I sardi non sono ospitali con chi li sfrutta

Agostino Peru interviene durante la manifestazione “A Foras Fest” il 2 giugno 2017 – foto di Giovanni Salis
di Agostino Peru (FIU)

Sardegna, un’isola al centro del Mediterraneo per i più, una regione dell’Italia come ci hanno insegnato a scuola, un’isola del piacere e parco giochi per tanti turisti, spiagge bellissime, paesaggi mozzafiato, alberghi villaggi e residence extralusso, popolata da persone ospitali e gentili poco civilizzate che farebbero di tutto per lasciare un bel ricordo nella memoria del vacanziere di turno, ma dietro questa serie di luoghi comuni c’è molto di più.
Un’isola lacerata, in ottica militare facile da controllare, porto e discarica della Nato e di qualsiasi cosa rappresenti un peso per l’italia, che nel tempo ha ospitato: scorie, rifiuti di vario tipo, ha subito un’industrializzazione intensiva e una deforestazione selvaggia, e come ciliegina sulla torta la trasformazione da parte dell’alleato atlantico in un mega complesso militare che comprende il 67% delle installazioni militari dello stato italiano che dalla Gallura fino ad arrivare alla punta più a sud della nostra terra colleziona una miriade di installazioni militari di qualunque tipo: porto per sommergibili atomici, depositi, poligoni di tiro, aeroporti militari, basi per sperimentazione di razzi e infine il fiore all’occhiello dell’occupazione NATO il poligono sperimentale più grande d’europa situato nel salto di Quirra.


Industrializzazione, disoccupazione, sfruttamento del suolo del mare e dell’aria, discarica, occupazione militare Nato ed esercito italiano, repressione.


Tutto ciò come può continuare a farvi vedere la Sardegna come una regione dello stato italiano? Il risultato di questa operazione non lascia dubbi, siamo palesemente gli abitanti di una colonia.
Isola del piacere, abitanti pochi e ospitali, ci hanno drogato di luoghi comuni per convincerci che eravamo in torto e lasciarli agire indisturbati.
Non si aspettavano dopo tutta la repressione che ha subito la nostra terra che un giorno avrebbero trovato noi, hanno fatto terra bruciata ma si son dimenticati che il fuoco sotto la cenere continua ad ardere e alla fine esplode, e no, non siamo ospitali con chi devasta e sfrutta i nostri territori e la nostra gente, non rispettiamo, non elogiamo e non predichiamo la pace con chi fa la guerra nella nostra terra e no, non abbiamo mai sopportato i dominatori, chi tenta di passare sulla testa del nostro popolo.

Questo non è il giorno in cui festeggiamo la festa della vostra maledetta repubblica, il 2 Giugno è il giorno in cui ci avete condannato, stavolta ricordatevi di questo 2 giugno come il giorno in cui vi abbiamo dichiarato guerra.

Anticolonialismu

Storie di ordinaria repressione per A Foras

di Nicolino Piras

Quest’anno non è stato un anno facile per la mia famiglia, per le mie compagne i miei compagni, è stato difficile supportare con lo stesso vigore e spontaneità le mie convinzioni e i miei ideali.
Per la prima volta nella mia vita mi sono trovato seriamente nel mirino della questura di Cagliari e dei militari a causa del mio attivismo contro la guerra e l’occupazione militare della Sardegna. Nel giro di pochi mesi durante l’autunno mi sono stati recapitati due regalini della natura dei quali ancora mi stupisco. Mi intristiscono per gli effetti che hanno sulla mia libertà e tranquillità nell’affrontare questa lotta.
Nel mese di settembre (a un anno dai fatti) mi è stato notificato un foglio di via da Teulada, Porto Pino e Sant’anna Arresi per 3 anni.
La mia notifica è stata l’ultima di 22 che l’hanno preceduta, consegnateci perchè prima di un corteo, per cui avevamo chiesto l’autorizzazione, siamo stati identificati nei dintorni della base di capo Teulada con “fare sospettoso”.
Siamo stati privati della libertà di calpestare la terra dove siamo nati per aver fatto un sopralluogo prima di un corteo. Siamo limitati nel muoverci per paesi e spiagge, condannati senza diritto di replica o di udienza davanti a una narrazione viziata della polizia militare e l’intraprendenza asfissiante della DIGOS nel perseguitarci.
La stessa intraprendenza che qualche mese più tardi mi avrebbe portato altre noie ben più gravi. Infatti durante l’estate andammo in 18 a contestare la presenza di marina militare, esercito e Saras nelle aule dell’Università. Srotolammo uno striscione e intonammo cori davanti a 150 militari, istituzioni politiche, clericali e universitarie per protestare davanti all’ennesima comparsata militare e di una grossa azienda petrolchimica in facoltà per parlare di salvaguardia e protezione dei fondali marini. Avete capito bene? La marina militare quella dell’operazione Mare aperto, quella della zona Delta a Teulada, la penisola interdetta per sempre e inquinata irreversibilmente a causa di cannoneggiamenti continui dagli anni 50, insieme al più grande polo petrolchimico del Mediterraneo che vengono a parlarci di tutela ambientale in Università.
A questo punto da celiaco mi aspetto un invito alla sagra del pane a Villaurbana.
Dopo qualche mese io e gli altri partecipanti al blitz ci trovammo di fronte all’ennesima condanna unilaterale, senza né denuncia né dibattimento né udienza, eravamo stati condannati a un mese e 30 giorni di carcere, commutati in una multa di 11.250 euro a testa, tramite decreto penale di condanna, per violenza privata. Sì signori, violenza privata commessa da 18 persone su 150 militari, vi rendete conto? Io che ho una paura fottuta della violenza, che ripudio la violenza gratuita e ingiustificata, sono stato condannato e multato per violenza privata per aver concretizzato un mio fondamentale diritto di fronte a una presenza vergognosa nelle aule che avevo qualche anno prima attraversato da studente.
La polizia militare e la questura mi hanno dato due medaglie per aver difeso la mia terra: il foglio di via e il decreto penale di condanna.
Due medaglie conquistate per una scelta, due medaglie prese per aver sviluppato coscienza critica e protagonismo; la coscienza di chi pensa che non sempre ciò che è giusto e anche legale, la coscienza che la guerra non corrisponde a difesa del territorio e delle sue genti, la coscienza che i popoli siano i reali detentori dei territori che vivono e non chi ci specula e li distrugge in nome di chissà quale stato, quale progresso o profitto. Il protagonismo di chi mette il proprio corpo e la propria voce a servizio della Sardegna e del movimento, di chi macina chilometri intorno al poligono di chi cura gli ematomi causati dall’istinto repressivo di questo stato.
Se necessario violeremo queste restrizioni, ci faremo forza del vostro sostegno e complicità, daremo noi il foglio di via ai carriarmati, gli aerei e le navi che da 60 anni stuprano le terre sarde. Sanzioneremo e pretenderemo un risarcimento dagli eserciti e dai politicanti che hanno trasformato la Sardegna nella portaerei della NATO.
SA LUTA NO SI FIRMAT! A FORAS MILITARIS DE SA SARDIGNA

