Fuori i vacanzieri sospetti delle zone rosse: è razzismo?

La grafica incriminata (e tacciata di razzismo) con cui Caminera Noa ha voluto stigmatizzare l’arrivo indiscriminato di residenti dalle zone ad alto rischio contagio che, nella maggior parte dei casi, si sono riversate in seconde case di proprietà e/0 in località turistiche.

L’ANCI Sardegna (l’organizzazione che raccoglie i sindaci dell’isola) lo scorso 7 marzo ha lanciato un grido d’allarme rivolto a tutte le istituzioni, statali e autonomistiche sarde. Sembra un periodo ormai lontanissimo, perché dal giorno dopo i fatti sono precipitati, ma vale la pena recuperare le richieste a firma Emiliano Deiana (presidente dell’ANCI).

Oggetto: Covid 19 controllo in entrata e in uscita dai porti e dagli aeroporti della Sardegna.

Mi permetto di scrivere alle SV Illustrissime per segnalare un fatto che sta destando grande preoccupazione nella comunità sarda sulle misure necessarie al contenimento del Covid 19.

Scrivo a nome dei sindaci della Sardegna che sono impegnati, in questa complicata fase, ad attivare tutte le possibili iniziative locali di informazione, conoscenza e prevenzione per il contenimento della malattia denominata Covid 19.

Come è noto a tutti la Sardegna è un isola. Può essere raggiunta solo via aerea o via mare. È difficile raggiungerla (per le ragioni note legate ai trasporti e alla continuità territoriale), ma è relativamente semplice controllarla in entrata e in uscita.

In questo contesto particolare importanza per il contenimento della malattia, oltre alle attività di prevenzione, rivestono i controlli negli aeroporti e nei porti sardi: per chi entra e per chi esce dalla nostra isola.

In Sardegna esistono un gran numero di “seconde case” di proprietà di nostri concittadini residenti in altre regioni che, così come segnalano i sindaci dei comuni costieri, si stanno trasferendo in gran numero in Sardegna anche dalle regioni fin’ora più esposte alla malattia oppure arrivano per motivi di lavoro.

Un mancato controllo – associato a una possibile moltiplicazione esponenziale dei contagi – potrebbe mandare in tilt il sistema sanitario regionale “tarato” (neanche troppo accuratamente) sui soli residenti in Sardegna e con un numero largamente insufficiente di posti di terapia intensiva. Un’insufficienza che potrebbe non tutelare né chi risiede in maniera stabile né chi vi risiede temporaneamente nel momento acuto della crisi sanitaria.

In quegli stessi giorni Solinas, che fino ad allora aveva girato a vuoto registrando video messaggi privi di contenuti e infarciti di retorica, ha finalmente chiesto al presidente del Consiglio Giuseppe Conte di bloccare le vie di comunicazione con le zone infette.

La risposta da parte del capo del Governo, per ben due volte è stata negativa. Di fronte a questa irragionevole presa di posizione di Conte il movimento popolare sardo Caminera Noa ha diramato un comunicato, in data 9 marzo, dove chiedeva il blocco degli accessi ai non residenti per almeno 30 giorni. Ovviamente le richieste non sono state ascoltate e in Sardegna si sono riversate migliaia di persone provenienti dalle zone rosse, molte delle quali si sono riversate nelle seconde case, spesso mostrando di non rispettare né il buon senso, né le norme vigenti.

Di fronte al tana liberi tutti e alla totale assenza di controlli e all’atteggiamento strafottente e imprudente di molti non residenti del Nord Italia, nonostante l’obbligo di quarantena nel frattempo imposto dalla Regione Sardegna, due organizzazioni politiche hanno chiesto al Governatore Solinas che facesse propria la misura messa in campo dal governatore della Toscana Rossi (di area centro sinistra) e cioè di notificare una richiesta di allontanamento ai non residenti provenienti dalle zone rosse. Così si arriva alle richieste di Liberi e Uguali e di Caminera Noa di allontanare i non residenti provenienti dalle zone infette nei giorni della dichiarata emergenza.

La Sardegna – hanno dichiarato in sintesi le due organizzazioni politiche –  correva il serio rischio di una crisi sanitaria senza precedenti, aggravato dal massiccio afflusso di non residenti provenienti specialmente dal nord Italia, arrivati nell’isola senza giustificati motivi e in aperta violazione del DPCM del 04/03/2020 e dal DPCM del 09/03/2020.

Secondo l’ANSA infatti sono state 13.000 le persone che si sono auto denunciate sul sito della RAS, mentre molti sindaci dei comuni costieri rendevano nota la presenza di numerosi non residenti provenienti dalle zone a rischio del Nord Italia.

L’appello al Presidente Solinas lanciato da Caminera Noa e Liberi e Uguali, così nella richiesta di emanare far valere appieno un’ordinanza sul modello di quella promossa dalla Regione Toscana n.10 del 10 marzo 2020, invitando ed eventualmente imponendo a chi, arrivato senza giustificata ragione, di ritornare nel proprio luogo di residenza, secondo il DPCM del 9/03/2020.

Paradossalmente le voci più critiche a queste proposte sono state quelle di due sigle di matrice indipendentista: Sardigna Natzione e LibeRU. La sera del 12 marzo il coordinatore di SNI Bustianu Cumpostu ha diramato un comunicato contro LEU (senza citare Caminera Noa). Eccone uno stralcio significativo:

 

La richiesta di LEU Sardigna inoltrata in modo pressante a Solinas, governatore della Sardegna ci preoccupa fortemente e ha tutti i sintomi di epurazione etnica e di cacciata degli untori.

LEU chiede a Solinas “Caro Solinas, è una pandemia: stop alle esercitazioni militari e via dalla Sardegna tutti i non residenti”.

 

Ieri mattina rincara la dose il partito guidato da Pierfranco Devias con un comunicato al vetriolo che prende di mira sia LEU sia Caminera Noa, soffermandosi soprattutto a screditare la posizione di quest’ultima.

 

Di seguito il comunicato integrale di LibeRU:

 

Riteniamo doveroso prendere le distanze e stigmatizzare le gravi posizioni assunte da Leu Sardegna e da Caminera Noa in merito alla gestione dell’emergenza sanitaria per il Covid-19, riprese sia dalla stampa sarda che da quella italiana.

Pensiamo che sia incredibile che due gruppi che asseriscono di essere di sinistra si rendano protagonisti di operazioni di caccia alle streghe di tipo etnico, approfittando della paura e dell’insicurezza dei cittadini e cercando di cavalcare un populismo razzista già fin troppo rappresentato in altri ambienti.
La richiesta di rispedire nel nord Italia le persone residenti, che si trovano attualmente in Sardegna, è una posizione di volgare demagogia prima ancora che rischiosa e tecnicamente impossibile, e in quanto indipendentisti di sinistra riteniamo opportuno sottolineare che noi non abbiamo niente a che fare con sedicenti indipendentisti e sedicenti gruppi di sinistra che professano simili aberrazioni.

