Il gioco sporco dei pro-inceneritori

Di Antonio Muscas

Il Sole 24 ore, organo di Confindustria, prosegue la sua battaglia pro inceneritori. Attraverso la penna di Jacopo Giliberto a finire sotto accusa sono stavolta gli “indignati”, ovvero comitati, associazioni ambientaliste e singoli “che con il ‘no inceneritore’”a suo dire “riempiono le discariche e aiutano la malavita degli incendi.” Un’accusa pesante la sua, non c’è che dire, e non si capisce bene se il torto dei ‘no inceneritore’ sia dovuto più a ignoranza, a connivenza malavitosa o a entrambe. Nell’articolo a sua firma, pubblicato il 21 maggio 2019, ci sono due passaggi meritevoli di attenzione. Nel primo, in cui è contenuta la frase incriminata, afferma quanto segue:

“Inseriti i dati nei criteri della scienza econometrica il risultato è che per sbloccare il riciclo a Palermo, Napoli, Roma e in altre città nemiche dell’ambiente servirebbero inceneritori per 6,3 milioni di tonnellate di spazzatura l’anno. Cioè una quantità impiantistica ben diversa dal fabbisogno impiantistico di 1,8 milioni di tonnellate stimato da un decreto del 2016, quell’articolo 35 del decreto Sblocca Italia il quale disturba quegli indignati che con il “no inceneritore” riempiono le discariche e aiutano la malavita degli incendi.”

Le sue argomentazioni oltre ad essere fuorvianti sono intellettualmente disoneste, e i suoi ragionamenti hanno il grave limite di essere parziali e condotti utilizzando parametri di convenienza.

Se la politica non promuove e impone con provvedimenti adeguati politiche virtuose e subisce le pressioni di una classe imprenditoriale intenta a proseguire a puro scopo speculativo con pratiche obsolete, dannose e antieconomiche, non si possono accusare le vittime del sistema di esserne responsabili. Le discariche sono la conseguenza dell’assenza colpevole della politica. È tutto il sistema dei gestione dei rifiuti a dover essere messo in discussione e non esclusivamente la parte finale. Invece l’attenzione è concentrata sul mucchio senza considerare cosa lo genera. Il dibattito in questo modo inevitabilmente si restringe al finto dilemma discariche-inceneritori.

Ma anche così, andando più a fondo nella questione sollevata da Giliberto, se si mettono a confronto discariche gestite male con inceneritori gestiti bene, potrebbe anche valere la teoria del “piuttosto che la malavita è meglio incenerire”. Malauguratamente però, checché ne dica Giliberto, anche dietro gli inceneritori c’è il malaffare e lo dimostrano le numerose inchieste giudiziarie a riguardo: vedasi ad esempio il sequestro avvenuto ai primi del 2019 del cantiere per la costruzione del nuovo inceneritore di Tossilo disposto dalla procura (LINK).

Gli indignati del ‘no inceneritore’, dovrebbe sapere Giliberto, si oppongono sia alle discariche sia agli inceneritori perché, dati alla mano, entrambe le pratiche sono dannose e antieconomiche e soggette a infiltrazioni malavitose. Nel suo articolo di promozione a tutto tondo dell’incenerimento, o termovalorizzazione come gli piace chiamarla, omette di dire quali siano i costi economici di realizzazione e gestione degli inceneritori, i costi economici, sanitari e ambientali delle sostanze altamente inquinanti contenute nei fumi e nelle ceneri. Da quanto traspare dalle sue righe le ceneri e le emissioni sembrerebbero inesistenti, cosicché tutto quanto viene bruciato evapora o diventa utile sostanza riciclabile. Ebbene, per i 6,3 milioni di tonnellate di rifiuti da incenerire a cui fa riferimento, vengono prodotte non meno di 1,89 milioni di tonnellate di ceneri da stoccare in discariche speciali o miscelare nei cementi da costruzione e tra gli 8,82 e i 9,45 milioni di tonnellate di fumi caldi. Che poi gli inceneritori economicamente convengano dovrebbe venirlo a spiegare in Sardegna dove conferire in discarica costa circa 90 euro a tonnellata mentre all’inceneritore circa 190, ciò senza parlare dei buchi da decine di milioni di euro generati dalle gravi inefficienze di questi ultimi. E Cagliari è stata a lungo la città con la Tari più cara d’Italia nonostante conferisca i rifiuti all’inceneritore del Tecnocasic di cui è anche azionista. In Sardegna inoltre non si può scegliere dove conferire perché si incenerisce per legge: così dispose Oppi quando era assessore all’ambiente nella giunta Cappellacci, e Pigliaru durante il suo mandato non si è certo sognato di cambiare le disposizioni. Quindi in discarica va solo ciò che resta quando non

 

c’è più capienza o gli impianti sono fermi. Si potrebbe obiettare che quelli sardi son pessimi esempi da prendere a riferimento, e allora basta andare a vedere cosa ha già prodotto a livello di buco economico il mega inceneritore danese di Copenaghen prima ancora di aver acceso i forni (fonte).

