Occupazione Militare: accordo o capitolazione?

La montagna ha partorito il topolino? A sfogliare la bozza del protocollo d’intesa “Per il coordinamento delle attività militari presenti nel territorio della Regione” illustrata nei giorni scorsi dal governatore Francesco Pigliaru (che ha avuto il via libera in aula con 34 voti a favore e 9 contrari) parrebbe che le cose stiano veramente così.

Negli ultimi anni il movimento contro l’occupazione militare è cresciuto parecchio fino ad arrivare a bloccare – se pur temporaneamente – lo svolgimento delle esercitazioni attraverso imponenti e determinate manifestazioni popolari nei pressi dei principali poligoni dell’isola. Il movimento, compattatosi intorno all’assemblea sarda contro l’occupazione militare (Aforas), è anche riuscito a uscire dal cono d’ombra delle mobilitazioni e dei fisiologici riflussi, strutturandosi sul territorio e proponendosi come centro di riferimento per una fitta attività informativa, di analisi e anche di aggregazione sociale.

A fronte della montante insofferenza dei sardi verso l’occupazione militare è evidente che lo Stato italiano è alla ricerca di una narrazione capace di rendere più tollerabile la presenza militare nella nostra isola ed è altrettanto chiaro che la maggioranza che governa la Regione Autonoma di Sardegna (ad egemonia PD) è complice di tale tentativo.

Ma che cosa dovrebbe prevedere l’accordo su quella che Pigliaru ha definito una “graduale dismissione delle servitù militari nell’isola” e altri esponenti della maggioranza un “passo storico per la Sardegna”?

Vediamolo in breve:

  • Sospendere le esercitazioni in periodo estivo
  • La cessione della spiaggia di Portu Tramatzu nel poligono di capo Teulada
  • Concessioni temporanee di altre spiagge prima sempre interdette
  • L’istituzione di osservatori ambientali indipendenti per le attività esercitative che si svolgono presso poligoni basi militari e aree addestrative.

Questi i punti definiti positivi dal partito del governatore Pigliaru. In estrema sintesi l’apertura temporanea di un paio di spiaggette e la cessione delle attività belliche in periodo estivo per non spaventare i turisti. Ma fra i punti annoverati come “successi diplomatici” dalla giunta dei professori anche delle vere e proprie beffe come per esempio la cessione della caserma “Ederle”, «previa realizzazione di idonee strutture ove rilocare attività e funzioni attualmente ivi svolte, con oneri non a carico della Difesa» e la «piena operatività della Caserma di Pratosardo, attraverso anche il dislocamento di alcuni reparti». Insomma, lo stato italiano e il suo esercito da una parte aprono i cancelli di un paio di spiagge, dall’altro si fanno pagare dalla Regione la realizzazione di nuove strutture dove svolgere le attività ora svolte nella Ederle e sbandierano come positiva l’apertura di una nuova caserma a Nuoro (a suo tempo fortemente avversata dall’organizzazione A Manca pro s’Indipendentzia) annunciando il dislocamento di nuovi reparti, cioè un incremento della presenza militare italiana in Sardegna.

A parte le colorite dichiarazioni del capogruppo del Partito dei Sardi che ha annunciato di non “voler vivere in una colonia” (dimenticando di essere però solido e fedelissimo alleato dei colonizzatori), è sceso subito in campo il neonato polo dell’Autodeterminazione attraverso le dichiarazioni del suo portavoce Antony Muroni che ha chiesto al governatore Pigliaru di non firmare l’accordo: «Ogni passo compiuto verso la liberazione delle terre sarde occupate dalle servitù militari e sottoposte a invasive esercitazioni militari va salutato con soddisfazione. Detto questo, l’accordo di programma presentato ieri in Consiglio regionale dal presidente Pigliaru è tutt’altro che storico. E, quand’anche si concretizzasse, è anni luce lontano da quel che serve: il presidente Pigliaru è ancora in tempo a non firmarlo».