Innanzitutto consideriamo ingiusto e contrario ai nostri principi qualsiasi ipotesi di espulsione delle persone su base etnica.
Il documento di Caminera Noa (correlato da una incredibile vignetta che raffigura un omino che prende a calci un altro omino) non chiede l’espulsione di tutte le persone che sono arrivate in Sardegna dal nord Italia, quindi non pone al centro il problema sanitario, dal momento che i virus non chiedono la residenza a nessuno. Chiede invece che vengano espulsi solo i “non residenti”, dimostrando che il problema sarebbero solo i residenti italiani, non le persone che possono aver contratto il virus. Trascura invece di ricordare che tra quelli arrivati dal nord Italia ci sono anche tanti sardi che lavorano, studiano o sono domiciliati nel nord Italia, ma stranamente “graziati” dallo status di “pericolosi”, evidentemente in quanto titolari di residenza sarda.
Noi pensiamo inoltre che deportare gente in zone in cui da parecchio tempo gli ospedali sono al collasso, non solo contribuisce al collasso ma è anche inumano in quanto moltiplica il problema e espone solo le persone a ulteriori rischi.
Pensiamo altresì che spostare migliaia di persone durante una quarantena metta in pericolo tutti, spostati e residenti, per cui anche tecnicamente questa proposta oltre ad avere costi e difficoltà inimmaginabili non risolve il problema nemmeno dal punto di vista sanitario, ma lo accentua soltanto.
Va per l’appunto specificato, proprio per depotenziare l’azione tesa a soffiare sulla paura di posti letto insufficienti, che chi attualmente si trova in Sardegna (di qualsiasi nazionalità sia) è comunque tenuto a rispettare le prescrizioni come tutti e se non è malato non grava in alcun modo sul sistema sanitario sardo, quindi si stanno solo alimentando paure infondate per basse operazioni di sciacallaggio politico.
In ultimo, i provvedimenti di “contenimento sanitario” (e dunque non di tipo etnico) si sarebbero dovuti prendere prima dello spostamento delle persone, non ora: ora siamo sulla stessa barca e tutti – ma a quanto pare non tutti – dovrebbero sapere che meno persone si spostano più in fretta si riesce a debellare il virus.
Perciò consigliamo a questi due gruppi non solo di studiare correttamente le regole elementari della convivenza civile ma anche quelle del corretto contenimento sanitario.

Caminera Noa dunque è tacciata di razzismo, di cavalcare la paura per istigare una «caccia alle streghe di tipo etnico» e la sua proposta viene derubricata  ad una vera e propria “deportazione”.

A rientrare nel mirino anche la grafica utilizzata da Caminera Noa: «una incredibile vignetta che raffigura un omino che prende a calci un altro omino». Evidentemente quella delle pedate era un’immagine consona quando il segretario di LibeRU ha dichiarato, lo scorso 22 febbraio in riferimento ad un cittadino di Carloforte che ha danneggiato alcune piante, quanto segue: «l’altro giorno ho detto che mi sarei augurato che i cittadini di Carloforte, assestassero quattro pedate a un delinquente che ha ucciso un ginepro ultrasecolare. In questo caso sono stato oggetto di critiche di veri non violenti».

 

Ieri stesso, sui canali di comunicazione di Caminera Noa si risponde sobriamente con una serie di FAQ a queste e altre obiezioni e accuse. Di seguito potete leggere le puntuali risposte del movimento:

 

ALLONTANAMENTO DEI NON RESIDENTI PROVENIENTI DALLE EX-ZONE ROSSE🆘🚷

RISPONDIAMO ALLE FAQ E ALLE FAKE NEWS

  1. La nostra richiesta al presidente della Giunta Regionale Solinas è un’operazione di caccia alle streghe di tipo etnico cavalcante la paura e il populismo razzista?
    – No: noi chiediamo l’allontanamento sulla base di serie e dettagliate motivazioni di carattere sanitario. La nostra richiesta al presidente della Giunta Regionale Solinas non prevede l’allontanamento di persone su base etnica: i non residenti possono essere sardi o non sardi, come anche i residenti possono essere sardi e non sardi. Le 11.000 persone potenzialmente contagiose, che in maniera del tutto avventata si sono fiondate in Sardegna – spesso nelle loro case vacanza e portandosi dietro i viveri, come puntualmente denunciato dai media e dall’ANCI Sardegna -, rappresentano una bomba ad orologeria potenzialmente letale per il nostro sistema sanitario.
  2. Caminera Noa chiede l’espulsione di tutte le persone che sono arrivate in Sardegna dal nord Italia senza porre al centro il problema sanitario?
    – No. Il documento afferma: «In sintesi chiediamo al presidente Solinas: di emanare immediatamente una ordinanza regionale di allontanamento per tutti i non residenti provenienti dalle zone infette (con chiaro riferimento a chi si è riversato in Sardegna a zone rosse già istituite dopo la fuga di notizie di ulteriori strette e non ai tanti studenti e lavoratori già presenti da tempo in Sardegna)». Il problema sono le persone che possono aver contratto il virus, non l’essere residenti fuori dalla Sardegna di per sé.
  3. Caminera Noa fa una differenza tra sardi e non sardi tra la massa di persone che si è precipitata in Sardegna dalle zone rosse nei giorni compresi tra l’8 marzo e oggi?
    – No. Abbiamo sempre distinto tra residenti e non residenti e non ci risulta che la residenza sia una caratteristica etnica.
  4. È vero che siamo poco solidali e che non intendiamo prestare aiuto ai cittadini del nord Italia bisognosi di cura e assistenza medica?
    – No, infatti abbiamo scritto quanto segue: «In Sardegna disponiamo di poco più di 130 posti in terapia intensiva (ora diventati 180 con tre nuove unità, ma comunque insufficienti se si dovesse presentare una situazione ancora più allarmante) molti dei quali già occupati da pazienti che ne hanno assoluto bisogno. Potremo essere solidali con pazienti da altre zone dello Stato solo se il nostro sistema sanitario non collasserà, e questo pericolo è concreto». Proprio per poter funzionare da cuscinetto sanitario, la Sardegna doveva rimanere “virus free zone”, cosa che purtroppo non è stata garantita dalla condotta irresponsabile e centralista del premier Conte e dai gravi ritardi del governatore Solinas.
  5. È vero che abbiamo proposta la deportazione dei non residenti?
    – Falso. La deportazione è un fenomeno duraturo e permanente di intere comunità su base etnica dal proprio luogo di normale abitazione. Non c’è nessuno di questi elementi: né l’individuazione su base etnica, né la permanenza del provvedimento, né lo sradicamento dal proprio territorio.
  6. Caminera Noa si è mossa in ritardo e ha avanzato proposte per il contenimento sanitario solo a cose fatte?
    – No. Caminera Noa ha chiesto fin da subito, cioè dal 9 marzo 2020 «Il blocco degli accessi ai non residenti per almeno 30 giorni», vale a dire dopo il secondo diniego di Conte alle legittime, seppur tardive, richieste di Solinas.

