Perché la destra ha vinto alle europee

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di Marco Santopadre

Il voto di ieri ha sentenziato che in Italia la destra radicale e l’estrema destra – Lega, Fratelli d’Italia e appendici varie – rappresentano complessivamente il 40% di chi ha scelto di andare alle urne.
Per leggere i risultati elettorali italiani – e in generale europei – bisogna partire dal dato incontrovertibile dell’astensione. I risultati delle urne di ieri non rappresentano del tutto la mappa politica del paese, mappa che comunque cambia vorticosamente di continuo. Se si fosse votato per le elezioni politiche il risultato sarebbe stato parzialmente diverso.
Ma non necessariamente migliore. Non è affatto detto, infatti, che tra chi non ha votato non sia maggioritaria la vandea reazionaria. È vero che ci sono milioni di elettori ex comunisti o di sinistra che non votano più – a maggior ragione per l’elezione di un organismo senza poteri effettivi come il Parlamento Europeo, foglia di fico di un’istituzione oligarchica e tecnocratica sganciata dal consenso e dalla legittimazione democratica – ma è anche vero che il 40% e passa di astenuti racchiude una larga parte di elettorato la cui rabbia nei confronti del “sistema” prende la via della vendetta reazionaria, insolidale, razzista e fascistoide. Che se pure non si esprime nelle urne si manifesta ogni giorno nei quartieri, nei mercati, nei posti di lavoro, nei luoghi di studio.
Quindi se anche le percentuali uscite dalle urne ieri vanno considerate relative, esse rappresentano un inquietante segnale di allarme che nessuno dovrebbe sottovalutare. Perché se è vero che il 41% del PD renziano alle scorse europee si è dissolto ben presto come neve al sole, è pure vero che si è dissolto a destra e inghiottito dall’ambiguo e inconcludente populismo del M5S e non è stato certo attirato da opzioni progressiste.
Se uno scenario per i prossimi anni è prefigurabile, è quello di uno slittamento ancora più consistente dell’opinione pubblica su posizioni ancora più reazionarie.
In mancanza di una credibile alternativa di sinistra popolare e di classe la rabbia sociale che oggi sceglie la destra radicale non potrà che confermare e accentuare la propria scelta. Se il M5S continuerà a implodere e la Lega entrerà in contraddizione con le sue facili promesse – scenario prevedibile – difficilmente i delusi e gli scontenti cambieranno campo, più probabilmente sceglieranno un’alternativa ancora più radicale all’interno di quello stesso. Non è un caso che Giorgia Meloni già si stia fregando le mani.
Alle porte, credo, non c’è il pericolo del fascismo, almeno non del fascismo come sistema totalitario.
Alle porte c’è un sistema costituzionalmente autoritario, che difende i privilegi di una borghesia e di un’oligarchia – italiane ed europee – sempre più feroci e fameliche, non più attraverso la redistribuzione e la mediazione ma per mezzo della imposizione pura e semplice, la repressione del dissenso sociale e politico, la chiusura di ogni spazio di rappresentanza istituzionale, lo svuotamento della democrazia rappresentativa, l’uso indiscriminato degli apparati di polizia, la diffusione di una ideologia reazionaria attraverso tutti i canali a disposizione, l’agitazione di un presunto nemico esterno ed interno capace di far serrare i ranghi a una popolazione martoriata sul piano dei diritti e delle condizioni materiali.
Un sistema guidato indifferentemente dalle destre radicali o da quelle destre liberali e liberiste che in molti, dentro il ceto politico della fu sinistra e il suo elettorato residuo, continuano a scambiare per l’unica diga possibile, per quanto imperfetta e criticabile, alla vandea reazionaria.

Detto questo, i risultati delle varie sinistre – non solo in Italia ma in tutta Europea – dovrebbero dirci una cosa. Che una lotta contro il fascismo che si basi esclusivamente su un’alternativa valoriale non ha alcuna speranza di frenare l’onda nera (che comunque, a livello continentale, è assai più contenuta di quanto ci si aspettasse).
Il mondo uscito dalla Seconda Guerra Mondiale è definitivamente scomparso. Quelle ideologie e quei (dis)valori che la vittoria contro il nazismo e il fascismo – con il contributo preponderante dell’Unione Sovietica e lo sviluppo in Europa delle democrazie popolari e dei partiti comunisti di massa – aveva messo all’angolo, reso socialmente inaccettabili e costretto a viaggiare sottotraccia o a resistere in una insignificante nicchia, sono stati definitivamente sdoganati.
Sdoganati a livello culturale e ideologico dalle ex sinistre divenute classe dirigente dell’Unione Europea, indicati e diffusi come alternativa a decine di milioni di proletari e appartenenti alle ex classi medie schiantati da anni di politiche liberiste e massacro sociale.
L’antifascismo etico, valoriale – “il fascismo è sbagliato, il fascismo è ingiusto” – non hanno alcun effetto tra coloro che vedono da anni la loro condizione peggiorare (per non parlare di quella delle giovani generazioni!) a causa delle scelte dei “regimi democratici” e pretendono una risposta materiale, concreta, qui ed ora. Una domanda alla quale la destra radicale nei momenti storici di crisi sembra in grado di dare una risposta, sia in termini ideologici sia concreti (anche se in maniera effimera).

Solo la costruzione di un’alternativa concreta nella società, capace di offrire una risposta concreta e immediata all’insicurezza delle classi popolari, oltre che di proporre una visione del mondo completamente opposta a quella oggi dominante, potrà tentare di invertire la tendenza. Che il fascismo o il nazionalismo di stato non rappresenti la soluzione non va dimostrato solo o soprattutto sul piano etico, ma innanzi tutto sul piano pratico, esperenziale.
Chi oggi si batte il petto accusando il gruppo dirigente delle sinistre di aver causato il disastro ne ha tutte le ragioni, ma non basta più.
Dovrebbe comunque cominciare con l’ammettere la propria parte di responsabilità.
La più grande delle quali è continuare a pensare che unendo i cocci, i vari rimasugli di una storia ormai conclusa, si possa costruire una “gloriosa macchina da guerra”. Unendo i cocci al massimo di ottiene un vaso che al prima scossone va di nuovo in pezzi. Sommando il niente al niente non si può che ottenere il nulla.
Non si può pretendere che nelle elezioni, nelle istituzioni si possa manifestare un qualcosa che nella società non esiste più, o di nuovo, in forma cosciente e organizzata, capace di costruire contropotere e solidarietà qui ed ora, e di indicare la via dell’alternativa di sistema.
Nessuno slogan azzeccato, nessuna alchimia elettorale unitaria, nessuna operazione mediatica potranno rimediare all’assenza nella società, tra gli uomini e le donne, di quell’altro mondo possibile per il quale in tanti continuiamo a batterci.

Fallimento dell’indipendentismo e possibili vie d’uscita

A due giorni dal risultato delle elezioni arrivano le prime letture sul disastroso risultato indipendentista che condanna le tre liste indipendentiste a restare fuori dal Consiglio Regionale.

La prima reazione arriva da fb dal segretario di Lid.R.U. Pierfranco Devias che a caldo già il 25 febbraio svolge la seguente riflessione amara sul livello di coscienza degli elettori sardi e sul fatto che in effetti la Sardegna – dal punto di vista politico – “non è un bel posto”:

A caldo, prima che nelle sedi opportune si affronti una seria analisi del voto, mi sento di dire che non è un bel posto quello in cui la popolazione si lamenta ogni giorno ma, al momento di decidere del proprio futuro, rinuncia e lascia che solo metà decida per tutti.
Non è un bel posto quello in cui a decidere il futuro sarà la politica espressa da solo un quarto degli aventi diritto.
Non è un bel posto quello in cui le persone votano senza aver mai letto un programma, ma solo come riflesso di show mediatici d’importazione.
Non è un bel posto quello in cui l’opinione dominante crede a voti utili e voti inutili, il che implica che esistano cittadini utili e cittadini inutili.
Non è un bel posto quello in cui i mezzi d’informazione lanciano inequivocabili segnali di blocchi vincenti e blocchi perdenti, assumendo un ruolo orientativo anziché informativo.
Non è un bel posto quello in cui i meccanismi di voto siano profondamente antidemocratici, ma questo pare essere un problema solo di chi prende meno voti, anziché di una società intera a cui viene limitato e distorto il diritto di espressione.
Questo non è un bel posto perchè la libera espressione è orientata e drogata, ma per disciplina democratica riconosco e accetto la volontà del mio amato Popolo Sardo e continuerò a lavorare per fargli cambiare idea.
Ma nessuno, nessuno mai potrà convincermi che noi staremmo meglio se governati da poteri esterni.
E nessuno, nessuno mai potrà convincermi che i giochi di prestigio, i trucchetti, l’abuso della credulità popolare, l’abuso della buona fede di centinaia di candidati, possano essere presupposto per una buona politica e per il buon governo della nostra terra.

Abbiamo tanto lavoro da fare, animu patriotas!