Anticolonialismu

Ahmad Sa’adat da New dichiarazione: sciopero dei prigionieri una vittoria collettiva

Fonte: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/5/58/Latuff-saadat-3.jpg

Nell’ ambito della campagna per la libertà di Ahmad Sa’adat , il segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, e degli altri prigionieri politici palestinesi, è stata pubblicata una nuova dichiarazione del leader del FPLP, sulla sospensione dello sciopero di libertà e dignità.

La dichiarazione è ripubblicata qui di seguito:

Dichiarazione del Segretario Generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, Ahmad Sa’adat

“I prigionieri hanno fatto una nuova battaglia epica grazie alla loro volontà e determinazione, e hanno dimostrato che i loro diritti devono essere conquistati e non supplicati dalle masse del popolo palestinese, dalla nazione araba, e dalle forze della libertà in tutto il mondo.

I prigionieri in sciopero hanno raccolto la loro fermezza per contrastare e resistere a tutti i tentativi di interrompere lo sciopero. L’oppressione non è stata risparmiata agli scioperanti, il ché ha contribuito al deterioramento della salute dei prigionieri attraverso politiche repressive e misure contro gli stessi, in particolare la politica di trasferimento arbitraria, che non è cessata fino all’ultimo momento, oltre ai tentativi dell’occupante di diffondere menzogne, voci e disinformazione.

Gli eroi prigionieri hanno affrontato tutte queste politiche e pratiche ed hanno avuto per 41 giorni una volontà d’acciaio nei confronti delle forze d’occupazione, aggiungendosi ai punti di riferimento storici delle lotte del nostro popolo nel movimento di liberazione nazionale. 

Alle nostre masse palestinesi:
Questa vittoria è il frutto degli sforzi collettivi del popolo palestinese che si è radunato intorno allo sciopero, compresi i singoli e le istituzioni, i diritti umani, nazionali, organizzazioni umanitarie e popolari, attraverso i sacrifici dei martiri, dei feriti e dei prigionieri. È avvenuta attraverso il supporto delle forze popolari arabe in tutto il mondo arabo, e attraverso il supporto di tutte le forze della libertà, compresi i movimenti popolari e le organizzazioni, i comitati di solidarietà, i parlamentari, i movimenti di giustizia sociale, per far fronte all’imperialismo e alla globalizzazione, e il movimento Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni (BDS).

A tutti coloro che hanno partecipato alle azioni di solidarietà con il nostro sciopero per portarlo alla sua onorevole conclusione, inviamo tutti i nostri saluti ed il nostro apprezzamento, in particolare alle famiglie dei martiri, dei feriti e dei prigionieri. 

Per le masse del nostro popolo:
Anche se è troppo presto per fornire una valutazione finale dei risultati dell’esercizio, prima della dichiarazione ufficiale della leadership in sciopero, possiamo dire chiaramente che l’incapacità delle forze di occupazione per rompere lo sciopero o contenerlo è una vittoria per i prigionieri e per la loro volontà e determinazione di continuare il confronto.

