Per la Spagna essere indipendentisti è più grave di essere assassini

Abbiamo Intervistato Joan-Elies Adell, ex direttore dell’Ufficio di Alghero della Delegazione del Governo Catalano in Italia (servizio attualmente sospeso a causa delle misure repressive attuate dallo stato neofranchista in seguito alla proclamazione di indipendenza del Parlamento catalano). A lui e a tutti i cittadini catalani ingiustamente colpiti dalla repressione va la solidarietà della nostra Redazione.

  • Jordi Sànchez, ex presidente dell’Assemblea Nacional de Catalunya (ANC, ndt) e numero due della lista di Junts per Catalunya (quella di Carles Puigdemont), sarebbe dovuto diventare presidente della Generalitat, però il giudice del Tribunale Supremo non l’ha lasciato uscire di prigione per l’atto d’investitura, dove si trova in arresto preventivo dal 16 ottobre 2017, con l’accusa di ribellione dal tribunale supremo spagnolo. Cosa sta succedendo in Spagna e in Catalogna?

Ciò che sta succedendo in Catalogna è che lo Stato Spagnolo non sta accettando né rispettando i risultati delle elezioni del 21 dicembre 2017, convocate in maniera forzata e poco chiara dal Governo Spagnolo, dopo l’applicazione, anch’essa forzata e anticostituzionale, dell’articolo 155 della Costituzione Spagnola. Lo Stato Spagnolo, attraverso un uso partitico di una magistratura non indipendente, sta impedendo alla maggioranza indipendentista di scegliere i suoi candidati alla presidenza della Generalitat. È successo con l’attuale presidente, Carles Puigdemont, è successo due volte con le candidature di Jordi Sánchez, ed è anche successo con la candidatura di Jordi Turull. Nonostante questi due candidati, che sono imprigionati a Soto del Real (Madrid),  non siano ancora passati in giudizio e trovandosi quindi in arresto preventivo, (con tutti i diritti politici intatti), il Tribunale Supremo non li ha lasciati andare al Parlamento della Catalogna, perché, secondo il giudice, avevano molte possibilità di essere eletti presidenti e questa sarebbe stata una opportunità per continuare con la loro “azione delinquente”.

  • Nel cuore dell’Europa oggi ci sono prigionieri politici ed esiliati. Cosa hanno fatto queste persone per meritarsi accuse che, se passate in giudicato, potranno arrivare a trent’anni di carcere?

In pratica, al momento abbiamo i principali politici e attivisti catalani in esilio o in prigione. È già mezzo anno che Jordi Cuixart, presidente dell’Òmnium Cultural, e Jordi Sànchez, allora presidente dell’ANC e adesso deputato di Junts per Catalunya, sono stati imprigionati a Soto del Real. Oggi, un giorno prima che il calendario marchi il sesto mese [Joan Adell ci risponde il 14 aprile 2018, ndt], a Barcellona si farà una grande manifestazione per chiedere la loro liberazione e anche quella degli altri prigionieri politici indipendentisti: Oriol Junqueras (Vicepresidente del Governo ddi Catalogna, Quim Forn (Ministro dell’Interno), Jordi Turull (Ministro della Presidenza), Carme Forcadell (Presidente del Parlamento della Catalogna), Raül Romeva (Ministro degli Esteri), Josep Rull (Ministro dell’Ambiente) e Dolors Bassa (Ministra degli Affari Sociali). E non dobbiamo dimenticare che abbiamo in esilio in Germania il Presidente Puigdemont, in Belgio ci sono Lluís Puig (Ministro della Cultura), Toni Comín (Ministro della Salute) i Meritxell Serret (Ministra dell’Agricoltura), mentre in Svizzera ci sono Marta Rovira (segretaria generale di Esquerra Republicana de Catalunya – ERC) e Anna Gabriel (Candidatura d’Unitat Popular – CUP).

La maggior parte di questi politici e attivisti sono accusati del reato di ribellione, che nel codice penale spagnolo, significa una pena fino ai 30 anni di prigione, e che include diverse categorie di applicazione, fra queste quella di essere responsabili di questa condotta chiunque si alzi “violentemente e pubblicamente” per dichiarare l’indipendenza di una parte del territorio nazionale; derogare, sospendere o modificare totalmente o parzialmente la Costituzione; o destituire o spogliare il re dalle sue facoltà, fra i vari casi. Cioè, la Giustizia spagnola, per aver organizzato il referendum del 1° ottobre, accusa questi politici e attivisti di reati come, ad esempio, il tentativo di golpe militare del Colonnello Tejero del 23 febbraio 1981 o il colpo di Stato del 18 luglio 1936 del Generale Franco, che portò la dittatura in Spagna per 40 anni. Per la giustizia spagnola, quindi, il delitto che si imputa ai politici che hanno organizzato il 1° ottobre è più grave, ad esempio, un assassinio.

  • L’ex presidente della Generalitat Puigdemont è stato arrestato in Germania su mandato di cattura europeo chiesto dalla Spagna. Non rischia di essere un boomerang per la giustizia spagnola che in tal modo favorisce l’internazionalizzazione di una questione che finora ha cercato in tutti i modi di trattare come una questione interna?

Lascia che vi corregga. Non è l’ex presidente: Carles Puigdemont è ancora il Presidente eletto del Governo della Catalogna, il 150° Presidente della Generalitat, finché il Parlamento della Catalogna non ne sceglie un altro. La forma in cui è stato sospeso dalla presidenza della Generalitat, è in una applicazione dell’articolo 150 della della Costituzione Spagnola totalmente contraria alla stessa Costituzione Spagnola e allo Statuto di Autonomia della Catalogna. Per quelli che si riempiono la bocca di “legalità”, [La Spagna, ndt] non ha avuto nessun tipo di scrupolo nel forzare le sue proprie leggi per farsi carico dell’autonomia della Catalogna in maniera illegale ed illegittima.