Il segretario del partito indipendentista ProGreS ha invece stabilito una equazione politica fra servitù e PD ricordando che gli esponenti di tale partito in Parlamento nel 2008 avevano protestato chiedendo la realizzazione di un’ulteriore servitù all’interno del poligono di Quirra (per la cronaca: Andrea Lulli, Siro Marrocu, Amalia Schirru, Giulio Calvisi, Caterina Pes, Paolo Fadda e Guido Melis). Il PD – argomenta Gianluca Collu – «sostiene come ha sempre fatto che gli interessi dell’esercito italiano e dei suoi alleati, ma soprattutto gli interessi economici e politici di multinazionali belliche come Finmeccanica e dei partiti ad essa collegata, non si possono mettere in discussione né ora né mai. E se le popolazioni locali o l’intera nazione sarda non sono dello stesso avviso, poco importa, si continui a sparare e a bombardare».

Collu torna anche sulla questione degli osservatori ambientali “indipendenti” sbandierati da Pigliaru come uno dei punti forti dell’accordo, ricordando come il Governo Renzi abbia approvato un «decreto legge che aumenta di fatto i limiti di “inquinamento consentito” delle aree militari per alcune sostanze fino a cento volte i valori attuali». Insomma, a che servono degli osservatori ambientali indipendenti se poi nei poligoni militari si può inquinare per decreto?

Dello stesso avviso l’Assemblea sarda contro l’occupazione militare Aforas che è uscita oggi con un articolato documento di analisi denunciando l’accordo Stato-Regione come una truffa. I pochi punti positivi presenti nell’accordo cioè lo stop alle esercitazioni dal 1 giugno al 30 settembre e l’apertura temporanea delle spiagge di Murtas e Spiagge Bianche – denunciano gli attivisti – «erano già in essere negli ultimi anni attraverso protocolli d’intesa tra Comuni e Difesa, che venivano ogni anno rinnovati». Anche sugli osservatori ambientali gli attivisti svelano le carte giocate dalla Difesa e Pigliaru: «anche per questi non meglio precisati controlli ambientali ribadiamo quanto già scritto: avranno accesso e fondi per analisi approfondite? A tal proposito ricordiamo che, come riportato nel nostro ultimo dossier su Teulada, le uniche indagini su ambiente e salute sono state commissionate dalla Difesa e secretate. Per questo pretendiamo ricerche approfondite e condotte da enti terzi, non governativi e riconosciuti da tutte le parti». E, dulcis in fundo, la vera e propria mela avvelenata presente nell’accordo: a fronte di inconsistenti porzioni di territorio cedute all’uso pubblico i sardi dovranno acconsentire a nuove servitù militari «da una parte, il dislocamento di alcuni reparti nella caserma di Pratosardo (Nuoro), infrastruttura tra l’altro costruita su terre civiche, sclassificate e dichiarate edificabili con una legge del 2013. E dall’altra, l’implementazione del SIAT, Sistema Integrato per l’Addestramento Terrestre, e di altri sistemi duali. Abbiamo già sottolineato nel nostro dossier sul PISQ (Poligono Interforze del Salto di Quirra) a proposito del Distretto Aerospaziale della Sardegna (DASS) la pericolosità dell’uso civile e militare di infrastrutture tecnologiche finalizzate sempre ad un uso bellico. In particolare il SIAT, (citato nel nostro dossier su Teulada), è presentato come un nuovo modo di utilizzare il poligono, moderno, orientato alla ricerca scientifica e addirittura “green”. Ma, anche se si spara qualche cartuccia in meno del solito, si tratta pur sempre dell’ennesimo sistema di addestramento volto alla preparazione di guerre di aggressione (come dimostra la costruzione di due villaggi addestrativi riprodotti in stile medio orientale e dell’est Europa). E anche il coinvolgimento dell’Università rivela sempre lo stesso schema, già intravisto con il DASS: drenare fondi pubblici dalla ricerca verso l’industria bellica. In pratica, anziché porre le basi per la dismissione del Poligono di Teulada, l’accordo prepara il terreno per un suo nuovo utilizzo, sempre indirizzato al vecchio sfruttamento coloniale: della nostra terra da una parte e dei futuri scenari di guerra dall’altra».

 

Compagno T. e la coscienza sporca della sinistra sarda – intervista a Cristiano Sabino

Compagno T. Lettere a un comunista sardo, di Cristiano Sabino, ed. Condaghes 

Intervista a Cristiano Sabino di Luana Farina
  • È il tuo primo libro e tutti quelli che conoscono la tua storia politica e la tua formazione accademica penserebbero alla forma del saggio. Invece no! Ci troviamo davanti ad un libro che e sì politico, ma che ha diverse sfaccettature e chiavi di lettura. Come nasce Compagno T.? Da quale idea prende corpo?