Questa vittoria ha implicazioni importanti: in primo luogo, per ribadire il fatto che i diritti possono essere presi e mai elemosinati, e che la resistenza è stata la leva principale per tutte le conquiste del popolo palestinese in epoche successive alla rivoluzione. In secondo luogo, che le diverse fazioni del movimento dei prigionieri e l’atmosfera della divisione non hanno impedito l’unità d’azione di tutte le fazioni nazionali ed islamiche sui campi di confronto, a patto che la bussola della lotta rimanga diretta allo scontro principale contro l’occupazione. Il terzo punto importante è che non si esaurisce il confronto con lo sciopero; invece, si deve continuare, al fine di rafforzare i risultati dello sciopero, espanderli e costruire sulla base di essi. Questo è fondamentale per ricostruire e unificare il corpo del movimento dei prigionieri palestinesi e presentare un modello di vita per la nostra gente che porti avanti sforzi sinceri per far progredire la causa palestinese e farla uscire da questa crisi e da un quadro di divisione.

Alle nostre masse palestinesi:
Ciò che devono fare le nostre forze politiche e fazioni palestinesi per sostenere i prigionieri e rafforzare la loro costanza è il ripristino della nostra unità nazionale verso un percorso di avanzamento, lasciandosi alle spalle la passata e presente fase di girare a vuoto senza fine.

Ancora una volta, i nostri saluti a tutte le forze palestinesi, arabe e internazionali popolari che hanno contribuito a rafforzare la fermezza dei prigionieri, portando avanti la loro battaglia per la strada della vittoria.

Gloria ai martiri, e la vittoria è certa!”

Oristano: attenti ai finti indipendentisti!

di Davide Pinna (Furia Rossa)

Le elezioni comunali di Oristano purtroppo non vedono la partecipazione di alcuno schieramento indipendentista, e ci sarebbe qui da aprire tutto un discorso sulla necessità di unirsi e di passare dalle amministrazioni comunali per costruire spazi di governo indipendentista e iniziare a mostrare che l’indipendentismo può governare e può farlo meglio dei partiti italiani. Tuttavia una formazione che si definisce indipendentista concorre: in queste poche righe punto a dimostrare non solo come tale formazione non sia indipendentista, ma sia addirittura in continuità con le logiche di governo coloniale che hanno affossato piccole città come Oristano negli ultimi sessant’anni; parlo del Partito dei Sardi.

Se volessimo provare a tratteggiare la cronistoria della presenza PdS a Oristano, incontreremmo molte difficoltà. In effetti questa formazione non ha mai partecipato alla vita politica della città di Eleonora, non ha mai preso parola sulle questioni che in questi anni hanno animato il dibattito pubblico locale, come il futuro dell’aeroporto di Fenosu, l’uscita da Abbanoa, il progetto del golf nella pineta di Torregrande o la centrale termodinamica di San Quirico. Per verificare questa affermazione basta fare una ricerca nell’archivio della testata online Linkoristano, abbastanza costante nella pubblicazione di interventi e comunicati politici: la stringa di ricerca “Partito dei Sardi” non produce alcun risultato degno di nota.

Tuttavia, il PdS, pur non avendo preso parte alla vita pubblica di Oristano, è presente da molto in città e più precisamente è presente negli uffici di Via Carducci, quelli dove ha sede la Asl n. 5. Che la nomina dei dirigenti delle Asl avvenga per quote e lottizzazioni non è fatto nuovo, né ha una rilevanza giuridica, dato che lo spoil system non costituisce reato; certamente si potrebbe discutere sull’opportunità morale di questo sistema, ma meglio rinviare ad altra sede la discussione. Se ci si attiene ai fatti, gli ultimi due direttori generali della ASL n. 5 sono Mariano Meloni e Maria Giovanna Porcu, entrambi di Macomer, proprio come Paolo Maninchedda. Macomer è una città di 10 mila abitanti (distretto della Asl di Nuoro) e non necessariamente i suoi abitanti si conoscono tutti, però basta una rapida ricerca sul web per capire che Maninchedda, Meloni e Porcu si conoscono e che le nomine di primo piano della Asl oristanese sono in quota proprio all’assessore ai Lavori Pubblici. Le polemiche fra l’altro non sono mancate, come quando la minoranza del consiglio comunale di Macomer (il sindaco Antonio Succo è del Partito dei Sardi) denunciò pubblicamente il fatto che su 100 lavoratori interinali impiegati nella Asl di Oristano, 30 erano di Macomer, chiedendo all’assessorato alla Sanità, ai manager delle Asl e agli esponenti del PdS di chiarire in base a quali criteri di priorità e professionalità venissero fatte le assunzioni (https://www.bentos.it/la-asl-di-oristano-il-partito-dei-sardi-gli-ex-tessili-e-i-veleni-della-politica-macomerese/). Ribadisco che non ci sono aspetti giuridici che voglio mettere in evidenza, la questione è puramente politica: il Partito dei Sardi è entrato a Oristano non dalla porta principale, ma dalla finestra sul retro. Ha costruito il proprio consenso sulla base di vecchie logiche, che guarda caso sono proprio le stesse che hanno affossato piccole città come Oristano dal dopoguerra. Per chi vorrebbe presentarsi con il biglietto da visita dell’indipendentismo moderno e del partito dell’amore, non sono cose di poco conto.