Rispondendo alla tua domanda, è ovvio che la detenzione in Germania, nel cuore d’Europa, di un presidente eletto come è Carles Puigdemont e la successiva scarcerazione attraverso una cauzione è stata un duro colpo contro lo Stato Spagnolo ed il suo intento di risolvere la questione catalana attraverso i tribunali e non con la politica. Che il tribunale territoriale di Schleswig-Holstein (Germania) abbia deciso di lasciare in libertà sotto cauzione Carles Puigdemont, dopo aver cassato questo giovedì [12 aprile 2018, ndt] il reato di ribellione, giacché, assicura, non è presente il requisito della violenza, va contro la versione costruita dallo Stato Spagnolo e cioè di accusarci di aver organizzato un colpo di Stato violento, quando ciò che si fece era l’organizzazione di un evento democratico quale è un referendum. E questo lo conferma la Corte Costituzionale Federale tedesca, che considera che l’imputazione del reato di ribellione sia “inammissibile”, poiché considera che in Catalogna non c’è stata violenza durante l’1-O (1 di ottobre, la data del referendum per l’indipendenza, n.d.R.) . Da ora in poi, mantenere l’incarceramento preventivo (non per prevenire un reato infondato bensì per annientare il nemico politico e, più genericamente, strappare le radici della nazione catalana e le sue aspirazioni di libertà) per Jordi Cuixart e Jordi Sànchez, Oriol Junqueras e Joaquim Forn, Raül Romeva, Jordi Turull, Josep Rull, Carme Forcadell e Dolors Bassa, apparirà agli occhi del mondo (inclusi quelli degli spagnoli più convinti) come ciò che è realmente, una palese ingiustizia propria di uno Stato in meteorica regressione alle forme più deliranti di autoritarismo post-democratico.

  • Qual è la posizione dell’ONU a proposito?

La Commissione dei Diritti Umani dell’ONU ha sollecitato la Spagna a rispettare i diritti politici di Jordi Sànchez. In una risoluzione, dice: “Si è richiesto allo Stato membro [la Spagna, nda] di prendere tutte le misure necessarie affinché Jordi Sànchez possa esercitare i suoi diritti politici conformemente all’articolo 25 del Convegno”. Nonostante tutto, il giudice del Tribunal Suprem Pablo Llarena ha ignorato questa risoluzione, e ha negato a Jordi Sánchez la possibilità di uscire dalla prigione per partecipare all’atto dell’investitura per due volte. Ci troviamo, quindi, con una specie di “Colpo di Stato” giudiziario, giacché proprio il giudice “riconosce di star limitando i diritti” del deputato Jordi Sànchez, e che lo fa “anteponendo alcuni supposti diritti collettivi spagnoli”. La giustizia spagnola ha disprezzato la risoluzione della Commissione dei Diritti Umani dell’ONU, malgrado il suo effetto vincolante. Il giudice sarà obbligato a rispettare questa decisione e, non facendolo, starà disobbedendo all’ONU. Pare che per la giustizia spagnola sia più importante l’unità di Spagna che il rispetto dei diritti umani.

Qual è la posizione dell’Unione Europea?

La questione catalana è una questione europea fin dal principio. Gli attriti fra Catalogna e Spagna sono secolari, però il salto inaspettato che ci porta alla questione catalana a partire dal 2010, dal nazionalismo rivendicativo alla scommessa dell’indipendenza, non si capisce senza il segno della crisi che si trascina l’Europa, frutto dello sconcerto generato nella cittadinanza dall’incapacità di risposta politica all’accelerato processo di globalizzazione e alla crisi del 2008, che ha diviso a metà la classe media e ha seminato il panico in ampi settori della società. 

Se europea è l’origine, europea è stata la risposta. Non c’è dubbio che l’immobilismo – che tanto sorprende gli osservatori stranieri – sia definito nel carattere del presidente Rajoy, tanto allergico ai progetti politici quanto convinto che niente sia più efficace di lasciare che i problemi si volatilizzino da soli. Il turno autoritario che vive la Spagna, pretendendo di risolvere la questione catalana con la via giudiziale, e con un uso senza complimenti del Codice Penale in materia di libertà di espressione, con la persecuzione dei delitti di odio e con una pratica sempre più soggettiva e interpretativa della giustizia, è comune in tutta Europa. La compiacenza delle autorità europee con i regimi autoritari dell’Ungheria e della Polonia rinforza la reazione conservatrice. E, a questo, si aggiunge la crisi della socialdemocrazia, che senza bussola né progetto, senza altra aspirazione che salvare i propri fregi (cammino verso la disfatta definitiva), si accomoda acriticamente sulla moda autoritaria.

Con Puigdemont in Germania, l’Europa è più cosciente che mai che il caso catalano esista. Il discorso ufficiale tedesco ripete lo slogan: problema interno della Spagna. Parte della stampa e dei partiti europei divergono. Il fatto che la Germania non abbia riconsegnato Puigdemont senza validi motivi alla Spagna, ha fatto in modo che il problema catalano sia un problema europeo. E lo sarà sempre di più.

Tu sei il direttore dell’Ufficio di Alghero della Delegazione del Governo Catalano in Italia. Perché l’ufficio è stato chiuso? Quali erano le vostre attività prima della repressione governativa della Spagna?