 

Sulla questione interviene perfino Selvaggia Lucarelli con un articolo sul Fatto Quotidiano. Ecco alcuni stralci del suo articolo:

 

E poi c’è la Sardegna. In fondo ai pensieri di tutti, lontana quel solito braccio di mare che pare infinito, preoccupazione di pochi e, con una pandemia in corso, occupazione di nessuno. Perché nessuno pensa alla Sardegna, alla fragilità di una regione che sembra più al riparo di altre e che invece ha paura.

Eppure anche lì, anche in Sardegna è arrivato l’egoismo del “continente”, anche lì i medici pregano, tutte le notti, di non ritrovarsi il pronto soccorso affollato all’improvviso, di non dover combattere una guerra più disarmati che altri, più lontani di tutti. In migliaia, nei giorni in cui s’è capito che il virus era arrivato e anche dopo, quando non ci sarebbe stato più il tempo per scappare, sono scappati in Sardegna. Qualcuno – chi in Sardegna ci va in vacanza e si è potuto permettere la fuga benestante – ha giocato d’anticipo, occupando le seconde case i primi di marzo, popolando residence e paesini che d’inverno sono deserti, dalla Gallura ad Alghero al sud dell’isola.

A Carloforte, per dire, gli abitanti in questi giorni sarebbero raddoppiati e lì non c’è alcun presidio sanitario in grado di gestire eventuali urgenze. I sindaci sono così spaventati che in quasi tutte le città e cittadine sarde passa una macchina col megafono per dire alla popolazione di stare in casa. La voce spesso è quella di speaker locali che offrono il servizio.

Certo, c’è un “piano strategico” per implementare i posti, ma questa è la situazione odierna. F., un anestesista presso l’ospedale di Oristano, afferma: “Tutti questi cittadini arrivati in Sardegna da zone a rischio e altre potenzialmente a rischio hanno popolato paesi fantasma, una scelta scellerata perché qui non siamo al Nord. È stupidità. Soprattutto per quello che poi combinano alcuni quando vengono al Pronto soccorso con quadri di insufficienza respiratoria. Mentono sull’anamnesi, non dicono niente e noi veniamo esposti al contagio. Tenere un anestesista adesso in quarantena vuol dire creare un danno enorme all’ospedale, specie in uno come quello di Oristano che ha 5 posti in rianimazione. Il più vicino con la rianimazione, se qui finiscono i letti in terapia intensiva, è Cagliari.

Questa gente doveva capire che se non ci sono più posti qui, poi non c’è una regione confinante in cui portarli, si fa la fine dei topi. O pensano che trasporteranno i malati via in aereo? Io ho già dovuto fare una breve quarantena assieme ad altri colleghi e pure il tampone perché alcuni pazienti sospetti mi hanno nascosto contatti con parenti che arrivano dal Nord. Questo vuol dire che in caso di urgenza sono fuori gioco. Ho perciò deciso che non vedo più nessuno tra amici e parenti finché non finisce l’emergenza, farò la vita del lupo solitario”.

Insomma, una situazione preoccupante, specialmente perché in Sardegna il menefreghismo dei connazionali in fuga è passato più inosservato che altrove. E perché se il numero dei contagiati dovesse crescere esponenzialmente come in altre zone d’Italia, le ambulanze, per quanto potranno correre da una città all’altra, a un certo punto si troveranno il mare davanti.

 

Siamo di fronte ad una razzista, populista di destra, discriminatoria su base etnica anche in questo caso? Ai lettori di Pesa Sardigna la valutazione ponderata.

10 anni fa: la Belle epoque dell’indipendentismo

di Marco Lepori

10 anni fa eravamo tutti più giovani e belli, non sentivamo il fiatone nel fare le scale di casa e non morivamo di sonno alle undici meno un quarto come succede oggi. E la barba lunga non ci faceva somigliare a dei clochard disperati, anzi ci dava maturità, e sbarbarci la mattina non ci donava una faccia da cadavere dell’obitorio, anzi ci toglieva qualche anno, seppure di toglierci qualche anno non ne avevamo bisogno, perché eravamo tutti più giovani e belli (ma questo può anche darsi che l’abbia già scritto, ché con l’età che avanza anche la memoria va a farsi friggere…).

Erano gli sfavillanti e scintillanti anni ‘10, in cui tutto poteva acadere, in cui tutto sembrava stesse per esplodere, la Belle Epoque dell’indipendentismo sardo: l’anno in cui toccammo il cielo con un dito!

10 anni fa, o giù di lì (non stiamo a contarci i brufoli sulle chiappe che non serve a nulla…), ci ritrovavamo a vendere le bombole di gas in una piazza di Sassari (non ricordo il nome, ma tanto se un giorno dovessimo farcela per davvero, a quella piazza il nome lo dovremmo cambiare, e cambieremo pure la statua che ha in mezzo visto che ci siamo, per cui tanto vale non sforzare troppo la memoria…) a metà prezzo; a bloccare le pale eoliche in campagna; ad occupare la sede di Equitalia etc. etc. E il motivo per cui facevamo queste cose, non c’è bisogno che ve lo spieghi io, che tanto lo conoscete già. E la notte poi, si usciva a fare attacchinaggio, con la colla fatta in mille modi diversi, che però non funzionava mai sul cemento ma solo sui manifesti degli altri; a piantare di nascosto arbureddi di compensato nelle aiuole del paese; a cercare di proiettare il simbolo nostro sulle mura del castello, a tipo Batman che si staglia nel cielo; a preparare bandieroni da srotolare a sorpresa in piazza, come la volta del comizio di Beppe Pisanu!

10 anni fa, avevamo fatto tutto questo casino per arrivare al 4%, in delle elezioni, quelle provinciali che noi chiamavamo regionali, che adesso manco esistono più! E non sto qua a specificare a quale movimento appartenevo all’epoca, tanto anche questo dovreste averlo già capito da soli (e se proprio non ci arrivate, VI DIKO TUTT IN PRV). Una percentuale che era bassissima ma che a noi sembrava altissima, talmente alta che subito dopo le piccole ali di cera si sciolsero e finimmo a faccia in terra a baciare l’asfalto ruvido. “Parlateci di Tramatza!” Ogni volta che scendo a Cagliari, faccio di tutto per non dovermi fermare all’autogrill di Tramatza, piuttosto la faccio dietro un guardrail, muoio di fame o di sete, raschio il fondo del serbatoio della benzina. Ogni volta che scendo a Cagliari, contro ogni mia volontà, capita che mi fermo all’autogrill di Tramatza e c’ho l’effetto “Cura Ludovico”. Guardo dall’altra parte della carreggiata, indico col dito il grande albergo (suppongo che sia un albergo…) sopra la stazione di servizio, o meglio ancora la sala convegni con terrazza panoramica e dico “Lì è dove è morta IRS!” (si è vero, avevo appena scritto che non l’avrei nominata, ma adesso ho cambiato idea). Inevitabilmente la persona con cui sto parlando, di solito il benzinaio, mi fa una faccia come a dire “E a me che minchia me ne dovrebbe fregare?”, spezzandomi il cuore.

