“Dove stanno andando i nostri atenei?”

Riceviamo una nota scritta dalla Federatzione de sa Gioventude Indipendentista, invitata il passato 1 dicembre 2017 a parlare in una assemblea pubblica intitolata “Dove stanno andando i nostri atenei?”, organizzata da Noi Restiamo a Bologna.

L’assemblea dello scorso 1° dicembre organizzata dai compagni di Noi Restiamo, “Dove stanno andando i nostri atenei?”, si è rivelata essere un’esperienza ricca di spunti di analisi per comprendere in quale direzione il governo italiano si stia muovendo riguardo le politiche sull’istruzione superiore e la ricerca. I contributi portati da Bologna, Torino, Urbino e Siena ci hanno permesso di inquadrare la situazione attuale e avere la conferma di quanto abbiamo sempre sostenuto: il gap tra le università del Nord e del Sud va sempre più aumentando e si rivela essere una precisa scelta politica. Ad esempio, basta vedere i criteri totalmente campati in aria attraverso cui il premiale FFO viene ripartito tra gli atenei e, in particolare, quelli legati all’attrattività: sono conferiti maggiori fondi agli atenei che hanno tra gli iscritti un numero maggiore di fuori sede (studenti provenienti da altre regioni).

Tale divario viene strumentalmente utilizzato, in un’ottica “meritocratica”, per penalizzare gli atenei del Sud, colpevoli di non saper reggere il confronto col mercato o di non essere abbastanza competitivi; questa disparità è in realtà funzionale alla creazione di un polo d’eccellenza sempre più rivolto all’establishment europeo e soprattutto si palesa come l’ennesima dimostrazione di politiche utili al mantenimento di una condizione strutturalmente arretrata del Meridione e delle Isole, passando per quelle istituzioni che dovrebbero formare le future classi dirigenti.

È stato interessante notare come gli atenei italiani, per via della ricerca di finanziatori esterni, ultimamente si stiano indirizzando sempre più verso aziende sviluppatrici di tecnologie militari o accordi con le forze armate: un esempio è il politecnico di Torino e i suoi ormai storici legami con il Technion di Haifa, con cui la stessa UniCa collabora da tempo, o i nuovi accordi stipulati dall’ateneo urbinate con esercito, guardia di finanza a cui sono stati dedicati dei corsi di laurea aperti anche ai civili (come l’UniSS) e, infine, con la Benelli, industria produttrice di armi leggere nonché primo fornitore di armi per Polizia e Carabinieri.

Per quanto riguarda gli atenei sardi, abbiamo dovuto innanzitutto descrivere il contesto coloniale in cui questi sono inseriti, totalmente slegati dalla realtà e asserviti a logiche esogene nonché portatori di interessi diametralmente opposti a quelli del nostro popolo. Lo scopo dovrebbe essere quello di creare persone consapevoli di vivere in una comunità ben definita, invece si formano giovani che si sentono genericamente “cittadini del mondo” e che vedono positivamente doversi spostare inseguendo il mercato e per scappare da questa terra che nulla ci offre. Il nostro percorso verso l’autodeterminazione che passa dalla creazione di Università autonome e autocentrate non può prescindere da una lotta che ci vede impegnati su tutti i fronti della società sarda, poiché un simile strumento nelle mani sbagliate – ad esempio con una classe politica e intellettuale come quello che ci troviamo adesso, totalmente schiacciata su posizioni unioniste e antisarde – potrebbe rivelarsi terribilmente dannoso.

Pertanto con i compagni italiani che sostengono e solidarizzano con la nostra lotta di liberazione natzionale, abbiamo deciso di aprire una collaborazione laica e su temi specifici, volta a condividere analisi e cercare di sviluppare un percorso emancipativo per quanto riguarda l’istruzione universitaria che abbia anche respiro internazionale, attraverso i contatti con sindacati studenteschi della penisola iberica e altri.

È proprio attraverso quest’ottica internazionalista che la FGI deve provare a interfacciarsi con soggetti politici italiani, ponendo come discriminante il riconoscimento della questione natzionale. La presenza anche in Italia del dibattito sull’autodeterminazione del popolo sardo permetterebbe a molti emigrati (studenti o lavoratori), come ad esempio il “collettivo anticolonialista Zenti Arrubia” di Bologna, di venire direttamente a contatto con le ragioni dell’indipendentismo o, qualora si riesca ad aggregare degli emigrati già preparati e informati sulla questione, fornire una struttura che possa tenere insieme la rete di contatti con le realtà giovanili indipendentiste presenti nell’Isola e portare avanti la lotta anche dal continente.

Due chiacchiere con gli editori della neonata casa editrice “Catartica Edizioni.”

Due chiacchiere con gli editori della neonata casa editrice “Catartica Edizioni.”

Perché fondare una casa editrice?

Daniela: Perché sentivamo la necessità di creare un punto di riferimento che a Sassari non c’era. Abbiamo deciso di chiamarla “Catartica” per intendere un senso di rinascita e di cambiamento, sia personale che professionale, che vogliamo portare avanti. Il progetto editoriale che abbiamo in mente è alternativo all’industria editoria massificante ed omologante, un’industria che sforna volumi e volumi di persone non perché abbiano scritto qualcosa di davvero interessante, ma quasi esclusivamente di persone che “Sono qualcuno”, abbiamo notato che i libri esposti nelle vetrine dei grossi gruppi editoriali hanno le copertine con sopra i visi delle stesse persone che sono solite frequentare i salotti buoni della tv, giornalisti asserviti al potere, uomini di spettacolo, VJ, cantanti del secolo scorso quasi dimenticati e comici. In questa situazione i dispersi sono proprio i libri, nel senso nobile del termine, per cui abbiamo deciso di dare spazio ad autori emergenti che siano innanzitutto originali, vogliamo concentrarci sulle storie della quotidianità, legate ai piccoli centri, alle periferie, a qualsiasi cosa di bello provenga da una sottocultura ancora inesplorata.

