo. Quello che ha più senso è un referendum concordato, e oggi ne abbiamo avuto la conferma”.

Il numero dei feriti confermato alle ore 20:21 è di 761.

Arrivano i risultati ufficiali per il solo seggio della scuola Pit- Roig:
Totale voti: 1439
Sì: 94%
No: 4%
Nulle: 1%
Bianche: 1%

Mariano Rajoy afferma: “Non c’è stato alcun referendum per l’autodeterminazione in Catalunya”.

Ore 21:36: in tutta Barcellona vengono montati maxischermi per proiettare in tempo reale i risultati del referendum. Tra poco a Plaça de Catalunya avrà inizio una grande manifestazione di festa per proclamare i dati.

Ore 21:55: a Lleida i Mossos continuano a frapporsi tra i manifestanti e la polizia spagnola formando un cordone di sicurezza. La gente continua ad arrivare e la tensione aumenta. Negli stessi istanti a Barcellona si festeggia dappertutto e in particolare in piazza Catalunya.

Piazza Catalunya

Il governo catalano denuncia la Guardia Civil e la polizia per lesioni, costrizioni, minacce, disordini e crimini contro i diritti individuali. Le organizzazioni che hanno sostenuto l’indipendenza della Catalunya chiamano uno sciopero generale per il 3 ottobre.

Documento di solidarietà Sardigna- Catalunya

Numerose forze identitarie ed indipendentiste della Sardegna (PSd’Az, Rossomori, La Base, Associazione Sardos, Sardegna Possibile, Sardigna natzione, Irs, Sardigna libera, Liberu, Gentes) firmano un documento di solidarietà con il popolo catalano, per l’indipendenza e il diritto all’autodeterminazione

Cagliari, 21 settembre 2017

Il popolo catalano e le istituzioni che lo rappresentano stanno vivendo, in questi giorni, ore drammatiche e sconcertanti che riportano alla luce antistoriche e stantie pratiche violente e centraliste che rischiano di provocare una inaccettabile ferita alla democrazia e minano la credibilità politica dell’Unione europea. Gli arresti, le violenze e i sequestri ad opera del governo del Regno di Spagna non fermeranno però il referendum per l’indipendenza della Catalogna e non rallenteranno il cammino di libertà intrapreso dai popoli europei, ad iniziare da quello sardo. Le forze identitarie e indipendentiste della Sardegna sono dunque al fianco del popolo catalano nella lotta di liberazione nazionale, per l’affermazione dell’irrinunciabile diritto all’autodeterminazione. L’intesa sul punto tra le organizzazioni culturali, civiche e politiche alle quale apparteniamo, testimoniano la solidarietà e la vicinanza di tutti i sardi ai catalani e ci impegnano tutti a proseguire con ancor più determinazione e maggiore coraggio nel cammino dell’indipendenza, attraverso gli strumenti e i valori della democrazia, della pace e dei diritti dei popoli.

Visca Catalunya i el poble català, lliures!

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La redazione di Pesa Sardigna ricorda ai suoi lettori che in data 22 settembre a Cagliari, davanti al consolato onorario spagnolo in via Baccaredda 1, vi sarà un sit-in indetto dal Comitadu sardu pro su Referendum de sa Catalunya, cui possono aderire singoli e associazioni. La redazione si fa portatrice dell’invito alla mobilitazione di quante più forze possibile per dare sostegno alla Catalunya che vede oggi la sua democrazia insidiata dallo stato spagnolo. Fin’ora le associazioni e i singoli che hanno deciso di aderire sono:

  • Collettivu Furia Rossa- Oristano
  • Iosella Grussu Maccioni
  • Sardigna Natzione Indipendentzia
  • Fronte Indipendentista Unidu
  • Federatzione de sa Gioventude Indipendentista
  • Salvatore Cadeddu
  • Sarde-i in sostegno del popolo catalano
  • Seddone Burramballatot
  • Sardegna Possibile
  • Circulu Indipendentista Hugo Chavez
  • Scida- Giovunus Indipendentistas
  • TzdA ProgReS Casteddu
  • Sa Domu- studentato occupato Casteddu

Per aderire alla manifestazione scrivere a questo indirizzo.

 

Spagna ritorna al franchismo: 13 arresti in Catalunya

Oggi, tredici arresti tra le alte cariche istituzionali catalane e perquisizioni in corso in tre dipartimenti del governo catalano: migliaia di persone in piazza.

Agenti della Guardia Civil si sono presentati all’alba nel dipartimento di economia del governo catalano per perquisirlo. Sono entrati anche in altri 4 enti e imprese e nella sede dell’Agenzia Tributaria. Tredici arresti tra le alte cariche istituzionali catalane.

La popolazione accerchia i mezzi della Guardia Civil

Il vicepresidente Junqueras ha dichiarato che gli agenti si stanno intromettendo nel lavoro del dipartimento, e questo colpisce tutti i catalani senza distinzioni. “Stiamo vivendo un attacco ai diritti civili di tutti i cittadini”. La consigliera agli Affari Sociali ha confermato tutto: “Siamo in una situazione vergognosa.”.