Esternamente dal gioco elettorale invece interviene il sindaco di Villanovaforru Maurizio Onnis proponendo il modello dell’assemblea degli amministratori indipendentisti Sa Corona De Logu come laboratorio in cui fare ripartire un modello unitario dell’indipendentismo:

Ad oggi, e a quanto ne so io, la Corona de Logu è l’unico luogo in cui tutti i differenti indipendentismi s’incontrano senza preclusioni per cercare d’agire assieme. Ma la Corona de Logu è limitata agli amministratori locali.

La prima cosa da fare è, penso, creare un’assemblea analoga per gli indipendentisti di ogni etnia politica e radicati in ogni campo della vita civile. E come noi vediamo nella Corona de Logu la prefigurazione di una futura Camera delle Regioni, così questa nuova assemblea potrebbe essere la culla di una futura Camera dei Rappresentanti del popolo. Regioni e popolo sardi, nella Repubblica sarda.

Per incontrarsi e darsi le regole base dell’organizzazione ci vuole veramente molto poco. E potrebbero farlo sia i militanti dei partiti, che hanno affrontato con grande sacrificio e buona fede gli ultimi mesi elettorali, sia quanti sono rimasti fuori dalla contesa per le più diverse ragioni. Tutta la società indipendentista ne sarebbe coinvolta e tutti avrebbero e avremmo da dare un contributo importante. I vantaggi del dialogo e dell’azione comune sarebbero enormi. Serve solo che qualcuno dia il calcio d’inizio.

Infine interviene il partito animatore della lista Sardi Liberi, ProgeS che affida le sue riflessioni e la sua proposta di un coordinamento stabile e strategico ad un comunicato:

I risultati elettorali, tra astensionismo e disimpegno, ci consegnano un quadro politico e sociale poco rassicurante per il prossimo futuro della nostra nazione.

Un riconfermato e ormai ingiustificabile astensionismo consegna per l’ennesima volta le redini del potere all’unionismo, in questo caso rappresentato da partiti italiani votati dal 25% della popolazione sarda. 

L’astensionismo rappresenta il migliore alleato dell’unionismo: il mantra deresponsabilizzante e autoassolvente del “non voto tanto sono tutti uguali” si conferma essere dannoso e inaccettabile: è funzionale agli interessi italiani e frustra l’onerosa attività dell’indipendentismo il quale, nonostante tutto, è riuscito a formulare proposte di governo di spessore e soluzioni alle sfide dell’oggi degne di attenzione, ispirate a una visione della nostra nazione a medio e lungo periodo. 

L’astensionismo, sia quello passivo che quello intenzionale, contiene in sé un latente istinto all’autolesionismo e denota un buon grado di superficialità di analisi e di scarsità di attenzione nel valutare le reali proposte dell’indipendentismo. Questa dinamica è accentuata dall’impossibilità per i cittadini ad accedere a un’informazione completa e paritetica.

Le difficoltà tecniche come una legge elettorale iniqua e antidemocratica, come una modalità di voto macchinosa e ingannevole e come il conseguente caos nell’attribuzione dei voti in fase di scrutinio rappresentano un ostacolo ulteriore per le piccole forze ma non possono fungere da scusante per una non soddisfacente risposta elettorale.

La sfida che ci attende dunque è quella di sempre: continuare a parlare chiaro, senza dissimulazioni, nel tentativo di entrare in sintonia con sempre più larghi settori della società sarda. Con creatività, dedizione e disposizione al dialogo continueremo a seminare, consci che il nostro impegno disinteressato sarà presto o tardi ricambiato dal sostegno dei sardi più attenti che vorranno agire per il riscatto della nazione sarda.

Come anticipato nei documenti politici dei mesi scorsi l’appuntamento elettorale non costituisce per Progetu Repùblica il fulcro della propria azione politica. Consci di aver umanamente e politicamente fatto tutto quello che è nelle nostre possibilità, apriremo nei prossimi giorni nel partito e nella coalizione una fase di confronto e di analisi a tutto campo. La nostra attività proseguirà comunque inesorabilmente, sia come partito sia all’interno del progetto Sardi Liberi che ha poche settimane di vita e potenzialità di espansione puntando sulla pluralità e sulla valorizzazione dei punti di incontro. 

L’andamento del voto conferma la necessità della convergenza nazionale tra le forze dell’area indipendentista e autonomista; non nel senso di una fusione delle sigle bensì del coordinamento stabile e strategico, basato sui meccanismi di un sistema elettorale indegno che produce più di 15.000 “schede contenenti errori”, dato che dovrebbe far pensare e che forse sarebbe il caso di indagare a fondo e di segnalare alle competenti autorità internazionali.

Siamo fermamente convinti che un grande movimento di liberazione nazionale debba allargare la propria base di riferimento a strati della società sempre più ampi; in questo senso il solco tracciato dall’indipendentismo di ProgReS sarà a pieno titolo parte integrante, attiva e propositiva in qualsiasi tavolo di confronto, sin da ora.

Fintzas a sa Repùblica.

ProgReS-Progetu Repùblica de Sardigna

In generale l’unica autocritica e assunzione di responsabilità che è arrivata è quella del candidato del PDS Paolo Maninchedda il quale ha lasciato intendere sue possibili dimissioni e il ritiro dalla vita politica attiva:

Convocherò a breve gli organi di partito per i necessari adempimenti. Continuerò a lavorare come intellettuale per la costruzione di un grande partito indipendentista e per cambiare l’informazione e la formazione della gente sarda in modo da sottrarre ogni persona a qualsiasi manipolazione.

Per un indipendentismo non marginale e non subalterno

Intervistiamo Adriano Sollai, volto storico dell’indipendentismo di sinistra, avvocato, già fondatore dell’ormai sciolta organizzazione della sinistra indipendentista A Manca pro s’Indipendentzia, oggi attivista di ProgReS e candidato con Sardi Liberi

 

  • Sei uno dei fondatori di A Manca pro s’Indipendentzia. Perché hai deciso di candidarti con la lista capeggiata da Mauro Pili?

Sardi Liberi rappresenta una convergenza natzionale tra diverse soggettività politiche indipendentiste, sardiste e autonomiste che non ha né capi né leaders indiscussi. Mauro Pili ha messo a disposizione la sua esperienza e le sue capacità per rappresentare, in veste di candidato presidente, questo progetto. Nel mio lungo percorso di militanza indipendentista ho sempre lavorato per la crescita del movimento di liberazione natzionale, questa è una decisiva occasione per dare slancio all’indipendentismo che non vuole essere subalterno e marginale.

  • Alle scorse elezioni regionali i soggetti alternativi ai partiti italiani erano due (Fronte Indipendentista e Sardegna Possibile). Ora sono tre, quattro se contiamo anche la sinistra alternativa al PD. Come consideri questo scenario?

In Sardigna si va delineando un bipolarismo tra partiti natzionali e partiti unionisti. Il centro sinistra e il centro destra italiani sono due facce della stessa medaglia; i cinque stelle stentano pure a declinare un discorso vagamente autonomista. Questo bipolarismo, sul solco dell’esperienza delle altre nazioni senza Stato d’Europa, sfocerà in una inevitabile conflittualità tra gli interessi dei sardi e quelli dello stato italiano, in questa fase storica inconciliabili. Auspico che tutti i soggetti natzionali possano crescere, strutturarsi e sconfiggere i partiti italiani e italianisti che in Sardigna rappresentano i referenti del colonialismo italiano.

  • Ci puoi dire tre priorità che da consigliere regionale deciderai di affrontare?

Da indipendentista lavorerò solo ed esclusivamente per il bene e nell’interesse della mia natzione. Dobbiamo mettere le basi per la costruzione della Repubblica di Sardigna che passa attraverso la consapevolezza di essere natzione, assumerò quindi tutte le iniziative che possano contribuire a far uscire dal ghetto della marginalità la nostra lingua, la nostra storia e la nostra cultura. Battaglierò per la chiusura dei poligoni militari italiani sul nostro territorio, la cui  presenza impedisce qualsiasi  sviluppo economico della Sardigna. L’occupazione militare è la madre di tutti i nostri problemi presenti e futuri, sino a quando continueremo ad essere terra di esercitazioni per la Nato non potremmo mai affermare nessuna sovranità sul nostra terra.

Infine, bisognerà intervenire sulla legge elettorale sarda fatta ad arte per escludere dalla rappresentanza le organizzazioni indipendentiste. Questa legge con la quale andiamo a votare è il frutto di un accordo trasversale dei partiti unionisti che così pensano di poter evitare qualsiasi forma di opposizione istituzionale da parte dei partiti natzionali.

  • In questi giorni il mondo dei pastori è nuovamente in fermento per il solito problema: il prezzo del latte. Molti criticano le loro forme di lotta. Il tuo parere?