Ho sempre avuto molto pudore per la scrittura. Scrivere è una cosa importante, le parole sono pietre e devono reggere la prova del tempo. Voglio dire che il criterio di selezione della scrittura non è adatta alla concezione mercantilistica dello scambio qui ed ora. Anche la scrittura politica non obbedisce alla medesima logica del documento, del volantino, dell’articolo di giornale, della tesi politica ma deve avere il coraggio di guardare più lontano nel tempo, nel passato come nel futuro, ambendo a toccare coscienze oggi indisponsibili all’ascolto. È questa l’idea che mi ha spinto a scrivere, un forte bisogno di fare i conti con i tanti nodi irrisolti che ho esperito nella mia militanza e con chi avrà in futuro il bisogno di un confronto per potersi temprare. Alla mia generazione è mancato questo, avevamo certo a disposizione le opere classiche del pensiero socialista e anche numerose testimonianze dei conflitti degli anni sessanta e settanta. Ma nulla di fresco, niente che potesse aiutarci a sgrezzare alcune posizioni per farle avanzare nella realtà, niente con cui misurarci direttamente a parte qualche documento e qualche giornaletto a ciclostile. Il saggio sarebbe stato troppo comodo. Non è detto che non scriverò nulla del genere, ma con i dogmi statocratici del compagno T. un saggio avrebbe funzionato poco o nulla. Alla fine diventa tutto un discorso di dati e numeri o di citazioni colte usate come formulette per dimostrare di avere ragione. Ne ho incontrati molti che conoscevano a memoria Marx, Lenin e Mao Zedong e poi ragionavano come vecchi DC o anche peggio. Non è questo il punto, non è sul piano delle formulette o dei glossari che intendevo colpire e affondare T., ammesso e non concesso che io ci sia riuscito. La mia intenzione era quella di pungerlo nell’anima, di infastidirlo, di provocare in lui un dolore permanente e di scuoterlo dal torpore delle sicurezze su cui ha costruito tutta la sua vita e spesso anche la sua fortuna e la sua carriera. Spero di aver buttato giù dalla sedia tanti compagni T.

  • Un nuovo paradigma letterario:  tra saggio, epistolario, narrazione. Si tratta di un libro scritto con uno stile insolito, soprattutto per un epistolario, dove a parlare è solo l’autore che scrive le 30 lettere al misterioso T., del quale non leggiamo mai le risposte ma riusciamo bene a immaginarle perché riesci a far materializzare fisicamente il tuo interlocutore, tanto da “farcelo vedere e sentire”. Quali sono le tue letture che ti hanno portato ad esprimerti in questo modo?

Io e T. abbiamo parlato e ci siamo scontrati per tutta la vita e credo che ciò continuerà ad avvenire, fino a che una delle due posizioni non soccomberà all’altra o entrambe cadranno in rovina. Potrebbe sembrare una posizione tragica ma lo scontro tra idee è sempre anche uno scontro tra vite e vissuti, individuali e collettivi. Non ho dovuto usare grandi artifici retorici per immaginare cosa avrebbe osservato o controribattuto T.; conosco molto bene l’arsenale logico da cui attinge.

Veniamo alle mie letture. Sicuramente sono debitore al dialogo filosofico e allo stile di pensiero che procede per appunti, esami, contro esami in maniera fluida e dialettica. Credo che Gramsci in questo sia rimasto insuperato (e non parlo del Gramsci addomesticato e ridotto ad icona pop da parte della cultura di sinistra, ma del Gramsci reale, quello dei Quaderni del carcere). I suoi Quaderni in realtà rappresentano un dialogo con tutta la cultura moderna su cui si fonda la costruzione della coscienza e del consenso occidentale. E lui mette a nudo e svela l’ossature profondamente classista e colonialista di questa coscienza medesima. Ma prima ancora sono debitore al pensiero scettico e in particolare a quello di Montaigne il quale, partendo dal presupposto che nulla può dirsi vero in maniera assoluta, svela molte contraddizioni del potere degli stati colonialisti europei nel periodo della loro formazione. Li chiamano in generale i “maestri del sospetto” perché hanno la capacità di ribaltare la realtà così come ci appare e di svelarne gli arcani e l’ingiustizia che si celano sotto le narrazioni e le retoriche ufficiali, persino di quelle correnti di pensiero che si vorrebbero critiche e rivoluzionarie come appunto quele da cui T. attinge tutto il suo bagaglio retorico. Ed è esattamente ciò che cerco di fare dialogando con T. relativamente al contesto sardo e internazionale.

