4 Novembre: per i sardi nulla da festeggiare

immagine liberamente tratta da I Nuovi Vespri
di Francesco Casula

4 novembre: anniversario della Vittoria. Ma vittoria di chi e di che?

Temo e sospetto che in occasione del 4 novembre anche quest’anno, si scateneranno le fanfare della retorica, patriottarda e militarista, con eventi, manifestazioni, raduni d’arma, conferenze e cerimonie solenni in molte città italiane. Senza alcun pudore. Infatti non c’è proprio niente da celebrare e tanto meno festeggiare alcuna vittoria. Infatti:vittoria di che e di chi? Quella guerra fu semplicemente una inutile strage, come la definì il Papa Benedetto XV. E in una enciclica del 1914 (Ad Beatissimi Apostolorum Principis),una gigantesca carneficina. Essa rappresenterà – è il grande storico Enzo Gentile, a scriverlo – “oltre che il tramonto della Bella Epoque, il naufragio della civiltà moderna. Una guerra nuova, completamente diversa da quelle fino ad allora combattute: per l’enormità delle masse mobilitate, per la potenza bellica e industriale impiegata, per l’esasperazione parossistica dell’odio ideologico”

1. Una guerra – scrive Freud – “che ha rivelato, in modo del tutto inaspettato, che i popoli civili si conoscono e si capiscono tanto poco da riguardarsi l’un l’altro con odio e con orrore”

2. Una vera e propria catastrofe annientatrice d’ogni forma di vita e civiltà, trasformate in cumuli di rovine: riducendo l’Europa a “un’oasi estinta e sterile” scrive il tedesco Ernst Jünger, “dove non c’è segno di vita per quanto lontano possa spingersi lo sguardo e sembra che la morte stessa sia andata a dormire”

3. Con centinaia di città sistematicamente distrutte, completamente cancellate dalla faccia della terra. Ma soprattutto con un ingentissimo numero di soldati sacrificati inutilmente: la sola la Italia ebbe 650 mila morti e 2 milioni tra feriti e mutilati. E insieme alla carneficina di vite umane, la devastazione e distruzione della natura. A descriverla in modo suggestivo è il romanziere francese Henri Barbusse, combattente sul fronte occidentale, che parla del Nuovo mondo costruito dalla guerra nel Continente europeo: “un mondo di cadaveri e di rovine ”terrificante, pieno di marciumi, terremotato”

4. Ma c’è di più: nuove e ancor più drammatiche conseguenze si profilavano all’orizzonte con la fine dei combattimenti e il Trattato di Versailles. Con il ridisegno dell’intera geografia europea secondo la volontà dei vincitori, si ponevano le premesse per altre tragedie: la corsa al riarmo e la militarizzazione di massa della società saranno alla base dei regimi totalitari come il fascismo e il nazismo. I 650 mila morti e i più di 2 milioni di feriti e di mutilati erano costituiti soprattutto da contadini, operai e giovani mandati al macello nelle trincee del Carso, sul Piave, a Caporetto e nelle decimazioni in massa ordinate dagli stessi generali italiani. Carne da macello fornita soprattutto dai meridionali siciliani, calabresi, campani, lucani e sardi, mentre i settentrionali per lo più erano produttivamente impegnati nelle fabbriche di armi e di cannoni. Sardi soprattutto, almeno in proporzione agli abitanti: alla fine del conflitto la Sardegna avrebbe infatti contato ben 13.602 morti (più i dispersi nelle giornate di Caporetto, mai tornati nelle loro case). Una media di 138,6 caduti ogni mille chiamati alle armi, contro una media “nazionale” di 104,9. E a “crepare” saranno migliaia di pastori, contadini, braccianti chiamati alle armi: i figli dei borghesi, proprio quelli che la guerra la propagandavano come “gesto esemplare” alla D’Annunzio o, cinicamente, come “igiene del mondo” alla futurista, alla guerra non ci sono andati. La retorica patriottarda e nazionalista sulla guerra come avventura e atto eroico, va a pezzi. Abbasso la guerra, “Basta con le menzogne” gridavano, ammutinandosi con Lussu, migliaia di soldati della Brigata Sassari il 17 Gennaio 1916 nelle retrovie carsiche, tanto da far scrivere in Un anno sull’altopiano allo stesso Lussu:”Il piacere che io sentii in quel momento, lo ricordo come uno dei grandi piaceri della mia vita”.

