Il deserto delle elezioni e una (sofferta) dichiarazione di voto

  di Cristiano Sabino

Elezioni regionali veniamo a noi. Diciamocelo francamente: lo scenario è desolante.

Per affrontare l’argomento è forse utile partire da come è impostata la legge elettorale e dalla sua natura autoritaria e profondamente antidemocratica.

Cosa prevede? Essenzialmente due cose: possibilità di voto disgiunto (uno alla lista e uno al candidato presidente) e soglie di sbarramento altissime (5% alla lista e 10% alla coalizione). Insomma una legge di merda – senza offendere la merda – voluta dal PD e da Forza Italia nella passata legislatura regionale e rimasta tale e quale grazie alla Giunta Pigliaru per eliminare possibili scomodi concorrenti.

Partiamo da quest’ultimo aspetto. In una situazione di disaffezione alla vita politica e di calo crescente di partecipazione alle elezioni è criminale tenere fuori dalla rappresentanza una lista che non riesce ad arrivare al 5% e una coalizione che non arriva al 10%. Grazie a questo gioco alle scorse elezioni circa il 20% degli elettori rimasero privi di rappresentanza. Se teniamo conto che circa la metà dei sardi non votò, è facile capire come la giunta Pigliaru si sia retta per cinque anni su un consenso davvero risicato (circa il 20% degli aventi diritto, insomma poco più di un mandato oligarchico!).

Basterebbe questo per decidere di non votare né Zedda né Solinas, perché le loro coalizioni sono i veri responsabili di questa legge e loro è anche la responsabilità di non aver fatto nulla per cambiare la legge.

Sul tripolarismo italiano non vale la pena fermarsi più di tanto. Giusto qualche riga per capire di chi stiamo parlando e perché non dobbiamo assolutamente fare l’errore di votare né per Solinas, né per Zedda, né per Desogus. Vediamo un po’..

Coalizione destra liberista e centralista (a guida PD). Zedda sceglie uno slogan ridicolo e patetico “tutta un’atra storia” facendo leva sul fatto che lui non è mai stato del PD e rimarcando la discontinuità con la giunta Pigliaru. Ma si tratta appunto di una storia, anzi di una favoletta, perché Zedda è stato scelto da un vertice di coalizione ad indiscussa egemonia PD (le altre liste contano meno di niente o sono letteralmente tirate su con la carta pesta): Zedda fa finta di essere il boss, ma in verità gli è stata imposta la candidatura di quasi tutta la giunta uscente (compreso il macellaio della sanità pubblica sarda Luigi Arru, candidato nel collegio di Nuoro che ovviamente sta basando la sua campagna elettorale sui suoi grandi successi di macellaio ospedaliero). A chi ribatte che “Zedda non è del PD” vale la pena rammentare che anche Pigliaru si vantava di non essere un uomo del PD e a chi obietta che bisogna leggere i programmi, basta rispondere in questo modo: «perché nei programmi Pigliaru aveva dichiarato di voler distruggere la sanità pubblica, di voler finanziare la sanità privata, di voler votare per il revamping dell’inceneritore di Tossilo, di voler smantellare il servizio lingua sarda e di voler ritirare i ricorsi contro lo stato sulla vertenza entrate e di svendere il credito sardo? I programmi non contano nulla se chi li scrive è una marionetta che poi esegue i diktat della segreteria romana del partito egemone».

Zedda non è altro che un Pigliaru con altri mezzi, non bisogna votare né lui né nessuna delle liste a suo seguito. A chi ci rimprovera che così non si battono le destre, rispondiamo che il PD e tutte le sue liste civetta sono la destra, perché pagare un lavoro mascherato da tirocinio 500 euro al mese è destra che più destra non si può.