Le associazioni sovraniste hanno fatto un appello alla popolazione per concentrarsi in modo pacifico davanti ai dipartimenti presi di mira dalla Guardia Civil. “È arrivato il momento, resistiamo pacificamente”, ha affermato Jordi Sanchez, presidente dell’ANC.

Manifestanti in piazza a Barcellona

Il portavoce del governo catalano Turull ha chiesto calma e serenità nella risposta allo stato di polizia nel quale si è convertito lo Stato spagnolo.

Anche la CUP si unisce all’appello alla mobilitazione pacifica, alla resistenza civile.

La Guardia Civil ha tagliato wifi e internet al “ministero” dell’economia catalano che ora è senza telefono e senza connessione. Dopo qualche minuto la connessione è tornata.

Più di duemila persone accompagnano i sindaci di Girona e di Palafrugell presso la magistratura dove sono stati convocati per  la loro adesione al referendum.

Catalunya Radio afferma che fonti del PP di Madrid dicono che oggi verrà dato il colpo finale al referendum.

La piattaforma ‘A Madrid per il diritto a decidere’ convoca una concentrazione presso la Puerta del Sol oggi alle 19.30.


DICHIARAZIONI

Presidente Puigdemont: Lo stato di diritto è stato violato, lo Stato spagnolo ha di fatto sospeso il governo catalano. Le perquisizioni, le detenzioni, l’intimidazione ai mezzi di comunicazione, il blocco dei conti della Generalitat… è una situazione inaccettabile in democrazia. Condanniamo il comportamento illegittimo, totalitario e antidemocratico dello Stato spagnolo che oltrepassato la linea rossa che lo separava dai regimi totalitari e si è trasformato in una vergogna democratica.
I cittadini sono convocati a votare, dobbiamo difendere la democrazia. Difenderemo il diritto dei cittadini di decidere liberamente il loro futuro, è questo l’incarico che abbiamo ricevuto da loro e dal Parlamento.
Il primo ottobre usciremo di casa portandoci una scheda elettorale e la useremo. Il Governo prenderà sempre decisioni in base al mandato elettorale. 
Quel che stiamo vivendo in Catalogna non si è mai visto in nessuno Stato dell’UE.
Non accetteremo un ritorno ad epoche passate e non permetteremo a nessuno di decidere il nostro futuro”.

Joan Tardà (ERC) si rivolge ai manifestanti: “vogliono che ci sia violenza, ma non ci sarà”Il deputato di ERC al congresso spagnolo ha preso parte alle mobilitazioni di questa mattina e ha chiesto di manifestare con fermezza ed evitando la violenza. Vogliono farci deragliare. La nostra fermezza sarà pacifica e nonviolenta. Vinceremo perché siamo democratici”.

Il segretario catalano del sindacato CCOO: “Difendere i diritti di partecipazione è un dovere di tutti i cittadini, al di là della posizione sul referendum”.

Pablo Iglesias, leader spagnolo di Podemos: “Chi pensa che la magistratura e le forze dell’ordine siano la risposta alla gente che si mobilita non capisce la democrazia”.

Junqueras, vicepresidente catalano, contro gli arresti di cariche politiche, interviene dicendo: “La lotta va oltre la repubblica catalana, bisogna difendere i diritti  civili“.

Anche i sindacati non indipendentisti ipotizzano uno sciopero generale per difendere i diritti civili e persino il partito di Ada Colau chiama alla mobilitazione.

Articolo estratto da (tutte le news sulla Catalogna sono reperibili a questo link)
http://www.franciscupala.net/referendum-catalano-del-1-ottobre-aggiornamenti-ultime-notizie/ 

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La redazione di Pesa Sardigna ricorda ai suoi lettori che in data 22 settembre a Cagliari, davanti al consolato onorario spagnolo in via Baccaredda 1, vi sarà un sit-in indetto dal Comitadu sardu pro su Referendum de sa Catalunya, cui possono aderire singoli e associazioni. La redazione si fa portatrice dell’invito alla mobilitazione di quante più forze possibile per dare sostegno al Catalunya che vede oggi la sua democrazia insidiata dallo stato spagnolo. Fin’ora le associazioni e i singoli che hanno deciso di aderire sono:

  • Collettivu Furia Rossa- Oristano
  • Iosella Grussu Maccioni
  • Sardigna Natzione Indipendentzia
  • Fronte Indipendentista Unidu
  • Federatzione de sa Gioventude Indipendentista
  • Salvatore Cadeddu
  • Sarde-i in sostegno del popolo catalano
  • Seddone Burramballatot
  • Sardegna Possibile
  • Circulu Indipendentista Hugo Chavez
  • Scida- Giovunus Indipendentistas
  • TzdA ProgReS Casteddu

Per aderire alla manifestazione scrivere a questo indirizzo.

Manifestazione di solidarietà alla Catalunya

Una foto della Diada, festa nazionale della Catalunya

La Catalunya attraversa un periodo storico determinante per la sua libertà. Dopo secoli di colonizzazione e di lotte contro la stessa, la stragrande maggioranza del popolo proclama la volontà di svincolarsi dal potere centrale di Madrid per poter affermare finalmente le proprie peculiarità di nazione.