Ma poi questo indipendentismo esiste? Il PdS si presenta in coalizione con l’UDC e con la lista civica del consigliere comunale Salvatore Ledda. Non risulta ad oggi che i vertici locali dell’UDC o Ledda abbiano mai professato il loro indipendentismo; non può neanche valere il discorso del non-dipendentismo perché l’UDC è un partito italiano e il discorso credo si possa interrompere qui senza bisogno di altre argomentazioni. Questa non è peraltro l’unica incompatibilità fra Maninchedda e i suoi alleati: Ledda e Giuliano Uras (il candidato sindaco UDC della scorsa tornata elettorale) sono stati tra i principali fautori del referendum consultivo per l’uscita da Abbanoa che si è svolto a Oristano qualche mese fa. Questo referendum era poco più che una recita propagandistica, ma tuttavia come possono Ledda e Uras dopo tante parole contro il gestore unico dell’acqua accordarsi con l’assessore che ha la delega per Abbanoa e che tante volte la ha difesa?

Fino a poche settimane fa il PdS era in trattativa con il centrosinistra., ma la fine la scelta è ricaduta sulla coalizione di centro che evidentemente offriva condizioni politiche migliori e che mette insieme due candidati sindaco della scorsa tornata elettorale i cui voti, sommati, rappresentano il 46% delle preferenze. Se indipendentismo significa occupare i posti di potere, scendendo a compromessi con qualsiasi forza politica a seconda delle esigenze e della geografia elettorale, allora il PdS è indipendentista, ma credo che la parola del vocabolario più adatta a definire questi comportamenti sia opportunismo.

Polìtica

Silanus: motzione pro nche catzare sos Savoia dae sa toponomàstica

In Silanus sa chistione de sa toponomàstica, pro seguru, non rapresentat unu de sos problemas printzipales, ma non devet èssere cunsideradu nemmancu unu problema de pagu contu. Sa revisione de sas targas presentes in sas carreras de sa bidda est divènnida una netzessidade istòrica e culturale.
Pro custu motivu su grupu de minoria Liberamente Silanus at depositadu una motzione pro nche catzare sos nùmenes de sos Savoia dae sas intitulatziones de sas carreras. Personàgios chi si sunt distintos in totu s’ìsula e in totu su meridione italianu pro èssere istados protagonistas de disauras, de ochidòrgios e de torturas.

Silanus, che a totu sas àteras biddas, apartenet a s’istòria e a s’istòria apartenent fintzas sos tzitadinos suos illustres chi ant dadu su contributu issoro a sa bidda e a sa sotziedade in generale. Persones che a Pepinu Fiori, a Francu Pintus, a Frantziscu Mura, a Màriu Màsala, pro nde mentovare unos cantos. Paesanos de gabbale chi diant merèssere una targa prus de cale si siat tirannu sabàudu. In sas dies imbenientes amus a bìdere comente s’at a espressare su consìgiu comunale.

Su ligàmene a sa motzione:

http://liberamente.silanus.net/2017/05/cancellare-i-savoia-dalle-nostre-vie/

Atobiu de semingiu: ProgReS coinvolge i sardi nella politica

Locandina dell’evento

Sabato 6 maggio ProgReS (Progetu Repùblica de Sardigna) ha tenuto a Carbonia un incontro denominato “Atobiu de semingiu”.

Si tratta del primo di una serie di incontri nel territorio nazionale sardo aventi lo scopo di rilanciare la prospettiva indipendentista. “S’atobiu” ha offerto l’occasione di illustrare ai presenti i principi fondanti il documento politico di Progetu Repùblica ed alcune statistiche sulla Sardegna elaborate dal SSEO (Sardinian Socio- Economic Observatory).

La metafora della semina rimanda alle finalità degli incontri, che non si risolvono nella presentazione di ProgReS, ma mirano ad un suo radicamento nel territorio attraverso il successivo avvio di “tzda” ossia centri di attività politica capaci di tradurre in pratica gli obiettivi del partito.
L’idea è quella di restituire ai Sardi un ruolo attivo nella vita pubblica attraverso il coinvolgimento della cittadinanza nei processi decisionali e nell’elaborazione di soluzioni ai problemi del territorio.
Progres Progetu Repùblica ritiene che solo tramite la partecipazione attiva alla vita pubblica il popolo Sardo potrà sviluppare il senso di responsabilità e la volontà necessari a rimettersi in piedi e camminare spedito verso la propria autodeterminazione.
In quest’ottica, l’incontro di sabato ha offerto a Progetu Repùblica l’occasione di invitare i presenti e tutta la cittadinanza di Carbonia ad una conferenza aperta, che si terrà prossimamrnte col supporto de Pro S’Alternativa Natzionale, nella quale si lavorerà insieme su un tema di rilevanza centrale per il Sulcis e la Sardegna.

Ispopolamentu de sa Sardigna

Spopolamento in Sardegna
di Federico Francioni

Onzi die creschet su nùmeru de sas biddas minetadas de iscumpàrfida. Semus arribbados a chentu Comunas chi, intre de sos trint’annos, si nch’andant a mòrrere. Nùmeros chi sunt istados denuntziados puru dae s’ANCI (e dae su presidente Piersandro Scano) chi at promòvidu abojos, cramadu su guvernu italianu e sa Regione a sas responsabilidades issoro.