10 anni fa, in una sala accogliente al centro perfetto della Sardegna, e di conseguenza, se i calcoli sono giusti, al centro perfetto del mondo intero (gloria eterna all’etnocentrismo sardignolo!), un centinaio scarso di persone/attivisti, “Meno degli iscritti al circolo bocciofilo di Latte Dolce!” (Cit.), se ne sono letteralmente cavati gli occhi gli uni con gli altri. E anche quelli, come il sottoscritto, che lì per lì non ci avevano capito un’acca del motivo per cui tutti gli altri si stavano cavando gli occhi, alla fine sono finiti col cavarsene gli occhi pure loro. Poi, ma solo poi, arrivarono anche le mail segretissime, le scissioni dell’atomo, le scatole vuote e le sale piene, l’alleanza col PD e vai col liscio. Ma, senza la “Giornata dei lunghi coltelli” di Tramatza tutto questo difficilmente sarebbe successo. Ed è piacevole pensare anche che, seppur non ne abbiamo alcuna certezza, senza quella clamorosa e forse inevitabile implosione il movimento sarebbe cresciuto ulteriormente (tanto di capello a chi continua a portarlo avanti!) e magari la Lega non avrebbe spadroneggiato indisturbata, almeno dalle nostre parti. Ormai però, i favolosi anni ‘10 appartengono al passato e a continuare a guardare indietro si finisce con l’invecchiare ancora più in fretta!

Una nuova segreteria indipendentista

la nuova segreteria di Progetu Repùblica de Sardigna

Pesa Sardigna aveva intervistato qualche tempo fa l’attivista di ProgReS Lucio Porcu in merito alla preparazione del congresso del partito indipendentista previsto per il 15 dicembre, ma non pubblicizzato. 

Di seguito il comunicato del patito che presenta la nuova Segreteria nazionale, tra cui lo stesso Porcu. 

Progetu Repùblica V Cungressu Natzionale – L’Assemblea Natzionale di ProgReS, riunita in Congresso il 15 Dicembre 2019 a Bauladu, ha eletto la nuova Segreteria del Partito ed il nuovo Presidente dell’Assemblea Natzionale. Ricoprirà il ruolo di Segretario Luigi Todde di Samugheo, coadiuvato da Sarah Poddighe Serra (Pozzomamaggiore – Resp. Organizatzione), Simone Silvio Lisci Sannai(Guspini – Resp. Comunicatzione), Piermario Schirru (Quartu SE – Resp. Formatzione) e Lucio Porcu (Sassari – Tesoriere Natzionale). E’ stato inoltre eletto alla Presidenza del Partito Adriano Sollai di Cagliari.

Nel prossimo mese verranno rinnovate tutte le cariche territoriali del Partito e gli eletti andranno a completare il nuovo Esecutivo Natzionale che rimarrà in carica fino al congresso del Dicembre 2020. Gli Attivisti del Partito ringraziano la Segreteria e l’Esecutivo uscenti e augurano buon lavoro ai nuovi eletti nella cariche di Responsabilità Natzionale.

Fintzas a sa Repùblica!

Cancellata l’autonomia del Kashmir. La mano pesante dell’India

foto tratta da Time

di Luana Farina

Kashmir e Jammu:  nuovo attacco all’indipendenza e all’autodeterminazione di un popolo.

pochi giorni fa il Primo ministro indiano Narendra Modi, leader del partito ultranazionalista Bharatiyva Janata, tramite il Ministro degli Interni, Amit Shah, ha annunciato la cancellazione dell’articolo 370 della Costituzione, che garantiva al Kashmir e allo Stato di Jammu, introdotto negli anni Cinquanta, di godere di un’ampia autonomia politica, fatta eccezione per la politica estera, la difesa e le comunicazioni.

Garantiva una propria Costituzione e una bandiera, vietava inoltre agli stranieri di acquistare territori nella Regione, onde evitare speculazioni e stravolgimenti di tipo demografico.

L’intento è quello di sostenere la maggioranza indù contro la minoranza musulmana, quindi non è un caso che con la presa di potere di Modi le violenze contro la comunità musulmana sono aumentare e l’induismo ha rafforzato il proprio nazionalismo.

Quindi il Kashmir è il primo luogo da colpire, perché, in caso di modifica costituzionale dell’articolo 370 i rappresentanti locali della regione autonoma, avevano già minacciato forti e decise reazioni e proteste per difendere la loro autonomia.

Considerato che le due regioni hanno la massima concentrazione delle basi militari indiane è ovvio che c’è anche un problema di servitù militari non facile da risolvere.

Perciò il governo Indiano ha già avviato un processo di “repressione preventiva“.

I leader locali sono stati arrestati, 20mila persone tra turisti e altri cittadini di fede indù presenti nella regione sono stati fatti evacuare, Internet, i servizi telefonici e le comunicazioni sono stati sospesi, con la motivazione, non suffragata da nessun fatto reale, di possibili attacchi terroristici; non è detto che a seguito di questo provvedimento legislativo e della repressione che si è già scatenata, non seguiranno davvero reazioni anche violente da parte di un popolo  che sta subendo l’ennesima umiliazione.

Non scordiamo che già a gennaio scorso a seguito dell’uccisione dei due giovani leader “ribelli” (il comandante Zeenatul Islam e il suo vice), avvenuta in uno scontro a fuoco ieri tra militanti indipendentisti e le forze governative, ci furono manifestazioni in cui 20 persone rimasero ferite, persone alle quali era stato impedito di recarsi al funerale .

A febbraio poi morirono altre 44 persone tra civili e militari durante scontri tra indiani e pakistani accusati di sostenere i ribelli del Kashmir e del Jammu.

La resistenza separatista, che ai primi degli anni 90 sembrava quasi sopita, dal 2016 è nuovamente in aumento a causa del grave conflitto tra India e Pakistan, ciò dimostra che il malcontento è esteso e la militanza indipendentista sta riconquistando le nuove generazioni delle due regioni sottoposte  a nuove misure repressive.

Rinasce il FIS. La parola a Bainzu Piliu

 

Bainzu Piliu è un volto noto non solo all’interno del movimento indipendentista sardo, ma rientra a pieno titolo nella storia della Sardegna. Al centro di incredibili vicende legate al cosiddetto “complotto separatista” di inizio anni Ottanta come capo politico del Frùntene pro s’Indhipendhentzia de sa Sardinnia e primo relatore universitario che ha fatto discutere una tesi in sardo, Piliu ha raccolto le sue memorie (e le sue idee politiche) in un libro, Cella n° 21 che presenta infaticabilmente in tutta la Sardegna. 

