Cramada a is disterraus

Immigrato sardo davanti al grattacielo Pirelli, Milano, 1968

I circoli dei sardi esistono già e ricevono anche lauti finanziamenti dalla Regione Autonoma, ma si tratta di associazioni spesso prive di qualunque prospettiva di trasformazione della realtà sarda in chiave anticolonialista. Ciò si è reso palese con l’adesione della FASI alla raccolta firme per l’inserimento del principio di insularità nella Costituzione italiana, iniziativa come sappiamo legata ad una concezione subalterna promossa da movimenti colonialisti e di destra come i Riformatori Sardi.

Sta nel solco dell’esigenza di chiamare a raccolta gli emigrati sardi dotati di coscienza politica che non si rassegnano ad un ruolo meramente passivo o folkloristico l’evento organizzato a Bologna dal collettivo Zenti Arrubia e previsto il 18 novembre al centro sociale VAG61.

Di seguito il testo della chiamata:

 

Il periodo storico attuale, caratterizzato dalla “totale” libertà di circolazione delle merci e delle persone, ha rimesso al centro del dibattito il tema dell’immigrazione/emigrazione e delle grandi migrazioni umane. Nonostante la martellante pressione mediatica volta ad affrontare il fenomeno come un problema o una minaccia, in ognuno di noi sardi ritorna alla memoria, volente o nolente, il racconto di quel parente o amico che oggi come ieri si vede(va) costretto a lasciare il paese e gli affetti per tentare fortuna, o per studiare e dare maggiori opportunità alle proprie aspirazioni, in Italia o addirittura fuori dai confini dello stato.
La comunità sarda emigrata nella Penisola è molto numerosa e anche stratificata, in quanto comprende un nutrito gruppo di emigrati di seconda e terza generazione, ma non oltre. Contrariamente a quanto si pensa, il fenomeno migratorio sardo non ha avuto le magnitudini dell’omologo che ha riguardato la Sicilia e tutto il Meridione: prima degli anni ’60 del Novecento erano pochi i sardi che decidevano di affrontare il mare.
L’emigrazione sarda come fenomeno sociale ha quindi una precisa collocazione temporale e un preciso contesto da cui si è originata, ovvero il modello industriale esogeno di cui oggi la nostra terra ne paga le conseguenze (che, nonostante sia da tanti anni che viviamo fuori, ancora consideriamo tale).
Sappiamo che in Italia come nel resto del mondo, tra gli anni 70 e 80, siano cominciati a nascere i primi circoli dei sardi, ancora oggi attivi nei territori – e che in Italia hanno avuto anche la lungimiranza di federarsi a livello “nazionale” – che portano avanti la loro funzione di animatori del tessuto culturale in cui vivono e verso la comunità sarda ivi presente, insieme alle reti informali e mutualistiche tra sardi emigrati e tra questi e la Sardegna che i circoli hanno da sempre stimolato e agevolato; risultando ancora oggi un valido strumento per integrarsi col contesto urbano di approdo per i nuovi emigrati, nonché fare da rappresentante istituzionale per portare avanti rivendicazioni e vertenze come quelle sulla continuità territoriale.
Negli ultimi trent’anni abbiamo assistito inoltre ad un incremento dell’emigrazione “di cervelli”, ovvero di sardi che scelgono di frequentare le università site in Italia, vuoi per questioni strutturali legati al sottoinvestimento delle università sarde e ad una politica universitaria scadente (nonostante le potenzialità sulla carta), per un sistema di welfare studentesco non omogeneo sul territorio italiano che non garantisce i medesimi livelli di standard e che quindi incentiva a raggiungere quelle regioni con una più alta copertura di borse di studio, oppure perché semplicemente desiderosi di conoscere contesti nuovi e differenti.
Vista la notevole quantità di sardi emigrati, per le ragioni più disparate, e visto anche quel forte attaccamento verso la nostra isola che tutti sentiamo intimamente, sono molti quelli che vorrebbero avere la prospettiva di tornare in Sardegna e di potersi realizzare e vedere valorizzate le proprie competenze anche in Sardegna. Purtroppo però date le condizioni di sottosviluppo della nostra isola e nessun cambio di tendenza all’orizzonte, questo continuerà ad essere un sogno. A questo punto ci si può abbandonare al catastrofismo e vivere di eterna “saudade” oppure riflettere collettivamente se può invece rappresentare una rivendicazione da muovere a quelli che, come cinquanta anni fa, ci spingono ad emigrare e non ci permettono di tornare.
Così come i palestinesi rifugiati all’estero impugnano il diritto al ritorno nella loro terra martoriata dall’occupazione sionista, anche i sardi emigrati che desiderano tornare nella propria terra – e che magari non hanno neanche scelto di abbandonare – devono avere la possibilità di organizzarsi per essere davvero liberi di muoversi ma anche liberi di scegliere dove stanziarsi, cercando di combattere l’emorragia di persone che vedrà disabitati e abbandonati i paesi della Sardegna del futuro.
Il confronto e l’organizzazione, quindi, possono essere degli strumenti utili a problematizzare i motivi della nostra “fuga” e condividere quelli che invece ci animano quando pensiamo all’opportunità di tornare in Sardegna, cercando di concretizzarlo e di non farci vincere dalla retorica nostalgica e tragica che ammanta l’emigrazione sarda “istituzionale”.
Abbiamo bisogno di prospettive comuni e di un rinnovato senso di comunità dei sardi emigrati, che non siano solo folklore e spuntini organizzati ogni 28 aprile, ma che si pongano dei problemi sulla propria condizione di “sardo nel mondo”.
L’esperienza di forze organizzate e attive nel passato come Su Pòpulu Sardu e Sardigna Ruja, alle quali il nostro collettivo si è ispirato sin dalla sua genesi, è emblematica di questo processo ed è infatti alla loro sensibilità e alla loro azione che facciamo riferimento, invitando ad incontrarsi e organizzarsi tutti coloro che, in barba all’appiattimento sociale e al reflusso dalla politica attiva, ancora oggi partecipano alle attività di associazioni culturali, collettivi e circoli dei sardi e che vogliono lottare per poter essere padroni del proprio destino e scegliere di emigrare ma anche di poter crescere e maturare dove siamo nati o dove sentiamo le nostre radici. Per i sardi come per chiunque altro essere umano.