Semper de prus, s’intendet s’importàntzia de unu Manifesto contro lo spopolamento, gasi comente proponet Scano, e ognunu de nois podet e devet dare su contributu.
Su guvernadore Frantziscu Pigliaru faeddat de sa netzessidade de unu Master Plan contra a s’ispopolamentu in unu cumbèniu a subra de sas tzitades de s’Europa.

S’ispopolamentu est ligadu a protzessos istòricos, econòmicos-sotziales, polìticos e culturales de sèculos e sèculos, comente mustrat s’istòricu francu-americanu John Day, amigu sintzeru de s’ìnsula nostra. S’isboidamentu pertocat mescamente a sas biddas pòveras.

Dae su 2010 a su 2014 su rèdditu de sos sardos est faladu de su 3-4 %, pro sos corfos severos chi amus retzidu dae s’inflatzione. Su Mèdiu Campidanu est su prus pòveru a intro de s’Istadu italianu, indunas, sa gai cramada maglia nera non est prus de su Sulcis-Iglesiente.
Sa Provìntzia de Casteddu est sa prus rica, ca est su de 34 in sa classìfica, cun 23.534 euros de rèdditu pro capite (chi non sunt pagos: est una de sas cunseguèntzias de unu tzentralismu dannàrgiu pro sa Sardigna intrea). Sa bidda de Bidonì est sa prus pòvera cun 7.427 euros de rèdditu. In s’elencu matessi Tàtari s’agatat in sa posizione n. 73 cun 21.650 euros pro capite.

Bastat cun sa chistione sarda betada a intro de unu fogarone mannu cramadu questione meridionale.

Non esistit una particularidade de sa Sardigna pro su chi tocat s’ispopolamentu. Connoschimus bene su pàrrere de Bottazzi: sa Sardigna est Mesudie, puntu! Ma custu betare sa chistione sarda in unu fogarone mannu cramadu chistione meridionale serbit de aberu a disignare progetos ispetzìficos chi nos podent ajuare in sa gherra aberta chi devimus decrarare a s’ispopolamentu? Forsis Bottazzi, cun totu su rispetu, ant ismentigadu su chi at iscritu Antoni Gramsci in Alcuni temi della questione meridionale e subra de Americanismo e fordismo, inue si faeddat de mistero di Napoli in raportu a sas tzitades de sos Istados Unidos e de su mundu. Est bastante, indunas, faeddare de Napoli e de su territòriu vesuvianu dae unu puntu de bista demogràficu pro cumprèndere chi est una situatzione cun una densitade de abitantes alta meda, atesu meda dae sa nostra.

E sa Sitzìlia?

Massimo Livi Bacci at iscritu chi non esistit una eccezionalità de sa Sardigna in raportu a su Mesudie. Puru in Sitzìlia – at sustènnidu Livi Bacci – su nùmeru de sos abitantes est destinadu a falare. Ma atintzione, si nois leghimus bene s’istòria demogràfica de sas duas ìnsulas, podimus cumprèndere chi in Sardigna b’at semper – o cuasi – unu boidu, in su mentres chi in Sitzìlia agatamus unu prenu. Custu est cunfirmadu mescamente dae sa produtzione istioriogràfica a subra de su Seschentos, unu sèculu de pestilèntzias chi non cundennat sas duas ìnsulas in sa manera matessi. Tzertu, Basilicata e Calabria sunt in perìgulu, ma pro s’Abruzzo sa chistione, dae unu puntu de bista demogràficu, est diferente dae cudda sarda.

Sa netzessidade de programmas ad hoc, contra a s’isboidamentu, a intro de unu New Deal pro sa Sardigna.

Sa tesi fundamentale mia est custa: pro sa luta a s’isboidamentu de sa Sardigna bi cherent programmas ad hoc e est pretzisu pònnere a costàgiu, antzis, a intro de unu New Deal: indunas, unu progetu generale pro sa liberatzione econòmica e sotziale, pro s’autodeterminatzione polìtica e istitutzionale de sa Natzione sarda. Sos puntos craes de custu New Deal podent èssere custos:

