La guerra del Mater Olbia (tutti contro Caminera Noa)

Hanno lanciato un sasso nello stagno e indietro è tornato uno tzunami. Forse gli attivisti del nuovo soggetto-progetto politico sardo Caminera Noa nemmeno si aspettavano una tale levata di scudi (e di conseguenza anche una così grande focalizzazione di interesse) alla loro campagna contro il finanziamento pubblico all’ospedale di proprietà della Qatar Foundation “Mater Olbia”.

Si erano dati appuntamento sotto il palazzo regionale in una decina per annunciare le ragioni della manifestazione indetta davanti ai cancelli del Mater, sulla strada statale 125 Orientale Sarda, domenica prossima alle ore 11:00.

«È solo un’operazione di natura colonialistica, che poco ha a che fare con la sanità e molto con le logiche di mercato» – aveva dichiarato all’Ansa Sardegna Giovanni Fara, uno dei due portavoce. «Diremo che la sanità pubblica non si tocca – ha aggiunto l’altra portavoce, Alessia Etzi, insieme con il delegato della USB Enrico Rubiu, sindacato co-promotore della manifestazione – Il Mater è l’emblema di uno scambio tra Italia e Qatar che toglie risorse alla sanità pubblica, a danno di strutture anche di eccellenza presenti nel territorio sardo – dicono – i 58 milioni annui che la Regione stanzierà per il Mater potrebbero essere utilizzati per potenziare gli ospedali nei territori».

Il sospetto è che dietro ci sia una partita di giro legata  alla nuova legge urbanistica che, «se approvata – spiegano i tre referenti della mobilitazione – consentirebbe di sbloccare a favore del Qatar la costruzione di due milioni di metri cubi su circa 2300 ettari. Il Mater sarebbe semplicemente una contropartita, e non partirà sino a quando il ddl Erriu non avrà il via libera, ecco perché si registra tutta questa fretta di varare la legge sul governo del territorio».

Inoltre, a quanto pare, il Qatar punta anche su altri nodi economici e militari nevralgici, sono passate in sottotraccia le dichiarazioni del consigliere regionale dell’Upc, Pierfranco Zanchetta, il quale ha recentemente rivelato  che «dal prossimo anno i marinai dell’emirato dovrebbero perfezionare la loro formazione alla scuola allievi sottufficiali della Marina militare italiana Domenico Bastianini, uno dei pilastri della Marina italiana nella formazione di nocchieri, nostromi e tecnici di macchina. (…) La cooperazione tra la marina qatarina e quella italiana e’ frutto del lavoro svolto con un assidua presenza a Doha della ministra delle Difesa Roberta Pinotti- spiega Zanchetta-. La marina dell’emiro Al Thani ha annunciato anche l’acquisto di quattro corvette per la difesa aerea».

Qatar asso pigliatutto, qualcuno avverte, anche sull’affare “metano”. Insomma una vera e propria presenza economica pesante che non rende ben chiaro quali siano gli interessi effettivi e quali quelli usati come paravento propagandistico e cavallo di troia.

Una posizione non nuova quella esternata da Caminera Noa, già espressa a suo tempo dall’ex Consigliere regionale Claudia Zuncheddu, la quale aveva bollato quella del Mater una operazione neo-coloniale: «urbanistica e sanità trovano la sintesi nella più grande operazione neocoloniale italo-araba in Sardegna, il Mater Olbia. Sull’ambiguo ospedale nato su les affaires e gli scandali di Don Verzè fanno pace le grandi religioni e si riconciliano tutte le forze politiche di centro destra e di centro sinistra.

Sull’altare del Mater come ultimi sacrifici, a fine legislatura, si offrono Sanità Pubblica e Territorio. Passa il Piano di riordino della rete ospedaliera sarda, con la decimazione di interi servizi sanitari ed ospedali in tutta la Sardegna. Ci si avvia verso la privatizzazione del Sistema sanitario pubblico ed il ritorno al Far West nell’edilizia (…). A noi sardi dicono che intanto ci salverà il Mater Olbia, l’ospedale privato che funzionerà solo con i nostri finanziamenti pubblici, dicono. Ma i 58 milioni all’anno per dieci anni dalle casse sarde all’emiro non bastano più e l’apertura si rinvia da un’anno all’altro. È palese che insieme all’alibi della Sanità pressano gli interessi del cemento».