Nella quasi totale censura dei media nostrani- e non- negli ultimi mesi abbiamo assistito a numerose escalation repressive da parte della Spagna nei confronti di chi sostiene l’imminente rottura dei catalani con la monarchia castigliana. La vittoria del  avrà esiti ben più vasti della creazione di un altro stato nella penisola iberica, dal momento che si apriranno numerosi nuovi fronti geopolitici per l’Europa e orizzonti di speranza e lotta per tante nazioni senza stato, oggi ancora incapaci di alzare la testa.

L’esempio della Catalogna è edificante e mirabile sotto ogni punto di vista, a partire dalla coesistenza tra non-violenza, frontalità e rigore del movimento indipendentista, che con un lavoro capillare- portato avanti con flessibilità politica pur con forte determinazione e intolleranza verso il potere centrale spagnolo- ha fatto raggiungere i risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti: solo qualche giorno fa, 11 settembre, in occasione della Diada (Diada Nacional de Catalunya) milioni di catalani si sono riversati nelle strade e nelle piazze per festeggiare la propria nazione e dichiarare al mondo un Sì alla fine di seicento anni di dominazione spagnola.

In questo frangente storico la Sardegna, anch’essa nazione senza stato soggetta a soprusi da secoli, ha preso posizione tramite il Comitadu Sardu pro su Referendum de sa Catalunya, che dopo aver organizzato numerosi incontri informativi con la presenza di Joan Adell Pitarch, delegato della Generalitat catalana all’Alguer (Alghero), indice una manifestazione in sostegno al venturo referendum per l’indipendenza della Catalunya davanti al Consolato spagnolo a Cagliari. I manifestanti consegneranno al console onorario una richiesta di rispetto della democrazia e annunceranno la partenza di una delegazione sarda del Comitadu che vigilerà sul regolare svolgimento democratico del referendum.

La chiamata

“Invitiamo i singoli, le associazioni, i collettivi e i partiti che sono d’accordo con il testo di questo appello a sottoscriverlo con un post nell’evento o con un messaggio all’indirizzo sardignacatalunya@gmail.com

Mobilitazione per il diritto dei cittadini catalani a celebrare il Referendum per l‘Indipendenza

La situazione della Catalogna in questi giorni che precedono il referendum del primo ottobre, non è degna degli standard che ci si aspetterebbe da un paese civile e rispettoso delle garanzie democratiche. Perquisizioni, minacce di arresto e intimidazioni stanno segnando la vita quotidiana di tutte quelle persone, associazioni, partiti, sindacati, movimenti, imprese e testate giornalistiche che si stanno impegnando perché i cittadini catalani possano godere del diritto all’autodeterminazione nazionale celebrando un referendum democratico.

I responsabili di questa situazione sono le istituzioni del Regno di Spagna, governo e magistratura in primis.
Dal momento che consideriamo il riconoscimento del diritto dei popoli ad autodeterminarsi uno dei fondamenti della vita democratica e della convivenza pacifica fra le nazioni, abbiamo deciso di inviare un segnale di solidarietà al popolo catalano e di monito al governo spagnolo. Come sardi e come indipendentisti siamo vicini ai nostri fratelli catalani e siamo pronti a dar loro tutto il supporto necessario perché possano avvalersi di un diritto riconosciuto dalle principali convenzioni internazionali. I cittadini catalani non sono soli e da parte nostra eserciteremo tutte le pressioni sul consolato spagnolo perché arrivi forte e chiaro il segnale che tutti i popoli che amano la libertà e la democrazia ora sono catalani!

Per questo convochiamo per venerdì 22 settembre alle 17:00 un sit in sotto il Consolato spagnolo di Cagliari, in via Baccaredda.
Invitiamo a partecipare tutti i singoli, le associazioni e i partiti indipendentisti e tutti quei singoli che riconoscono il diritto di ogni popolo della Terra all’autodeterminazione e che in generale hanno a cuore i fondamentali valori democratici.
Facciamo sentire la nostra solidarietà ai fratelli catalani, e facciamo capire al governo spagnolo che la loro prepotenza non ci spaventa.”

Link all’evento Facebook:
https://www.facebook.com/events/144746219461675/?acontext=%7B%22action_history%22%3A%22[%7B%5C%22surface%5C%22%3A%5C%22page%5C%22%2C%5C%22mechanism%5C%22%3A%5C%22page_upcoming_events_card%5C%22%2C%5C%22extra_data%5C%22%3A[]%7D]%22%2C%22has_source%22%3Atrue%7D

 

Il Referendum catalano manda in crisi Podemos

Il quesito referendario trilingue (spagnolo, catalano e occitano) presentato pochi giorni fa dal Governo Catalano
di Marco Santopadre

Nel giro di pochi giorni ha preso corpo la road map che dovrebbe portare alla convocazione di un referendum sull’indipendenza della Catalogna. Un referendum che sta incubando da molto tempo, fin da quando, tra la fine del decennio precedente e l’inizio di quello in corso, due fenomeni hanno turbato l’equilibrio raggiunto alla fine della lunga e feroce dittatura franchista. Un regime autoritario che si impose non solo contro la Spagna repubblicana e i movimenti socialisti e comunisti, ma anche per stroncare le rivendicazioni di indipendenza dei baschi e dei catalani.