  • Torrare a sa Terra. A subra de custu puntu si atopant sos analìgios de su paba Bergoglio de una ecologia integrale (giustu su chi ant sustènnidu fintzas a como Vitzente Migaleddu e Boreddu matessi) e cuddos de Vandana Shiva. Sas pàginas de Frantziscu e de Vandana tenent su mèritu de refudare su prometeismu, s’idea maschilista de s’isfrutamentu sena làcanas de s’omine a subra de sa Natura. Un’ìdea de domìniu chi agatamus puru in culturas antitèticas intre issas. Imbetzes devimus pensare a reconnòschere sa Terra che a Mama e a cunsiderare òmines e fèminas fìgios e parte integrante de sa Natura matessi. Dae s’atera ala podimus leare ànimu dae su chi como sutzedit in Sardigna, inue b’at un’isvilupu de sos terrinos cuntivigiados cun agricultura de su tipu matessi. Pro sa prima borta creschent sos etaros de terra semenada, mescamente cun su trigu cramadu de su senadore Cappelli. In antis devimus ammentare Nazareno Strampelli, unu genetista agràriu de gabbale chi aiat ammesturadu trigu de su Nord, de su Mesudie italianu e de sa Tunisia. In su 1907 su senadore Raffaele Cappelli aiat postu a dispositzione pro sos esperimentos unos cantos sartos de propriedade sua in Foggia. Ma no b’at solu su trigu Cappelli chi est semenadu sena sustàntzias venenosas; tenimus in s’ìnsula bariedades nostras bonas meda. Tenimus richesas mannas: oe sos giòvanos torrant a creere in custu siddadu chi si podet esportare in su mercadu globale.
  • Retza autòctona de industrias minores. Semus cumbìnchidos de s’importàntzia istòrica e econòmica de su pastoralismu, ma bisòngiat puru fraigare e afortire una retza autòctona de indùstrias minores chi in Sardigna fiat già nàschida intre Otighentos e Noighentos. Una realidade cantzellada dae sas polìticas in pro de Nino Rovelli. Sos cunsòrtzios podent servire a bìnchere sa debilesa de custas istruturas minores. Tenimus energhias e sabidorias imprendidoriales: pensamus a sa bioedilizia de Daniela Ducato e a sa vetura ad aria compressa produida in Sardigna. E sunt solu duos esempros.
  • Bonìficas. Podent dare traballu a sos chi sunt istados betados a foras de su protzessu produtivu derivadu dae sa industrializzazione selvaggia. Bisòngiat betare sos fundamentos pro arribbare a una riconversione produtiva de tipu ecocompatìbile.
  • Unu sistema bancàriu sardu. A pustis de 130 annos sa Banca popolare di Sassari non esistit prus. Sa Banca popolare dell’Emilia Romagna at mandigadu su Banco di Sardegna. Sas bancas minores non podent sighire in s’epoca de sa globalisatzione? Ma sos esempros de sa Banca d’Arborea e de sa Banca di Cagliari mustrant su contràriu.
  • Fraigare e afortire una retza sarda de cummèrtziu, chi non siat dipendente dae cudda de sa distributzione manna.
  • Unu pianu pro sas infrastruturas e pro sos trasportos, chi est indispensabile pro arrivire a unu riechilìbriu territoriale. In su tempus coladu, sos indipendentistas Pirisi e Pani cun veturas Granturismo aiant asseguradu sos collegamentos intre su Cabu de Susu e su Cabu de Giosso. Sas veturas de Pirisi teniant su telefonu e su commodu! Dae bennàrgiu-freàrgiu de su 2016 non esistit prus unu collegamentu de autobus intre Tàtari e Casteddu, ne intre Tàtari e Terranoa.
  • Indipendèntzia energetica. Bisòngiat punnare pro una boltada ecocompatibìle, pro s’autonomia de ogni domo cun impiantos indipendentes dae s’Enel e a foras dae sas ispeculatziones mannas de sos gai cramados ecofurbi, cunforma su chi at iscritu Jeremy Rifkin. 

    Polìtica

3 giorni rosa e 365 giorni neri

La Sardegna in questi giorni si tinge di rosa, coprendo tutto ciò che di più scuro e triste abbiamo.
Tra i nostri vari primati (visto che si tratta di una gara agonistica) vantiamo una disoccupazione giovanile tra le più alte dello stato italiano, il 60% delle basi italiane e Nato sono in Sardegna, le terre che le ospitano risultano a causa delle esercitazioni e delle sperimentazioni di armi inquinate e con alti livelli di radiazioni, si contano centinaia di morti tra le persone che vi abitano nei pressi, per non contare animali e bimb* nat* con malformazioni. Se ci spostiamo di qualche chilometro, troviamo le terre che tempo fa dovevano essere il simbolo del progresso e dell’occupazione: oggi senza futuro perché troppo inquinate per poter essere coltivate e piene di disoccupati perché i padroni delle fabbriche, dopo essersi presi i soldi, se ne sono andati.
Se il “giro d’Italia” passasse per Ottana, Furtei, Porto Torres, Macchiareddu, ecc..ecc. troverebbe ancora le scorie e i veleni lasciati da questo finto progresso.
In queste giornate macchiate di rosa si continua a produrre morte nella fabbrica di bombe RWM di Domusnovas e, tra un tornante e l’altro, si arriva dove quelle bombe vengono testate.
Non basta il colore rosa per coprire lo sfacelo che viviamo ogni giorno, siamo stufi e stufe di colorarci a seconda delle scelte del padrone.
Le esercitazioni non si sono fermate per il Giro d’Italia. Perché dovremmo fermarci noi?
Culletivu s’Idea libera

A Foras: facciamo autocritica per rilanciare

Foto di Enedina Sanna
di Celeste Brandis

Ieri Sa die de sa Sardigna è stata repressa dallo stato italiano, quello stesso stato che occupa la nostra terra- non solo con sovrastrutture invisibili imposteci nel corso di quasi due secoli di colonizzazione- ma anche istituzionalmente e quindi militarmente, senza che i sardi (ovviamente) lo abbiano mai chiesto.