  • Da tutto l’epistolario, nel modo di porre le oltre 130 domande che fai a T., emerge prepotentemente il tuo essere filosofo che cerca instancabilmente di comprendere i fatti storici e politici riguardanti la Sardegna, però mai col distacco tipico del filosofo, ma con una passione bruciante, forse a volte da deluso, ma mai arreso. Sbaglio?

Quella del filsofo distaccato è una scemenza. Come si fa ad amare la realtà e a cercare la verità distaccandosene o assumendo un atteggiamento freddo? Aveva ragione Aristotele a dire che la filosofia nasce dalla meraviglia. Chi non si meraviglia di fronte alle cose, chi non parteggia, chi non prende parte, chi non si sporca le mani, non è un filosofo, al massimo è un dotto di Stato. Gramsci prendeva sonoramente in giro il filosofo idealista Giovanni Gentile e la sua teoria dell’«atto puro» dichiarando che l’atto o è impuro o non è. Certo ci vuole una teoria e una visione generale del mondo per poter agire sapendo cosa si sta facendo e per essere realmente liberi, ma le teorie non si imparano solo sui libri, perché anche quei libri escono fuori da pratiche storiche e da veri e propri scontri materiali tra classi, popoli e gruppi sopciali. Chi non ha i calli nelle mani difficilmente è un buon filosofo.

  • L’epistolario col compagno T. è anche un’opportunità che l’autore si dà per parlare in modo attuale del suo essere stato e essere ancora comunista, internazionalista, indipendentista. La rivendicazione dell’autodeterminazione del popolo sardo e di tutti i popoli senza Stato è il filo conduttore di tutta questa narrazione. Quanto il tuo libro può contribuire a far passare questa linea, creando coscienza e  consapevolezza in chi o non le ha mai avute,  o se le aveva, ha preferito  sempre, e ancora oggi, “guardare altrove”?

L’autore con il libro appena uscito, lo scorso maggio nelle vie del centro storico di Sassari, la sua città natale

È una domanda difficile. Non credo che ci sia autore al mondo capace di rispondere. I libri una volta scritti non appartengono più all’autore, ma alla storia del popolo o dei popoli e/o al loro oblio. È questa l’unica critica letteraria che conta. Bisogna vedere se nel foro profondo della coscienza dei sardi a cui mi rivolgo (ed è ovvio che non mi rivolgo a tutti i sardi) esiste una frattura e se questo mio libro si dimostrerà capace di individuarla.

Tu per definire il mio spettro politico usi molti aggettivi: “comunista”, “internazionalisa”, “indipendentista”. Io sto maturando l’idea che basta un sostantivo: liberazione. Se partiamo da queto, se partiamo dalla necessità della liberazione, tutto il resto verrà da sé. Non mi sto associando a chi dice che gli –ismi sono roba del Novecento. Sto dicendo che nel concetto di liberazione sono inclusi molti -ismi in cui io e altri ci riconosciamo ed è più facile trovare un accordo andando al cuore del problema senza infognarsi nelle tante categorie che riportano il dibattito su questioni di carattere accademico e dottrinario e che ci tengono molto lontani dal movimento reale. Voglio dire che dovremmo ripartire dal conflitto e non dalle categorie ideologiche che ci impastoiano in dibattiti dal gusto letargico ed esotico ma non ci fanno fare un millimetro avanti nel mondo e nella società reale. Il mio libro ha l’ambizione di parlare di questo e del fatto che spesso la sinistra sarda ha fatto appunto il contrario e alla fine si è ritrovata adagiata sugli allori o semplicemente ha gettato la spugna o peggio si è venduta per un piatto di lenticchie. È questo il senso del “guardare altrove” di cui parli. Chi ha “guardato altrove” rispetto al conflitto a volte strisciante, a volte manifesto tra nazione sarda e Stato italiano, semplicemente ha aderito alla logica dello Stato. Ci sono sicuramente tante buone ragioni per giustificare una scelta del genere, ma i comunisti si nutrono del conflitto e la storia insegna che chi lo rifugge o lo teme, chi tenta in ogni modo di appianare i contrasti per paura di svegliare energie incontrollabili, non è comunista ma reazionario. E sinceramente ti dico che no, non credo di poter incidere sulla coscienza dei reazionari.