In cambio delle migliaia di morti, – per non parlare delle migliaia di mutilati e feriti – ci sarà il retoricume delle medaglie, dei ciondoli, delle patacche. Ma la gloria delle trincee – sosterrà lo storico sardo Carta-Raspi – non sfamava la Sardegna. Sempre Carta Raspi scrive: ”Neppure in seguito fu capito il dramma che in quegli anni aveva vissuto la Sardegna, che aveva dato all’Italia le sue balde generazioni, mentre le popolazioni languivano fra gli stenti e le privazioni. La gloria delle trincee non sfamava la Sardegna, anzi la impoveriva sempre di più, senza valide braccia, senza aiuti, con risorse sempre più ridotte. L’entusiasmo dei suoi fanti non trovava perciò che scarsa eco nell’isola, fiera dei suoi figli ma troppo afflitta per esaltarsi, sempre più conscia per antica esperienza dello sfruttamento e dell’ingratitudine dei governi, quasi presaga dell’inutile sacrificio. Al ritorno della guerra i Sardi non avevano da seminare che le decorazioni: le medaglie d’oro. d’argento e di bronzo e le migliaia di croci di guerra; ma esse non germogliavano, non davano frutto”

5. C’è da festeggiare per questo dramma immane? Magari spendendo soldi in parate militaresche? Non c’è niente da festeggiare. Ha ragione il combattivo e giovane sindaco di Bauladu, Davide Corriga Sanna, Presidente della Corona de Logu – l’Assemblea che raccoglie gli amministratori locali indipendentisti – a fare del 4 novembre “una giornata di riflessione sul prezzo pagato dalla Sardegna alla Prima Guerra mondiale, un tributo di sangue e di arretramento economico”.

Note bibliografiche 1.Enzo Gentile, L’Apocalisse della modernità, Mondadori, Milano, 2009, pagina 17. 2.S. Freud, Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte, trad. it. Carlo Musatti e altri, Torino, 1989, pagine 30. 3.E. Jünger, Boschetto 125, trad. it. Di A. Iaditiccio, Parma 1999, pagina 28. 4.Henri Barbusse, Il Fuoco, trad. italiana di G. Bisi, Milano, 1918, pagina 218. 5.Raimondo Carta-Raspi,Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 904).

Domani in piazza contro l’aggressione alla Siria

L’escalation non c’è stata e l’attacco militare di USA, GB e Francia (con il dichiarato appoggio logistico italiano che non manca mai) si è risolto in un attacco terroristico mirato ad alcuni centri di ricerca medica e ad alcune postazioni di Hezbollah (che con la Siria e i presunti gas non c’etra davvero nulla). In ogni caso la Sardegna è in gioco perché quando l’imperialismo muove i carrarmatini sulla cartina del Risiko planetario, la nostra isola sta sempre in prima linea, vista la centralità strategica sempre più manifesta anche nelle dichiarazioni degli stessi comandanti militari (leggere qui).

Domani a Cagliari un primo momento di mobilitazione di piazza contro guerra e occupazione militare lanciato dal Cagliari Social Forum. Di seguito il comunicato pervenuto alla nostra redazione:

Era da prevedere che gli stati che pensano di poter dominare tutto non sarebbero rimasti inerti vedendo la sconfitta della loro soldataglia costituita dai mercenari targati ISIS.  Essi, non appagati dall’aver ridotto gran parte della Siria ad un cumulo di macerie grazie alle milizie che loro ed i loro alleati (Israele,  petromonarchie e Turchia) avevano armato, e foraggiato, vedendo la vittoria sul campo da parte delle forze governative si sarebbero inventati un pretesto  un po’ per dare manforte ai loro mercenari rimasti sul campo e contemporaneamente  dare prova di forza con il lancio di un centinaio di missili.