Non lo sono più. Noi lavoratori pubblici dei consolati della Generalitat all’estero siamo stati tutti congedati con l’applicazione del 155. Il personale dell’Ufficio di Alghero, che era vincolato organicamente a Roma, ha perso il lavoro come il resto dei colleghi dei consolati di Parigi, Londra, Berlino, Lisbona, Vienna, Washington e Copenhagen. Malgrado la nostra occupazione fosse di carattere “tecnico” (nel mio caso, legato specialmente a questioni culturali e linguistiche, economiche e turistiche) il Governo Spagnolo non ha indugiato a sbatterci per strada. Dobbiamo ricordare che i consolati del Governo della Catalogna sono, infatti, un diritto riconosciuto dallo Statuto della Catalogna. Pertanto, la loro chiusura, ripeto, è un atto repressivo illegittimo perpetrato dal Governo Spagnolo. Nel caso concreto del nostro Ufficio di Alghero, il nostro compito principale era quello di promuovere, incanalare e potenziare le attività di comunicazione, di scambio culturale, di cooperazione e di supporto per la promozione della lingua e della cultura catalana nella città di Alghero; potenziare e rendere dinamiche le relazioni fra le istituzioni della Catalogna con quelle di Alghero e della Sardegna e aiutare nell’organizzazione di attività vincolate alla diffusione culturale, turistica, sociale e economica della Catalogna in Sardegna. Attività che, a quanto pare, il Governo spagnolo considera potenzialmente pericolose e sovversive.

Documento di solidarietà Sardigna- Catalunya

Numerose forze identitarie ed indipendentiste della Sardegna (PSd’Az, Rossomori, La Base, Associazione Sardos, Sardegna Possibile, Sardigna natzione, Irs, Sardigna libera, Liberu, Gentes) firmano un documento di solidarietà con il popolo catalano, per l’indipendenza e il diritto all’autodeterminazione

Cagliari, 21 settembre 2017

Il popolo catalano e le istituzioni che lo rappresentano stanno vivendo, in questi giorni, ore drammatiche e sconcertanti che riportano alla luce antistoriche e stantie pratiche violente e centraliste che rischiano di provocare una inaccettabile ferita alla democrazia e minano la credibilità politica dell’Unione europea. Gli arresti, le violenze e i sequestri ad opera del governo del Regno di Spagna non fermeranno però il referendum per l’indipendenza della Catalogna e non rallenteranno il cammino di libertà intrapreso dai popoli europei, ad iniziare da quello sardo. Le forze identitarie e indipendentiste della Sardegna sono dunque al fianco del popolo catalano nella lotta di liberazione nazionale, per l’affermazione dell’irrinunciabile diritto all’autodeterminazione. L’intesa sul punto tra le organizzazioni culturali, civiche e politiche alle quale apparteniamo, testimoniano la solidarietà e la vicinanza di tutti i sardi ai catalani e ci impegnano tutti a proseguire con ancor più determinazione e maggiore coraggio nel cammino dell’indipendenza, attraverso gli strumenti e i valori della democrazia, della pace e dei diritti dei popoli.

Visca Catalunya i el poble català, lliures!

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La redazione di Pesa Sardigna ricorda ai suoi lettori che in data 22 settembre a Cagliari, davanti al consolato onorario spagnolo in via Baccaredda 1, vi sarà un sit-in indetto dal Comitadu sardu pro su Referendum de sa Catalunya, cui possono aderire singoli e associazioni. La redazione si fa portatrice dell’invito alla mobilitazione di quante più forze possibile per dare sostegno alla Catalunya che vede oggi la sua democrazia insidiata dallo stato spagnolo. Fin’ora le associazioni e i singoli che hanno deciso di aderire sono:

  • Collettivu Furia Rossa- Oristano
  • Iosella Grussu Maccioni
  • Sardigna Natzione Indipendentzia
  • Fronte Indipendentista Unidu
  • Federatzione de sa Gioventude Indipendentista
  • Salvatore Cadeddu
  • Sarde-i in sostegno del popolo catalano
  • Seddone Burramballatot
  • Sardegna Possibile
  • Circulu Indipendentista Hugo Chavez
  • Scida- Giovunus Indipendentistas
  • TzdA ProgReS Casteddu
  • Sa Domu- studentato occupato Casteddu

Per aderire alla manifestazione scrivere a questo indirizzo.

 

Spagna ritorna al franchismo: 13 arresti in Catalunya

Oggi, tredici arresti tra le alte cariche istituzionali catalane e perquisizioni in corso in tre dipartimenti del governo catalano: migliaia di persone in piazza.

Agenti della Guardia Civil si sono presentati all’alba nel dipartimento di economia del governo catalano per perquisirlo. Sono entrati anche in altri 4 enti e imprese e nella sede dell’Agenzia Tributaria. Tredici arresti tra le alte cariche istituzionali catalane.

La popolazione accerchia i mezzi della Guardia Civil

Il vicepresidente Junqueras ha dichiarato che gli agenti si stanno intromettendo nel lavoro del dipartimento, e questo colpisce tutti i catalani senza distinzioni. “Stiamo vivendo un attacco ai diritti civili di tutti i cittadini”. La consigliera agli Affari Sociali ha confermato tutto: “Siamo in una situazione vergognosa.”.

Le associazioni sovraniste hanno fatto un appello alla popolazione per concentrarsi in modo pacifico davanti ai dipartimenti presi di mira dalla Guardia Civil. “È arrivato il momento, resistiamo pacificamente”, ha affermato Jordi Sanchez, presidente dell’ANC.

Manifestanti in piazza a Barcellona

Il portavoce del governo catalano Turull ha chiesto calma e serenità nella risposta allo stato di polizia nel quale si è convertito lo Stato spagnolo.

Anche la CUP si unisce all’appello alla mobilitazione pacifica, alla resistenza civile.

La Guardia Civil ha tagliato wifi e internet al “ministero” dell’economia catalano che ora è senza telefono e senza connessione. Dopo qualche minuto la connessione è tornata.

Più di duemila persone accompagnano i sindaci di Girona e di Palafrugell presso la magistratura dove sono stati convocati per  la loro adesione al referendum.

Catalunya Radio afferma che fonti del PP di Madrid dicono che oggi verrà dato il colpo finale al referendum.

La piattaforma ‘A Madrid per il diritto a decidere’ convoca una concentrazione presso la Puerta del Sol oggi alle 19.30.