Queste e altre dichiarazioni però non avevano causato alcuna rivolta degli schiavi. Schiavi – per continuare a usare questa metafora letteraria – che invece si sono subito rivoltati al pensiero che la protesta si spostasse proprio ad Olbia e proprio davanti al Mater Olbia.

Così i giornali cartacei e on-line sardi sono stati tempestati di attacchi, alcuni al vetriolo, contro Caminera Noa.

A picchiare giù duro il consigliere regionale di Forza Italia Giuseppe Fasolino, che difende a spada tratta l’apertura di un «polo di eccellenza sanitaria in Sardegna, in grado di intervenire in tutte quelle situazioni che oggi costringono molti sardi a recarsi fuoridal’isola per le cure e a molti altri ad abbandonare i percorsi terapeutici per l’insostenibilità delle spese» (Nuova Sardegna, 12 giugno ). Fasolino nella medesima intervista ripropone poi il leitmotiv delle critiche standard a Caminera Noa: dire si al Mater non significa dire no alla sanità pubblica, il Mater sarà convenzionato, quindi sarà pubblico, il Mater non è sostitutivo ma integrativo, ecc..

Poi la presa di posizione del Tavolo Associazioni Gallura (Tag) attraverso la segretaria territoriale della CGIL e portavoce del Tag Luisa Di Lorenzo che si è detta addirittura «sorpresa, preoccupata e indignata dalla manifestazione indetta a Olbia da un gruppo indipendentista contro la nascita dell’ospedale Mater Olbia». La mobilitazione contro il finanziamento pubblico al fondo del Qatar sarebbe un attacco alla Gallura. Chissà se la segretaria territoriale della CGIL a suo tempo si è indignata alla stessa maniera per il contenuto della seguente relazione:

«la scelta strategica per noi è qualificare il nostro SSN, non privatizzarlo. È per questo che da subito ci siamo detti contrari all’apertura del Mater di Olbia che è stato visto da parte della politica della Provincia di OT come un volano di sviluppo. Perché invece non investire quelle risorse nell’efficientamento dei servizi pubblici? Forse quei capitali esteri si sarebbero potuti impiegare per sviluppare altri settori produttivi, senza contare che per noi non è indifferente da dove viene il finanziamento e dove vanno le nostre risorse» (stralcio della relazione della segreteria Funzione Pubblica della CGIL al convegno del 2015 sull’argomento).

Infine il PD olbiese che, dopo aver denigrato il profilo politico del nuovo soggetto-progetto politico («anonimi gruppi», «iniziativa di pochi, priva di senso, frutto di un’analisi semplicistica e riduttiva dell’argomento», ecc..), ricalca sostanzialmente le posizioni di Forza Italia sull’argomento, con toni se possibile ancora più a tinte rosa per l’iniziativa del Qatar: «il Partito Democratico di Olbia, da sempre sostenitore dell’apertura di un ospedale di eccellenza in città, riconoscendo il valore che tale iniziativa riveste, con la guida di eccellenza della Fondazione Gemelli e gli importanti investimenti del Qatar, si augura che tale iniziativa rappresenti l’ultimo “colpo di coda” di iniziative mai sopite contro un investimento fondamentale per la nostra città e i nostri territori».

Caminera Noa, per tutta risposta e senza scomporsi, ha diramato un lungo comunicato invitando tutte le voci critiche e palesemente ostili al pubblico confronto proprio in occasione della manifestazione. E per rilanciare la mobilitazione ha messo sul piatto nuovi argomenti che hanno anche la funzione di disinnescare tutte le critiche e gli attacchi subiti in queste 48 ore sulla carta stampata, sulle riviste on-line e anche alle immancabili numerose minacce e insulti arrivati sui social:

«Il 17 al Mater daremo la parola a tutti, anche a chi ci sta attaccando. Ma intanto chiariamo alcune cose fondamentali.

Rispondiamo alle molte critiche che sono arrivate e mezzo stampa e sui social alla nostra mobilitazione “Mancu unu citu in prus a su Mater Olbia e a sa sanidade privada”.

Nonostante si faccia di tutto per evitare di associare la realizzazione del Mater Olbia al ridimensionamento della rete ospedaliera pubblica, la verità è facilmente dimostrabile e tutta contenuta nelle diverse disposizioni che si sono succedute a cominciare dal 2014.