Con un laconico post social Piliu ha annunciato che entro pochi giorni “tutti gli interessati saranno informati sulla rinascita del F.I.S. e sui suoi ideali”.

Pesa Sardigna ha deciso di intervistarlo. 

21/3/07 – BAINZU PILIU – FOTO ITALO ORRU

-Chi frequenta le manifestazioni e le riunioni indipendentiste conosce bene il tuo volto. Sei impegnato in politica dagli anni Settanta, non ti sei ancora stancato di portare avanti la lotta per l’indipendenza?

Per il momento proseguo nella mia azione, è una scelta di vita, dopo tutto mi considero un ‘giovane adulto’ (qualsiasi cosa ne pensino i gerontologi) . Mi costerebbe di più arrendermi.

-Tutte le colonie e le nazioni oppresse che sono riuscite a liberarsi dall’oppressione hanno costruito fronti uniti di liberazione. In Sardegna invece proliferano tanti piccoli movimenti che perseguono  strategie spesso opposte.  Cosa ne pensi?

Nel novembre 1976 ho fondato il F.I.S.(Frùntene pro s’Indhipendhentzia de sa Sardinnia), proprio per realizzare quel che dici tu, ossia l’unione delle forze sardiste in campo, non ha funzionato, quello che auspicavo non si è realizzato. Non credo però che questa sia l’unica strada percorribile, vedremo in futuro.

-Da docente universitario hai fatto discutere [novembre 1981] la prima tesi di laurea in sardo e per questo hai subito anche richiami ufficiali. Il Consiglio Regionale ha appena approvato una legge di tutela della lingua sarda. E’ un progresso?

-La legge sulla lingua approvata nei giorni scorsi non sembra l’ideale, ma devo leggerne il testo, comunque non me ne preoccupo: le leggi si fanno, si rifanno, e si possono anche strappare … se necessario.

-Ha fatto discutere il recente accorpamento del Psdaz con il partito italiano di estrema destra “Lega”.  Cosa pensi di questo e di altri  accorpamenti di partiti sardisti o indipendentisti a partiti italiani?

Anche un’alleanza col diavolo può dare buoni frutti. Si tratta di vedere quale dei due contraenti sia più diabolico.

-Hai girato la Sardegna per presentare il tuo libro sull’esperienza repressiva subita a da te e da altri patrioti del Fronte nella celebre vicenda del “complotto separatista”. Cosa è cambiato da allora?

CELLA N°21 solo  in piccola misura è un’autobiografia, per il resto è un saggio storico-politico. Le presentazioni proseguono (ora siamo a quota 74) e in misura trascurabile servono a illustrare l’esperienza del carcere. Gli scopi che tendo a raggiungere sono altri.  Mentre negli anni ’70 e ’80 molti avevano paura a parlare di indipendenza, perché si correvano dei rischi immediati, ora il vocabolo ha perso la carica dirompente che aveva all’inizio e ne parlano in tanti, forse non sempre consapevoli del significato pieno del termine, e ancor meno consapevoli delle responsabilità e dei rischi che questa scelta comporta nei tempi lunghi. Io intendo suscitare dibattito sull’argomento e consapevolezza. Oggi, ai governanti italiani l’azione delle varie organizzazioni ‘sardiste’ potrà apparire poco più che folcloristica, niente di cui doversi preoccupare. Come dargli torto? Però, che dall’indipendentismo originario siano spuntati parecchi polloni  è un bene, nel tempo qualcuno potrà divenire robusto e rendersi temibile, al momento una fusione fra loro mi sembra impossibile ma, come ho già detto, non credo sia indispensabile per raggiungere l’obiettivo: in campo mondiale vi sono diversi esempi significativi.

Caminera Noa comincia a camminare

Si sono dati appuntamento al centro servizi di Bauladu per la terza assemblea plenaria gli attivisti del progetto politico e sociale “Caminera Noa”, nato lo scorso 23 luglio a S. Cristina di Paulilatino.

Presenti numerosi soggetti e realtà politiche e sociali di tutta l’isola provenienti dal mondo dell’ambientalismo, del municipalismo, del mutualismo, dell’indipendentismo, della sinistra rivoluzionaria. Tante sensibilità e prospettive certamente diverse, ma tutte concordi su alcuni principi fondamentali: sostenibilità, antirazzismo, autodeterminazione, diritto a decidere e contrasto al liberismo per uno sviluppo dell’economia e della società che apra nuove prospettive per il futuro della Sardegna e dei suoi abitanti, e che ne valorizzi la natura, la cultura e la storia.

La solidarietà alla resistenza della città curda di Afrin stretta sotto assedio dall’esercito turco e dalle milizie  jihadiste 

L’assemblea, trasmessa in diretta streaming e ancora visibile sulla pagina Facebook di Caminera Noa, si è aperta con la lettura di un pensiero di Vincenzo Pillai, lo storico attivista politico e militante sindacale di Selargius recentemente scomparso. Subito dopo sono comparse diverse bandiere della resistenza curda e un’attivista ha letto un documento di solidarietà alla resistenza di Afrin, la città del Kurdistan siriano stretta sotto assedio dall’esercito turco e dalle milizie jihadiste sue alleate.

La presidenza della Plenaria di Caminera Noa

I lavori sono stati moderati dai giovani giornalisti Essia Elisabeth Sahli e Davide Pinna. Sono stati tanti gli interventi e le proposte avanzate, ed è stata spietata la lettura delle elezioni politiche dello scorso 4 marzo: «Il Novecento è finito – ha sostenuto il direttore del Manifesto Sardo Roberto Loddo – e noi dobbiamo riprendere il percorso partendo da questa consapevolezza, proponendo nuove pratiche e nuovi modi di fare politica per riconquistare la fiducia delle persone, contaminandoci con i conflitti che si dimostrano capaci di fare passi avanti, come per esempio lo sciopero di genere dello scorso 8 marzo».

Le proposte di azione hanno toccato ogni nervo scoperto dell’attuale situazione politica, sociale ed economica in Sardegna: dal  lavoro, con proposte per la creazione di sportelli informativi e di sostegno su diritti e buone pratiche da adottare (in particolare in vista del lavoro stagionale estivo), progetti sul lavoro di comunità e per un’agricoltura contadina, alla questione fiscale, per una gestione diretta e progressiva della fiscalità in Sardegna (seguendo l’esempio di altri modelli europei realmente adottabili come quello scozzese) che aiuti le fasce di reddito più deboli e ri-distribuisca la ricchezza. Sino al tema ineludibile del diritto alla sanità gratuita per tutti i cittadini.