DICHIARAZIONI

Presidente Puigdemont: Lo stato di diritto è stato violato, lo Stato spagnolo ha di fatto sospeso il governo catalano. Le perquisizioni, le detenzioni, l’intimidazione ai mezzi di comunicazione, il blocco dei conti della Generalitat… è una situazione inaccettabile in democrazia. Condanniamo il comportamento illegittimo, totalitario e antidemocratico dello Stato spagnolo che oltrepassato la linea rossa che lo separava dai regimi totalitari e si è trasformato in una vergogna democratica.
I cittadini sono convocati a votare, dobbiamo difendere la democrazia. Difenderemo il diritto dei cittadini di decidere liberamente il loro futuro, è questo l’incarico che abbiamo ricevuto da loro e dal Parlamento.
Il primo ottobre usciremo di casa portandoci una scheda elettorale e la useremo. Il Governo prenderà sempre decisioni in base al mandato elettorale. 
Quel che stiamo vivendo in Catalogna non si è mai visto in nessuno Stato dell’UE.
Non accetteremo un ritorno ad epoche passate e non permetteremo a nessuno di decidere il nostro futuro”.

Joan Tardà (ERC) si rivolge ai manifestanti: “vogliono che ci sia violenza, ma non ci sarà”Il deputato di ERC al congresso spagnolo ha preso parte alle mobilitazioni di questa mattina e ha chiesto di manifestare con fermezza ed evitando la violenza. Vogliono farci deragliare. La nostra fermezza sarà pacifica e nonviolenta. Vinceremo perché siamo democratici”.

Il segretario catalano del sindacato CCOO: “Difendere i diritti di partecipazione è un dovere di tutti i cittadini, al di là della posizione sul referendum”.

Pablo Iglesias, leader spagnolo di Podemos: “Chi pensa che la magistratura e le forze dell’ordine siano la risposta alla gente che si mobilita non capisce la democrazia”.

Junqueras, vicepresidente catalano, contro gli arresti di cariche politiche, interviene dicendo: “La lotta va oltre la repubblica catalana, bisogna difendere i diritti  civili“.

Anche i sindacati non indipendentisti ipotizzano uno sciopero generale per difendere i diritti civili e persino il partito di Ada Colau chiama alla mobilitazione.

Articolo estratto da (tutte le news sulla Catalogna sono reperibili a questo link)
http://www.franciscupala.net/referendum-catalano-del-1-ottobre-aggiornamenti-ultime-notizie/ 

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La redazione di Pesa Sardigna ricorda ai suoi lettori che in data 22 settembre a Cagliari, davanti al consolato onorario spagnolo in via Baccaredda 1, vi sarà un sit-in indetto dal Comitadu sardu pro su Referendum de sa Catalunya, cui possono aderire singoli e associazioni. La redazione si fa portatrice dell’invito alla mobilitazione di quante più forze possibile per dare sostegno al Catalunya che vede oggi la sua democrazia insidiata dallo stato spagnolo. Fin’ora le associazioni e i singoli che hanno deciso di aderire sono:

  • Collettivu Furia Rossa- Oristano
  • Iosella Grussu Maccioni
  • Sardigna Natzione Indipendentzia
  • Fronte Indipendentista Unidu
  • Federatzione de sa Gioventude Indipendentista
  • Salvatore Cadeddu
  • Sarde-i in sostegno del popolo catalano
  • Seddone Burramballatot
  • Sardegna Possibile
  • Circulu Indipendentista Hugo Chavez
  • Scida- Giovunus Indipendentistas
  • TzdA ProgReS Casteddu

Per aderire alla manifestazione scrivere a questo indirizzo.

Manifestazione di solidarietà alla Catalunya

Una foto della Diada, festa nazionale della Catalunya

La Catalunya attraversa un periodo storico determinante per la sua libertà. Dopo secoli di colonizzazione e di lotte contro la stessa, la stragrande maggioranza del popolo proclama la volontà di svincolarsi dal potere centrale di Madrid per poter affermare finalmente le proprie peculiarità di nazione.

Nella quasi totale censura dei media nostrani- e non- negli ultimi mesi abbiamo assistito a numerose escalation repressive da parte della Spagna nei confronti di chi sostiene l’imminente rottura dei catalani con la monarchia castigliana. La vittoria del  avrà esiti ben più vasti della creazione di un altro stato nella penisola iberica, dal momento che si apriranno numerosi nuovi fronti geopolitici per l’Europa e orizzonti di speranza e lotta per tante nazioni senza stato, oggi ancora incapaci di alzare la testa.

L’esempio della Catalogna è edificante e mirabile sotto ogni punto di vista, a partire dalla coesistenza tra non-violenza, frontalità e rigore del movimento indipendentista, che con un lavoro capillare- portato avanti con flessibilità politica pur con forte determinazione e intolleranza verso il potere centrale spagnolo- ha fatto raggiungere i risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti: solo qualche giorno fa, 11 settembre, in occasione della Diada (Diada Nacional de Catalunya) milioni di catalani si sono riversati nelle strade e nelle piazze per festeggiare la propria nazione e dichiarare al mondo un Sì alla fine di seicento anni di dominazione spagnola.

In questo frangente storico la Sardegna, anch’essa nazione senza stato soggetta a soprusi da secoli, ha preso posizione tramite il Comitadu Sardu pro su Referendum de sa Catalunya, che dopo aver organizzato numerosi incontri informativi con la presenza di Joan Adell Pitarch, delegato della Generalitat catalana all’Alguer (Alghero), indice una manifestazione in sostegno al venturo referendum per l’indipendenza della Catalunya davanti al Consolato spagnolo a Cagliari. I manifestanti consegneranno al console onorario una richiesta di rispetto della democrazia e annunceranno la partenza di una delegazione sarda del Comitadu che vigilerà sul regolare svolgimento democratico del referendum.