Ho sempre partecipato a tutte le iniziative di protesta dei pastori, il mio atteggiamento è stato quello di ascoltare e di condividere le loro lotte. Ho tanti amici pastori e conosco la fatica del loro lavoro, la loro dedizione, il loro spirito di rinuncia. Non è più tollerabile che il prodotto del loro lavoro non venga pagato neppure il tanto per far fronte alle spese per mantenere il gregge, mentre altri si arricchiscono sulle loro spalle. Devono ribellarsi e noi ci saremo, spero che anche loro finalmente possano avere dei referenti politici che davvero stiano dalla loro parte e che siano capaci di mettere in campo tutte le iniziative politiche e legislative per garantire a questo fondamentale settore economico la prosperità che gli spetta e di cui si avvantaggerà tutto il nostro popolo.

Caminera Noa non appoggerà alcuna lista: «non ci sono le condizioni minime»

Alle elezioni regionali si presenteranno tre liste di ispirazione indipendentista e per l’autodeterminazione e una della sinistra anticapitalista, ma il soggetto-progetto Caminera Noa non appoggerà nessuno. Pubblichiamo il documento integrale diffuso ieri sui social e a mezzo stampa che spiega tutte le motivazioni di questa forte presa di posizione:

NESSUN APPOGGIO A NESSUNA LISTA. SOSTEGNO AI SINGOLI ATTIVISTI IMPEGNATI NELLE LOTTE CANDIDATI CON LE LISTE ALTERNATIVE AL TRIPOLARISMO ITALIANO.

Lo scorso 13 ottobre avevamo dichiarato a mezzo stampa la nostra volontà di non partecipare direttamente alle elezioni autonomistiche perché il progetto Caminera Noa attraversa una fase di crescita, progettualità e radicamento che ha ancora bisogno di maturare prima di misurarsi con competizioni elettorali (link).
Politicamente però Caminera Noa si dichiarava orientata a sostenere con tutte le sue forze una lista amica dei conflitti sociali e politici in Sardegna e poneva la seguente vitale questione: “i conflitti sociali e politici in atto in Sardegna avranno amici alle prossime elezioni regionali?”.

Ad un mese delle elezioni autonomistiche, dopo aver avuto anche alcuni confronti con alcune liste e dopo un serio, democratico e meditato dibattito nelle assemblee plenarie e nei coordinamenti abbiamo deciso di assumere la seguente posizione:

– Caminera Noa boccia tutte le liste a sostegno delle politiche che, con alterne vicende, negli ultimi decenni hanno governato la Sardegna, e che hanno portato allo stato attuale di desolazione e di assalto alla nostra terra e ai nostri diritti fondamentali: il diritto a vivere in una terra sana, il diritto ad accedere ad una sanità pubblica di qualità, il diritto ad un lavoro dignitoso, il diritto ad un istruzione di qualità che rispetti la specificità della Sardegna, il diritto alla mobilità, la tutela dei beni comuni, il diritto alla parità linguistica tra sardo e italiano, ecc. Pertanto, le liste a sostegno di Massimo Zedda e di Cristian Solinas essendo in continuità con i governi precedenti e in complementarietà rispetto agli interessi che veicolano e vogliono rappresentare sono da escludere. Invitiamo pertanto a non votare né i candidati presidente né i singoli candidati nelle liste, anche se furbescamente i due schieramenti hanno pescato anche tra personalità impegnate nel sociale e tra alcuni buoni amministratori.

– Caminera Noa boccia anche il Movimento 5 Stelle per due ragioni: non ha alcuna idea della Sardegna che tenga conto del suo carattere a sé stante e mutua meccanicamente idee e progetti impacchettati dalle centrali italiani del Partito che si profila come uno dei più centralisti e autoritari. La seconda ragione è che non possiamo ignorare che a livello statale sia diventato ormai lo scendiletto della destra razzista e xenofoba ad egemonia salviniana e ciò viola i nostri valori.

– Per quanto attiene alle altre liste alternative al tripolarismo italiano, la loro pur netta opposizione alle liste unioniste non è condizione sufficiente per captare il nostro consenso. Altre sarebbero state le condizioni necessarie per un nostro convinto appoggio: sarebbe stato necessario aprire alle lotte di difesa della Sardegna, cioè creare «uno spazio pubblico di libero e paritario confronto ad ampio spettro» (come auspicavamo nel documento del 13 ottobre). Appare evidente che tali condizioni politiche che avrebbero reso possibile un appoggio organico/esterno da parte di CN non vi sono affatto. Questo perché nel processo di costruzione delle liste, non c’è stata democrazia nei meccanismi di formazione, nessuna di esse nel proprio programma e nella infelice scelta del candidato alla presidenza rappresenta una forza di rottura del sistema, né accoglie in modo organico le istanze provenienti dai movimenti di lotta attivi sul territorio sardo, tra i quali CN trova la sua naturale collocazione. Inoltre tutte le liste alternative al tripolarismo italiano violano almeno uno dei nostri punti fondamentali (autodeterminazione nazionale, antirazzismo, superamento del liberismo, sostenibilità). Davanti a questo scenario non possiamo biasimare chi deciderà di astenersi, e lo faranno moltissimi attivisti e militanti che in questi anni hanno animato l’unica vera opposizione alla giunta uscente.
Detto ciò si deve però rilevare che, poiché all’interno di alcune delle liste alternative al tripolarismo italiano trovano spazio singoli candidati rispetto ai quali è concreta l’empatia politica che nasce dalla comune sensibilità ai temi che sono al centro della nostra azione politica e dall’aver condiviso in prima persona le stesse battaglie e poiché all’elezione di tali singoli candidati si lega l’unica, seppure debole, speranza che trovino voce dentro il Consiglio Regionale le lotte da noi sostenute per il territorio e per il popolo sardo, CN considera conforme ai principi e agli intenti dichiarati una scelta orientata in tal senso da parte dei propri attivisti.

Le imminenti elezioni esprimono un carattere desolante della politica in Sardegna spesso condizionata da logiche autoreferenziali il che ha impedito che le lotte, i conflitti, le resistenze presenti in Sardegna trovassero un adeguato spazio e degna rappresentanza. La vera sfida inizierà dal 25 febbraio in poi e toccherà a tutti noi esserne all’altezza e costruire un processo di emancipazione significativo, lungimirante e duraturo.

Piliu (Sardi Liberi): «non moriremo italiani!»

  • Perchè ti sei candidato alla Elezioni Regionali?

Essendo consigliere regionale potrei: (a) seguire da vicino lo svolgersi dell’attività amministrativa e legislativa, e sarei costretto ad imparare più rapidamente; (b) le mie azioni avrebbero maggiore visibilità; (c) avrei maggiori mezzi finanziari per poter fare politica; (d) contattare più facilmente persone e gruppi dislocati lontano da Sassari, il dialogo diretto permette di approfondire gli argomenti.

  •  Perchè con SARDI LIBERI ?

Avevo notevoli perplessità, dissipate in buona parte nel corso di un colloquio con Gianluca Collu, segretario di ProgReS. Egli mi ha convinto che la coalizione in via di formazione era un compromesso onorevole e poteva coinvolgere anche l’elettorato moderato. D’altra parte nei miei confronti non vi era stato alcun cenno di disponibilità da parte delle diverse formazioni “sardiste”.

  • Mauro Pili è stato per molti anni un esponente di un partito chiamato FORZA ITALIA. Non è una contraddizione?

Anche io avevo le medesime perplessità, aggravate dal fatto che non ero ancora riuscito ad avere con lui un dialogo chiarificatore. Domenica, 27 gennaio 2019, a Ghilarza, abbiamo parlato e mi ha spiegato che dal 2013 aveva rotto ogni rapporto con FORZA ITALIA. Il 25 luglio del 2014, a Carbonia – in occasione della prima presentazione del mio libro  CELLA N°21 – dopo aver ascoltato il suo intervento avevo preso la parola per dire che la mia sensazione era di trovarmi di fronte ad una persona onesta nonostante tutto ciò che avevo sentito su di lui. C’è anche da aggiungere che pochi politici in questi ultimi anni hanno fatto tante denunce quanto lui per difendere gli interessi dei Sardi. Ovviamente, Mauro, come ognuno di noi, deve sempre essere tenuto sotto osservazione; forse non condivide tutte le mie idee ma io conto sullo sviluppo della nostra conoscenza e collaborazione.

  • Anche questa volta gli indipendentisti si presentano in ordine sparso. Moriremo italiani?

Così stanno le cose nell’area. Evidentemente non ci si fida l’uno dell’altro e a nessuno si vuole riconoscere autorevolezza; per di più, forse, qualcuno stravede per se stesso. Non è un male tipico dei Sardi ma noi ci difendiamo bene. La difficoltà potrebbe essere ovviata qualora emergesse una personalità forte sostenuta da un gruppo ben coeso di collaboratori intelligenti e determinati; affermandosi questo gruppo, gradualmente tutti gli altri seguirebbero o sarebbero superati e ignorati. Il F.I.S. si muove in questa direzione. Personalmente, sono ottimista. Quanto alla domanda “moriremo italiani ?” auspico invece che siano gli Italiani a morire Sardi, l’idea mi attrae ma per il momento ho rinviato la conquista della Penisola.