L’accordo stipulato, o meglio sarebbe dire imposto da Renzi a Pigliaru per agevolare “gli investimenti privati nelle strutture ospedaliere” è chiaramente riportato nella legge di stabilità 164 del 2014, nel cap. 16 ai commi 1 e 2.

Art.16. Misure di agevolazioni per gli investimenti privati nelle strutture ospedaliere.

  1. Al fine di favorire la partecipazione di investimenti stranieri per la realizzazione di strutture sanitarie, per la regione Sardegna, con riferimento al carattere sperimentale dell’investimento straniero da realizzarsi nell’ospedale di Olbia, ai fini del rispetto dei parametri del numero di posti letto per mille abitanti […], per il periodo 2015-2017 non si tiene conto dei posti letto accreditati in tale struttura. La regione Sardegna, in ogni caso, assicura, mediante la trasmissione della necessaria documentazione al competente Ministero della Salute, l’approvazione di un programma di riorganizzazione della rete ospedaliera che garantisca che, a decorrere dal 1° gennaio 2018, i predetti parametri siano rispettati includendo nel computo dei posti letto anche quelli accreditati nella citata struttura.
    2. Sempre in relazione al carattere sperimentale dell’investimento nell’ospedale di Olbia e nelle more dell’adozione del provvedimento di riorganizzazione della rete ospedaliera di cui al comma 1, la regione Sardegna nel periodo 2015-2017 è autorizzata ad incrementare fino al 6% il tetto di incidenza della spesa per l’acquisto di prestazioni sanitarie da soggetti privati […]. La copertura di tali maggiori oneri avviene annualmente all’interno del bilancio regionale […]”

Soldi pubblici quindi, e posti letto, da sottrarre al resto dell’isola per un’opera, il Mater, che forse mai vedrà la luce, mentre la rete ospedaliera pubblica viene costretta ad annaspare.
In tutta questa vicenda non può non saltare agli occhi che nella riorganizzazione della rete ospedaliera approvata dal Consiglio regionale nella seduta del 25 ottobre 2017 si fa riferimento solo alla prima parte della legge 164, e viene omessa completamente la parte in cui testualmente la Regione Sardegna “assicura l’approvazione di un programma di riorganizzazione della rete ospedaliera che garantisca che, a decorrere dal 1° gennaio 2018” si includano “nel computo dei posti letto anche quelli accreditati nella citata struttura”.

Svista o voluta omissione? Il “punto di riferimento per la Gallura”, costerà caro all’isola: 178 posti letto convenzionati in fase di avvio che diventeranno 242 a regime. Così, mentre la parola d’ordine per gli ospedali pubblici è “riduzione della spesa”, per il Mater, gli euro messi a bilancio ammontano a 55,6 milioni all’anno (Deliberazione di Giunta Regionale n.24/1 del 26/06/2014) e non ci sarà da rallegrarsi per i galluresi: a cambio di quest’opera, che forse mai verrà completata, e barattata per 2 milioni di metri cubi di nuovo cemento lungo la costa, già stanno chiudendo i reparti di Tempio e il presidio di Santa Teresa.

L’efficienza della sanità pubblica non può essere un mero taglio delle spese ma una reale riorganizzazione che garantisca uguali servizi di qualità per tutti, in maniera indistinta a prescindere dalla densità abitativa delle aree di interesse.
I galluresi come i restanti cittadini sardi hanno il sacrosanto diritto di curarsi, senza farsi prendere in giro da chi continua a promettere il paradiso a prezzi scontati e non cascare nella trappola di barattare i loro diritti con quelli degli altri sardi.