Gli inceneritori, se gestiti bene, potrebbero anche convenire economicamente, ma per far ciò hanno necessità di andare a regime, essere condotti con estrema accuratezza, devono bruciare rifiuto secco ad alto valore energetico e continuare a godere di ricchi incentivi economici. I problemi si presentano quando anche una sola di queste condizioni viene a mancare e, solitamente, a parte l’ultima, una o più delle altre mancano sempre. Detto in altre parole: un inceneritore per avere un rendimento termico adeguato deve essere posto a valle di una buona raccolta differenziata affinché arrivi continuamente molta sostanza povera di umido e ricca soprattutto di plastiche; ma anche così, se non si raggiungono i quantitativi previsti a progetto, nonostante gli incentivi, la macchina si inceppa. Gli inceneritori nella realtà vengono alimentati con quello che arriva, solitamente rifiuto di pessima qualità, hanno rendimenti bassissimi prossimi allo zero e per garantire le adeguate temperature di combustione in caldaia devono essere addizionati combustibili fossili in generose quantità. Hanno costi di gestione molto elevati, crescenti esponenzialmente col livello di sofisticazione, tanto che diversi impianti in giro per il mondo sono stati chiusi in conseguenza degli esorbitanti costi dei sistemi di abbattimento dei fumi. Per dirla tutta, gli inceneritori rivestono notevole interesse in quanto, essendo equiparati agli impianti di produzione energetica da fonti rinnovabili, godono di sostanziosi incentivi economici (volendo, si potrebbero chiamare impianti diversamente fossili). Ma non promuovono il riciclo e il recupero perché devono necessariamente andare a regime avendo elasticità di funzionamento pressoché nulla. A titolo di esempio: un impianto dimensionato per 100.000 tonnellate/anno difficilmente può scendere sotto le 90.000 senza andare in perdita. In questo modo si vincola negativamente ogni prospettiva di incremento della differenziata.

Per dovere di verità Giliberto avrebbe dovuto confrontare i dati dei comuni virtuosi con gli inceneritori, anche quelli più efficienti, al netto degli incentivi però, per vedere chi ne esce fuori con le ossa rotte. E senza accusare i comuni virtuosi di ricorrere agli inceneritori, come ha fatto in articoli precedenti, come se fossero questi a poter decidere liberamente della destinazione ultima dei rifiuti residui e non invece le Regioni o le politiche statali.

Bene avrebbe fatto a sottolineare che, mentre l’Europa procede sempre più velocemente col suo piano per ridurre i rifiuti plastici, l’Italia sta a guardare e nessun impianto della filiera del riciclo è stato considerato “strategico” e “di preminente interesse nazionale” come invece sono stati dichiarati nel 2014 gli inceneritori con l’art. 35 dello Sblocca Italia, nessun piano efficace di riduzione dei rifiuti è stato messo in atto sino ad ora, nessuna regola è stata introdotta per imporre alle aziende di usare imballaggi davvero riciclabili. Altro che inceneritori “in secondo piano”!

Ma evidentemente l’interesse a promuovere gli inceneritori è molto grande, tanto che sono anni che Confindustria si scaglia contro comitati e Unione Europea (a proposito: la Corte Europea ha dato ragione ai comitati ricorrenti contro l’art. 35 dello sblocca Italia, a dispetto de Il Sole, Renzi e lega-5 stelle. Meno male che l’Europa c’è!, viene da dire).

Due note importanti:

1 – Nella raccolta differenziata la premialità è rivolta a chi fa più differenziata e non a chi produce meno rifiuti, perciò, paradossalmente, un comune che produce 100 kg di rifiuti pro capite all’anno con una differenziata al 50% viene penalizzato mentre un comune con 1000 kg anno pro capite e differenziata al 70% viene premiato. Eppure il primo produce appena 50 kg di residuo secco mentre il secondo 300 kg! Quale dei due, ragionevolmente, andrebbe premiato? La Regione Sardegna, a questo proposito, è una delle più contestate per il suo criterio totalmente indirizzato verso la differenziata fine a se stessa.