Il concentramento era previsto per le 11 davanti al bar Quirra, ma in tanti hanno tardato e non certo per la mancanza di voglia di svegliarsi presto al mattino, bensì per i numerosi posti di blocco e per le strade alternative costretti ad imboccare per evitare fermi: pullman e auto provenienti da ogni angolo della Sardegna, eppure l’affluenza aspettata non ha avuto l’esito previsto. Questo è il primo punto che dovremmo analizzare per fare autocritica e per migliorare il movimento A Foras, che mira a divenire catalizzatore di massa.
Dopo la massiccia campagna muraria, i continui tour del comitato studentesco contro l’occupazione militare della Sardegna, l’interrogazione parlamentare da parte dei senatori di Forza Italia Alicata, Gasparri e Floris nei confronti del collegio docenti del Liceo scientifico “Lorenzo Mossa”, poiché aveva approvato un progetto che prevedeva un incontro sul tema delle basi in Sardegna “senza contradditorio” (vedi qui), perché solo poche centinaia di persone hanno aderito alla manifestazione a Quirra? La scarsa mobilitazione può essere una risposta alla violenza psicologica dello stato italiano, attraverso la Questura di Cagliari, quando ad una settimana dalla manifestazione annuncia 54 denunce per il corteo dello scorso novembre al poligono di Capo Frasca e rincara la dose minacciando una “applicazione puntuale e chirurgica” del decreto Minniti sul daspo urbano- che prevede arresti preventivi senza denuncia e, quindi, senza processo, nonché il divieto di manifestazione la notte prima della stessa. Ma la paura non può essere l’unica motivazione. Un’altra può essere, infatti, che ancora una volta la manifestazione viene convocata in un giorno lavorativo per tanti sardi e se A Foras vuole rendere complici quanti più cittadini possibile deve trovare una nuova strategia di comunicazione e coinvolgimento.

Un altro punto da cui partire può essere l’organizzazione della manifestazione, che non prevedeva un piano B per far fronte ad un dispiegamento di forze dell’ordine tale da rendere impossibile il corteo. Difatti il concentramento era localizzato in un budello, un incrocio da cui i manifestanti non hanno potuto divincolarsi poiché murati vivi su tutti i fronti. Reparti celere di polizia e carabinieri, camionette e posti di blocco in ogni dove, DIGOS a seguito dei pullman, antisommossa tra gli alberi- ove i manifestanti cercavano privacy per il bagno- e, infine, cani antisommossa dei carabinieri. È chiaro che lo stato italiano ha voluto lanciare un forte segnale al movimento contro l’occupazione militare della Sardegna, dopo diverse battaglie positive incassate da A Foras, ha voluto mostrare i muscoli. È necessario analizzare a fondo lo scenario che si è presentato ieri, preparandoci meglio alle prossime battaglie per essere pronti ad affrontare ogni evenienza.

La manifestazione del 28 aprile non è stata un totale fallimento, come qualcuno ha dichiarato, anzi, non lo è stata neanche per metà: la forte immagine del solco che separa immiscibili realtà, quali la Sardegna e l’Italia, rappresentata da una parte dal cospetto di centinaia di bandiere dei quattro mori, che stavano a sottolineare la natura nazionale e rivoluzionaria  del comitato A Foras e la commemorazione attiva di un giorno importante per la patria, Sa die de Sa Sardigna, giorno in cui i funzionari piemontesi furono imbarcati dai nostri connazionali, e dall’altra l’allineamento del braccio armato italiano, invitto, ma solo per questa volta.

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28 Aprile 2017: Sa die in Quirra