La fine del franchismo non fu determinata da alcuna rottura, da alcuna frattura, ma il passaggio al nuovo regime – una Monarchia parlamentare – avvenne nel segno della continuità. Il tutto grazie all’autoriforma, accettata supinamente dalle opposizioni antifasciste statali, realizzata da un pezzo consistente del regime che pur di integrarsi nella costituenda Unione Europea e nella Nato accettò di disfarsi della ormai troppo ingombrante dittatura pur di garantire la continuazione del dominio dell’oligarchia che ne era stata il perno.

Se il Movimento di Liberazione Basco, da posizioni socialiste e rivoluzionarie, rifiutò e contestò una defranchizzazione limitata e superficiale, le componenti maggioritarie del movimento nazionalista catalano si integrarono volentieri all’interno del cosiddetto ‘Stato delle autonomie’ che in cambio della concessione di un certo grado di autogoverno evitava quella rottura della Spagna che era stato il maggior cruccio dei promotori del golpe fascista.

Grazie al nuovo regime, la grande e media borghesia catalana, ampiamente integrata sia a livello statale che internazionale, ha potuto gestire il potere economico e politico a livello locale attraverso le formazioni regionaliste e autonomiste – in particolare Convergència Democràtica – che hanno costituito un efficace argine contro i movimenti indipendentisti sostenendo in cambio i governi statali formati di volta in volta dai socialisti e dai popolari.

Come detto, l’equilibrio si è rotto negli ultimi dieci anni. La gestione autoritaria e liberista della crisi economica da parte dei governi spagnoli – sotto dettatura dell’Ue – e di quelli regionali ha provocato la politicizzazione di ampi strati della popolazione che fino ad allora si erano tenuti al margine o al di fuori della mobilitazione sociale e politica. A centinaia di migliaia i lavoratori, i giovani, le donne catalane si sono riversati nelle piazze e nelle strade, hanno partecipato agli scioperi, ai picchetti, alle assemblee.

Contemporaneamente un tiepido tentativo da parte dei regionalisti e di alcune forze di centrosinistra di riformare lo Statuto di Autonomia varato nel 1979 fu brutalmente frustrato dalle istituzioni statali. La mutilazione del testo, oltretutto approvato solo al termine di un lunghissimo iter, rese patente alla base sociale del catalanismo l’impossibilità di ottenere un aumento dell’autonomia grazie ad un negoziato con lo Stato e rispettando gli insormontabili vincoli imposti da una vera e propria gabbia costituzionale e istituzionale.

La confluenza dei due processi – mobilitazione politica indipendentista e mobilitazione sociale – ha condotto ad un auge dell’indipendentismo e ad un rafforzamento delle correnti di sinistra e popolari obbligando i regionalisti catalani – nel frattempo al centro di numerosi scandali per corruzione – ad abbracciare la parola d’ordine della separazione da Madrid.

Dopo le ultime elezioni autonomiche si è formato un governo composto dai liberal-conservatori del PDeCat (ex Convergència) e dai socialdemocratici di Esquerra Republicana de Catalunya, sostenuto dall’esterno dagli eletti della Cup, formazione di sinistra radicale di tendenza anticapitalista.

La maggioranza indipendentista del Parlament ha intrapreso un processo di ‘disconnessione’ politica ed istituzionale da Madrid e dalla sua legalità che nei giorni scorsi ha condotto i deputati della maggioranza ad approvare due leggi: la prima convoca il Referendum per il prossimo 1 Ottobre, la seconda stabilisce i caratteri e le forme della fase di transizione che seguirebbe ad una affermazione dei Sì: la proclamazione di una Repubblica Catalana, l’entrata in vigore di una Costituzione provvisoria prima che un’Assemblea Costituente ne approvi una versione definitiva.

I partiti nazionalisti spagnoli – popolari, socialisti e Ciudadanos – e gli apparati dello Stato non hanno alcuna intenzione di permettere la celebrazione del voto popolare, non riconoscono ai catalani il diritto all’autodeterminazione e stanno intraprendendo un boicottaggio che potrebbe condurre all’intervento delle forze di sicurezza contro i promotori del referendum, alla sospensione dello statuto catalano di autonomia e a ritorsioni personali di tipo giudiziario ed economico contro esponenti politici, funzionari e dipendenti pubblici.

Come si dice in questi casi il gioco si sta facendo duro e l’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale sta gradualmente sgomberando il campo da tatticismi e ambiguità che hanno fin qui segnato lo schieramento di alcune forze politiche e sociali. Se quasi tutte le forze della sinistra di classe sono schierate a favore della celebrazione del referendum e del voto a favore dell’indipendenza, lo stesso non si può dire per la grande borghesia catalana, che invece osteggia il cosiddetto “Procès”. Settori consistenti dello stesso partito che rappresenta la media e parte della piccola borghesia catalana. Il PDeCat, sembrano soffrire il muro contro muro e potrebbero rinunciare ad andare fino in fondo se i rischi dell’operazione dovessero farsi eccessivi.