La chiamata

“Invitiamo i singoli, le associazioni, i collettivi e i partiti che sono d’accordo con il testo di questo appello a sottoscriverlo con un post nell’evento o con un messaggio all’indirizzo sardignacatalunya@gmail.com

Mobilitazione per il diritto dei cittadini catalani a celebrare il Referendum per l‘Indipendenza

La situazione della Catalogna in questi giorni che precedono il referendum del primo ottobre, non è degna degli standard che ci si aspetterebbe da un paese civile e rispettoso delle garanzie democratiche. Perquisizioni, minacce di arresto e intimidazioni stanno segnando la vita quotidiana di tutte quelle persone, associazioni, partiti, sindacati, movimenti, imprese e testate giornalistiche che si stanno impegnando perché i cittadini catalani possano godere del diritto all’autodeterminazione nazionale celebrando un referendum democratico.

I responsabili di questa situazione sono le istituzioni del Regno di Spagna, governo e magistratura in primis.
Dal momento che consideriamo il riconoscimento del diritto dei popoli ad autodeterminarsi uno dei fondamenti della vita democratica e della convivenza pacifica fra le nazioni, abbiamo deciso di inviare un segnale di solidarietà al popolo catalano e di monito al governo spagnolo. Come sardi e come indipendentisti siamo vicini ai nostri fratelli catalani e siamo pronti a dar loro tutto il supporto necessario perché possano avvalersi di un diritto riconosciuto dalle principali convenzioni internazionali. I cittadini catalani non sono soli e da parte nostra eserciteremo tutte le pressioni sul consolato spagnolo perché arrivi forte e chiaro il segnale che tutti i popoli che amano la libertà e la democrazia ora sono catalani!

Per questo convochiamo per venerdì 22 settembre alle 17:00 un sit in sotto il Consolato spagnolo di Cagliari, in via Baccaredda.
Invitiamo a partecipare tutti i singoli, le associazioni e i partiti indipendentisti e tutti quei singoli che riconoscono il diritto di ogni popolo della Terra all’autodeterminazione e che in generale hanno a cuore i fondamentali valori democratici.
Facciamo sentire la nostra solidarietà ai fratelli catalani, e facciamo capire al governo spagnolo che la loro prepotenza non ci spaventa.”

Link all’evento Facebook:
https://www.facebook.com/events/144746219461675/?acontext=%7B%22action_history%22%3A%22[%7B%5C%22surface%5C%22%3A%5C%22page%5C%22%2C%5C%22mechanism%5C%22%3A%5C%22page_upcoming_events_card%5C%22%2C%5C%22extra_data%5C%22%3A[]%7D]%22%2C%22has_source%22%3Atrue%7D

 

Il Referendum catalano manda in crisi Podemos

Il quesito referendario trilingue (spagnolo, catalano e occitano) presentato pochi giorni fa dal Governo Catalano
di Marco Santopadre

Nel giro di pochi giorni ha preso corpo la road map che dovrebbe portare alla convocazione di un referendum sull’indipendenza della Catalogna. Un referendum che sta incubando da molto tempo, fin da quando, tra la fine del decennio precedente e l’inizio di quello in corso, due fenomeni hanno turbato l’equilibrio raggiunto alla fine della lunga e feroce dittatura franchista. Un regime autoritario che si impose non solo contro la Spagna repubblicana e i movimenti socialisti e comunisti, ma anche per stroncare le rivendicazioni di indipendenza dei baschi e dei catalani.

La fine del franchismo non fu determinata da alcuna rottura, da alcuna frattura, ma il passaggio al nuovo regime – una Monarchia parlamentare – avvenne nel segno della continuità. Il tutto grazie all’autoriforma, accettata supinamente dalle opposizioni antifasciste statali, realizzata da un pezzo consistente del regime che pur di integrarsi nella costituenda Unione Europea e nella Nato accettò di disfarsi della ormai troppo ingombrante dittatura pur di garantire la continuazione del dominio dell’oligarchia che ne era stata il perno.

Se il Movimento di Liberazione Basco, da posizioni socialiste e rivoluzionarie, rifiutò e contestò una defranchizzazione limitata e superficiale, le componenti maggioritarie del movimento nazionalista catalano si integrarono volentieri all’interno del cosiddetto ‘Stato delle autonomie’ che in cambio della concessione di un certo grado di autogoverno evitava quella rottura della Spagna che era stato il maggior cruccio dei promotori del golpe fascista.

Grazie al nuovo regime, la grande e media borghesia catalana, ampiamente integrata sia a livello statale che internazionale, ha potuto gestire il potere economico e politico a livello locale attraverso le formazioni regionaliste e autonomiste – in particolare Convergència Democràtica – che hanno costituito un efficace argine contro i movimenti indipendentisti sostenendo in cambio i governi statali formati di volta in volta dai socialisti e dai popolari.

Come detto, l’equilibrio si è rotto negli ultimi dieci anni. La gestione autoritaria e liberista della crisi economica da parte dei governi spagnoli – sotto dettatura dell’Ue – e di quelli regionali ha provocato la politicizzazione di ampi strati della popolazione che fino ad allora si erano tenuti al margine o al di fuori della mobilitazione sociale e politica. A centinaia di migliaia i lavoratori, i giovani, le donne catalane si sono riversati nelle piazze e nelle strade, hanno partecipato agli scioperi, ai picchetti, alle assemblee.

Contemporaneamente un tiepido tentativo da parte dei regionalisti e di alcune forze di centrosinistra di riformare lo Statuto di Autonomia varato nel 1979 fu brutalmente frustrato dalle istituzioni statali. La mutilazione del testo, oltretutto approvato solo al termine di un lunghissimo iter, rese patente alla base sociale del catalanismo l’impossibilità di ottenere un aumento dell’autonomia grazie ad un negoziato con lo Stato e rispettando gli insormontabili vincoli imposti da una vera e propria gabbia costituzionale e istituzionale.

La confluenza dei due processi – mobilitazione politica indipendentista e mobilitazione sociale – ha condotto ad un auge dell’indipendentismo e ad un rafforzamento delle correnti di sinistra e popolari obbligando i regionalisti catalani – nel frattempo al centro di numerosi scandali per corruzione – ad abbracciare la parola d’ordine della separazione da Madrid.