Coalizione destra razzista e repressiva travestita da sardismo. Solinas si presenta come un volto nuovo e millanta una egemonia sardista che non esiste. Se alle politiche italiane non si fosse candidato in un collegio del nord Italia blindato della Lega Solinas non sarebbe mai diventato senatore e ora non sarebbe il candidato presidente della coalizione ad egemonia leghista. Così giusto per farvi capire quanto sia subalterno e succube quest’uomo ai voleri (e ai capricci) del nuovo Orban italiano. Solinas del resto è stato già assessore della Giunta Cappellacci, ricordate? La giunta che spese 950 mila euro sottratti all’artigianato per la realizzazione di un reality Mediaset (Sweet Sardinia, mai andato in onda fra l’latro). Per non parlare della misera fine della “flotta sarda” annegata in un mare di debiti proprio con Solinas assessore ai trasporti. La verità è che il Psdaz ha costituito la testa di ponte della Lega in Sardegna e ne risulta il suo scendiletto. Il patto Lega-Psdaz è chiaro: “io ti faccio entrare in Sardegna e tu mi elevi a capo ascari”. Morale della favole chi vota Solinas sta votando Lega, sta votando Salvini e chi vota Salvini vota gli interessi dei padroni del nord, vota il decreto sicurezza che prevede 12 anni di galera per i pastori che stanno facendo i blocchi stradali. Non un voto a Solinas e nemmeno alle liste civette a suo seguito, tra cui quella con i 4mori di paravento.

Coalizione destra qualunquista in franchising amica della destra razzista e repressiva. Veniamo a Desogus. Che credibilità può avere un signore piazzato candidato presidente con 450 like su una piattaforma social di una azienda privata che va ai programmi televisivi con foglietti in mano senza neppure riuscire a leggerli e il cui partito di riferimento cambia idea come si cambiano le mutande? Sulla Sardegna non si è capito quale sia il progetto dei 5Stelle, dicono e non dicono, dichiarano e non ritrattano. L’unico esponente che ha fatto delle battaglie coerenti sulle basi militari (Cotti) non l’hanno ricandidato e poi loro esponenti improvvisamente si sono messi ad esaltare la capacità dei poligoni militari di portare lavoro. Insomma più che un movimento politico un movimento di saltimbanchi  di nessuna affidabilità che fra l’altro si è rapidamente trasformato in movimento anticasta in scendiletto della parte più marcia e fascistoide della casta italiana: il leghismo. Non un voto né al signor Desogus né alla lista dei 5 stelle, alias salviniani di colore giallo.

Veniamo alle quattro liste alternative (o pseudo tali) al tripolarismo italiano.

Intanto fa già effetto comico che siano quattro. Quattro liste di alternativa sono come nessuna lista di alternativa. Non ci vuole una laurea in politologia per comprenderlo. Tre sono ad ispirazione sardista, indipendentista, autodeterminazionista, ammesso e non concesso che questi termini vogliano ormai dire ancora qualcosa. Una è di ispirazione comunista o di sinistra radicale (ovviamente italianista e centralista), ammesso e non concesso anche qui che questi termini vogliano dire ancora qualcosa.

Ora lasciamo da una parte la lista del Partito dei Sardi che ha tenuto il moccolo fino all’ultimo giorno utile alla giunta Pigliaru e il cui leader ora si mette a fare il Nelson Mandela sardo vaneggiando rivoluzioni gentili e ribaltamenti di poteri. In realtà non di un partito ma di una monarchia si tratta tutta basata sulla potenza clientelare di un uomo che negli ultimi quindici anni ha girato più coalizioni e partiti che fidanzate (scherzo, non conosco il numero di fidanzate di Maninchedda). Anche in questo caso non c’è bisogno di scendere nei particolari, stiamo parlando di uno che quando i pastori occupavano la Regione per protestare contro il prezzo del latte (contro la giunta di cui lui era maggioranza) li definì “eversivi”, i pastori e chi li aiutava, come per esempio il sottoscritto. È apprezzabile che finalmente il PDS si sia sganciato dall’orbita dei partiti italiani (anche se tardivamente e solo quando era evidente che il PD era ormai un Titanic in affondamento), ma se davvero aveva intenzione di costruire una alternativa perché non ha aperto un dibattito pubblico facendo autocritica sulle sue scelte e costruendo umilmente un percorso di alternativa al tripolarismo invece di lanciare referendum farlocchi, farlocche primarie (dove potevano votare anche Cavour e Garibaldi per intenderci) e altrettanto farlocche Costituzioni? Credo che i posteri avranno difficoltà a catalogare simili eventi e saranno assai indecisi se annoverare tali atti tra i documenti della politica o quelli della psichiatria. Non un voto né al candidato presidente né alla sua lista di clientes. Il PDS è a tutti gli effetti un PD a cui è stata aggiunta una S finale. Non c’è da fidarsi.

Rimangono tre liste con tre presidenti. Vediamo prima i presidenti.