  • Ultima domanda: come stanno andando le presentazioni?

Direi bene. Il libro è uscito lo scorso maggio e finora abbiamo fatto 13 presentazioni e la quattordicesima sarà il prossimo 1 dicembre a Scano Montiferru dove dialogherò con il sindaco indipendentista Antoni Flore Mozzo. Con mio grande stupore (e anche del mio editore) il libro va verso la sua seconda ristampa. Non che non credessi nella qualità del mio lavoro, ma il tema è abbastanza impopolare, cioè affronta la questione dell’autodeterminazione della nazione sarda dal punto di vista della sinistra, scontentando sia chi si riconosce nei valori dell’indipendenza ma non in quelli della sinistra, sia coloro i quali si dichiarano di sinistra ma non sono indipendentisti e non sono neppure disposti a riconoscere l’esistenza di una questione nazionale sarda. Sono in progettazione tante altre presentazioni, comprese città importanti come Oristano e Nuoro che potranno essere organizzate non appena avremo il via libera dall’editore per la disponibilità dei libri.

La locandina della prossima presentazione del libro Compagno T. nel paese di Scano Montiferru che sarà introdotta dal sindaco scrittore Antoni Flore Mozzo il prossimo 1 dicembre.

Gli Stati contro i Popoli e i cittadini

di Francesco Casula

Una violenza brutale cieca ingiustificata. Contro cittadini. Contro anziani. Contro giovani. Inermi. Con le braccia alzate. Con in mano il semplice documento per votare: arma che terrorizza lo stato franchista di Madrid.
Uomini e donne catalane: rei solo di voler liberamente e pacificamente esprimere il proprio pensiero su come autogovernarsi. Su come gestire il proprio destino.

È la politica degli Stati dei manganelli: è la “forza” bruta, la massima espressione della loro debolezza. Della loro decadenza.L’ultimo colpo di coda.
Stati in avanzata putrefazione. Vie più antisociali, burocratici, inefficienti. Fonti di crescenti disuguaglianze, ingiustizie, malessere.
Con Partiti di stato e di regime, corrotti. Con leader cialtroni e analfabeti. Risibili.
Stati controparti dei cittadini e dei popoli, cui sempre più negano diritti sociali e civili: il diritto al lavoro, alla cultura, alla salute, al benessere.
Stati oppressori delle minoranze nazionali, delle piccole patrie, delle nazioni non riconosciute: deprivate della loro identità, storia, cultura, lingua, memoria.
Nazioni senza stato incorporate coattivamente e imprigionate in confini artificiosi, imposti dalle superpotenze, stabiliti da trattati e da gerarchi mondiali in base a ragioni geopolitiche ed economiche.

I Catalani, con la loro rivoluzione dal basso partecipata, ubiquitaria e gioiosa, hanno indicato la rotta.
Tocca agli altri popoli oppressi, tocca a noi sardi costruire, autonomamente solidamente e unitariamente, il nostro processo e progetto di autogoverno, autodeterminazione e di INDIPENDENZA.
È un nostro diritto storico. Basato sulla nostra identità etno-nazionale, culturale e linguistica.
Occorre la nostra volontà.

Manifestazione di solidarietà alla Catalunya

Una foto della Diada, festa nazionale della Catalunya

La Catalunya attraversa un periodo storico determinante per la sua libertà. Dopo secoli di colonizzazione e di lotte contro la stessa, la stragrande maggioranza del popolo proclama la volontà di svincolarsi dal potere centrale di Madrid per poter affermare finalmente le proprie peculiarità di nazione.