  • Quali sono i temi che porterai in Consiglio Regionale se riuscissi ad essere eletto?

Anzitutto il tema del lavoro, stimolare quindi l’impegno della Regione verso determinate opere pubbliche e sostenere nel contempo l’imprenditoria privata, le due forze insieme dovrebbero avviare un processo produttivo endogeno capace in un primo momento di frenare l’esodo dei nostri giovani e successivamente favorire il rientro di chi volesse tornare in patria. In secondo luogo, ma contestualmente, si dovrebbe affrontare il tema della sanità con la difesa immediata delle categorie deboli e dei territori lontani dai grossi centri; probabilmente non si arriverebbe alla perfezione ma oggi molte comunità sono in situazioni difficilissime e questo non è tollerabile. Ancora, riordino della burocrazia per permettere a chi volesse intraprendere di non essere bloccato per mesi e per anni prima di poter iniziare la sua attività. Inoltre, riprendere in mano alla svelta il problema della lingua sarda e della conoscenza della storia e della geografia dell’Isola, e ciò a partire dalla scuola materna per seguire con approfondimenti in tutto il corso degli studi. I nostri ragazzi dovrebbero conoscere anche la nostra geografia economica oltre che quella fisica. Non dimentico i trasporti, all’interno dell’Isola e verso l’esterno. Sicuramente in questa breve carrellata ho trascurato di menzionare dei settori importanti ma ci penserebbero i miei compagni di viaggio e la società civile a metterli in evidenza, e io non mi sottrarrei all’impegno preso con gli elettori.

Trupu Ilde (Thàthari), die 29 de jennalzu 2019

Una candidadura sarda a sas eletziones europeas/ Una candidatura sarda alle europee

La Redazione di Pesa Sardigna condivide l’appello per una candidatura sarda unitaria alle elezioni europee lanciata dal blog Sardegna Sopratutto e firmato per ora da intellettuali e attivisti di varia estrazione politica.

Di seguito l’appello bilingue:

A chie creet chi est importante un’acurtziamentu polìticu intre totu sos grupos chi rapresentant sas esigèntzias de sos sardos, cherimus fàghere una proposta, cun antìtzipu bastante pro la pòdere esaminare, chistionare e perfetzionare totus paris. Proponimus de meledare a pitzu de una candidadura comuna in sas eletziones europeas imbenientes.

In antis de totu tocat a tènnere s’atinu de su disvantàgiu irrecuperàbile chi patit sa Sardigna in su cuntestu europeu. Prus de una borta est istadu naradu chi tocat a agire politicamente pro pedire chi su territòriu sardu siat separadu dae su collègiu comune cun sa Sitzìlia, chi tenet tres bortas prus de eletores, cosa chi penalizat sos candidados nostros.

Devimus tènnere presente chi sa chistione sarda est agiumai disconnota a livellu internatzionale, e ausente de su totu in sos tzitadinos europeos, in sos mèdios de comunicatzione e in cada tipu de dibata polìtica. Sa Sardigna, sena peruna rapresentàntzia a livellu internatzionale est invisìbile e belle che disconnota.

Ma, nessi in potèntzia, non nos fartant de su totu nen resursas e ne ainas. Fintzas in sa cunditzione atuale, in sos tratados chi règulant sa cunvivèntzia de sos istados de s’Europa, b’at unas cantas cosas chi dìamus pòdere fàghere. Pro las fàghere però tocat a tènnere una boghe, èssere reconnotos, pònnere in motu sos istrumentos disponìbiles e sas relatziones possìbiles.

Sa Carta Europea de sas Limbas Minoritàrias giustìficat unu tratamentu ispetzìficu pro sa Sardigna, chi diat dèvere dispònnere de unos sègios esclusivos; ma nen s’Itàlia at chertu ratificare custa Carta, nen sas fortzas polìticas sardas si sunt aunidas pro reclamare sos deretos de sos eletores suos. Custu ebbia diat èssere unu bonu motivu pro sustènnere sa proposta.

In prus, ischimus chi un’acurtziamentu intre àreas polìticas diferentes pro lìnias e propostas tenet bisòngiu de ocasiones de traballu a cumone chi permitant de summare sos isfortzos e de acurtziare sas persones, de bìnchere difidèntzias e iscobèrrere valores comunes. Un’àteru elementu essentziale est su de cumpartzire obietivos cuncretos.

Sas eletzione europeas, pro su fatu chi si acumprint in una dimensione diferente dae sa locale, oferint una oportunidade noa. Resèssire a giùghere a su Parlamentu europeu una boghe chi diat testimonia de sa boluntade nostra de divènnere protagonistas de su destinu nostru est un’obietivu de importàntzia manna aberu. Mancari chi sas possibilidades de bi resèssere siant matanosas.

Sa prospetiva europea, in sa manera chi si presentat in sos raportos de poderiu reales suos, est oe in die a tesu meda dae cussas isperas de un’ispàtziu de giustìtzia, de cooperatzione e de rispetu intre pòpulos diferentes. A sos grupos de poderiu econòmicu e finantziàriu lis est fàtzile a detare sas règulas chi lis cumbenint a una polìtica semper prus sugeta e de acordu cun issos.

S’est isparta una rappresentatzione chi praghet, in ue a un’ala b’est sa tecnocratzia ghiada dae sos guvernos prus fortes de su continente e a s’àtera sos soberanismos noos reatzionàrios. Custa est una opositzione fartza, in cantu ambos rapresentant su matessi campu polìticu, oligàrchicu e anti-democràticu.

Ma, siat cale siat su caminu de emantzipatzione chi bolimus fàghere comente pòpulu, su cuntestu polìticu de riferimentu in ue l’isvilupare est, in antis de totu, su de s’Unione Europea. Siat cale siat su giudìtziu chi nde tenimus e mancari non nos agradet sa configuratzione sua atuale. E duncas est de importu mannu peleare pro nche giùghere a cussa sede sas esigèntzias de sos sardos, paris cun sos àteros pòpulos chi tenent su matessi obietivu.

Un’àteru puntu fundamentale est sa possibilidade de istabilire relatziones profetosas cun sos rapresentantes de àteros territòrios e àteras comunidades, cun sas cales su cuncàmbiu deretu de informatziones e s’elaboratzione de istrategias comunas diventat determinante. Pro non faeddare de cantu nos diat pòdere agiudare su de tènnere una mègius capatzidade  de impreare sas agiudas europeas.

E, pro finire, in Europa bivet e traballat unu nùmeru indeterminadu de sardas e sardos chi ant abbandonadu s’ìsula pro farta de imbeniente e dant sa balia issoro a àteras comunidades. Est dae sos sardos disterrados chi nde podet bènnere unu de sos contributos prus interessantes pro su rennoamentu de sa polìtica sarda e su de los pòdere interessare est un’obietivu essentziale.

Totu custas sunt unas motivatziones craras e fortes pro cumbìnchere sas diferentes fortzas sardas a sètzere a inghìriu a una mesa, istabilire una lista de puntos – ant a bastare sos chi in ue s’agatat unu cunsensu – e in base a custos chircare sa persone prus adata a si candidare e a èssere portaboghe polìticu de totu s’àrea de sos diferentes sugetos chi la cumponent.

Una manera de favorèssere su cunsensu in una persone cunsistit in fàghere un’elencu de rechisitos chi luego, totus paris, ant a valorare; pro esempru, sa persone indicada diat èssere rapresentativa de una parte sustantziosa de sa sotziedade sarda o de prus partes de sa matessi e reconnota dae totu sos votantes, a prus de sos mèdios de comunicatzione.

In prus: diat dèvere tènnere una cussèntzia crara de s’apartenèntzia pròpia a sa comunidade sarda; èssere persone cun onestade e integridade indiscutìbiles; chi siat caraterizada dae unu cumportamentu dialogante e abertu, pro craresa e seriedade. Una persone capassa de afrontare sas cuntierras cun curretesa, passèntzia e determinatzione.

A pàrrere nostru, diat èssere importante chi custa persone esseret una fèmina. Chi siant, in antis de totu, sas fèminas a la propònnere e atzetare. E totus la devent sustènnere. In ogni modu, unu de sos signales de càmbiu netzessàriu est su de resèssere a fàghere un’issèberu cumpartzidu, de cunsensu, de una persone cumpetente, chi iscat ascurtare e sintetizare.

Sas eletziones europeas sunt dae inoghe a bator meses: su 26 de maju. Serbint 35.000 firmas pro fàghere ammìtere sa candidadura de una sigla non galu presente in su Parlamentu europeu. De custas firmas, unu mìnimu de 3.500 devent èssere regortas in cada una de sas àteras tzircuscritziones, e 21.000 in Sardigna. No est una tarea fàtzile.