Detto questo, abbiamo deciso di aprire la nostra manifestazione a chiunque voglia confrontarsi con noi, anche se da posizioni critiche o addirittura antagonistiche. L’unica cosa che esigiamo è il rispetto del nostro diritto democratico alla libertà di opinione che non permetteremo a nessuno di mettere in discussione.
Per questo motivo Caminera Noa invita tutti i cittadini di Olbia e Gallura, singoli o associati, a partecipare domenica 17 alla manifestazione contro la privatizzazione della sanità sarda di cui il Mater Olbia è l’emblema, a sostegno della Sanità Pubblica, sempre più impoverita sia di risorse sia di servizi.
Chi è interessato si potrà iscrivere a parlare, a titolo personale o uno in rappresentanza di ogni organizzazione, movimento, associazione, sindacato ecc.; si potrà intervenire per esprimere il proprio parere FAVOREVOLE o CONTRARIO, nel rispetto della pluralità d’opinione. A tutti sarà dato il microfono, ciò a dimostrazione che Una Caminera Noa muove da presupposti sì di lotta, che vuol dire individuare un problema e portarlo all’attenzione del pubblico per informare, ma soprattutto di apertura al dibattito, partendo dall’incontro e non dallo scontro, con i territori che più soffrono di questo impoverimento sanitario pubblico, a differenza di chi sui social ha usato termini violenti e persino minacciosi. Caminera Noa ribadisce, in particolare ai giornalisti abituati ad etichettare a tutti i costi, che il nostro non è un progetto esclusivamente indipendentista, e che si tratta invece di un soggetto-progetto politico aperto e pluralista, nato un anno fa fuori da logiche di aggregazioni pre elettorali, in continua evoluzione, basato sui valori democratici fondamentali e condivisi: l’antifascismo, l’antirazzismo, la necessità di superare il liberismo come modello economico, la sostenibilità e il diritto all’autodeterminazione.»

 

Evento Facebook della mobilitazione
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Perché il Mater Olbia non giova alla Gallura

di Carlo Manca

Premessa: scrivo questo modesto contributo, sapendo già di fare un buco nell’acqua. Parlare di Mater Olbia è un argomento spinoso e scrivo questo articolo principalmente per un pubblico a cui non riuscirò ad arrivare. Non sappiamo quanta gente si affaccerà a quella nuova mangiatoia che viene presentata come il non plus ultra dei servizi ospedalieri in Gallura, ma sappiamo che piace perché, in assenza dell’accesso a diverse cure, un ospedale privato che le promette sembra meglio di niente. L’entrata in funzione del Mater si prefigura come un ennesimo accentramento di servizi in un territorio poco popolato, bisognoso però di decentramento e di uscita dalle logiche aliene alle esigenze delle comunità galluresi e sarde.

Fotografia de Una Caminera Noa
Banner della campagna di Caminera Noa

​La Caminera Noa il 17 giugno 2018 ha programmato una mobilitazione davanti all’ospedale Mater Olbia. Il motivo di questo presidio è presto detto: si manifesta per la volontà di mantenere pubblica la sanità in Sardegna, protestando affinché gli ospedali privati costruiti nell’isola non sottraggano i servizi che invece possono e devono essere erogati dalla sanità pubblica. Chiaro, lineare.

Ciò che la Caminera Noa propone è un radicale cambio di paradigma rispetto alla logica di gestione della sanità pubblica. Le retoriche su quanto il Mater Olbia sia un polo ospedaliero di eccellenza, fanno breccia nell’immaginario popolare a cui ultimamente il popolo sardo è stato educato. C’è tutta una mitologia dietro la privatizzazione dei servizi pubblici (fra cui gli ospedali) che prevederebbe che, sotto una gestione privata, le cose vadano meglio, la qualità del servizio sia più alta, il personale sia necessariamente più qualificato e non “incozzato” (di nomina politica, per intenderci). Aggiungiamoci il sempreverde ricatto occupazionale, che è ormai un classico in Sardegna che storicamente ha fatto breccia anche in altri settori per mezzo di raffinerie, petrolchimici, miniere, fonderie e industria turistica insostenibile e stagionale.
I miti sulla privatizzazione dei servizi pubblici si appoggiano reciprocamente a una serie di luoghi comuni.

Partiamo dal principio: per la gestione privata di un ospedale non esistono pazienti ma esistono innanzitutto clienti, ed è per questo che un servizio così fondamentale della modernità, quale è il diritto alle cure che tenda alla gratuità, viene considerato un servizio da erogare al meglio possibile solo perché il cliente (ops, paziente!) ha pagato e quindi lo pretende, come se, nella sanità pubblica, i singoli cittadini non stessero comunque pagando per il servizio attraverso i contributi e non potessero avanzare nessuna pretesa di miglioramento del servizio sanitario pubblico.
La differenza sta nel fatto che l’ospedale privato è un’azienda e che quindi, secondo l’immaginario attuale, non può essere contestata con argomenti politici, perché teoricamente propone un “prodotto” che si potrebbe tranquillamente non scegliere, mentre l’ospedale pubblico, che si può contestare politicamente poiché la gestione è data all’amministrazione pubblica, viene contestato troppo poco spesso per avere un reale peso incisivo sull’erogazione del servizio qualora quest’ultimo dovesse scarseggiare o non esistere proprio.
Assistiamo a scene di persone che possono pagare per andare in strutture private e fare la voce grossa per aver cacciato fuori i soldi, e poi vediamo poveretti che, sopraffatti dalla rassegnazione e dalla disorganizzazione, non sono ancora capaci di mobilitarsi per pretendere ciò che spetta loro e finiscono con l’abbandonarsi a sospiri e lamentele inconcludenti sulla sanità pubblica.
La sanità pubblica è una conquista delle classi più povere e bisogna essere consci che il diritto alla salute va difeso dalla privatizzazione e che non può essere negoziabile con nessuna logica imposta dal modello di gestione capitalistica.