Un momento della discussione sulle forme organizzative durante la sessione del pomeriggio

In serata la discussione si è accesa sul come continuare. La sintesi è la creazione di un coordinamento di attivisti che si ritroverà il prossimo 8 aprile per dare corpo alle decisioni prese. Se l’obiettivo di Caminera Noa era l’esortazione contenuta nello slogan in lingua sarda “Cumintzemus a caminare” si può dire che sia stato raggiunto, perché la Caminera, dopo la partecipata assemblea di ieri, proseguirà tappa per tappa con gli obiettivi prefissati.

Per seguire le prossime tappe del cammino di Caminera Noa o per visionare la registrazione andata in diretta streaming cliccare qui

Potere al popolo: progetto neocentralista?

di Andrìa Pili

Penso che la nascita di un progetto di Sinistra coerentemente alternativo al PD, in discontinuità con il passato centrosinistra, sia qualcosa di positivo con riferimento al contesto politico italiano. Perciò guardo con rispetto alla nascita di Potere al Popolo, a differenza di altri soggetti politici, come quelli che hanno dato vita a Liberi e Uguali, che non rappresentano – al di là di qualche slogan retorico comunicativo – alcuna garanzia di cambiamento, a mio modo di vedere.

Tuttavia, ho letto alcune parti del programma di Potere al Popolo e, pur condividendone molti punti, credo ce ne sia uno molto contraddittorio: “ripristinare il Titolo V della Costituzione com’era prima della riforma del 2001”.

Questo significherebbe almeno due cose: ripristinare il principio secondo cui le Regioni possono emanare delle leggi purché “non siano in contrasto con l’interesse nazionale” (dopo il 2001 questo passaggio è sparito, mi pare importante); annullare le competenze che la Sardegna aveva conquistato grazie a quella riforma, in particolare sulla legislazione concorrente in istruzione, ricerca, tutela e sicurezza del lavoro. Un altro punto importante della riforma del 2001 – che tutti i manuali sottolineano – è il passaggio da un articolo per cui la Repubblica “si riparte in Regioni, Provincie e Comuni” ad uno per cui la Repubblica ” è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”, giungendo ad una visione più orizzontale dei rapporti, il che non mi pare poco. Tale punto del programma è in contrasto con altre sue parti come “Una nuova Questione Meridionale” e quella sull’ambiente, in cui si parla di “democrazia dei territori contro un modello centralizzato orientato da interessi multinazionali”.

Se non si prevede una riforma migliorativa, in senso federale, della Costituzione – mi pare che si parli solo di una sua difesa o rilancio – non capisco come abolire l’attuale Titolo V possa andare d’accordo con punti che esaltano la democrazia locale e la discontinuità con le modalità con cui i governi italiani hanno affrontato la questione meridionale e isolana: “la fine di una strategia che vede nel meridione una mega discarica, o una mega centrale elettrica per il paese; la difesa dei territori dagli appetiti speculativi di imprenditori nostrani e grandi multinazionali, l’affermazione di un modello di economia alternativo, che accanto a produzioni qualificate valorizzi la bellezza, la storia, la terra, le nuove tecnologie, la cultura di città che sono da sempre luoghi di pace, crocevia di popoli e culture”.

Penso che questo punto controverso possa essere spiegato, provando ad entrare nella mente di chi l’ha voluto, con un ragionamento su come i governi locali possano ostacolare la grande rivoluzione voluta dal governo centrale egemonizzato da Potere al Popolo. Si tratta di una prospettiva che – allo stato delle cose – è campata in aria, visto che è improbabile che, da qui a marzo, PaP possa anche solo pensare di avere un parlamentare. Se pensiamo ad un progetto a lungo termine, credo che tale proposta sia un passo falso, rivelante anche una componente ideologica anti-regionalista oltre che una questione pratica come il contrasto dell’atteggiamento reazionario delle classi dirigenti regionali. Ovviamente, un’impostazione del genere rivela un’idea dannosa, paternalista, di un governo centrale che si pone, nei confronti di Meridione ed Isole, come un’autorità salvifica; il che si pone in contraddizione con l’idea di protagonismo popolare “dal basso” su cui il progetto si fonderebbe. Inspiegabile se consideriamo che è stata una realtà vivace come quella napoletana – ex opg Je so pazzo – a contribuire in modo determinante a dare vita a questo progetto.

La Sardegna diede la più alta percentuale di No alla riforma renziana della Costituzione; probabilmente, un rifiuto così massiccio si può interpretare proprio come la volontà di difendere l’autonomia regionale minacciata (malgrado degli accordi farlocchi fossero stati sventolati per dimostrare il contrario). Vedo come contraddittorio anche citare quella vittoria referendaria, se l’aspetto “regionalista” viene fatto passare in secondo piano.

Per i compagni sardi che hanno aderito a questo progetto politico mi pare sia essenziale chiarire le contraddizioni dei punti che ho richiamato, sempre che siano veramente sensibili alla questione sarda. Ho letto, al contrario, delle reazioni riprovevoli alla proposta dei compagni sassaresi di mettere nero su bianco il diritto del popolo sardo all’autodeterminazione e l’abolizione del principio di unità e indivisibilità dello Stato. Conosco dei compagni italiani che hanno più capacità di comprendere la questione di certi compagni nostrani; nulla di nuovo se pensiamo che per far capire al PCI sardo l’importanza dell’autonomia regionale ci volle qualche rimbrotto di Togliatti.

La questione dei poteri autonomi penso che, più che a partire dalla qualità delle classi dirigenti regionali – e tra l’altro non mi risulta che la qualità di chi amministra il governo centrale sia migliore, anzi quelle regionali/locali sono peggiori forse proprio nella misura in cui sono legate alla prima – si debba valutare in base alle possibilità che si aprirebbero per le comunità, le quali possono incidere di più, con la propria azione, sulle scelte di un pessimo governo locale piuttosto che su quelle di un pessimo governo centrale. In Sardegna è sicuramente così. In ogni caso, considerando tanto l’avversione dei compagni sardi al diritto all’autodeterminazione del proprio popolo che l’incomprensione del federalismo in Italia, ci troviamo di fronte all’ulteriore conferma del fatto che ogni ragionamento di alleanze con forze alternative italiane debba avere, come necessario passaggio preliminare, la formazione di un indipendentismo/nazionalismo sardo di massa.

Giovani indipendentisti europei a Cagliari

L’organizzazione giovanile indipendentista Scida Giovunus Indipendentistas organizza “Atòbiu2017 – 4th International Meeting of young Independentists”. Siamo alla quarta edizione dell’importante incontro  internazionale dei giovani indipendentisti europei in Sardegna.

La prima e la seconda edizione degli incontri tra organizzazioni giovanili indipendentiste europee furono organizzate dai comitati studenteschi Scida2013 e Scida2014, la terza edizione è stata organizzata da Scida Assotziu Indipendentista nel Novembre 2016. Quest’anno saranno ospiti dei giovani indipendentisti sardi i ragazzi della JERC dalla neonata Repubblica Catalana e quelli di Sanca Veneta dalla Nazione Veneta.