Sa parte prus difìtzile est però sa de atzetare de traballare paris, sena chi una parte chèrgiat prevalèssere subra de un’àtera. Est importante duncas a tènnere unu mètodu de traballu craru. E pro custu est ùtile chi b’apat unu nùcleu de garantes, esternu a sos grupos polìticos interessados, chi podat acumprire unu ruolu de mediatzione.

In prus, no esistit impèigu a tènnere aberta custa ipòtesi in su benidore, si no est possìbile a li dare una continuidade pràtica in su momentu.

No ismentighemus chi a livellu internatzionale esistit un’organismu comente sa Alleàntzia Lìbera Europea  (EFA), in ue est possìbile e probabilmente pretzisu pedire un’amparu.

Tentos in contu custos elementos, sos passos pro fàghere parent determinados dae sas tzircustàntzias, dae s’urgèntzia de sos tempos e dae s’importàntzia de s’obietivu matessi.

Unu primu cunsensu intre sas fortzas interessadas si diat pòdere dare in antis de sas eletziones regionales, ca s’issèberu de sustènnere custa initziativa non podet dipèndere dae su resurtadu de su 24 de freàrgiu. Si cherimus favorèssere una maduratzione reale de sas cunditziones fundamentales de su panorama polìticu sardu, bi cheret un’issèberu detzisu e craru cara a sa collaboratzione.

Tocat a comintzare un’arresonu intre nois, un’arresonu parallelu a su protzessu eletorale giai cumentzadu. Bisòngiat chi sos sugetos polìticos sardos presentes in sas eletziones – e fintzas àteras esperièntzias organizativas, reconnotas, mancari non siant candidadas – issèberent sos referentes issoro (unu o prus de unu); chi s’agatent unos garantes chi totus atzetant; chi si traballet pro sebestare sos puntos de cunsensu e sas caraterìsticas de sa pessone chi podat èssere candidada.

Custa initziativa diat èssere a seguru una de sas novidades de prus annotu de sas eletziones europeas imbenientes. Chi sas pessones dae chie podet dipèndere custu issèberu si mustrent, e si movant, paris, in presse.

Stefano Puddu Crespellani

Omar Onnis

Nicolò Migheli

Valeria Casula

Bobore Bussa

Alberto Mario Delogu

Isabella Tore

Francesco Casula

Giuseppe Melis

Michela Murgia

Giagu Ledda

Antonello Pabis

Federica Serra

Angelo Morittu

Una candidatura sarda alle europee

A chi crede nell’importanza di un avvicinamento politico tra i gruppi che rappresentano le istanze dei sardi, vogliamo fare una proposta, stavolta con sufficiente anticipo per esaminarla, discuterla e perfezionarla collettivamente. Proponiamo di ragionare su una candidatura comune alle prossime elezioni europee.

Il punto di partenza è, anzitutto, la consapevolezza dello svantaggio incolmabile a cui è soggetta la Sardegna in ambito europeo. Si è detto molte volte che bisogna agire politicamente per chiedere che il territorio sardo venga svincolato dal collegio comune con la Sicilia, che ha il triplo di elettori, un fatto che penalizza i nostri candidati.

Dobbiamo tenere presente che la “questione sarda” è pressoché ignota a livello internazionale, nonché del tutto assente dal senso comune dei cittadini europei, dai mass media e dai temi presi in considerazione nel dibattito pubblico. Senza rappresentanza a livello internazionale, la Sardegna è invisibile e pressoché sconosciuta.

Ma non siamo del tutto privi di risorse e di strumenti, almeno in potenza. Anche nella condizione attuale, nella vigenza dei trattati che regolano la convivenza degli stati del Vecchio Continente, ci sono diverse cose che potremmo fare. Ma per farle occorre avere una voce, essere riconosciuti, attivare gli strumenti disponibili e le relazioni possibili.

La Carta Europea delle Lingue Minoritarie giustificherebbe un trattamento specifico per la Sardegna, che dovrebbe disporre di seggi esclusivi; ma né l’Italia ha voluto ratificare questa carta, né le forze politiche sarde hanno fatto fronte comune per reclamare i diritti dei propri elettori. Già questo sarebbe un buon motivo a sostegno della proposta.

In secondo luogo, sappiamo che un avvicinamento tra aree politiche tra loro diverse per percorsi e proposte ha bisogno di occasioni di lavoro comune, che consentano di sommare gli sforzi e di avvicinare le persone, di superare diffidenze e scoprire valori comuni. Condividere degli obiettivi concreti ne è un altro fattore essenziale.

Le elezioni europee, proprio perché si svolgono su una scala diversa da quella locale, offrono una opportunità nuova. Riuscire a portare al Parlamento europeo una voce che dia testimonianza della nostra volontà di diventare protagonisti del nostro destino, è un obiettivo di enorme importanza. Perfino se le possibilità di successo sono ardue.

L’orizzonte europeo, così come si è configurato nei suoi rapporti di potere reali, è oggi ben lontano da quelle speranze di uno spazio di giustizia, di cooperazione e di rispetto tra popoli diversi. I grandi gruppi di potere economico e finanziario hanno gioco facile nel dettare le proprie regole a una politica sempre più succube e collusa.

Ha preso piede una rappresentazione di comodo in cui i due contendenti sono da un lato la tecnocrazia guidata dai governi più forti del continente e dall’altro i nuovi sovranismi reazionari. Si tratta di una falsa opposizione, tutta interna al medesimo campo politico del potere oligarchico e anti-democratico.

Tuttavia, qualunque sia il percorso di emancipazione che vogliamo intraprendere come popolo, il contesto politico di riferimento in cui sostenerlo è, anzitutto, quello dell’Unione Europea. Quale che sia il giudizio su di essa e sulla sua configurazione attuale. Per cui è di grandissimo rilievo lottare per portare in quella sede le istanze dei sardi, in compagnia degli altri popoli che perseguono lo stesso obiettivo.

Un altro punto chiave è la possibilità di stabilire rapporti fecondi coi rappresentanti di altri territori e altre comunità, con le quali lo scambio diretto d’informazioni e l’elaborazione di strategie comuni diventa cruciale. Per non parlare di quanto potrebbe aiutarci acquisire una migliore capacità di usare i fondi europei.

Per finire, va detto che in Europa vive e lavora un numero imprecisato di sarde e di sardi che hanno lasciato l’Isola per mancanza di sbocchi, prestando il loro talento ad altre comunità. È dai sardi “disterraus” che può venire uno dei contributi più interessanti per il rinnovamento della politica sarda, e coinvolgerli è, di per sé, un obiettivo essenziale.

Tutte queste sono motivazioni chiare e forti per convincere le diverse forze sarde a sedersi a un tavolo, stabilire una lista di punti —basteranno quelli su cui si riuscirà a trovare consenso— e sulla base di questi cercare poi la persona più adatta a candidarsi e svolgere un ruolo di portavoce politico per tutta l’area dei diversi soggetti coinvolti.

Un modo per favorire il consenso sulla persona consiste nell’elencare una serie di requisiti, da discutere poi insieme; per esempio, la persona indicata dovrebbe essere rappresentativa di una fetta consistente della società sarda o di più porzioni della medesima e riconoscibile da tutti i votanti, oltre che dai mezzi di comunicazione.

Ancora: dovrebbe avere una coscienza chiara della propria appartenenza alla comunità sarda; essere persona di cui non possa essere discussa l’onestà e l’integrità; che si caratterizzi per un atteggiamento dialogante e aperto, per chiarezza e serietà. Una persona capace di affrontare i conflitti con correttezza, pazienza e determinazione.

A nostro parere, sarebbe importante che questa persona fosse donna. Che venisse proposta e riconosciuta anzitutto dalle donne. E sostenuta da tutti. In ogni caso, uno dei segnali di cambiamento necessari è quello di riuscire a fare una scelta condivisa, di consenso, attorno a una persona competente, capace di ascolto e di sintesi.

Le elezioni europee sono da qui a quattro mesi: il 26 maggio. Occorrono 35.000 firme per fare ammettere la candidatura di una sigla non ancora presente al Parlamento europeo. Di queste, almeno 3.500 vanno raccolte in ciascuna delle altre circoscrizioni, e 21.000 in Sardegna. Non è un compito facile.

Tuttavia, la parte più difficile è quella di accettare di lavorare insieme, senza che una parte voglia prevalere sulle altre. Per questo è importante dotarsi di un metodo di lavoro chiaro. E per questo è utile avere un nucleo di garanti, esterno ai gruppi politici coinvolti, che possa svolgere un ruolo di mediazione.

Inoltre nulla vieta di tenere aperta questa ipotesi anche per il futuro, qualora non fosse possibile darle un seguito pratico nell’immediato.

Ancora, non dimentichiamo che a livello internazionale esiste un organismo come l’Alleanza Libera Europea (o EFA)a cui sarebbe possibile e probabilmente opportuno chiedere un sostegno.

Tenuto conto di questi elementi, i passi da fare sembrano determinati dalle circostanze, dall’urgenza dei tempi e dall’importanza dell’obiettivo stesso.