Vindice Lecis. Rappresenta una lista chiamata “sinistra sarda”. A parte che è l’unica lista in cui campeggia il tricolore (gli altri candidati un po’ più furbi hanno capito che questa anticaglia risorgimentale non tira più e sfruttano mori, nuraghes e varie sagome sarde), ascoltando le sue interviste sembra di fare un tuffo nella Sardegna degli anni ’50: industria, industria, industria purché sia; piano rinascita; ritorno a Berlinguer (perché dire ritorno a Togliatti sembrava troppo retrò). Lecis è un buon profilo culturale ma è anche l’eminenza grigia che scese in campo durante  il dibattito per le elezioni statali contro ogni possibile riconoscimento del diritto all’autodeterminazione definendo la nostra proposta di riforma dell’articolo 5 della Costituzione italiana e di riconoscimento del diritto all’autodeterminazione  «folclorismo dal basso» e «delirio totale inaccettabile».

Peccato, perché nel sottobosco delle sigle ispirate al comunismo italiano qualcosa andava pur muovendosi verso il riconoscimento democratico e popolare all’autodeterminazione dei sardi, soprattutto grazie ad alcuni giovani militanti dagli orizzonti più ampi il cui impegno ha portato alla costruzione di interconnessioni importanti con gli ambienti anticolonialisti sardi (progetto cittadinanza onoraria, sportello telèfono ruju, lotta contro il finanziamento pubblico al Mater Olbia).

Anche sul metodo di selezione c’è da ridire. Perché non si è chiamato ad un ragionamento pubblico sui grandi temi della Sardegna da un punto di vista radicale, di sinistra e anticolonialista? In questa prospettiva anche una candidatura di Lecis sarebbe stata possibile con alle spalle però un programma condiviso e condivisibile. Invece nulla, sempre gli stessi metodi da politburo blindato, ovviamente anche questo scongelato dagli anni cinquanta del secolo ormai passato da un bel po’.

Mauro Pili. Che dire? La storia è strana. Da delfino di Berlusconi e figurante solo pochi anni fa davanti al palazzo di giustizia di Milano insieme ai parlamentari del PDL (al fianco di Alfano, Larussa e Cicu tanto per intenderci) per protestare contro il processo al suo capo, ora Pili si è riciclato in capopopolo della sarda rivoluzione, intercettando anche il sostegno di sardisti dissidenti e degli indipendentisti di ProgReS. C’è da fidarsi? Valutatelo voi, io mi limito a sottolineare il fatto che è bene cambiare idea se esiste un reale progresso, ciò che non è bene invece è non fare alcuna autocritica, non dichiarare la rottura col passato, svegliarsi sotto le regionali e mettere come condizione la propria candidatura come precondizione di qualunque trattativa. Siamo alle solite: a pochi mesi dalle elezioni si incoronano pseudo salvatori della patria e si dichiara che quello a cui si partecipa è un percorso politico che andrà oltre le elezioni, quando poi ovviamente così non è. Va bene tutto, va bene persino il tatticismo e la speranza che una personalità conosciuta e con sicuro spazio nei media possa fungere da traino, ma almeno non chiamatela convergenza nazionale, perché sappiamo tutti che ci stiamo solo prendendo in giro.

Andrea Murgia. È noto per aver concorso alle primarie del PD per le scorse regionali sfidando Francesca Barracciu e Gianfranco Ganau. Murgia inoltre era nel listino di Soru nel 2009, cioè sarebbe entrato sicuramente se il centrosinistra avesse vinto e in una intervista a Sardinia Post aveva dichiarato che il suo sogno consisteva nel rendere «potabile il PD» (potabile nel senso di essere potabile, bevibile, digeribile, dunque accettabile).

Ma la suddetta intervista è interessante anche per l’agenda programmatica del signor Murgia nel caso fosse diventato il candidato del centrosinistra a governatore della Sardegna.