*** presto il programma completo

La maglietta rossa (di vergogna) di Pigliaru

 

Il governatore della Regione Autonoma della Sardegna Francesco Pigliaru, con una maglietta rossa al Gay Pride di Cagliari

All’appello dell’associazione antimafia Libera “Una maglietta rossa per fermare l’emorragia di umanità” hanno risposto in tanti e fra i tanti anche il governatore della Sardegna Francesco Pigliaru. L’iniziativa, promossa da Don Ciotti, consisteva in un appello alla solidarietà indossando un indumento rosso per ricordare le tante vittime dei tanti naufragi di migranti, ovviamente in riferimento polemico alle politiche del ministro dell’interno Matteo Salvini che – in continuità con il suo omologo del governo precedente – ha scelto la linea dura contro i migranti.

Pigliaru però è stato criticato da più parti e soprattutto da chi è sempre stato solidale con migranti e dannati della terra.

Una dura critica arriva dalla pagina fb del noto ecologista e pacifista Angelo Cremone, poi ripresa da Cagliari Pad, dove il Governatore viene accusato di ipocrisia a proposito della copertura politica di cui gode la fabbrica di bombe RWM a Domusnovas.

Cremone ci va giù duro pesante e chiama in causa direttamente Pigliaru:

«Tu uomo, purtroppo rappresentante dei Sardi, con il tuo spregevole silenzio, tanto apprezzato da quei manager venditori di bombe distruttrici di Esseri Umani, ci fai vergognare di essere Sardi, con l’etichetta internazionale “Sardegna l’Isola delle Bombe”. Ma tale richiamo, visto che parliamo di Diritti da difendere, ricordo che, i Diritti non hanno confine e non possono essere confinati. Tante magliette sporche di rosso sangue, dovrebbero essere presenti con noi, davanti quella fabbrica di morte, o venerdi 13 luglio ore 10.00, in piazza del Carmine, davanti al Palazzo della Rappresentanza del Governo, non per ballare e sorridere, ma per piangere davanti alla carneficina che la ” nostra ” produzione sarda di bombe, crea in Yemen».

Un altro affondo, questa volta proprio sul tema dei migranti, arriva da un altro volto noto dell’attivismo sardo, Antonio Muscas (Assemblea Permanente di Villacidro, comitati sardi contro le speculazioni, Caminera Noa).

Muscas non attacca il Governatore frontalmente, ma si limita a riportare le sue stesse dichiarazioni in merito ai migranti in tempi diversi e sotto governi di segno politico diverso:

1. “Ritengo necessario moltiplicare gli sforzi affinché il passaggio di migranti dall’Algeria cessi al più presto. A questo fine chiedo quali azioni concrete ed urgenti il Governo intende mettere in campo per frenare con la necessaria urgenza gli sbarchi, garantire l’immediato rimpatrio e, al contempo, rinforzare la presenza delle forze di polizia nelle aree di approdo.