PROGRAMMA COMPLETO ATOBIU 2017
– 24 Novembre h 18.00 – Sala Maria Carta, Via Trentino | Atòbiu2017 – Presentada delegatzionis | Press conference | Presentazione dei delegati e conferenza stampa

– 25 Novembre h 17.00 – Su Tzirculu, Via Molise 62 | Atòbiu2017 – 4th International Meeting of Young Independentists | Convegno con i delegati internazionali di JERC e Sanca Veneta

– 25 Novembre h 20.30 – Su Tzirculu, via Molise 62 | Atòbiu2017 **Arrogalla** | **Bujumannu** @Su Tzirculu – Default | Concerto e festa di chiusura dell #Atòbiu2017

Gli Stati contro i Popoli e i cittadini

di Francesco Casula

Una violenza brutale cieca ingiustificata. Contro cittadini. Contro anziani. Contro giovani. Inermi. Con le braccia alzate. Con in mano il semplice documento per votare: arma che terrorizza lo stato franchista di Madrid.
Uomini e donne catalane: rei solo di voler liberamente e pacificamente esprimere il proprio pensiero su come autogovernarsi. Su come gestire il proprio destino.

È la politica degli Stati dei manganelli: è la “forza” bruta, la massima espressione della loro debolezza. Della loro decadenza.L’ultimo colpo di coda.
Stati in avanzata putrefazione. Vie più antisociali, burocratici, inefficienti. Fonti di crescenti disuguaglianze, ingiustizie, malessere.
Con Partiti di stato e di regime, corrotti. Con leader cialtroni e analfabeti. Risibili.
Stati controparti dei cittadini e dei popoli, cui sempre più negano diritti sociali e civili: il diritto al lavoro, alla cultura, alla salute, al benessere.
Stati oppressori delle minoranze nazionali, delle piccole patrie, delle nazioni non riconosciute: deprivate della loro identità, storia, cultura, lingua, memoria.
Nazioni senza stato incorporate coattivamente e imprigionate in confini artificiosi, imposti dalle superpotenze, stabiliti da trattati e da gerarchi mondiali in base a ragioni geopolitiche ed economiche.

I Catalani, con la loro rivoluzione dal basso partecipata, ubiquitaria e gioiosa, hanno indicato la rotta.
Tocca agli altri popoli oppressi, tocca a noi sardi costruire, autonomamente solidamente e unitariamente, il nostro processo e progetto di autogoverno, autodeterminazione e di INDIPENDENZA.
È un nostro diritto storico. Basato sulla nostra identità etno-nazionale, culturale e linguistica.
Occorre la nostra volontà.

Il Referendum catalano manda in crisi Podemos

Il quesito referendario trilingue (spagnolo, catalano e occitano) presentato pochi giorni fa dal Governo Catalano
di Marco Santopadre

Nel giro di pochi giorni ha preso corpo la road map che dovrebbe portare alla convocazione di un referendum sull’indipendenza della Catalogna. Un referendum che sta incubando da molto tempo, fin da quando, tra la fine del decennio precedente e l’inizio di quello in corso, due fenomeni hanno turbato l’equilibrio raggiunto alla fine della lunga e feroce dittatura franchista. Un regime autoritario che si impose non solo contro la Spagna repubblicana e i movimenti socialisti e comunisti, ma anche per stroncare le rivendicazioni di indipendenza dei baschi e dei catalani.

La fine del franchismo non fu determinata da alcuna rottura, da alcuna frattura, ma il passaggio al nuovo regime – una Monarchia parlamentare – avvenne nel segno della continuità. Il tutto grazie all’autoriforma, accettata supinamente dalle opposizioni antifasciste statali, realizzata da un pezzo consistente del regime che pur di integrarsi nella costituenda Unione Europea e nella Nato accettò di disfarsi della ormai troppo ingombrante dittatura pur di garantire la continuazione del dominio dell’oligarchia che ne era stata il perno.

Se il Movimento di Liberazione Basco, da posizioni socialiste e rivoluzionarie, rifiutò e contestò una defranchizzazione limitata e superficiale, le componenti maggioritarie del movimento nazionalista catalano si integrarono volentieri all’interno del cosiddetto ‘Stato delle autonomie’ che in cambio della concessione di un certo grado di autogoverno evitava quella rottura della Spagna che era stato il maggior cruccio dei promotori del golpe fascista.

Grazie al nuovo regime, la grande e media borghesia catalana, ampiamente integrata sia a livello statale che internazionale, ha potuto gestire il potere economico e politico a livello locale attraverso le formazioni regionaliste e autonomiste – in particolare Convergència Democràtica – che hanno costituito un efficace argine contro i movimenti indipendentisti sostenendo in cambio i governi statali formati di volta in volta dai socialisti e dai popolari.

Come detto, l’equilibrio si è rotto negli ultimi dieci anni. La gestione autoritaria e liberista della crisi economica da parte dei governi spagnoli – sotto dettatura dell’Ue – e di quelli regionali ha provocato la politicizzazione di ampi strati della popolazione che fino ad allora si erano tenuti al margine o al di fuori della mobilitazione sociale e politica. A centinaia di migliaia i lavoratori, i giovani, le donne catalane si sono riversati nelle piazze e nelle strade, hanno partecipato agli scioperi, ai picchetti, alle assemblee.

Contemporaneamente un tiepido tentativo da parte dei regionalisti e di alcune forze di centrosinistra di riformare lo Statuto di Autonomia varato nel 1979 fu brutalmente frustrato dalle istituzioni statali. La mutilazione del testo, oltretutto approvato solo al termine di un lunghissimo iter, rese patente alla base sociale del catalanismo l’impossibilità di ottenere un aumento dell’autonomia grazie ad un negoziato con lo Stato e rispettando gli insormontabili vincoli imposti da una vera e propria gabbia costituzionale e istituzionale.

La confluenza dei due processi – mobilitazione politica indipendentista e mobilitazione sociale – ha condotto ad un auge dell’indipendentismo e ad un rafforzamento delle correnti di sinistra e popolari obbligando i regionalisti catalani – nel frattempo al centro di numerosi scandali per corruzione – ad abbracciare la parola d’ordine della separazione da Madrid.

Dopo le ultime elezioni autonomiche si è formato un governo composto dai liberal-conservatori del PDeCat (ex Convergència) e dai socialdemocratici di Esquerra Republicana de Catalunya, sostenuto dall’esterno dagli eletti della Cup, formazione di sinistra radicale di tendenza anticapitalista.