Ma l’avvicinarsi del Referendum e il relativo passaggio parlamentare stanno mettendo in evidenza soprattutto le ambiguità e gli alibi su cui si fonda la posizione di Podemos e provocando non pochi problemi ai ‘morados’ che già su altri temi – l’Unione Europea, la Nato, la politica economica – stanno ampiamente sforbiciando il proprio programma originario. La posizione di Pablo Iglesias e dei suoi, lodevolmente e diversamente da quella difesa dal resto della classe politica spagnola, è stata sempre quella del sostegno al diritto di autodecisione dei catalani e delle altre nazionalità. Podemos si oppone quindi alla repressione e alla conculcazione dei diritti del popolo catalano. Una posizione di principio ‘federalista’ e ‘democratica’ che ha svolto per qualche anno la propria funzione all’interno del panorama politico spagnolo. Ma ora che dal dibattito tra posizioni di principio si è passati alla necessità di schierarsi su atti e comportamenti politici concreti, la linea di Iglesias non tiene più e si dimostra un artificio retorico.

Podemos, così come il movimento nato attorno alla sindaca di Barcellona Ada Colau, insistono sul fatto che il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano, che pure affermano di riconoscere, debba essere esercitato esclusivamente con il consenso dello Stato e della maggioranza del Parlamento Spagnolo, e nel rispetto della Costituzione e della legalità. Il problema – insormontabile – è che la Costituzione varata nel corso del processo di autoriforma del franchismo impedisce un referendum sull’autodeterminazione dichiarando lo Stato indivisibile ed affidando alle forze armate il compito di proteggerne l’unità. Questo vuol dire che un referendum per l’autodeterminazione dei catalani, o dei baschi, che goda del consenso dello Stato Spagnolo – così come avvenuto in Scozia, per intenderci – potrebbe svolgersi solo dopo un’eventuale riforma costituzionale. Ma la Spagna non è la Gran Bretagna, e neanche il Canada che in alcune occasioni ha tollerato che gli abitanti del Quebec votassero in tema di indipendenza.

Considerando che la quasi totalità della classe politica spagnola è ferocemente nazionalista e quindi indisponibile a venire incontro alle richieste dei movimenti indipendentisti, non è chiaro chi, come e quando dovrebbe trasformare l’architettura costituzionale spagnola così da consentire ai catalani di poter decidere del proprio futuro. Di fronte alla realtà dei fatti la linea del partito di Podemos si rivela un argomento propagandistico privo di risvolti pratici e che di fatto schiera i ‘viola’ dalla parte dello Stato contro il movimento popolare catalano.

Allo stesso modo la sindaca di Barcellona, Ada Colau, se da una parte chiede a Madrid di consentire lo svolgimento del referendum, dall’altra afferma che consentirà la mobilitazione della macchina municipale per le operazioni di voto soltanto se la consultazione avrà l’imprimatur dello Stato (il che, come abbiamo visto, è impossibile) e se non comporterà rischi di ritorsioni da parte spagnola per i funzionari e i dipendenti comunali.

E’ da questo punto di vista molto significativa l’insistenza di Podemos e di Ada Colau sul “rispetto della legalità” da parte degli indipendentisti proprio quando la chiusura, l’intransigenza totale dimostrata dall’intera classe politica spagnola obbliga i promotori della consultazione ad avviare una rottura con l’architettura costituzionale e istituzionale dello Stato e a creare un’altra legalità diversa e separata che accompagni la formazione di una Repubblica Catalana indipendente. D’altronde, nella storia dei movimenti di liberazione nazionale e del movimento operaio, tutte le maggiori conquiste, i maggiori progressi sono stati ottenuti grazie all’affermazione di principi di giustizia e alla rottura della legalità vigente, cioè della cristallizzazione dei rapporti di forza tra le classi e nazionali in un dato territorio e in un dato momento storico.

Se la sinistra si chiude all’interno del recinto della legalità, come nel caso di Podemos o di Ada Colau, non solo dimostra tutto il suo conformismo ma si condanna all’inutilità e all’inefficacia.

Oltretutto le capriole di Iglesias e di Ada Colau stanno avendo effetti tellurici sulla base delle loro rispettive formazioni politiche, oltre che provocando forti tensioni con la sezione catalana di Podemos. Podem ha nei mesi scorsi già rifiutato di aderire al nuovo partito ‘Catalunya en comù’ opponendosi all’indicazione della direzione statale del partito, ed ora la formazione della sinistra catalana sta addirittura pensando di abbandonare il gruppo ‘Catalunya Sì Que es Pot’ formato al Parlament di Barcellona insieme ai federalisti di centrosinistra di EUiA e ICV.

Nel giorno della Diada, la festa nazionale catalana, Podemos ha indetto una propria manifestazione separata a Barcellona, ma non potrà contare sulla partecipazione dei dirigenti e dei militanti di Podem che terranno un’altra loro iniziativa per poi confluire nel corteo generale. Infine, mentre Podemos e Colau insistono sul fatto che accetteranno il referendum solo se godrà del consenso delle istituzioni spagnole quelli di Podem invitano apertamente i propri aderenti e simpatizzanti ad andare a votare il 1 ottobre per una ‘repubblica catalana più giusta e libera dalla corruzione.