Ad una domanda sull’emergenza lavoro il signor Murgia rispondeva così: «quello sarebbe l’obiettivo principale della mia Giunta. Dalla crisi si esce soltanto creando nuova occupazione e utilizzando i fondi europei. Ma è anche necessario (abbassare n.d.A.) il costo del lavoro e rendere la Sardegna un luogo competitivo dove le imprese possano insediarsi e operare». Insomma nessuna visione alternativa del modello di dipendenza economica e della matrice ultra liberista di tutte le giunte regionali dagli anni Novanta a oggi. E ciò si vede anche nelle dichiarazioni di questa campagna elettorale dove Murgia ad ogni domanda ripete come un mantra  che la soluzione ad ogni problema è “spendere bene i fondi europei”, come se il problema della Sardegna sia realmente questo e non il regime di dipendenza, subalternità e sottosviluppo indotto. Liberismo spinto ed europeismo fideistico sono le sue coordinate. Mi pare evidente.

Si dirà che le cose cambiano, le persone crescono e maturano, le idee si evolvono. Benissimo, ma perché piazzarlo proprio sul trono che dovrebbe rappresentare l’indipendentismo e non in seconda o terza fila, magari fra i candidati o meglio ancora a fare un po’ di sana gavetta nei movimenti dal basso visto che la sua faccia è ignota a tutti coloro in Sardegna in questi anni hanno contrastato tutti i progetti e le strategie neocoloniali dei blocchi italiani che invece Murgia ha oggettivamente sostenuto attraverso la sua sovraesposizione con il PD? Lo dico a scanso di equivoci, non so chi sia peggio o meno peggio tra Pili e Murgia, ma hanno torto molti compagni che dichiarano che voteranno Murgia perché Pili è di destra. Anche Murgia lo è, una destra di diverso tipo, una destra a matrice PD, ultraliberista e fanaticamente europeista, ma si tratta sempre di destra. Inoltre con tutte le sue contraddizioni Pili è la seconda volta che si presenta da solo alle regionali e l’ultima volta ha pagato a caro prezzo tale isolamento non entrando in Consiglio pur racimolando il 5% dei voti, mentre diversi personaggi ora animatori di ADN hanno ottenuto un seggio da consigliere con poche centinaia di voti, come per esempio Gavino Sale e il consigliere dei Rossomori grazie a cui oggi ADN si è potuto presentare non dovendo raccogliere le firme. Anche in questo caso va bene tutto, va bene anche sfruttare una posizione di comodo ricavata in seguito a prassi opportunistiche e trasformiste, ma almeno non si giochi a fare i puri perché a questo giro nessuno può permettersi di guardare dall’alto in basso nessuno.

Il panorama è desolante, questo l’ho ammesso subito. Per questo non posso biasimare molti sinceri attivisti e militanti che il 24 febbraio resteranno a casa. Non si tratta di essere astensionisti ideologici o addirittura nichilisti-utopisti, come pure qualcuno non privo di malizia ha cercato di far credere. In realtà ci sono moltissime persone impegnate e presenti nelle lotte che non voteranno e non per pregiudizio anarchico o per convinzione nichilista, ma semplicemente perché nessuno li rappresenta, perché nessuno ha fatto nemmeno un passo per volerli rappresentare. Di questa triste realtà è sintomatico il silenzio seguito all’appello di Caminera Noa alle liste indipendentiste e di sinistra in gestazione per un allargamento alle lotte, ai conflitti e sostanzialmente a chi in questi anni ha garantito l’unica, vera opposizione a Pigliaru. La risposta è stata il silenzio, quando non lo sfottò e il tentativo di logorio sotterraneo.

Ha agito prepotentemente una sorta di autosuggestione religiosa, cioè è entrata in azione la convinzione di essere i migliori, di poter essere autosufficienti, di non avere bisogno di nessuno e di  dover decidere soli soletti, in pochi, facendo agire sempre la solita logica del “io dirigo e tu se vuoi segui zitto e mosca, altrimenti sparisci”. Peccato, perché non solo la storia dei popoli, ma neppure gli affari si fanno così e dove ha portato finora questo atteggiamento spocchioso, egocentrico, settario e irresponsabile di tutte le liste in campo lo si vede con chiarezza.

Detto questo però bisogna rimanere lucidi e pensare al dopo. Di fatto non votare vuol dire dare un aiutino al tripolarismo italiano (PD-Lega-5S) e questo non è né buono né saggio. Allora che fare?

Semplice. Il gioco della torre. Giochiamoci insieme e visto il carattere duale della legge elettorale partiamo dalle liste partendo dai presidenti.

Siamo sulla torre con tutti i candidati presidenti. Chi buttiamo giù? Solinas, Desogus e Zedda subito, con estremo piacere e con un bel balzello di gioia al tonfo sordo fatto dai tre colonialisti appena giunti al suolo.