 Anche stavolta si sono inventati il “casus belli”: le immancabili armi chimiche che il “dittatore” Assad avrebbe usato! Usato adesso che l’esercito dei jahidisti è in rotta! Senza portare nessuna prova che non fosse la loro parola, senza nemmeno la sceneggiata fatta in occasione dell’aggressione all’Iraq, delle ampolle mostrate da un generale USA ad un’attonita ONU,  hanno deciso di lanciare questi missili che possono significare l’inizio di una  nuova escalation.

Una escalation che ha un obbiettivo preciso: l’Iran.

E questo succede mentre i cecchini israeliani sparano su inermi manifestanti palestinesi uccidendone a decine e ferendone a migliaia fra l’indifferenza ed il menefreghismo della tanto blasonata “comunità internazionale”

Una tecnica, quella del mordi e fuggi che Io stato d’Israele pratica quotidianamente e che la Turchia ha copiato cercando di annettersi una parte del Kurdistan siriano anche qui con il consenso delle “Autorità” sovranazionali.

Constatiamo che a compiere tali atti che noi giudichiamo imperialisti sono quattro paesi NATO (Turchia, Gran Bretagna, Francia e USA) e un suo strettissimo alleato (Israele)

Assistiamo al silenzio o nel migliore dei casi a qualche tiepido balbettio da parte dei rappresentanti del governo e del parlamento italiano.

Noi condanniamo questi bombardamenti come atti di aggressione verso una Nazione sovrana.

Non ci accontentiamo delle prese di posizione pilatesche dei nostri rappresentanti.

Giudichiamo la NATO uno strumento degli stati imperialisti e per questo chiediamo con forza l’uscita da essa.

Chiediamo che nessuna base, nessun apporto logistico venga  fornito dall’Italia a Nazioni che esportano guerra e morte.

SIT IN MARTEDI’ 17 ALLE ORE 17 IN PIAZZA GARIBALDI A CAGLIARI

Per il Cagliari Social Forum:

Salvatore Drago

Forza e impotenza degli imperialisti

di Marco Santopadre

L’ennesima aggressione militare di Usa, Francia e Gran Bretagna contro la Siria aggiunge tensione a tensione, e dimostra se ce ne fosse bisogno l’irresponsabilità e la pericolosità di potenze imperialiste che, sostanzialmente estromesse dal Medio Oriente, cercano di riprendere protagonismo a suon di bombardamenti.
Bombardamenti ‘avvisati’ che non spostano di una virgola gli equilibri geopolitici e militari nella regione, ma intervengono in un paese sconvolto da quasi un decennio di destabilizzazione e guerra civile e in presenza di un ingente schieramento di uomini e mezzi dei paesi alleati di Damasco, in primis Russia e Iran.
Se Mosca e Teheran non hanno reagito è solo perché hanno preventivamente convinto Washington, Londra e Parigi e ridimensionare i loro piani di attacco limitandosi ad una provocazione militare grave ma priva di conseguenze, che paradossalmente dimostra l’impotenza delle potenze occidentali nell’area.
Un’impotenza che però potrebbe condurre gli Usa e i suoi alleati/competitori ad una rischiosissima escalation dalla quale potrebbe scaturire un conflitto militare su vasta scala e stavolta di tipo simmetrico.
Infatti Washington, Londra e Parigi, contrariamente al passato, non si confrontano più con piccoli paesi facilmente annichiliti come l’Iraq, la Jugoslavia, l’Afghanistan, la Libia, ma con potenze regionali pesantemente armate e organizzate e con potenze mondiali del calibro della Russia. Potenze che ad ogni mossa di Washington sono obbligate a reagire con mosse uguali e contrarie, all’interno di un innalzamento della tensione internazionale che ci immerge già in un clima di guerra e militarizzazione.
Senza dimenticare le schegge impazzite e imprevedibili rappresentate da Israele, Turchia e Arabia Saudita, desiderose di affermare i loro interessi, di imporre la propria egemonia o di agguantare la loro vendetta contro gli avversari di oggi e gli ex alleati di ieri. Nel mirino, neanche a dirlo, l’Iran e l’asse sciita uscito paradossalmente rafforzato da anni di destabilizzazioni e di conflitti che hanno indebolito il ruolo degli aggressori e seminato morte e distruzione in tutto il Medio Oriente.