Dopo le ultime elezioni autonomiche si è formato un governo composto dai liberal-conservatori del PDeCat (ex Convergència) e dai socialdemocratici di Esquerra Republicana de Catalunya, sostenuto dall’esterno dagli eletti della Cup, formazione di sinistra radicale di tendenza anticapitalista.

La maggioranza indipendentista del Parlament ha intrapreso un processo di ‘disconnessione’ politica ed istituzionale da Madrid e dalla sua legalità che nei giorni scorsi ha condotto i deputati della maggioranza ad approvare due leggi: la prima convoca il Referendum per il prossimo 1 Ottobre, la seconda stabilisce i caratteri e le forme della fase di transizione che seguirebbe ad una affermazione dei Sì: la proclamazione di una Repubblica Catalana, l’entrata in vigore di una Costituzione provvisoria prima che un’Assemblea Costituente ne approvi una versione definitiva.

I partiti nazionalisti spagnoli – popolari, socialisti e Ciudadanos – e gli apparati dello Stato non hanno alcuna intenzione di permettere la celebrazione del voto popolare, non riconoscono ai catalani il diritto all’autodeterminazione e stanno intraprendendo un boicottaggio che potrebbe condurre all’intervento delle forze di sicurezza contro i promotori del referendum, alla sospensione dello statuto catalano di autonomia e a ritorsioni personali di tipo giudiziario ed economico contro esponenti politici, funzionari e dipendenti pubblici.

Come si dice in questi casi il gioco si sta facendo duro e l’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale sta gradualmente sgomberando il campo da tatticismi e ambiguità che hanno fin qui segnato lo schieramento di alcune forze politiche e sociali. Se quasi tutte le forze della sinistra di classe sono schierate a favore della celebrazione del referendum e del voto a favore dell’indipendenza, lo stesso non si può dire per la grande borghesia catalana, che invece osteggia il cosiddetto “Procès”. Settori consistenti dello stesso partito che rappresenta la media e parte della piccola borghesia catalana. Il PDeCat, sembrano soffrire il muro contro muro e potrebbero rinunciare ad andare fino in fondo se i rischi dell’operazione dovessero farsi eccessivi.

Ma l’avvicinarsi del Referendum e il relativo passaggio parlamentare stanno mettendo in evidenza soprattutto le ambiguità e gli alibi su cui si fonda la posizione di Podemos e provocando non pochi problemi ai ‘morados’ che già su altri temi – l’Unione Europea, la Nato, la politica economica – stanno ampiamente sforbiciando il proprio programma originario. La posizione di Pablo Iglesias e dei suoi, lodevolmente e diversamente da quella difesa dal resto della classe politica spagnola, è stata sempre quella del sostegno al diritto di autodecisione dei catalani e delle altre nazionalità. Podemos si oppone quindi alla repressione e alla conculcazione dei diritti del popolo catalano. Una posizione di principio ‘federalista’ e ‘democratica’ che ha svolto per qualche anno la propria funzione all’interno del panorama politico spagnolo. Ma ora che dal dibattito tra posizioni di principio si è passati alla necessità di schierarsi su atti e comportamenti politici concreti, la linea di Iglesias non tiene più e si dimostra un artificio retorico.

Podemos, così come il movimento nato attorno alla sindaca di Barcellona Ada Colau, insistono sul fatto che il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano, che pure affermano di riconoscere, debba essere esercitato esclusivamente con il consenso dello Stato e della maggioranza del Parlamento Spagnolo, e nel rispetto della Costituzione e della legalità. Il problema – insormontabile – è che la Costituzione varata nel corso del processo di autoriforma del franchismo impedisce un referendum sull’autodeterminazione dichiarando lo Stato indivisibile ed affidando alle forze armate il compito di proteggerne l’unità. Questo vuol dire che un referendum per l’autodeterminazione dei catalani, o dei baschi, che goda del consenso dello Stato Spagnolo – così come avvenuto in Scozia, per intenderci – potrebbe svolgersi solo dopo un’eventuale riforma costituzionale. Ma la Spagna non è la Gran Bretagna, e neanche il Canada che in alcune occasioni ha tollerato che gli abitanti del Quebec votassero in tema di indipendenza.

Considerando che la quasi totalità della classe politica spagnola è ferocemente nazionalista e quindi indisponibile a venire incontro alle richieste dei movimenti indipendentisti, non è chiaro chi, come e quando dovrebbe trasformare l’architettura costituzionale spagnola così da consentire ai catalani di poter decidere del proprio futuro. Di fronte alla realtà dei fatti la linea del partito di Podemos si rivela un argomento propagandistico privo di risvolti pratici e che di fatto schiera i ‘viola’ dalla parte dello Stato contro il movimento popolare catalano.

Allo stesso modo la sindaca di Barcellona, Ada Colau, se da una parte chiede a Madrid di consentire lo svolgimento del referendum, dall’altra afferma che consentirà la mobilitazione della macchina municipale per le operazioni di voto soltanto se la consultazione avrà l’imprimatur dello Stato (il che, come abbiamo visto, è impossibile) e se non comporterà rischi di ritorsioni da parte spagnola per i funzionari e i dipendenti comunali.

E’ da questo punto di vista molto significativa l’insistenza di Podemos e di Ada Colau sul “rispetto della legalità” da parte degli indipendentisti proprio quando la chiusura, l’intransigenza totale dimostrata dall’intera classe politica spagnola obbliga i promotori della consultazione ad avviare una rottura con l’architettura costituzionale e istituzionale dello Stato e a creare un’altra legalità diversa e separata che accompagni la formazione di una Repubblica Catalana indipendente. D’altronde, nella storia dei movimenti di liberazione nazionale e del movimento operaio, tutte le maggiori conquiste, i maggiori progressi sono stati ottenuti grazie all’affermazione di principi di giustizia e alla rottura della legalità vigente, cioè della cristallizzazione dei rapporti di forza tra le classi e nazionali in un dato territorio e in un dato momento storico.