Rimangono Maninchedda, Pili, Murgia e Lecis. Direi che non è molto difficile defenestrare il Nelson Mandela sardo per le ragioni di cui sopra, perciò diciamo “ciao ciao” a Paoletto il quale, una volta deresponsabilizzato dalla vita dello statista a tempo pieno, potrà dedicarsi a scrivere e riscrivere bellissime costituzioni per la gioia di tutti noi.

Ora tra Murgia, Pili e Lecis io ho un criterio semplice semplice. Murgia è stato uomo organico del PD fino al referendum sulle trivelle (cioè pochissimo tempo fa). Non c’è da fidarsi, vola giù dalla torre. Rimangono Pili e Lecis. Ma prima di decidere chi lasciare sulla torre (e solo perché questo schifo di legge elettorale ci obbliga a votare un presidente) ragioniamo sulle liste.

Personalmente condivido la posizione di Caminera Noa. Votare si deve perché se non si vota si fa un favore al tripolarismo italiano e questo non è bene. Dato che nessuna lista si merita un appoggio convinto sarà bene che ciascuno di noi guardi nel proprio collegio quei candidati che negli anni abbiamo sempre visto nelle lotte, che si sono spesi con più generosità, che conosciamo come affidabili e umili e che una volta diventati eventualmente consiglieri regionali sappiamo che non tradiranno, che non si faranno comprare, che non si monteranno la testa, che rimarranno al servizio della lotta di liberazione nazionale e sociale del popolo sardo.

Non ce ne sono molti che corrispondono a queste caratteristiche ma qualcuno c’è. Per esempio nel collegio di Cagliari ci sono Adriano Sollai (Sardi Liberi) e Michele Zuddas (Sinistra Sarda). Nella Gallura c’è Emanuela Cauli (Autodeterminatzione). In quello di Sassari ci sono Andrea Faedda (Autodeterminatzione)  e Bainzu Piliu (Sardi Liberi). Vado a memoria sperando di non far torto a nessuno (non ci sono solo questi che ricordo qui)  e comunque non c’è bisogno di fare elenchi completi; ognuno conosce i suoi polli e sa bene chi ha un vissuto di lotte e partecipazione ai processi di emancipazione e resistenza e chi invece ha solo una pagina fb con una foto da rivoluzione del sorriso di mentadent.

Il mio collegio è quello di Sassari e farò così. Voterò Bainzu Piliu (Sardi Liberi) perché è uno che ha pagato per le sue idee senza mai piegarsi, perché su di lui si può contare, perché quando c’è una manifestazione anche dall’altra parte dell’isola si alza presto e si mette in viaggio senza protestare ed è uno con cui, nonostante la sua fortissima personalità, si può ragionare e che sa fare autocritica riconoscendo gli errori.

Voterò dunque un candidato di Sardi Liberi anche se non voterò Mauro Pili. Troppo compromettente la sua immagina affianco ai lacché di Berlusconi. Troppo nitide le immagini di lui vestito con la mimetica della Brigata Sassari (ben prima delle manie carnevalesche di Salvini). Troppo ambigue le sue posizioni sui migranti definiti anche di recente “bivaccanti” con scarsissimo senso di umanità. Mi spiace ma per quanto mi riguarda non posso dargli delega, anche se apprezzo diverse sue campagne e soprattutto quella contraria al monopolista Onorato.

Sulla torre resta – e non per suo merito – Vindice Lecis, un comunista scongelato dagli anni Cinquanta privo di qualsiasi attitudine alla comprensione della questione sarda. Darò il voto a lui perché almeno so di chi si tratta (un avversario che gioca a viso aperto e che non fa finta di essere ciò che non è per accaparrarsi il voto altrui) e perché con molti suoi compagni di lista c’è un discorso aperto e diversi progetti in piedi di emancipazione nazionale e sociale per la terra e il popolo di Sardegna.

Un voto a un patriota interclassista (Bainzu Piliu) e un voto a un comunista centralista (Vindice Lecis) con la speranza e l’impegno che queste due direttrici (nazionalismo democratico sardo e socialismo) possano e debbano gradualmente convergere in un grande progetto di resistenza e progettualità al nostro vero e grande nemico che è il tripolarismo italiano.