Invece per quanto riguarda l’assunzione del personale, essendo l’ospedale privato un’azienda privata (ça va sans dire), è a discrezione del consiglio di amministrazione che valuterà in base ai propri parametri di valutazione. Nella sanità pubblica invece c’è necessariamente un concorso e questo basterebbe per rompere il mito secondo cui in quest’ultimo tipo di gestione ci siano solo assunzioni di nomina politica. È vero che purtroppo ce ne siano ed è da condannare ma ciò non rappresenta minimamente la totalità delle assunzioni. È vero però quest’altro aspetto: nel privato non ci sarebbero nomine politiche, poiché è sufficiente soddisfare le aspettative del “datore di lavoro”, cosa che assolutamente in sé non assicura l’assenza di personale raccomandato.

A proposito di ricatto occupazionale: il Mater Olbia non darà lavoro più di quanto ne avrebbe dato la sanità pubblica se tutti gli ospedali galluresi avessero lavorato a pieno regime, con tutti i reparti aperti e con tutto il personale in servizio. Che il Mater Olbia dia una possibilità di assorbimento occupazionale, è vero solo se non riusciamo a riconoscere che quei posti di lavoro sono sottratti alle strutture pubbliche del circondario. Quindi, che il Mater Olbia crei più occupazione di quanta ce ne sarebbe nella sanità pubblica, è falso.

Preoccupati per il miglioramento dei servizi sanitari in Gallura, si decide di mobilitare la popolazione sarda per protestare contro una struttura privata, ovvero il suddetto Mater, su cui saranno dirottati servizi e posti letto che invece sarebbero potuti essere in mano all’amministrazione pubblica e dislocati nelle strutture de La Maddalena, Tempio, Arzachena, Olbia. Il fenomeno del Mater infatti prevede un nuovo tipo di accentramento dei servizi sanitari che risulteranno sbilanciati su Olbia, in contrapposizione a ciò che le stesse comunità galluresi hanno sperato per anni.
Associazioni e singoli cittadini vorrebbero un miglioramento palpabile soprattutto per quanto riguarda cure che non vengono prestate nelle vicinanze, ad esempio manca il reparto diabetologia, ma è inspiegabile questo entusiasmo per una nuova struttura privata su cui verranno dirottate delle cure come se Olbia fosse in posizione baricentrica e come se la solfa dovesse cambiare per le comunità galluresi lontane da Olbia, come ad esempio Trinità d’Agultu, Santa Teresa o La Maddalena.
Assai vizinu.

Si legge perfino qua e là per la rete che si voglia negare alla Gallura la possibilità di avere tutta una serie di servizi. Falso, perché il problema sta nel fatto che proprio quei servizi che vanno dal punto nascite alla senologia fino alla diabetologia, sono stati tagliati o ridimensionati o mai aperti negli ospedali e nei poliambulatori galluresi, così come è successo in altri punti della Sardegna come Nuoro e Sassari (in cui si è dovuto faticare con anni di proteste per avere la Breast Unit), per essere invece affidati all’ospedale privato Mater Olbia. Quindi è da ritenersi falso affermare che non si voglia dotare la Gallura di determinate cure o di un tot di posti letto, perché in vero, quei servizi, la Gallura li avrebbe dovuti avere coperti dal pubblico e non dal privato a danno della gestione pubblica.