2 – I consorzi obbligatori per il recupero della materia utile come il Corepla sono in mano alle società produttrici di imballaggi che hanno tutto l’interesse a incenerirli e produrne di nuovi.

Questo, Giliberto si è dimenticato di scriverlo.

Nel secondo passaggio di interesse dell’articolo c’è una verità sulla quale c’è pieno accordo e nel quale si raccoglie tutta la sostanza attorno alla quale i comitati si battono contro discariche e inceneritori:

“L’autorità dell’energia e dei servizi a rete Arera, cui è stato assegnato anche il compito di regolazione del segmento dei rifiuti, lavorerà per ripensare il sistema attuale di calcolo della tassa rifiuti. «Oggi la Tari si basa sulla superficie della casa o dell’azienda e, per le famiglie, anche sul numero di persone. Sono strumenti inadeguati», osserva Beccarello. «L’Europa chiede che la tariffa

sia correlata con il principio che chi inquina paga (e quindi servono criteri di misurazione dei rifiuti prodotti) e con il principio di conservazione di risorse (bisogna calcolare la qualità e l’organizzazione del sistema di gestione dei rifiuti). Sarà un cambio di passo importante per stimolare comportamenti virtuosi nei cittadini ma anche nei Comuni e nelle aziende che danno loro il servizio di nettezza urbana».”

Di fatto dobbiamo produrre meno rifiuti e più riciclabili. Ed è questa la battaglia di comitati e associazioni, ciò che Giliberto racconta parzialmente, gettando intenzionalmente su di essi un’ombra oscura. L’economia circolare è in contrapposizione alla realizzazione di nuove discariche e inceneritori perché vanificano le politiche di riduzione della produzione di rifiuti. L’economia circolare non è, come equivocamente ha scritto Giliberto in un altro suo articolo del 22 novembre 2018, completata dalla termovalorizzazione. L’economia è circolare quando niente diventa rifiuto e tutto rientra in circolo. E fino a prova contraria le ceneri degli inceneritori finiscono stoccate in discarica e i fumi con tutti i loro inquinanti nell’aria che respiriamo.

L’Unione Europea (ancora: meno male!) a questo proposito imporrà a breve agli Stati membri vincoli sul recuperato invece che sul differenziato; con quest’ultimo sistema, infatti, si potrebbe paradossalmente avere anche recupero zero. Prova ne sia quanto è successo da quando la Cina prima e l’India poi hanno vietato l’ingresso di numerose tipologie di rifiuti provenienti dall’Occidente, tra cui plastica, carta e metalli: è saltata tutta la teoria sulla buona differenziata e in pochi mesi gli impianti di riciclo sono andati in crisi e i cumuli di rifiuti e di materiale riciclabile sono cresciuti vertiginosamente e non si sa più dove metterli.

Ad essere ridotta deve essere innanzitutto la produzione di rifiuti e deve essere fatto ogni sforzo affinché tutti i materiali prodotti siano resi riciclabili e possano effettivamente essere reimmessi nel ciclo produttivo o reintrodotti in natura. Cittadini e amministrazioni devono essere messi in condizione di svolgere la loro parte e dotati degli strumenti adeguati, non si può considerarli i maggiori responsabili quando è tutta l’architettura dei rifiuti nel suo complesso a non funzionare. Ecco perché il ragionamento sugli inceneritori è erroneo in quanto parte da un presupposto sbagliato, cominciando cioè dalla fine del ciclo e non dall’inizio.

Ma per andare nella direzione della minore produzione di rifiuti ci vogliono tanta volontà, determinazione, impegno e capacità politica, e molti investimenti per finanziare la ricerca e la promozione di attività virtuose. Finanziamenti che basterebbe togliere dagli incentivi per gli inceneritori e le finte pratiche rinnovabili. A quel punto si potrebbe anche imporre una tariffa di 500 euro a tonnellata, e allora sì che vedremmo le amministrazioni seriamente impegnate a ridurre l’ammontare del secco residuo.

Sarebbe conveniente anche per Confindustria se i suoi soci industriali fossero più preparati, illuminati e all’avanguardia e perciò desiderosi di mettersi alla prova con tematiche concrete, certo complesse ma oltremodo stimolanti

Su inceneritori e malaffare

Le mani della mafia sull’inceneritore

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