“Volete che la Catalogna sia uno Stato indipendente in forma di repubblica?”

Abbiamo intervistato Joan Elies Adell Pitarch (nella foto), Direttore dell’Ufficio di Alghero della Delegazione del Governo Catalano in Italia sul Referendum per l’Indipendenza annunciato dal capo del governo catalano Carles Puigdemont. (trad. dal catalano di Carlo Manca)

  1. Il presidente catalano Puigdemont ha dichiarato che ad ottobre si terrà il referendum per l’indipendenza della Catalogna. Come si è arrivati a questa storica decisione.   

Efettivamente, venerdì passato [9 giugno 2017, ndt] il Presidente del Governo Catalano ha comunicato il quesito e la data del Referendum per l’independenza della Catalogna dallo Stato Spagnolo, che sarà: “Volete che la Catalogna sia uno Stato indipendente in forma di repubblica?” e che sarà il prossimo 1° di ottobre [2017, ndt].

Come ci siamo arrivati? Evidentemente la Catalogna ha sempre voluto sentirsi a proprio agio, lungo la Storia, all’interno dello Stato Spagnolo, in modo che si riconoscesse la nostra identità storica, linguistica e culturale. Però questo non è mai stato possibile. Dal 1714, quando la Catalogna ha perso la sua sovranità politica, è stato molto difficile incastrare la nazione catalana all’interno della Spagna. Dobbiamo ricordare, per esempio, che un grande poeta catalano come fu Joan Maragall, scrisse nell’anno 1898 un poema intitolato “Oda a Espanya” in cui già si alludeva alla insensibilità della Spagna centralista rispetto alle diverse nazionalità presenti nello Stato spagnolo e le sue lingue:

Escolta, Espanya -la veu d’un fill
que parla en llengua – no castellana:
parlo en la llengua – que m’ha donat
la terra aspra.
En aquesta llengua – pocs t’han parlat;
en altra, massa.

E finisce domandando – se per què aquella Espanya centralista prefereix no escoltar la veu d’un dels seus pobles, com és el català, perquè margina i desantèn a un dels seus fills, com és Catalunya:

On ets, Espanya? – No et veig enlloc.
No sents la meva veu atronadora?
No entens aquesta llengua – que et parla entre perills?
Has desaprès d’entendre an els teus fills?
Adéu, Espanya!

Più di un secolo dopo, noi catalani abbiamo la sensazione che la Spagna continui a non volerci ascoltare. Senza sentire la nostra voce né sapere cosa ne pensiamo né come ci sentiamo. E il divieto a fare il referendum per l’autodeterminazione della Catalogna è un buon esempio. Sembra che il Governo spagnolo preferisca ignorare cosa pensa la cittadinanza catalana sopra la relazione politica fra Catalogna e Spagna. Cosa che mi sembra preocupante.

Nella storia recente, il movimento si attiva quando nel 2010 una sentenza del Tribunale Costituzionale spagnolo contro lo Statuto d’Autonomia della Catalogna del 2005, a causa di un ricorso del Partido Popular, pone le condizioni per un momento chiave senza precedenti e determina un punto di non ritorno nella nostra relazione con lo Stato spagnolo. È triste, e non sarebbe mai dovuto succedere. Lo Statuto fu elaborato e votato dal Parlamento catalano, dopo essere stato ritoccato e molto ridotto nel Congresso dei Deputati spagnolo (fatto che ci dispiacque profondamente in Catalogna) e dopo ratificato in un referendum dal popolo catalano, malgrado che per molti di noi fosse il male minore. Così come già era successo in passato, uno Statuto d’Autonomia approvato dal popolo di Catalogna viene decurtato da Madrid, attraverso un Tribunale molto politicizzato e controllato dal Governo spagnolo. Questa sentenza ha tolto la parola ai cittadini della Catalogna, e fece intendere ai catalani che l’unica maniera di essere una nazione è avere un proprio Stato, perché dentro lo Stato spagnolo ci siamo accorti che non è possibile.

  1. Lo stato spagnolo è arroccato sul principio che il referendum sull’indipendenza non si può fare perché non previsto dalla Costituzione. Cosa accadrà?