Avere questi servizi nel privato, comporta un costo maggiore per la Regione Sardegna che è competente in materia di sanità. Quei servizi di pubblica gestione negati al territorio gallurese, ripeto, sono stati progressivamente tagliati in altre strutture per essere affidati, a costo maggiorato, alla gestione privata del Mater. Cioè a costo maggiorato? Qualcuno dovrà pagare quei servizi: il paziente paga il ticket, perché il Mater è privato ma convenzionato, e il resto del costo della prestazione viene coperto dalla Regione Autonoma Sardegna, il ché vuol dire che pagherà la differenza al prezzo deciso dall’amministrazione del Mater.
Dinà pùbligghi in busciaca privadda e furisthera.

In una Sardegna sensata, le strutture ospedaliere private non dovrebbero esistere, ma così non è purtroppo. Le strutture private in Sardegna esistono, ma il vero scandalo che possiamo individuare nell’immediato è che le strutture pubbliche subiscano dei tagli, per poi vedere quei servizi precedentemente tagliati affidati alla gestione privata.
Dove si è mai visto che la gestione di un ospedale privato si possa vantare di essere complementare e non concorrenziale alla rete di strutture sanitarie pubbliche, quando nei fatti non è mai stato concorrente proprio perché è portato a diventare parzialmente sostitutivo? Il privato è necessariamente concorrente laddove il pubblico offre già un servizio, non raccontiamoci storie, ma questo pare che faccia eccezione nell’idilliaco clima che si è creato attorno al Mater: perché mai vantare la complementarietà, dopo aver assistito ad una progressione di tagli ai servizi di gestione pubblica fatti passare come apparentemente necessari? Necessari a cosa? Grazie al piffero che adesso si può parlare di complementarietà, dopo la cessione di servizi e posti letto al privato!

La Caminera Noa intende migliorare la qualità della vita della Gallura e di tutta la Sardegna e respinge al mittente ogni accusa di ostilità verso le comunità galluresi. Altrimenti non si spenderebbe in questa campagna che ha come parole d’ordine I) la difesa della sanità pubblica, II) la difesa delle piccole strutture ospedaliere diffuse sul territorio, III) la fornitura di servizi e cure attualmente assenti in Gallura. Nessuna simpatia per un ospedale che si prefigge di fornire anche quelle cure, ma che è privato ed utilizzerà denaro pubblico per operare in sostituzione e a danno degli ospedali e degli ambulatori già esistenti sparsi per la Gallura.

Faccio presente inoltre che parte degli attivisti di Caminera Noa sono galluresi e che questi si spendono già da anni in favore della sanità pubblica e in favore della decentralizzazione dei servizi su tutto il territorio gallurese, opponendosi strenuamente contro la logica liberista secondo cui, i servizi che non creano profitto o che servano a comunità troppo piccole per gli standard estranei alla Sardegna, non siano degni di essere erogati.

Confermeranno lor signori della Qatar Investment Authority, che la sanità è una direzione di arrivo del denaro pubblico e non una vacca da mungere per trarne profitto?

Carlo Manca
militante di Caminera Noa

Tèmpiu, Bolmea: una fràbbica liata a lu locu

Stabilimento Bolmea
di Luigi Piga

Lo scorso anno è stata detta la parola fine sulla vecchia ZIR di Tempio Pausania con uno stanziamento di 2,3 milioni di euro al fine di completarne definitivamente la liquidazione. Ancora oggi appare piuttosto incerto il futuro dell’area industriale, di fatto a totale carico del Comune di Tempio Pausania, elemento che certamente non ne facilita il rilancio.

In una situazione piuttosto critica, l’apertura nel corso del 2016 dello stabilimento Bolmea S.r.l, a otto anni dall’insediamento dell’ultima impresa produttiva nella ZIR, rappresenta una nota positiva per il tessuto socio-economico tempiese.

Ho visitato l’impianto produttivo Bolmea, situato in uno degli ultimi lotti al margine dell’area industriale, direzione “Tre Funtani”, dove alcuni giovani soci galluresi producono, confezionano e distribuiscono gelati con un proprio marchio da circa due anni. Il punto commerciale, situato nel Corso Matteotti di Tempio Pausania, è stato attivato a settembre 2015, pochi mesi dopo la conclusione dei lavori nello stabilimento.

Per saperne di più sulla storia di questa realtà produttiva, ho incontrato uno dei fondatori, il tempiese Marcello Muntoni, 37 anni, laureato in Economia e con precedenti esperienze lavorative di rilievo, come i tre anni ad Istanbul per conto della MDA Consulting. Gli altri soci lavoratori sono calangianesi: Claudia Brigaglia, 29 anni, Maurizio Campus, 38 anni, Piero Corda, 44 anni, ai quali si aggiungono altri due lavoratori dipendenti.