Un primo consenso tra le forze in campo dovrebbe manifestarsi prima delle elezioni regionali, perché la scelta di sostenere questa iniziativa non può dipendere dal risultato del 24 febbraio. Ci vuole una scelta decisa verso la collaborazione, se vogliamo propiziare una reale maturazione delle condizioni di fondo del panorama politico sardo.

Apriamo un tavolo di dialogo, che proceda in parallelo al processo elettorale in corso. Che i soggetti politici sardi presente alle elezioni —e anche le altre esperienze organizzative, pur non candidate ma riconosciute— scelgano i propri referenti (uno o più di uno); che si trovino dei garanti ben accetti da tutti; che si lavori per individuare i punti di consenso e il profilo della persona che possa essere candidata.

Questa iniziativa sarebbe certamente una delle novità di maggior spicco nello scenario delle prossime elezioni europee. Che le persone da cui questa scelta può dipendere si facciano avanti, e agiscano, insieme, al più presto.

Stefano Puddu Crespellani

Omar Onnis

Nicolò Migheli

Valeria Casula

Bobore Bussa

Alberto Mario Delogu

Isabella Tore

Francesco Casula

Giuseppe Melis

Michela Murgia

Giagu Ledda

Antonello Pabis

Federica Serra

Angelo Morittu

Il programma dell’Autodeterminatzione

Domani si svolgeranno le elezioni politiche italiane. Pesa Sardigna ha ospitato un dibattito a più voci sui vari punti di vista dell’indipendentismo progressista, democratico e anticolonialista. Si sono espressi sul nostro blog il segretario del partito indipendentista ProgReS, Gialuca Collu (link) e vari esponenti del progressismo e dell’anticolonialismo: Gianluigi Deiana (link), Cristiano Sabino (link), Luana Farina (link), Antonello Pabis (link)  e Andrìa Pili (link).

Abbiamo scelto di dare spazio a tutte le posizioni indistintamente tranne a quelle tese a giustificare l’alleanza con un partito apertamente razzista e di estrema destra peché riteniamo che ogni forma di sardismo e di indipendentismo debba avere cittadinanza nel dibattito, tranne quelle al codazzo di forze politiche colonialiste, specie se pericolose e ostili ai più elementari diritti umani come quelle appunto espresse dal partito della Lega.

Il compito di Pesa Sardigna si ferma qui e per completezza di informazione ci sembra doveroso dare spazio al programma della lista elettorale di AutodetermiNatzione la quale è l’unica lista, fra quelle che i sardi troveranno sulla scheda elettorale, che contempla la possibilità di autodeterminazione per la Sardegna. La composizione della lista è plurale e va da figure dell’autonomismo a esponenti dell’indipendentismo sardo.

Il progetto, guidato da Anthony Muroni, ha stilato in 14 punti un programma che è volto – nelle stesse intenzioni degli estensori – ad una graduale costruzione delle condizioni per l’autodeterminazione dell’isola. Fra questi: la piena applicazione dello Statuto di Autonomia, la decentralizzazione degli enti e delle strutture regionali, la riqualificazione della viabilità, la co-ufficialità del sardo, l’accoglienza come parte integrata delle politiche sociali ed il progressivo smantellamento delle servitù militari italiane.

Per questo motivo alleghiamo il programma integrale lasciando ai nostri lettori la scelta di cosa fare in cabina elettorale, sperando che il dibattito che abbiamo ospitato possa averli aiutati a formarsi una opinione ancora più consapevole.

Cliccando qui (link programma) potrete accedere direttamente al programma della lista.

Dichiarazione di voto

Sono imminenti le elezioni politiche italiane. Cosa ne pensano le forze politiche e intellettuali indipendentiste e anticolonialiste? La redazione di Pesa Sardigna ha deciso di ospitare diversi interventi sul tema. Qui proponiamo un articolo di Cristiano Sabino.
Chiunque volesse può inviare il suo contributo alla e-mail della redazione pesa.sardigna.blog@gmail.com o indirizzarlo alla nostra pagina Facebook.

di Cristiano Sabino
Cristiano Sabino

Alle elezioni italiane del 4 marzo 2018 voterò. Già questa è una dichiarazione perché in vita mia ho votato una sola volta alle elezioni per il rinnovo del parlamento italiano, quando avevo 18 anni, Rifondazione Comunista non era candidata con il centro sinistra e io ero convinto che essere comunisti significasse automaticamente lottare per la liberazione dei popoli, compreso quello sardo. Ovviamente mi sbagliavo!
Dopo non ho mai più votato alle italiane, ma solo alle sarde e ai referendum perché non c’è mai stato un partito che riconoscesse il diritto a decidere del nostro popolo, oppure si trattava di liste molto ambigue come quella di Soberanìa che non ha mai fatto chiarezza sulla questione del razzismo presentando alcuni candidati le cui posizioni erano davvero improponibili su tali questioni. Come stanno le cose a questa tornata? Ovviamente non prendo nemmeno in considerazioni i partiti-Stato e i loro alleati (PD, FI, centristi vari, LeU che è praticamente un PD 2.0, Lega, Fd’I, ecc).

I 5 Stelle. Sono senza dubbio una forza destabilizzante perché vanno ad incidere sulla larga corruzione diffusa come un cancro in larghissimi settori del sistema partitico italiano. Ma non voterò per i 5 stelle per tanti motivi. Innanzitutto si tratta di una forza politica completamente decontestualizzata dal contesto sardo. Cosa sarebbe accaduto, per esempio, alla maggioranza dei centri abitati sardi, se fosse passata la proposta avanzata qualche tempo fa dai 5 Stelle sull’accorpamento dei comuni sotto i 5000 abitanti? Sarebbe stata la definitiva ecatombe delle zone interne e disagiate che avrebbe reso totalmente inospitale e spopolata la gran parte del territorio isolano. A livello generale penso sia inoltre in atto una pesante normalizzazione del M5S e che ogni ipotesi di sua possibile funzione erodente del sistema politico fondato sull’egemonia della borghesia italiana in disfacimento sia ormai fuori dalla realtà (eppure ci sono compagni che ancora incredibilmente lo pensano e lo teorizzano!). Lo dimostrano tanti indicatori: il viaggio di Di Maio a Washington per garantire l’asse Italia-NATO lo testimonia in maniera palese. È una coincidenza che dopo questo viaggio il senatore sardo Roberto Cotti (che noi tutti conosciamo per il suo impegno chiaro contro occupazione militare e RWM di Domusnovas) è stato cinicamente trombato dalle cosiddette parlamentarie? Non mi dilungo, anche perché comunque i 5S non riconoscono né l’esistenza della nazione sarda né il suo diritto ad autodeterminarsi, sebbene ogni tanto lo stesso Grillo abbia dichiarato il contrario.

Potere al Popolo. Conosco i compagni napoletani che hanno dato vita a questa proposta che – pur presentando alcune zone di ambiguità su questioni come fuoriuscita dalla NATO e dalla UE (nel senso che non dichiara apertamente la necessità di fuoriuscire) – nel complesso è un’ottima proposta politica resasi capaci di suscitare in breve tempo ampie energie, soprattutto di quelle forze realmente impegnate nei conflitti sociali. C’era bisogno di una forza viva nata dalle lotte, però mi chiedo perché a sinistra, come al solito, ci si ricorda della necessità della sintesi sempre e solo sotto elezioni. A parte questo il problema sono soprattutto i lealisti sardi, quasi tutti sopravvissuti politici del ceto prototogliattiano, i quali hanno appena finito di combattere una santissima guerra di religione per impedire che Potere al Popolo riconoscesse la nazione sarda e il suo diritto a decidere. Questi personaggi che in Sardegna e in Italia hanno retto il moccolo fino all’altro ieri ai governi del centro sinistra, che in alcuni casi (per esempio il Pdci, oggi riverniciato PCI) hanno votato l’infame aggressione imperialista alla Jugoslavia, oggi alzano le barricate contro una dichiarazione di autodeterminazione che ogni comunista dovrebbe accettare perché componente basilare del suo corredo di valori. Questo ceto parassitario di burocrati lontani dalle lotte e lontani dalla realtà ha fatto muro affinché Potere al Popolo Sardo non si presentasse alle elezioni con un programma per l’emancipazione della Sardegna, fondato sul diritto a decidere e focalizzato sulle questioni trainanti della questione nazionale e sociale sarda. Il risultato è stato che in Sardegna, a parte un paio di eccezioni, la rosa dei candidati è composta da gente mai vista nelle lotte reali. Purtroppo direi, ma anche per fortuna, perché tale dibattito ha segnato un solco ancora più netto fra i comunisti sardi che lottano contro la colonizzazione e quelli che invece ne sono agenti. Un solco che sarà utilissimo soprattutto all’indomani delle elezioni quando il filo della discussione potrà essere ripreso con i compagni (sardi e italiani) senza l’ansia delle scadenze elettorali.