Se la sinistra si chiude all’interno del recinto della legalità, come nel caso di Podemos o di Ada Colau, non solo dimostra tutto il suo conformismo ma si condanna all’inutilità e all’inefficacia.

Oltretutto le capriole di Iglesias e di Ada Colau stanno avendo effetti tellurici sulla base delle loro rispettive formazioni politiche, oltre che provocando forti tensioni con la sezione catalana di Podemos. Podem ha nei mesi scorsi già rifiutato di aderire al nuovo partito ‘Catalunya en comù’ opponendosi all’indicazione della direzione statale del partito, ed ora la formazione della sinistra catalana sta addirittura pensando di abbandonare il gruppo ‘Catalunya Sì Que es Pot’ formato al Parlament di Barcellona insieme ai federalisti di centrosinistra di EUiA e ICV.

Nel giorno della Diada, la festa nazionale catalana, Podemos ha indetto una propria manifestazione separata a Barcellona, ma non potrà contare sulla partecipazione dei dirigenti e dei militanti di Podem che terranno un’altra loro iniziativa per poi confluire nel corteo generale. Infine, mentre Podemos e Colau insistono sul fatto che accetteranno il referendum solo se godrà del consenso delle istituzioni spagnole quelli di Podem invitano apertamente i propri aderenti e simpatizzanti ad andare a votare il 1 ottobre per una ‘repubblica catalana più giusta e libera dalla corruzione.

A èssere indipendentes, nen mègius e nen pejus de àteros

di Carlo Manca

Hai presente quelli che ti dicono che non si può parlare di indipendenza della Sardegna prima di essersi spogliati dell’esaltazione di un popolo e dell’altezzosità che ci farebbe riconoscere come migliori di qualche altro popolo?

Questo è ciò che posso definire “insignare a babbu a coddare”, ma riconosco che la necessità dell’interlocutore di puntualizzare con quest’obiezione politica a chi non ne ha mai avuto bisogno, è diretta conseguenza di una serie di pregiudizi coloniali italiani ed autocoloniali sardi.
Ovvero, sentire precisare che non siamo migliori di altri, rivela che non si conosce niente degli ultimi cinquanta anni di dibattito all’interno del panorama indipendentista sardo: la corrente mistica, dell’irrazionale tradizionalismo, della mansueta osservanza delle usanze pagane in estetica cattolica, della religiosità che non può essere messa in discussione, del classismo, della purezza di sangue, del conservatorismo dal gusto esotico della lingua sarda “che fu” – e che debba essere considerata inespugnabile dal lessico e dalle esigenze della modernità- e del passato mitologico che renderebbe il popolo sardo migliore di altri benché sottomesso, sono posizioni che fortunatamente hanno ricevuto tantissime critiche all’interno del dibattito.

Ultimamente c’è stata un’impennata della tematica legata all’indipendentismo sardo. Il tema è diventato “pop” e se ne parla trasversalmente sia a sinistra che a destra dello spettro politico isolano. Ma dal momento che l’italianità è un concetto più religioso che politico, dato che non si può mettere in discussione e che fa scattare quel meccanismo psicologico di protezione che si manifesta in forme che vanno dal sentimentalismo al bellicismo, dalla maternità alle estetiche della virilità, possiamo notare quanto sia facile e a buon mercato tentare la carta della ridicolizzazione dell’idea di indipendenza, ben prima che con argomenti validi e “laicità” di vedute che escludano ogni tipo di sciovinismo di ritorno. Ancora di più, il meccanismo di derisione è forte nella misura in cui vengono esagerate pretestuosamente quelle posizioni sorpassate dalla Storia e dalla critica contemporanea alle idee: si ritiene ormai – e direi anche giustamente – che non si possa più basare il concetto di nazionalità sulla discendenza di sangue, perché nessuno è puro, né in Sardegna, né in Italia e né in qualsiasi altra parte del mondo e sarebbe fin troppo opinabile e pretestuoso gettare i parametri di valutazione di ciò che può essere considerato puro. Ci sono altri parametri ben più attuali ed elastici (e meno severi del sangue) da combinare per definire una nazionalità. Non aprirò qua una digressione su cosa altro può definire il concetto di nazionalità, per esigenze pratiche. Eppure, prendendo questo esempio, si bollano in blocco gli indipendentisti come etnonazionalisti, qualsiasi cosa voglia dire, e come romantici prosecutori di un passato mitologico che ormai, Dio volle, è sfociato nel destino comune con l’Italia. Anzi, sotto l’Italia, ci sarebbe da precisare.

Pur coscienti che il popolo sardo non è in sé migliore di altri e che l’intento dei movimenti e dei partiti indipendentisti sardi è conquistare l’autodeterminazione del proprio popolo, la ridicolizzazione passa proprio per l’estremizzazione di quel brodo di idee che, all’interno dello stesso spettro politico indipendentista in cui si possono fare poche rivoltanti eccezioni, è combattuto dagli stessi indipendentisti che non si riconoscono in posizioni xenofobe, romanticamente tradizionaliste, classiste o aristocratiche, securitariste, sessiste, razziste, complottiste.
Sì, esistono anche sardi indipendentisti dell’ultima ora che hanno scoperto da poco il giocattolo dell’orizzonte indipendentista, e se ne fanno portatori anche se sono illetterati, senza coscienza, senza chiara cognizione di causa-effetto e che riescono a bersi facilmente tutte le perle complottiste. Ricordate le baggianate del tipo: “Non ho niente contro i migranti, ma… i migranti sono l’arma che l’Italia sta usando in Sardegna, perché ci destabilizzano, ci impongono le loro usanze, perché fanno più figli… è una sostituzione etnica in corso!” ?