La visita è stata l’occasione per osservare la tecnica dei cicli produttivi e per discutere con Muntoni riguardo questa attività economica in forte ascesa.

Il gelato Bolmea si basa su un approvigionamento ed un primo trattamento del latte vaccino proveniente ogni giorno da Perfugas, tendenzialmente dalla prima mungitura. La fase di pastorizzazione rappresenta una delle principali innovazioni: il latte viene portato da 85° a 4° in meno di 2 minuti in luogo di circa due ore. L’impiantistica (dell’azienda italiana FDB) assicura una capacità di trattamento fino a 800 litri/ora.

Saluti Marcello, com’è nàta Bolmea?

L’idèa palti d’allonga. Ghjà illu 2009 eru pinsendi di frabbicà gelati, ma vi sò stati tempi longhi comu ispissu capittighja, pa diffarenti muttii.

Ci ni poi faiddà?

Celtu, l’idèa mea è nata faiddendi cun un vecchju amicu (Dario Fossati, milanesu, è in palti in Bolmea a livellu simbòlicu cu lu 2%, ndr) chi pa trabaddu cunniscia bè cun bè lu mundu di li gelati in scàla industriali: difatti è stata una di li passoni chi ha trabaddatu a lu pruzessu di ottomazioni pa contu di Algida; propiu da chi sò isciuti umbé di cunsiddi impultanti pa chissa chi era l’idèa mea, a lu cumenciu siguramenti no chjara e cu un caminu tuttu inn’alzata. Mi desi calche cunsiddu, comu muimmi, ma no è statu faccili pa nudda, palchì a palti sapè bé lu chi ‘oi fa o no voi fa, pa cumincià vi oni capitali! Chena chissi no s’anda a locu. Sciuarà di impignammi in un prugghjettu in Saldigna è statu naturali: lu sonniu meu è sempri statu chissu di fa l’imprisàriu, e trabaddà cu lu locu e pa lu locu undi socu smannatu. Aemu umbé di pussibilitài, chinci in Gaddura comu in tutta la Saldigna. Difatti, lu latti chi trattemu arrea da l’Anglona, di precisu da Pelfica, e guasi tuttu l’altu chi entra in chista fràbbica, oltri la folza trabaddu, è fattu in Saldigna: brucciata, miciuratu e frutta sò saldi.

Hai mintuatu li capitali chi selvini: undi l’aeti cilcati?

Aemu pruppostu un prugghjettu a Invitalia (ex Sviluppo Italia) un agenzia liata a lu Ministeriu di l’Accunumia italianu. Lu primmu prugghjettu cu la dummanda l’aiami mandatu ghjà illu 2009.

Iddhi diani dunca punì l’acchitti pa scummittì innantu a lu prugghjettu Bolmea?

Si, ma no tutti. Invitalia trabadda cu la Legghj n. 185/2000 innantu a l’agghjutu a li ciòani impresari, punendi una palti di li dinà a fundu paldutu e una cun cundizioni licèri. Chjaramenti un’alta bona palti è a garrigu nostru e anda turràta cu l’intaressu; a chista s’agghjunghj la spèsa pa l’IVA, chi in un prugghjettu come lu nostru pesa e no pocu.

Comu funziona Invitalia? A palti la chistioni finanziaria, puru iddhi ani culpi illi tèmpi longhi: a la fini sò passati 6 anni da la primma dummanda a candu aeti abbaltu.

Lu prugghjettu Bolmea è statu apprùatu una primma olta illu 2011, ma puru chinci la cosa è più imbuliata di cantu possia parì; l’appròu di Invitalia no li custrigni da subitu, pa lu mancu finz’ a candu no si ponarani li filmi illu cunvèniu.

Pudemu dì chi v’è un tempu di pròa?

Dimu di si. La dilibàra d’Invitalia è arriata illu 2011 ma da chissu momentu vi passani 24 mesi, lu tempu chi aemu autu pa pisanni la fràbbica. Invitalia, parò, s’ha presu puru 11 mesi pa la filma di lu cuntrattu, pa chistu aemu subitu dummandatu chi ci lacassini lu mattessi tempu. Invitalia, ghjustamenti, ci l’ha acculdatu. La fràbbica, dunca, è stata cumprita a fini 2014.