Nella quasi totale censura dei media nostrani- e non- negli ultimi mesi abbiamo assistito a numerose escalation repressive da parte della Spagna nei confronti di chi sostiene l’imminente rottura dei catalani con la monarchia castigliana. La vittoria del  avrà esiti ben più vasti della creazione di un altro stato nella penisola iberica, dal momento che si apriranno numerosi nuovi fronti geopolitici per l’Europa e orizzonti di speranza e lotta per tante nazioni senza stato, oggi ancora incapaci di alzare la testa.

L’esempio della Catalogna è edificante e mirabile sotto ogni punto di vista, a partire dalla coesistenza tra non-violenza, frontalità e rigore del movimento indipendentista, che con un lavoro capillare- portato avanti con flessibilità politica pur con forte determinazione e intolleranza verso il potere centrale spagnolo- ha fatto raggiungere i risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti: solo qualche giorno fa, 11 settembre, in occasione della Diada (Diada Nacional de Catalunya) milioni di catalani si sono riversati nelle strade e nelle piazze per festeggiare la propria nazione e dichiarare al mondo un Sì alla fine di seicento anni di dominazione spagnola.

In questo frangente storico la Sardegna, anch’essa nazione senza stato soggetta a soprusi da secoli, ha preso posizione tramite il Comitadu Sardu pro su Referendum de sa Catalunya, che dopo aver organizzato numerosi incontri informativi con la presenza di Joan Adell Pitarch, delegato della Generalitat catalana all’Alguer (Alghero), indice una manifestazione in sostegno al venturo referendum per l’indipendenza della Catalunya davanti al Consolato spagnolo a Cagliari. I manifestanti consegneranno al console onorario una richiesta di rispetto della democrazia e annunceranno la partenza di una delegazione sarda del Comitadu che vigilerà sul regolare svolgimento democratico del referendum.

La chiamata

“Invitiamo i singoli, le associazioni, i collettivi e i partiti che sono d’accordo con il testo di questo appello a sottoscriverlo con un post nell’evento o con un messaggio all’indirizzo sardignacatalunya@gmail.com

Mobilitazione per il diritto dei cittadini catalani a celebrare il Referendum per l‘Indipendenza

La situazione della Catalogna in questi giorni che precedono il referendum del primo ottobre, non è degna degli standard che ci si aspetterebbe da un paese civile e rispettoso delle garanzie democratiche. Perquisizioni, minacce di arresto e intimidazioni stanno segnando la vita quotidiana di tutte quelle persone, associazioni, partiti, sindacati, movimenti, imprese e testate giornalistiche che si stanno impegnando perché i cittadini catalani possano godere del diritto all’autodeterminazione nazionale celebrando un referendum democratico.

I responsabili di questa situazione sono le istituzioni del Regno di Spagna, governo e magistratura in primis.
Dal momento che consideriamo il riconoscimento del diritto dei popoli ad autodeterminarsi uno dei fondamenti della vita democratica e della convivenza pacifica fra le nazioni, abbiamo deciso di inviare un segnale di solidarietà al popolo catalano e di monito al governo spagnolo. Come sardi e come indipendentisti siamo vicini ai nostri fratelli catalani e siamo pronti a dar loro tutto il supporto necessario perché possano avvalersi di un diritto riconosciuto dalle principali convenzioni internazionali. I cittadini catalani non sono soli e da parte nostra eserciteremo tutte le pressioni sul consolato spagnolo perché arrivi forte e chiaro il segnale che tutti i popoli che amano la libertà e la democrazia ora sono catalani!

Per questo convochiamo per venerdì 22 settembre alle 17:00 un sit in sotto il Consolato spagnolo di Cagliari, in via Baccaredda.
Invitiamo a partecipare tutti i singoli, le associazioni e i partiti indipendentisti e tutti quei singoli che riconoscono il diritto di ogni popolo della Terra all’autodeterminazione e che in generale hanno a cuore i fondamentali valori democratici.
Facciamo sentire la nostra solidarietà ai fratelli catalani, e facciamo capire al governo spagnolo che la loro prepotenza non ci spaventa.”

Link all’evento Facebook:
https://www.facebook.com/events/144746219461675/?acontext=%7B%22action_history%22%3A%22[%7B%5C%22surface%5C%22%3A%5C%22page%5C%22%2C%5C%22mechanism%5C%22%3A%5C%22page_upcoming_events_card%5C%22%2C%5C%22extra_data%5C%22%3A[]%7D]%22%2C%22has_source%22%3Atrue%7D

 

A èssere indipendentes, nen mègius e nen pejus de àteros

di Carlo Manca

Hai presente quelli che ti dicono che non si può parlare di indipendenza della Sardegna prima di essersi spogliati dell’esaltazione di un popolo e dell’altezzosità che ci farebbe riconoscere come migliori di qualche altro popolo?