Questo non è proprio così. Il Governo spagnolo usa la Costituzione spagnola come una scusa per evitare di conoscere l’opinione dei catalani sopra la loro relazione politica con lo stato spagnolo. Recentemente più di 600 giuristi catalani hanno firmato un manifesto che sostiene che nel solco costituzionale vigente e “nel solco del principio democratico”, è legittima la possibilità che la cittadinanza “proponga alternative espresse attraverso un processo democratico”, come è il referendum sull’independenza della Catalogna e che l’applicazione del suo risultato si possa negoziare coi rappresentanti dello Stato. Ciò che ci vuole è la volontà politica, però lo Stato spagnolo non ha la volontà politica di sapere cosa ne pensano i cittadini catalani, probabilmente perché teme la loro la risposta. Forse si dovrebbe chiedere perché la stragrande maggioranza dei catalani non si sente a suo agio dentro la Spagna, e invece di sedurci, di convincerci a rimanere, che è bene continuare dentro la Spagna, non smette di dirci che non possiamo chiederlo, che la legge non lo permette, che è illegale sapere cosa opina il popolo di Catalogna. Questo è profondamente antidemocratico, giacché noi catalani pensiamo che la democrazia deve stare sopra la legalità, e lo Stato di diritto ha gli strumenti sufficienti per dimostrare la legalità del referendum convocato dal presidente Puigdemont e che è avallato dalla maggioranza assoluta del parlamento della Catalogna.

  1. Neppure la Costituzione italiana prevede il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Però il diritto internazionale prevede l’esercizio di tale diritto. Come è possibile risolvere questo nodo di alcune costituzioni che non garantiscono un esercizio democratico fondamentale ai propri cittadini?

Come ho già detto, se c’è volontà politica, perfino nelle costituzioni che non prevedono in maniera esplicita il diritto all’autodeterminazione dei popoli, si può arrivare a un accordo, come dimostra il caso del Quebec. Nelle costituzioni statali c’è una contraddizione palese rispetto della pratica politica degli Stati: non si riconosce il diritto all’autodeterminazione dentro il proprio Stato però lo si riconosce fuori. Questa è una pratica politica abituale. Il Congresso spagnolo, ad esempio, nel 2014 riconobbe lo Stato della Palestina. Riconosceva, quindi, in forma implicita il diritto  dell’autodeterminazione nello stesso tempo in cui negava il diritto all’autodeterminazione nei casi interni. In forma indiretta il diritto all’autodeterminazione lo riconoscono tutti gli Stati che incorporano nella legislazione il rispetto delle norme del diritto internazionale —ossia l’immensa maggioranza. In forma diretta, riconoscere il diritto di autodeterminazione alle minoranze interne di uno Stato è una pratica solita per ragioni ovvie, però molti Stati, quando devono spiegare perché sono indipendenti, basano la loro esistenza nell’invocazione legale del diritto di autodeterminazione stesso. Ci sono svariati Stati che riconoscono il diritto all’auto determinazione in forma esplicita nelle leggi nonostante che non lo facciano per Costituzione, come ad esempio: il Canada (che riconosce il diritto del Quebec), Danimarca (che lo riconosce per le isole Fær Øer e Groenlandia), la stessa Italia (che se non mi sbaglio riconosce all’Austria un ruolo di tutela rispetto al Sud Tirolo), Finlandia (che lo riconosce per le isole Aland) il Regno Unito (che lo riconosce a molti territori uniti dalla corona), Svizzera (che riconosce il diritto dei cantoni) o gli Stati Uniti (che hanno riconosciuto in alcune sentenze il diritto alla secessione). Pertanto siamo convinti che la comunità internazionale, se vince il sì nel nostro referendum per l’autodeterminazione, finirà per riconoscere l’indipendenza della Catalogna, giacché il diritto all’autodeterminazione dei popoli si considera giuridicamente come una norma imperativa, proprio come è stato ribadito in alcune sentenze della Corte Internazionale di Giustizia e così come è rispecchiato nella carta delle Nazioni Unite.


Intervista originale in lingua catalana

  1.  Efectivament, el passat divendres el President del Govern de Catalunya va comunicar la pregunta i la data del Referèndum per la independència de Catalunya de l’Estat Espanyol, que serà: “Voleu que Catalunya sigui un Estat independent en forma de república?” (“Volete che la Catalogna sia uno Stato indipendente in forma di repubblica?”) i que se celebrarà el proper 1 d’octubre.

Com hem arribat fins aquí? Evidentment Catalunya sempre ha volgut sentir-se còmoda, al llarg de la història, a l’intern de l’Estat Espanyol, de manera que es reconegués la nostra identitat històrica,lingüística i cultural. Però això mai no ha estat possible. Des de 1714, quan Catalunya va perdre la seva sobirania política, ha estat molt difícil l’encaix de la nació catalana a l’interior de l’Espanya. Hem de recordar, per exemple, que un gran poeta català com va ser Joan Maragall, va escriure l’any 1898 un poema titulat “Oda Espanya” en què ja es feia al·lusió a la insensibilitat de l’Espanya centralista respecte a les diferents nacionalitats presents a l’Estat Espanyol i les seves llengües:

Escolta, Espanya -la veu d’un fill
que parla en llengua – no castellana:
parlo en la llengua – que m’ha donat
la terra aspra.
En aquesta llengua – pocs t’han parlat;
en altra, massa.

I acaba preguntant-se per què aquella Espanya centralista prefereix no escoltar la veu d’un dels seus pobles, com és el català, perquè margina i desantèn a un dels seus fills, com és Catalunya:

On ets, Espanya? – No et veig enlloc.
No sents la meva veu atronadora?
No entens aquesta llengua – que et parla entre perills?
Has desaprès d’entendre an els teus fills?
Adéu, Espanya!