Intantu chi la fràbbica e la pràttica cun Invitalia sighiani, aeti cuminciatu a favvi cunniscì, passu passu.

Si, illu 2013 aemu fattu in manera di fa cunniscì lu gelatu Bolmea a Monti di Mola (Costa Smeralda), unde Harrods. Aiami lu locu nostru undi aemu fatt’ assagghjà lu gelatu pripparatu in Tèmpiu e falatu cu borsi-frigo. Poca roba, ma è statu impultanti pa cumincià a fa cunniscì lu chi dapoi saria divintatu Bolmea – Soffici Bontà.

Poi è arriatu l’accoldu cu un altu imprisàriu timpiesu, Carlo Balata, e la catena “Marcello” (la ditta pidda lu nommu da Balata minnanu, ndr). Pur’ iddu ill’anni ’60 aia cuminciatu cun pocu e s’è smannatu abbrendi puru fora Tèmpiu. Unde Marcello abà si poni cumparà li gelati ‘ostri, comu puru inn’alti bruttéi di Tèmpiu.

Si, aemu strintu un accoldu puru cun “Marcello” e da lu mesi di triula di l’annu passatu lu gelatu si po agattà illi bruttéi di lu Sig. Balata.

Paltugnu mannu e cummèlciu. Un liamu chi in Saldigna ill’ultimi 20-25 anni è statu siguramenti schilibratu, più e più in celti lochi. Una chistioni chi palti da allonga, da una tilziarizzazioni di l’accunumia salda pocu impustata innant’ a lu chi silvia a la Saldigna. Bolmea ha chjusu accoldi puru cun chistu tipu di paltugnu. Com’è andendi?

La chistioni di lu paltugnu mannu è difficultosa palchì in umbè di lochi è chjaru chi s’è pilmissu d’abbrinni finza che troppi e cun pochi reguli. No più pa prodotti chi chinci no aiami o pa aè un pocu più di scioaru, ma ha tuccatu tuttu lu chi è magna e bì fendi, passu passu, sparì bruttéi minori e no solu chissi. Pudemu dì chi in chistu momentu lu paltugnu di chista scèra òffri pussibilitài di malcatu in più e, più impultanti, no sciaccia lu chi è lu ‘alori di lu trabbaddu chi femu. Bisogna parò sta attinziunati: in casu cuntrariu, no aria nisciun sensu riscì a’è più malcatu tirendini un valori mal pacatu. Aemu chjusu più accoldi e chistu ci pilmettì siguramenti di carragghjà una bona palti di la produzioni. Faiddemu in chistu momentu di un 50%.

Linga, identitài e malcatu. Aemu più d’una olta faiddatu di smannà lu malcatu di rifirimentu, pa primmu chissu di lu locu undi la fràbbica mattessi pruduci. Prudotti saldi, impresari saldi, fattu in Saldigna…palchì no puru una palti di pubblicitài in Linga, Gadduresa e Salda? È una pussibilitài chi tiniti in contu pa un dumani?

Si, vi semu rasgiunendi da un pocu. La chistioni ci intaressa e saria più ghjustu. Siguramenti, parò, stendi in un malcatu cun legghj italiani, li talghitti doarani aè pa folza una celta palti in linga italiana, ma v’è siguramenti la manera pa signalà puru da chissu puntu di ista lu prodottu nostru chi è, comu hai dittu tu, tuttu saldu ed è ghjustù vulè vindì punendisi cu la linga chi ca’ cumparigghja faedda dugna dì.

In ultimèra, chjudimu cun un alta nuitài di Bolmea. Chistu ‘statiali aeti abbaltu ill’areopoltu di L’Alighera?

È un passagghju impultanti, la situazioni è bastanti critica ma noi pinsemu chi pa l’areopoltu vi siani boni pussibilitài di ripiddassi: semu spiranzosi innant’ a chistu. Pa un impresa minori comu la nostra chi è smannendi a poc’a pocu cridimu sia statu fattu un passu innanzi mannu illu caminu nostru. L’auguriu, pa noi cantu pa tuttu lu sassaresu, è chi la situazioni in Fertilia possia middurà e turrà a lu chi aemu cunnisciutu ill’anni pàssati, cussì comu middòria tuttu lu sistema di li traspolti in Saldigna, in lu chi è muissi pa li Saldi e pa un avvantàgghju turisticu.

Tratto da Zinzula.it al link