Questo è ciò che posso definire “insignare a babbu a coddare”, ma riconosco che la necessità dell’interlocutore di puntualizzare con quest’obiezione politica a chi non ne ha mai avuto bisogno, è diretta conseguenza di una serie di pregiudizi coloniali italiani ed autocoloniali sardi.
Ovvero, sentire precisare che non siamo migliori di altri, rivela che non si conosce niente degli ultimi cinquanta anni di dibattito all’interno del panorama indipendentista sardo: la corrente mistica, dell’irrazionale tradizionalismo, della mansueta osservanza delle usanze pagane in estetica cattolica, della religiosità che non può essere messa in discussione, del classismo, della purezza di sangue, del conservatorismo dal gusto esotico della lingua sarda “che fu” – e che debba essere considerata inespugnabile dal lessico e dalle esigenze della modernità- e del passato mitologico che renderebbe il popolo sardo migliore di altri benché sottomesso, sono posizioni che fortunatamente hanno ricevuto tantissime critiche all’interno del dibattito.

Ultimamente c’è stata un’impennata della tematica legata all’indipendentismo sardo. Il tema è diventato “pop” e se ne parla trasversalmente sia a sinistra che a destra dello spettro politico isolano. Ma dal momento che l’italianità è un concetto più religioso che politico, dato che non si può mettere in discussione e che fa scattare quel meccanismo psicologico di protezione che si manifesta in forme che vanno dal sentimentalismo al bellicismo, dalla maternità alle estetiche della virilità, possiamo notare quanto sia facile e a buon mercato tentare la carta della ridicolizzazione dell’idea di indipendenza, ben prima che con argomenti validi e “laicità” di vedute che escludano ogni tipo di sciovinismo di ritorno. Ancora di più, il meccanismo di derisione è forte nella misura in cui vengono esagerate pretestuosamente quelle posizioni sorpassate dalla Storia e dalla critica contemporanea alle idee: si ritiene ormai – e direi anche giustamente – che non si possa più basare il concetto di nazionalità sulla discendenza di sangue, perché nessuno è puro, né in Sardegna, né in Italia e né in qualsiasi altra parte del mondo e sarebbe fin troppo opinabile e pretestuoso gettare i parametri di valutazione di ciò che può essere considerato puro. Ci sono altri parametri ben più attuali ed elastici (e meno severi del sangue) da combinare per definire una nazionalità. Non aprirò qua una digressione su cosa altro può definire il concetto di nazionalità, per esigenze pratiche. Eppure, prendendo questo esempio, si bollano in blocco gli indipendentisti come etnonazionalisti, qualsiasi cosa voglia dire, e come romantici prosecutori di un passato mitologico che ormai, Dio volle, è sfociato nel destino comune con l’Italia. Anzi, sotto l’Italia, ci sarebbe da precisare.

Pur coscienti che il popolo sardo non è in sé migliore di altri e che l’intento dei movimenti e dei partiti indipendentisti sardi è conquistare l’autodeterminazione del proprio popolo, la ridicolizzazione passa proprio per l’estremizzazione di quel brodo di idee che, all’interno dello stesso spettro politico indipendentista in cui si possono fare poche rivoltanti eccezioni, è combattuto dagli stessi indipendentisti che non si riconoscono in posizioni xenofobe, romanticamente tradizionaliste, classiste o aristocratiche, securitariste, sessiste, razziste, complottiste.
Sì, esistono anche sardi indipendentisti dell’ultima ora che hanno scoperto da poco il giocattolo dell’orizzonte indipendentista, e se ne fanno portatori anche se sono illetterati, senza coscienza, senza chiara cognizione di causa-effetto e che riescono a bersi facilmente tutte le perle complottiste. Ricordate le baggianate del tipo: “Non ho niente contro i migranti, ma… i migranti sono l’arma che l’Italia sta usando in Sardegna, perché ci destabilizzano, ci impongono le loro usanze, perché fanno più figli… è una sostituzione etnica in corso!” ?