Fauna che ti inquina l’ambiente politico e poi ti chiede pure chi distribuisce la patente di indipendentista, come se l’ironia le desse una dignità di esistenza o come se tu fossi costretto ad accettare certi personaggi come compagni di viaggio, perché non puoi avere il “marchio” di indipendentista. Lasciamo i discorsi sui diritti d’autore e sulle patenti ad un altro momento, anticipando già che ci sarebbe abbastanza da scrivere in merito. Comunque, in nessuna maniera questo tipo di fauna “politica” può essere rappresentativa dell’indipendentismo sardo attuale, anche se, a dolu mannu, ne è una componente ed è l’elemento inquinante in base al quale è facile avanzare un argomento fantoccio, che è pur sempre una fallacia logica.
La percezione ancora diffusa, che fortunatamente sta perdendo terreno, è quella secondo cui bisogna puntualizzare l’ovvio perché non si sa mai chi ci sia dietro agli indipendentisti barbuti e cattivi, giacché la retorica coloniale non fa altro che confutare i nostri argomenti proponendone una rappresentazione errata o distorta. Il fantoccio di cui sopra.

Certo è che gli argomenti dell’internazionalismo, sempre che non metta in discussione l’Italia unita, e dell’antinazionalismo, in cui l’unico emblema di nazionalismo sarebbe un ventaglio di espressioni politiche dell’Ur-Fascismo anche se poi ci si masturba davanti alle lotte anticoloniali (che sono condotti per lo più da movimenti di liberazione nazionale e sociale, toh!), sono il grimaldello con il quale si vuole negare il diritto all’esistenza del popolo sardo, in un’ottica di emancipazione sociale e di autodeterminazione popolare. Fascisti non lo siamo, e per fascisti non ci vogliamo passare, sotto alcuna forma.

Da indipendentisti, però, bisogna uscire dal meccanismo secondo cui si debba tendere al suicidio culturale per non apparire nazionalisti, cosa che succede paradossalmente abbracciando il nazionalismo e la dimensione nazionale degli altri (dell’Italia, in questo caso), che serpeggia nelle parole d’ordine unioniste e colonialiste. Lascio perdere in questo momento eventuali digressioni sulla decostruzione della rappresentazione dell’identità nazionale (così come di identità individuale), che sarebbe lecita ed aprirebbe un bel dibattito, ma che ci allontanerebbe dal discorso. È necessario rifiutare ogni tentativo per mano coloniale e/o reazionaria di far tendere il popolo sardo al suicidio culturale: infatti voler esistere e non sentirsi peggiori di altri, non vuol dire affatto basare la propria volontà di esistenza sul sentirsi migliori; non vivere di illusioni e di miti, ma nemmeno sminuirsi per vivere costantemente nella tossicità di un meccanismo coloniale, che ci guida da lontano e che ci imporrebbe di essere scettici verso la nostra esistenza come popolo ma di sentirci adatti al mondo moderno solo attraverso la sparizione e l’omologazione a ciò che la proiezione dell’italianità pretende dalla Sardegna.
Subdolamente si parla di mondo e di modernità, ma è autodeterminandosi che si trova la propria formula per stare nel mondo: in questo momento in Sardegna ci si trova ancora politicamente come nell’infanzia in cui si ha bisogno della mediazione dei genitori per imparare a stare nella società, con la differenza che i bambini crescono, mentre per la Sardegna questa condizione di perenne infanzia viene considerata congenita come se si trattasse di un individuo minorato. Questo vien fatto credere per instillare autocommiserazione, ma è dato da una politica di uno Stato che ha tutto l’interesse a non vedere maturare qualsiasi cosa che metta in discussione la propria supremazia all’interno dei suoi confini: la decentralizzazione e lo sgretolamento sono dei pericoli perché minano il sogno risorgimentale compiuto e la retorica fascista in cui si è rafforzato.

Non c’è da considerarsi necessariamente meglio dell’Italia, eppure questo non è un buon motivo per non guadagnare la propria indipendenza: semplicemente da parte di tanti sardi c’è una volontà politica di autodeterminare il proprio popolo e stare nel mondo attraverso i propri ambasciatori, i propri rappresentanti, attraverso i propri ritmi di vita, la propria lingua, poesia, filosofia, musica, enogastronomia compatibili in un ecosistema in cui il popolo vive e si identifica. Non c’è niente di male in questo.
Il discorso è meno complicato di ciò che sembra: tu non puoi pensare che io debba cambiare in base a come tu mi immagini. Questo principio, che ha avuto fortuna negli ambienti politici di emancipazione delle donne e negli studi di genere, è valido anche per il discorso che stiamo affrontando. Interrogarsi su ciò che si è, lo ritengo necessario per evitare mistificazioni, sacralizzazioni e parole vuote, ma in nessuna maniera interrogarsi può essere lo strumento attraverso il quale scoraggiare il percorso verso l’indipendenza, anche se spesso questo è stato strumentale per demolire qualsiasi tipo di ricomposizione natzionale sarda senza però mettere mai in discussione l’esistenza dell’identità italiana e dell’Italia unita, che soffre (o gode?) ancora di una disonesta ed intoccabile retorica provvidenzialista.

Dobbiamo stare attenti sia a chi basa il proprio orizzonte indipendentista sulla concezione di un passato mitologico da recuperare e il cui ripristino ci renderebbe migliori di altri popoli, sia attenti a chi giustifica l’ingerenza coloniale e a chi, dall’isola stessa, nega l’esistenza e l’autodeterminazione del popolo sardo.
Queste poche idee sono alcune delle sfide ancora attuali che l’indipendentismo sardo deve saper affrontare per farsi spazio fra pregiudizi italianisti, interessi della borghesia compradora, autocommiserazione,  diseconomia, autocolonialismo e dipendenza indotta.
Siamo indipendentisti, non perché ci sentiamo migliori degli italiani, ma perché non ci sentiamo inferiori e quindi miriamo all’autodeterminazione del nostro popolo nel mondo moderno, compatibilmente col nostro ambiente, con le nostre comunità e con la nostra cultura.

Polìtica