Sul PSd’Az non credo ci sia nulla da dire. L’operazione del segretario Solinas, oltre a negare la stessa tesi uscita dall’ultimo congresso favorevole alla formazione di una alleanza delle forze sardiste e indipendentiste, dimostra che la storia di questo partito di notabili è sempre quella che ha portato una grande parte dei sardisti ad aderire al Partito Nazionale Fascista: una storia di miseria e vergogna coloniale! Al netto del fatto che l’alleanza con la Lega faccia rivoltare lo stomaco per le note posizioni di estrema destra di questo partito, vorrei capire che tipo di giustificazione politica possa avere per un sardista candidarsi in Lombardia, visto che il segretario Solinas sarà eletto in un blindatissimo collegio della Lombardia. Che interessi dei sardi andrà a rappresentare Solinas senza essere nemmeno stato delegato dai sardi?
Una cosa è la tattica che può essere anche spregiudicata, altra cosa è il mercimonio delle candidature. La nuova era del sardismo è il lombardismo? Per fortuna qualche sussulto di dignità interno è venuto fuori con forza con le posizioni di numerose sezioni e con la voce levata dal consigliere regionale Angelo Carta.

Partito Comunista. Ho apprezzato recentemente la campagna per le elezioni comunali di Roma e le posizioni molto chiare di rottura su Austerity e UE. Ma il PC di Rizzo è l’ennesimo partito paracadutato in Sardegna, senza alcun lavoro reale sul territorio ed è paradossale che proprio loro che fanno un discorso di ritorno al lavoro della talpa del vecchio movimento comunista poi corrano in fretta e furia a raccattare candidati improbabili giusto per essere presenti in un collegio. Inoltre sono pessime le posizioni che recentemente questo partito ha espresso sulla questione catalana dichiarando pilatescamente equidistanza “da Barcellona e da Madrid”. In un conflitto, quando non ti schieri, stai sempre favorendo il più forte: in questo caso il monopolio della forza detenuto da Madrid e di fatto ti stai schierando con i falangisti, i borboni, il PP e la stessa UE che in altre sedi dichiari di combattere. Qualcosa di peggio di una brutta caduta di stile. Spero che questi compagni possano correggere i propri errori per non riproporre il solito vecchio modello di comunismo centralista e autoritario, anche se le dichiarazioni del segretario Rizzo rilasciate nella sua discesa in terra sarda non promettono nulla di buono e si manifestano come l’ennesima dichiarazione dell’ennesimo partito colonialista: “senza la Sardegna non c’è l’Italia”.

Autodeterminatzione. Premetto che ho iniziato a partecipare al dibattito di Potere al Popolo senza farmi molte illusioni e prima che venisse ufficializzata la partecipazione del progetto dell’Autodeterminatzione alle elezioni italiane. Sinceramente non me lo aspettavo neanche. Avrei confidato in una mossa temporeggiatrice, puntando tutto sulle nazionali sarde con un percorso di un anno di diffusione e radicamento del progetto. Pensavo questo non perché avessi informazioni a riguardo, ma perché il ragionamento con il progetto Mesa Natzionale era proprio questo: lunga discussione interna, lungo percorso di radicamento, eventuale partecipazione alle elezioni.
Ma quel percorso è interrotto, come gli Holzwege di Heidegger e come la sua svolta filosofica, e anche Progetto Autodeterminazione rappresenta un cambio di parametro: da quello che ho capito i protagonisti di PA vogliono iniziare a radicare il progetto proprio sfruttando l’occasione elettorale italiana ed è su questo che divergo, perché nel corso del tempo ho maturato l’idea che proprio il momento elettorale è quello peggiore per battezzare un progetto. Non c’è nulla di male, per carità ma credo che la fretta elettorale abbia sempre portato una incredibile sfiga agli indipendentisti e ai sardisti conseguenti, perché li hanno portati a fare spesso i conti senza l’oste e ad acuire tensioni interne subito sfociate in gravi crisi strutturali di progetto. Prova ne sia che tutti i partiti o cartelli sardocentrici usciti fuori dalle elezioni senza la tempra del percorso di maturazione politica si sono frantumati come un oggetto bagnato nell’azoto liquido (la mia è nel contempo una critica e un’autocritica). Mi auguro che Autodeterminazione faccia eccezione, ma questa è la mia paura ed è questo uno dei motivi per cui non mi sono finora esposto schierandomi apertamente con questo progetto.
C’è poi la questione della partecipazione popolare. Credo che un progetto unitario debba fondarsi sulla partecipazione dei tanti cittadini sardi che hanno nel corso degli ultimi anni maturato una sensibilità favorevole al diritto a decidere. Partecipazione popolare che dovrebbe essere la base di ogni programma di liberazione e che in effetti è l’unico antidoto alla creazione di una logica amico-nemico dove chi aderisce è ben accetto e chi invece avanza dubbi e domande è visto con fastidio. In questo senso Mesa Natzionale, con i tanti incontri sul territorio, i suoi processi partecipativi come l’esperienza “Partimus dae tue” e le discussioni aperte, orizzontali e coinvolgenti su riforma dello Statuto, scuola sarda e sanità aveva iniziato a dire qualcosina di nuovo rispetto alle precedenti esperienze. E su questo mi sembra che PA  – visti i tempi della corsa elettorale – sia stato carente.

Credo che al di là di queste mie considerazioni critiche si debba però sostenere elettoralmente questo progetto, perché al momento rappresenta l’unica lista che riconosce il diritto all’autodeterminazione, che non deve rispondere alle segreterie dei partiti coloniali e che non viene riassorbita in altre logiche che con i bisogni del popolo sardo e la sua lotta di liberazione non hanno nulla a che fare.

Io credo che Autodeterminatzione possa e debba essere criticata sotto tanti aspetti ma credo anche che in questo momento non sia opportuno spendere il proprio voto altrove. Non credo sia utile nemmeno non votare, perché all’oggi il non voto (anche se consapevole e dichiarato) si somma ad un indistinto senso di ripulsa verso “la politica” (v. protesta di alcune categorie di lavoratori sardi) che è quanto di più lontano dalla nostra esigenza di avviare un percorso di liberazione nazionale.

Voterò dunque Autodeterminatzione con lo sguardo rivolto al dopo 4 marzo, perché credo inizierà allora la partita più complicata e significativa per la costruzione di un percorso di emancipazione nazionale e sociale del popolo sardo, un percorso che non inizia certo con queste elezioni né qui si concluderà.

Dichiarazione di non voto: la mia scelta

Sono imminenti le elezioni politiche italiane. Cosa ne pensano le forze politiche e intellettuali indipendentiste e anticolonialiste? La redazione di Pesa Sardigna ha deciso di ospitare diversi interventi sul tema. Qui proponiamo un articolo di Luana Farina Martinelli, poeta e militante del FIU.
Chiunque volesse può inviare il suo contributo alla e-mail della redazione pesa.sardigna.blog@gmail.com o indirizzarlo alla nostra pagina Facebook.

di Luana Farina Martinelli

Il 4 marzo 2018, da militante Indipendentista, per le elezioni Politiche italiane, così come per le Europee, al seggio, farò la mia abituale dichiarazione di non voto da mettere agli atti.

La farò prima di tutto, per coerenza, perché ritengo che un voto alle politiche italiane legittimerebbe e riconoscerebbe ulteriormente e implicitamente il potere dello stato colonialista italiano di decidere ancora per noi sardi, politicamente, economicamente, militarmente e culturalmente.
Diverso è un voto per le comunali e “regionali” che, per chi è indipendentista, sono “Natzionali”, e si è chiamati a impegnarsi realmente per la propria città e la natzione sarda.

Fotografia de Rina Sanna
Luana Farina (settembre 2017), foto di Rina Sanna

“Ma perché? – mi dice qualcuno – Capisco che tu non voglia votare partiti italiani o sardi filo-italianisti, ma ora c’è il nuovo Polo dell’AutodetermiNatzione!”