Francesco Pigliaru, 26 settembre 2017
Governo PD, ministro dell’interno Marco Minniti

2. “I diritti sono sacrosanti e vanno riaffermati con maggiore forza soprattutto quando un ministro della Repubblica li mette in discussione. Oggi più che mai rivendichiamo diritti basilari, e indossiamo in tanti una maglietta rossa perché qualunque sia l’opinione sui flussi migratori, la vita umana viene prima di tutto”.

Francesco Pigliaru, 7 luglio 2018
Governo Lega-5 Stelle, ministro dell’interno Matteo Salvini


Muscas alla fine chiosa con una semplice domanda rivolta a Francesco Pigliaru:

«I “diritti sacrosanti” da lei rivendicati, governatore Pigliaru, dipendono esclusivamente dal Governo in carica e si difendono solo quando a violarli sono gli avversari? Così, giusto per capire»

Pochi minuti fa invece  Caminera Noa ha lanciato una campagna destinata a far discutere.  Gli attivisti del nuovo soggetto-progetto politico sardo avevano già battuto il tema con un video messaggio rivolto proprio a Pigliaru, registrato lo scorso 11 giugno sotto il palazzo del Consiglio Regionale e ripreso da Cagliari Pad. Il video aveva ricevuto una marea di ingiurie e invettive da parte di razzisti nostrani infuriati per la richiesta di apertura dei porti della Sardegna, in disobbedienza proprio al ministro degli interni Matteo Salvini e alla sua politica anti migranti.

La grafica della campagna Bene Benidos Disterrados di Caminera Noa

La campagna vuole smontare tutti i luoghi comuni sull’emigrazione e naturalmente rintuzzare il governatore Pigliaru che – al di là delle vuote parole – non ha colto la possibilità di procurare uno strappo diplomatico con il governo centrale attuando una politica autonoma in tema di accoglienza.

Di seguito riportiamo il testo della campagna di Caminera Noa che potete trovare anche sulla sua pagina fb.

APRIAMO I PORTI SARDI
BENE BENNIDOS DISTERRADOS

(Campagna a cura del soggetto-progetto politico Caminera Noa)

Fra i paesi europei (African Economic Outlook Ocse) lo stato italiano è il primo per investimenti in Africa con 11,6 miliardi nel 2016 (di cui 8,1 del solo Eni). L”Ente nazionale idrocarburi italiano investe in Africa, con una presenza in 15 stati, più di 8 miliardi all’anno.
“Oggi l’Africa fornisce oltre la metà della produzione totale di greggio e gas naturale di Eni, che si conferma primo produttore internazionale nel continente” (Sito ufficiale Eni, pagina “La nostra Africa”).
Lo stato italiano è dunque in prima fila nello sfruttare le risorse naturali dell’Africa, ma è l’ultimo nell’accoglienza dei rifugiati.
Secondo i dati forniti dall’Unhcr la Svezia è il primo stato europeo per l’accoglienza di rifugiati (23,4 ogni mille abitanti), mentre lo stato italiano è in coda alla classifica (2,4 rifugiati ogni mille)
In Sardegna la popolazione straniera residente ammonta a 50.346 persone, neanche l’1% della popolazione residente straniera nello stato italiano.
Secondo gli ultimi dati disponibili, i richiedenti di asilo in Sardegna sono 5.470, il 3,1% dei richiedenti asilo presenti nello stato italiano.
Nei primi sei mesi del 2018 sono arrivate nello stato italiano, via mare, 14.441 persone, mentre nello stesso periodo dell’anno precedente ne erano arrivate 64.033. (Dati del Ministero dell’Interno citati da Internazionale).
Dal 1993 a oggi sono quasi 35mila le persone morte, spesso annegate o sparate, nel tragitto per arrivare in Europa, per mare o per terra.
In un mondo in cui otto persone detengono la stessa ricchezza della metà dell’umanità (dati Oxfam), le destre xenofobe e razziste sono esperte nella costruzione di falsi nemici e false emergenze per occultare i danni prodotti dal capitalismo e dal colonialismo, nel passato come nel presente. Come esseri umani e come comunità che da sempre subisce politiche di predazione colonialista e il razzismo, il nostro dovere non è solo aprire i porti, ma aprire le menti e organizzare l’accoglienza di chi rischia la vita per scappare dalla propria terra.
Nonostante le vaghe dichiarazioni umanitarie a riguardo, il presidente della Regione Pigliaru non ha disobbedito al ministro dell’Interno. Non ha aperto i porti sardi all’accoglienza di profughi e persone bisognose di cure, come Caminera Noa aveva chiesto con un video messaggio registrato proprio sotto il palazzo del Consiglio regionale. Quando la legge e il potere coincidono con la barbarie l’unica dignità è la disobbedienza. Il governatore della Sardegna non ha avuto questa dignità.

#BeneBenidosDisterrados 

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