di Daniela Piras

Fino ad oggi avevo pensato che partecipare a manifestazioni per contestare qualcosa fosse una questione di volontà: la volontà di voler provare a fare qualcosa per cambiare ciò che non crediamo vada bene, per contestare un sistema, una imposizione, per ribadire un diritto. Negli ultimi anni ho preso parte a varie manifestazioni e a vari cortei, più di una volta mi sono chiesta se ne fosse valsa la pena, e mi sono sempre risposta che per cercare di rendere migliore questo mondo, bisogna partecipare, parlare, discutere; mi sono detta che stando “alla finestra” non si ha nessuna possibilità, e che i cambiamenti, nella storia, sono sempre avvenuti grazie a chi si è mosso. Fino ad oggi pensavo occorresse la voglia di fare, per partecipare alle manifestazioni.
Oggi qualcosa è cambiato, ho constatato che questo non basta. Ci vogliono i nervi saldi, per uscire di casa. Ci vuole l’autocontrollo. Ci vuole la capacità di analizzare una situazione, capirla, valutare l’opportunità di ogni singola parola che si sente l’esigenza di far uscire dalla propria bocca. Ci vuole intelligenza e stabilità emotiva. Non importa quanto sia grande il dissenso e la contrarietà verso quello che vogliamo combattere, bisogna fare in modo di tenere i nervi saldi perché basta poco per passare dalla parte dell’attivista a quello di facinoroso, e questo grazie a coloro che per lavoro si dovrebbero occupare della nostra sicurezza, della sicurezza di tutti: contestatori e contestati. I tutori dell’ordine pubblico, con divisa e tenuta antisommossa, non mi erano mai apparsi dei nemici, li avevo sempre visti come uomini, come lavoratori. Erano una mia garanzia, in ogni corteo, erano i supervisori che si accertavano che non ci fossero intoppi di nessun genere: un violento mascherato da manifestante, per esempio. Oggi invece, con mio grande rammarico, mi sono trovata al centro di una situazione totalmente inverosimile. Dopo un viaggio di oltre tre ore per raggiungere il sito del poligono, dopo una manifestazione “in attesa”, dove non si è avuta nemmeno la possibilità di avvicinarci al luogo simbolo del potere militare, dopo la stanchezza, lo sconforto e il senso di inutilità che pareva tagliarsi a fette, decido di andare via, insieme alle persone con le quali ero arrivata. Avevamo parcheggiato l’auto in una stradina di campagna, in una sorta di parcheggio spontaneo a pochi metri dal luogo di ritrovo. La strada dove sostavano i manifestanti era stata chiusa da ambo i lati dalle forze dell’ordine, oltre che dalla parte della via di accesso al poligono. Mentre ci rechiamo verso l’uscita assistiamo a qualcosa di assurdo e totalmente illogico. Il cordone di poliziotti, tutti in tenuta antisommossa, non si accinge a sfaldarsi di una virgola. Un motociclista viene bloccato, notiamo che parla con il caposquadra. Spegne il motore per qualche minuto, dice che non lo fanno passare. “Deve esserci qualche problema” – penso – “Un problema con il motociclista”. Dopo qualche metro, invece, mi accorgo che il problema è per chiunque voglia attraversare il cordone, per chiunque voglia PASSARE, per chiunque voglia andare via, dato che la manifestazione era conclusa. Il caposquadra ci dice che non si può, che dobbiamo avere pazienza, che quando si partecipa a una manifestazione si suppone che ci sia “una unione di intenti”. «Certo – penso – l’unione di intenti è quella che non siamo d’accordo sul sistema di produzione di bombe, su uno sfruttamento del territorio che ha fatto sì che la zona di Quirra, invece che alle sue splendide spiagge, sia stata associata alle malattie, ai tumori, alle malformazioni di neonati. Ecco, quella è la nostra “unione di intenti”». Il caposquadra continua a bloccarci la via dicendo che dobbiamo avere pazienza e che, per questioni di democrazia (?) dobbiamo aspettare di vedere cosa fanno gli altri partecipanti, che dovremo andare via tutti insieme (?!). La stanchezza e il senso di impotenza cominciano a farsi sentire, comincio a scocciarmi di un simile atteggiamento, di cui davvero non riesco a seguire la logica. Chiedo al poliziotto-capo il motivo per il quale non possiamo uscire, sottolineo che non capisco perché e cosa devo aspettare, dico che i partecipanti alla manifestazione fanno parte di tanti gruppi provenienti da diverse parti della Sardegna, e che non posso aspettare che decine di persone che non conosco decidano di rientrare a casa. Il poliziotto graduato mi ribatte che, se fossi stata più serena, sarei già potuta andare via, sarei già potuta passare. Succede che mi innervosisco ancora di più, faccio appello al mio autocontrollo, mi impongo di stare calma e inizio a passeggiare per stemperare i nervi. Incontro una manifestante che mi chiede cosa stia succedendo, le spiego che l’uscita è chiusa, mi accorgo che tutto intorno nascono discussioni su quanto sta accadendo poiché la gente si sente bloccata tra due varchi, in ostaggio, senza una qualsiasi motivazione logica. Continuo a camminare nei pochi metri liberi della strada: da una parte il plotone super accessoriato e chiuso, dall’altro i manifestanti scocciati e insofferenti. Credo di essere vicino ad uno scontro. Causato non da facinorosi ma da colui che dovrebbe tutelare tutti noi, che dovrebbe essere garante del mantenimento di una situazione di calma. Continuo a camminare e provo ad appoggiarmi ad una macchina, ma la tensione non scende. Chiedo nuovamente di poter passare, faccio notare al graduato che il suo atteggiamento non è appropriato, che così facendo sta creando solo nervosismo, ribadisco che voglio andare via. Mi sento in trappola, colpevole solo di voler andare a casa. Dopo ancora qualche minuto di “purgatorio” ci lasciano passare. Mi chiedo cosa sarebbe successo se al mio posto ci fosse stata un’altra persona, magari più irruenta, più immatura, sicuramente avrebbe reagito in maniera più decisa, per tutelare il sacrosanto diritto alla libera circolazione. Volevo sottolineare che, in uno Stato dove non c’è la certezza della pena, dove i delinquenti e gli assassini sono liberi dopo pochi mesi, dove tantissime persone si sono trovate, per pura coincidenza e senza avere nessuna colpa, a vivere l’esperienza carceraria, non è esattamente “rassicurante” trovarsi davanti persone che, invece di mettere in pratica i loro compiti, fanno di tutto per ottenere l’effetto contrario. Quando questo accade in una condizione di evidente disparità, poi, è ancora più grave.

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