Certo, personalmente però ho dei forti dubbi su questo “Polo”:

  • Non credo che sia stata una scelta oculata esordire alle politiche e non alle “regionali”, perché sino al 2019, il “Polo” avrebbe avuto tutto il tempo necessario per radicarsi in Sardigna, ma anche presso le comunità sarde d’oltremare, con azioni forti, pratiche, visibili e condivise, riguardo le lotte per l’autodeterminazione e per la liberazione dal colonialismo italiano, di cui molti sardi che vivono fuori dalla loro terra, sono totalmente all’oscuro.
  • È innegabile che alcune delle “componenti storiche” di questo neo “Polo” siano state promotrici o abbiano aderito a queste lotte, in tanti anni di militanza; le hanno fatte e le fanno tutt’oggi, ma solo a titolo personale o di sigle. Allo stato attuale, a parte le assemblee pubbliche di presentazione, di stampo populista, in cui il programma illustrato è ancora troppo nebuloso e carente riguardo alcuni problemi, in questo “Polo” non vedo altro. Un esempio per tutti: come si fa a dedicare alla Sanità sarda solo 6 righe del programma e con termini obsoleti, quando sappiamo che del bilancio regionale 2018 (pari a 7,792 miliardi di euro), più della metà (3,488 miliardi) è impegnato per il settore sanitario?
  • Non credo che il Polo dell’AutodetermiNatzione, candidandosi alle politiche italiane, possa raggiungere un risultato davvero utile all’autodeterminazione della Natzione Sarda. L’esperienza di almeno un gruppo politico sardo presente in Parlamento lo dimostra. Resta sempre un can che abbaia ma non morde! Non ho mai creduto a chi dice “le cose si cambiano da dentro”. Facendo mie le parole di un illustre patriota sardo vivente, penso che “la frittata si possa fare solo rompendo le uova”!
  • Con alcune componenti di questo neo schieramento ho personalmente divergenze di pensiero troppo forti, perché provenienti o dalla politica italiana, anche di destra, alcuni con precisi incarichi politici/amministrativi o non hanno un passato, nemmeno recente, di attivismo nelle lotte che per un indipendentista sono fondamentali; intravedo anche da parte di alcuni una certa ambiguità “modaiola” , mentre altri mi pare sia saltati “sul carro dell’autodeterminazione” all’ultimo istante, tanto per non restare a piedi, ma in realtà o non sanno dove andare, oppure, abituati al potere (non solo politico), vogliono esserci a tutti i costi.
  • Ci sono poi le modalità con le quali, alcune componenti del neo Polo dell’autodeterminazione, in fase preliminare, in cui ci si confrontava e si valutava la possibilità di costruire qualcosa di nuovo, si sono relazionate, con l’indipendentismo “già esistente“ e attivo, in un modo che definirei “alla grillina”, con un atteggiamento che ho percepito come antidemocratico, perché calato dall’alto, pregno di pregiudizi e diktat, che anziché unire, lavoravano per zittire o fagocitare le voci “altre”.
  • La percezione che ho è quella che dietro questo frettoloso presentarsi alle elezioni politiche, in realtà si voglia, in previsione delle regionali (natzionali), valutare gli equilibri e le forze interne per candidature e spartizione di ruoli all’interno del Polo. Direi che ancora una volta ci troviamo di fronte a un modo “italo-colonialista-spartizionista” di pensare la politica.

La confusione comunque è tanta, anche nelle “alternative” che avrebbero potuto tentarmi, soprattutto della neonata sinistra che si presenta come “antagonista”, ma che è stata spesso assente dalle lotte per la liberazione della Sardigna dal colonialismo militare, dai veleni, dalla negazione della lingua e della cultura sarda, che ha sostenuto e sostiene ancora, un’ economia “aliena” basata sulla chimica e sulle armi, anziché su ciò che è “la vocazione naturale” della Sardigna: agricoltura, pastorizia, pesca, turismo popolare e diffuso, cultura e supporto alle imprese locali che la praticano.
Solo oggi a un passo dalle elezioni questa neo-sinistra (ma questo sta succedendo anche a destra) cerca maldestramente di fare propri temi che da molto tempo, nella pratica, non gli appartengono più.

Infine ci sono anche compagni di lotte comuni, che hanno deciso di presentarsi per la prima volta, e per i quali ho volentieri firmato la lista, ma solo perché credo che in democrazia, gli schieramenti di Sinistra, Democratici e Progressisti (seppur di matrice italiana) debbano avere la possibilità di competere, anche se non avranno il mio voto.

Ribadisco perciò la scelta di dichiarazione di non voto, che viene verbalizzata e permette di esprimere per iscritto il perché non si vota e non va a incrementare il premio di maggioranza, per questo la reputo una vera e propria azione politica, coerente, incisiva, e mediaticamente visibile, se fosse praticata in massa, rispetto all’astensione o al voto in bianco o nullo.

Infine, la dichiarazione di non voto crea un certo “disturbo” immediato all’interno del seggio perché costringe i presidenti a verbalizzare la dichiarazione con la motivazione prevista dalla legge “mi presento al seggio, faccio vidimare la tessera elettorale, non tocco la scheda, non voto perché non mi sento rappresentata da nessun partito e da nessun candidato” (o altra motivazione). Volendo si può anche preparare a casa la dichiarazione da far allegare al verbale e, se i presidenti si rifiutano di farlo, sono passibili di denuncia immediata. Tutto ciò deve avvenire senza discussioni e in perfetta calma. Per chi desidera praticare la mia stessa scelta, mi contatti via mail: luanedda57@gmail.com, invierò istruzioni dettagliate, il modulo stampabile e la dichiarazione di non voto da compilare e firmare in 3 copie.

Partiamo dalle nostre comunità locali

Sono imminenti le elezioni politiche italiane. Cosa ne pensano le forze politiche e intellettuali indipendentiste e anticolonialiste? La redazione di Pesa Sardigna ha deciso di ospitare diversi interventi sul tema. Qui proponiamo un articolo di Gianluca Collu, attuale segretario natzionale di ProgReS.
Chiunque volesse può inviare il suo contributo alla e-mail della redazione pesa.sardigna.blog@gmail.com o indirizzarlo alla nostra pagina Facebook.

di Gianluca Collu

Come partito indipendentista sardo non nutriamo particolare interesse nel prendere parte ad una competizione elettorale regolata da una legge come il Rosatellum, che sostanzialmente esclude le chance di rappresentanza dei soggetti politici nazionali sardi nel Parlamento italiano; anche per questo l’Assemblea Nazionale degli attivisti di Progetu Repùblica de Sardigna ha deciso che non parteciperemo alle elezioni politiche italiane del prossimo 4 marzo 2018.

Gianluca Collu

Fare i conti con la realtà significa prendere coscienza, al netto delle leggi elettorali, dell’effettivo peso politico dell’elettorato sardo nello scenario delle “democratiche” elezioni italiane: parliamo di un valore pari al 2,6% sulla media italiana, questo sempre che la partecipazione al voto rappresenti il 100% del censo, ossia che tutti i sardi aventi diritto si rechino nei seggi per votare. Di conseguenza, considerando il quadro generale tra l’attuale legge elettorale in vigore e l’effettivo peso politico dei voti sardi su scala italiana, risultano molto chiare due sole opzioni in campo per un partito indipendentista: nella prima ci si allea con uno dei poli italiani di centrodestra o di centrosinistra, considerato che 5 Stelle non stringe alleanze con i partiti; nella seconda, invece, correndo da soli, si partecipa per lo più a livello simbolico o di mera testimonianza.

Entrambe le opzioni, per quanto legittime, non rientrano nel nostro fine politico, non è il motivo per cui Progetu Repùblica de Sardigna è nato e non è il motivo per cui le nostre attiviste e i nostri attivisti lavorano ogni giorno.

Il senso dell’agire politico di Progetu Repùblica è un cambio di prospettiva che vuole mettere al centro del nostro orizzonte la Sardegna e le 377 comunità da cui è formata. Il nostro obiettivo è la costruzione graduale e non violenta di una Repùblica di Sardegna, prospera e giusta. Per fare questo, la sfida a cui sentiamo di dover partecipare sono le elezioni nazionali sarde, le uniche che ci permetteranno di spezzare l’egemonia triste e deleteria dei partiti italiani.

Come già abbiamo detto, la nostra campagna elettorale per il 2019 deve iniziare oggi, possibilmente partendo dall’impegno nelle nostre 42 comunità dove sono previste le amministrative del 2018.

Le famiglie sarde affrontano con sempre maggiori difficoltà e sfiducia la vita quotidiana, è notizia di questi giorni che il 39% ritiene che la propria condizione economica nel 2017 sia peggiorata rispetto all’anno precedente, addirittura il 10% pensa che sia peggiorata di molto. (dati ISTAT elaborati da SSEO).

È tempo di rimboccarsi le maniche e lavorare seriamente alla costruzione di una rete di cittadini disponibili a mettere in gioco le proprie competenze, il proprio entusiasmo, il desiderio di riscatto per la nostra terra e per i nostri figli e iniziare dare luogo a una rivoluzione democratica, capace di guidare i sardi e le sarde verso una condizione storica migliore sul piano materiale e immateriale, verso la costruzione della propria Repùblica.

Il futuro della nostra nazione dipenderà soltanto dall’impegno di ogni sardo per il benessere collettivo, e questo cambiamento potrà avvenire soltanto partendo dalle nostre comunità locali.

Per mettere in atto questi propositi è necessario un accordo, una strategia condivisa, tra i maggiori partiti indipendentisti, sovranisti e autonomisti. Un patto di responsabilità nazionale per giungere a una convergenza capace di realizzare un’alternativa di governo ai poli italiani forte e autorevole. Per queste ragioni è importante coltivare il dialogo e il rispetto, anche con quei soggetti indipendentisti che attualmente mettono in atto strategie che non si condividono, e confrontarsi sui temi e sulle possibili soluzioni ai tanti gravissimi problemi che affliggono il nostro Paese.