Quali tematiche troveranno spazio all’interno delle vostre collane?
Giovanni: Vogliamo fornire al lettore uno sguardo critico sul mondo, attraverso libri che offrano al lettore la possibilità di conoscere voci controcorrente, dissonanti, disallineate. Abbiamo l’idea di dare spazio ai temi dell’impegno sociale, dell’attivismo politico, di chi, in sintesi, si dà da fare, in questo preciso momento storico, per portare avanti un progetto di riscatto sociale, di rivoluzione intellettuale, di impegno civico. Questo lo possiamo fare prendendo come punto di riferimento il dibattito politico e culturale che in Sardegna è molto vivo, ad esempio sui temi della sovranità, dell’autodeterminazione, dell’indipendenza, della democrazia, dell’ecologismo e dei diritti civili. Abbiamo pensato di dedicare una collana, che si chiamerà “I diari della motocicletta” a tutti coloro che, di questi tempi, dimostrano di avere lo spirito di “rivoluzionare” lo status quo. Una collana dedicata ai saggi politici rivolti alla Sardegna e che documentino le battaglie che molti, nonostante il clima di rassegnazione diffuso che si respira, stanno portando avanti oggi, magari lontano dai riflettori, una collana dedicata alla nostra “Resistenza”, quella di chi pensa che in Sardegna ci si possa e ci si debba vivere, poiché ritiene che ci siano alternative all’emigrazione che riguarda i nostri paesi, in maniera preoccupante. La Sardegna che vogliamo raccontare è lontana da quei programmi in lingua sarda che passano nelle reti locali, non parla di qualcosa di idilliaco che non c’è più e che si ricorda con nostalgia fittizia, ma parla di una Sardegna che esiste oggi, e che in tanti ignorano.

La vostra prima pubblicazione è dedicata ad Antonio Gramsci, perché questa scelta?
Giovanni: Questa scelta per noi ha una duplice valenza; se da una parte volevamo dare risalto ad una delle figure storiche più importanti del Novecento, ricordandone lo spessore intellettuale a ottant’anni dalla morte, i principi e i valori di libertà e di indipendenza di pensiero per cui si è battuto tutta la vita, dall’altra volevamo attirare l’attenzione al genere di testi contenuti in questo volume. Cioè una serie di racconti, incluse le traduzioni delle celebri fiabe dei Fratelli Grimm che Gramsci fece in carcere per i figli della sorella Teresina, tra il 1929 ed il 1931. Nelle nostre intenzioni vi è infatti quella di dare spazio ed importanza alle raccolte di racconti e questo classico della letteratura ci sembrava un buon modo per dare inizio a questo nostro progetto editoriale che, prima ancora di un progetto economico, vuole essere un progetto culturale indirizzato a fornire al lettore degli strumenti critici per interpretare il mondo. Nella nostra idea di raccolta di racconti deve essere predominante un tema comune indirizzato alla trasmissione di messaggi o alla descrizione di realtà spesso marginali e poco conosciute.

Cosa pensate si debba fare per dare maggiore spazio alla lingua e agli autori sardi all’interno dei vari Festival organizzati in Sardegna?
Daniela: Serve maggiore sensibilità da parte della politica e maggiore attenzione ai progetti che si vanno a finanziare. Si parla tanto di riscoperta delle nostre radici culturali, di lingua e cultura sarda ma si fa ben poco per finanziare e favorirne l’affermazione, lo sviluppo. Tutto sommato siamo in un particolare momento storico, di riscoperta e valorizzazione delle nostre radici, del nostro patrimonio di conoscenze artistiche, linguistiche e culturali che aiuta ad acquisire la consapevolezza di come i sardi siano stati, nel corso della storia, un popolo ricco di esperienze storiche. Attorno alla questione della lingua sarda si sviscerano temi legati alla nostra cultura, alla nostra storia e alla nostra identità, la quale è permeata da esperienze collettive e da scambi culturali, tutto ciò non solo ci rende protagonisti del nostro tempo e della nostra storia ma ci aiuta anche a costruire gli strumenti su cui impiantare il nostro presente e il nostro futuro. Tutta la costruzione dell’identità si basa su una sommatoria di esperienze che chiamiamo cultura, quando questa ci rappresenta. Negli anni a venire sarebbe opportuno vedere una maggiore apertura verso gli autori sardi nei festival sparsi per la Sardegna, e anche di vedere nascere altre iniziative, ai quali possano partecipare ospiti internazionali ed italiani ma che abbiano il cuore e i testi con le radici in Sardegna; che non precludano l’accesso agli autori sardi meno noti, e chissà che, a tal fine, il progetto culturale a cui abbiamo dato vita non possa in qualche modo dare il proprio contributo. Nei nostri obiettivi c’è inoltre anche quello di creare una collana di testi in sardo, una sfida alla quale non vogliamo certo sottrarci.

http://www.catarticaedizioni.com