La maggioranza indipendentista del Parlament ha intrapreso un processo di ‘disconnessione’ politica ed istituzionale da Madrid e dalla sua legalità che nei giorni scorsi ha condotto i deputati della maggioranza ad approvare due leggi: la prima convoca il Referendum per il prossimo 1 Ottobre, la seconda stabilisce i caratteri e le forme della fase di transizione che seguirebbe ad una affermazione dei Sì: la proclamazione di una Repubblica Catalana, l’entrata in vigore di una Costituzione provvisoria prima che un’Assemblea Costituente ne approvi una versione definitiva.

I partiti nazionalisti spagnoli – popolari, socialisti e Ciudadanos – e gli apparati dello Stato non hanno alcuna intenzione di permettere la celebrazione del voto popolare, non riconoscono ai catalani il diritto all’autodeterminazione e stanno intraprendendo un boicottaggio che potrebbe condurre all’intervento delle forze di sicurezza contro i promotori del referendum, alla sospensione dello statuto catalano di autonomia e a ritorsioni personali di tipo giudiziario ed economico contro esponenti politici, funzionari e dipendenti pubblici.

Come si dice in questi casi il gioco si sta facendo duro e l’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale sta gradualmente sgomberando il campo da tatticismi e ambiguità che hanno fin qui segnato lo schieramento di alcune forze politiche e sociali. Se quasi tutte le forze della sinistra di classe sono schierate a favore della celebrazione del referendum e del voto a favore dell’indipendenza, lo stesso non si può dire per la grande borghesia catalana, che invece osteggia il cosiddetto “Procès”. Settori consistenti dello stesso partito che rappresenta la media e parte della piccola borghesia catalana. Il PDeCat, sembrano soffrire il muro contro muro e potrebbero rinunciare ad andare fino in fondo se i rischi dell’operazione dovessero farsi eccessivi.

Ma l’avvicinarsi del Referendum e il relativo passaggio parlamentare stanno mettendo in evidenza soprattutto le ambiguità e gli alibi su cui si fonda la posizione di Podemos e provocando non pochi problemi ai ‘morados’ che già su altri temi – l’Unione Europea, la Nato, la politica economica – stanno ampiamente sforbiciando il proprio programma originario. La posizione di Pablo Iglesias e dei suoi, lodevolmente e diversamente da quella difesa dal resto della classe politica spagnola, è stata sempre quella del sostegno al diritto di autodecisione dei catalani e delle altre nazionalità. Podemos si oppone quindi alla repressione e alla conculcazione dei diritti del popolo catalano. Una posizione di principio ‘federalista’ e ‘democratica’ che ha svolto per qualche anno la propria funzione all’interno del panorama politico spagnolo. Ma ora che dal dibattito tra posizioni di principio si è passati alla necessità di schierarsi su atti e comportamenti politici concreti, la linea di Iglesias non tiene più e si dimostra un artificio retorico.

Podemos, così come il movimento nato attorno alla sindaca di Barcellona Ada Colau, insistono sul fatto che il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano, che pure affermano di riconoscere, debba essere esercitato esclusivamente con il consenso dello Stato e della maggioranza del Parlamento Spagnolo, e nel rispetto della Costituzione e della legalità. Il problema – insormontabile – è che la Costituzione varata nel corso del processo di autoriforma del franchismo impedisce un referendum sull’autodeterminazione dichiarando lo Stato indivisibile ed affidando alle forze armate il compito di proteggerne l’unità. Questo vuol dire che un referendum per l’autodeterminazione dei catalani, o dei baschi, che goda del consenso dello Stato Spagnolo – così come avvenuto in Scozia, per intenderci – potrebbe svolgersi solo dopo un’eventuale riforma costituzionale. Ma la Spagna non è la Gran Bretagna, e neanche il Canada che in alcune occasioni ha tollerato che gli abitanti del Quebec votassero in tema di indipendenza.

Considerando che la quasi totalità della classe politica spagnola è ferocemente nazionalista e quindi indisponibile a venire incontro alle richieste dei movimenti indipendentisti, non è chiaro chi, come e quando dovrebbe trasformare l’architettura costituzionale spagnola così da consentire ai catalani di poter decidere del proprio futuro. Di fronte alla realtà dei fatti la linea del partito di Podemos si rivela un argomento propagandistico privo di risvolti pratici e che di fatto schiera i ‘viola’ dalla parte dello Stato contro il movimento popolare catalano.

Allo stesso modo la sindaca di Barcellona, Ada Colau, se da una parte chiede a Madrid di consentire lo svolgimento del referendum, dall’altra afferma che consentirà la mobilitazione della macchina municipale per le operazioni di voto soltanto se la consultazione avrà l’imprimatur dello Stato (il che, come abbiamo visto, è impossibile) e se non comporterà rischi di ritorsioni da parte spagnola per i funzionari e i dipendenti comunali.

E’ da questo punto di vista molto significativa l’insistenza di Podemos e di Ada Colau sul “rispetto della legalità” da parte degli indipendentisti proprio quando la chiusura, l’intransigenza totale dimostrata dall’intera classe politica spagnola obbliga i promotori della consultazione ad avviare una rottura con l’architettura costituzionale e istituzionale dello Stato e a creare un’altra legalità diversa e separata che accompagni la formazione di una Repubblica Catalana indipendente. D’altronde, nella storia dei movimenti di liberazione nazionale e del movimento operaio, tutte le maggiori conquiste, i maggiori progressi sono stati ottenuti grazie all’affermazione di principi di giustizia e alla rottura della legalità vigente, cioè della cristallizzazione dei rapporti di forza tra le classi e nazionali in un dato territorio e in un dato momento storico.

Se la sinistra si chiude all’interno del recinto della legalità, come nel caso di Podemos o di Ada Colau, non solo dimostra tutto il suo conformismo ma si condanna all’inutilità e all’inefficacia.

Oltretutto le capriole di Iglesias e di Ada Colau stanno avendo effetti tellurici sulla base delle loro rispettive formazioni politiche, oltre che provocando forti tensioni con la sezione catalana di Podemos. Podem ha nei mesi scorsi già rifiutato di aderire al nuovo partito ‘Catalunya en comù’ opponendosi all’indicazione della direzione statale del partito, ed ora la formazione della sinistra catalana sta addirittura pensando di abbandonare il gruppo ‘Catalunya Sì Que es Pot’ formato al Parlament di Barcellona insieme ai federalisti di centrosinistra di EUiA e ICV.

Nel giorno della Diada, la festa nazionale catalana, Podemos ha indetto una propria manifestazione separata a Barcellona, ma non potrà contare sulla partecipazione dei dirigenti e dei militanti di Podem che terranno un’altra loro iniziativa per poi confluire nel corteo generale. Infine, mentre Podemos e Colau insistono sul fatto che accetteranno il referendum solo se godrà del consenso delle istituzioni spagnole quelli di Podem invitano apertamente i propri aderenti e simpatizzanti ad andare a votare il 1 ottobre per una ‘repubblica catalana più giusta e libera dalla corruzione.