Més d’un segle després, els catalans tenim la sensació que Espanya segueix sense voler-nos escoltar. Sense sentir la nostra veu i saber què en pensem i com ens sentim. I la negativa a fer el referèndum d’autodeterminació de Catalunya és un bon exemple. Sembla que el Govern espanyol no prefereixi ignorar què pensa la ciutadania de Catalunya sobre la relació política entre Catalunya i Espanya. Cosa que em sembla preocupant.

En la història recent, el moviment s’activa quan l’any 2010, una sentència del Tribunal Constitucional espanyol contra l’Estatut d’Autonomia de Catalunya de 2005, arran d’un recurs del Partido Popular, suposa una inflexió sense precedents i determina un punt de no retorn en la nostra relació amb l’Estat Espanyol. És trist, i mai no hagués hagut de succeir. L’Estatut fou elaborat i votat pel Parlament de Catalunya, després retocat i força rebaixat en el Congrés de Diputats Espanyol (fet que ens va doldre profundament a Catalunya) i després ratificat en referèndum pel poble de Catalunya, malgrat que per a molts de nosaltres era un mal menor. Així, com ja havia succeït en el passat, un Estatut d’Autonomia aprovat pel poble de Catalunya és retallat per Madrid, a través d’un Tribunal molt polititzat i controlat pel Govern espanyol.  Aquesta sentència va treure la paraula al ciutadans de Catalunya, i ens va fer entendre als catalans que l’única manera de ser una nació és tenir un estat propi, perquè dintre de l’Estat Espanyol ens hem adonat que no és possible.

  1. Això no és ben bé així. El Govern espanyol utilitza la Constitució Espanyola com una excusa per evitar conèixer l’opinió dels catalans sobre la seva relació política amb l’estat espanyol. Recentment més de 600 juristes catalans han signat un manifest que defensa que en el marc constitucional vigent i “en el marc del principi democràtic”, hi cap la possibilitat que la ciutadania “proposi alternatives expressades a través d’un procés democràtic”, com és el referèndum sobre la independència de Catalunya i que l’aplicació del seu resultat es pugui negociar amb els representants de l’estat. Allò que cal és voluntat política, però l’Estat Espanyol no té la voluntat política de saber què en pensen els ciutadans de Catalunya, possiblement perquè no li agrada la resposta. Potser s’hauria de preguntar perquè una gran majoria de catalans no se senten còmodes dintre d’Espanya, i en lloc de seduir-nos, de convencer-nos a quedar-no, que és bo continuar dintre d’Espanya, no deixa de dir-nos que no ens podem preguntar això, que la llei no ho permet, que és il·legal saaber què opina el poble de Catalunya. Això és profundament antidemocràtic, ja que els catalans pensem que la democràcia ha d’estar per sobre de la legalitat, i l’estat de dret té instruments suficients per demostrar la legalitat del referendum convocat pel president Puigdemont i que és avalat per la majoria absoluta del Parlament de Catalunya.

3. Com t’he dit, si hi ha voluntat política, fins i tot en les constitucions que no preveuen de manera explícita el dret d’autodeterminació dels pobles, es pot arribar a un acord, com demostra el cas del Quebec.  A les constitucions estatals hi ha una contradicció flagrant respecte de la pràctica política dels estats: no es reconeix el dret d’autodeterminació dins el propi estat però sí que es reconeix fora. Aquesta és una pràctica política habitual. El congrés espanyol, per exemple, el 2014 va reconèixer l’estat de Palestina. Reconeixia, per tant, de forma implícita el dret de l’autodeterminació al mateix temps que negava el dret d’autodeterminació per als casos interns. De forma indirecta el dret d’autodeterminació el reconeixen tots els estats que incorporen a la legislació el respecte de les normes del dret internacional —o sigui la immensa majoria. De forma directa, reconèixer el dret d’autodeterminació a les minories internes d’un estat no és una pràctica habitual per raons òbvies, però molts estats a l’hora d’explicar perquè són independents basen la seva existència en la invocació legal al dret d’autodeterminació mateix. Hi ha més estats que reconeixen el dret d’autodeterminació de forma explícita a les lleis encara que no ho facin a la constitució, com ara: el Canadà (que reconeix el dret del Quebec), Dinamarca (que el reconeix per a les illes Fèroe i Grenlàndia), la mateixa Itàlia (que si no estic equivocat reconeix a Àustria un paper de tutela respecte del Tirol del Sud), Finlàndia (que el reconeix per a les illes Aland), el Regne Unit (que reconeix el dret d’autodeterminació a molts dels territoris units per la corona), Suïssa (que reconeix el dret d’autodeterminació dels cantons) o els Estats Units (que ha reconegut en unes quantes sentències el dret de secessió). Per tant, estem convençuts que la comunitat internacional, i guanya el Sí en el nostre referèndum d’autodeterminació, acabarà reconeixent la independència de Catalunya, ja que El dret d’autodeterminació dels pobles es considera jurídicament una norma imperativa, tal com ha estat remarcat a unes quantes sentències de la Cort Internacional de Justícia i tal com és reflectit a la carta de les Nacions Unides.