Fauna che ti inquina l’ambiente politico e poi ti chiede pure chi distribuisce la patente di indipendentista, come se l’ironia le desse una dignità di esistenza o come se tu fossi costretto ad accettare certi personaggi come compagni di viaggio, perché non puoi avere il “marchio” di indipendentista. Lasciamo i discorsi sui diritti d’autore e sulle patenti ad un altro momento, anticipando già che ci sarebbe abbastanza da scrivere in merito. Comunque, in nessuna maniera questo tipo di fauna “politica” può essere rappresentativa dell’indipendentismo sardo attuale, anche se, a dolu mannu, ne è una componente ed è l’elemento inquinante in base al quale è facile avanzare un argomento fantoccio, che è pur sempre una fallacia logica.
La percezione ancora diffusa, che fortunatamente sta perdendo terreno, è quella secondo cui bisogna puntualizzare l’ovvio perché non si sa mai chi ci sia dietro agli indipendentisti barbuti e cattivi, giacché la retorica coloniale non fa altro che confutare i nostri argomenti proponendone una rappresentazione errata o distorta. Il fantoccio di cui sopra.

Certo è che gli argomenti dell’internazionalismo, sempre che non metta in discussione l’Italia unita, e dell’antinazionalismo, in cui l’unico emblema di nazionalismo sarebbe un ventaglio di espressioni politiche dell’Ur-Fascismo anche se poi ci si masturba davanti alle lotte anticoloniali (che sono condotti per lo più da movimenti di liberazione nazionale e sociale, toh!), sono il grimaldello con il quale si vuole negare il diritto all’esistenza del popolo sardo, in un’ottica di emancipazione sociale e di autodeterminazione popolare. Fascisti non lo siamo, e per fascisti non ci vogliamo passare, sotto alcuna forma.

Da indipendentisti, però, bisogna uscire dal meccanismo secondo cui si debba tendere al suicidio culturale per non apparire nazionalisti, cosa che succede paradossalmente abbracciando il nazionalismo e la dimensione nazionale degli altri (dell’Italia, in questo caso), che serpeggia nelle parole d’ordine unioniste e colonialiste. Lascio perdere in questo momento eventuali digressioni sulla decostruzione della rappresentazione dell’identità nazionale (così come di identità individuale), che sarebbe lecita ed aprirebbe un bel dibattito, ma che ci allontanerebbe dal discorso. È necessario rifiutare ogni tentativo per mano coloniale e/o reazionaria di far tendere il popolo sardo al suicidio culturale: infatti voler esistere e non sentirsi peggiori di altri, non vuol dire affatto basare la propria volontà di esistenza sul sentirsi migliori; non vivere di illusioni e di miti, ma nemmeno sminuirsi per vivere costantemente nella tossicità di un meccanismo coloniale, che ci guida da lontano e che ci imporrebbe di essere scettici verso la nostra esistenza come popolo ma di sentirci adatti al mondo moderno solo attraverso la sparizione e l’omologazione a ciò che la proiezione dell’italianità pretende dalla Sardegna.
Subdolamente si parla di mondo e di modernità, ma è autodeterminandosi che si trova la propria formula per stare nel mondo: in questo momento in Sardegna ci si trova ancora politicamente come nell’infanzia in cui si ha bisogno della mediazione dei genitori per imparare a stare nella società, con la differenza che i bambini crescono, mentre per la Sardegna questa condizione di perenne infanzia viene considerata congenita come se si trattasse di un individuo minorato. Questo vien fatto credere per instillare autocommiserazione, ma è dato da una politica di uno Stato che ha tutto l’interesse a non vedere maturare qualsiasi cosa che metta in discussione la propria supremazia all’interno dei suoi confini: la decentralizzazione e lo sgretolamento sono dei pericoli perché minano il sogno risorgimentale compiuto e la retorica fascista in cui si è rafforzato.

Non c’è da considerarsi necessariamente meglio dell’Italia, eppure questo non è un buon motivo per non guadagnare la propria indipendenza: semplicemente da parte di tanti sardi c’è una volontà politica di autodeterminare il proprio popolo e stare nel mondo attraverso i propri ambasciatori, i propri rappresentanti, attraverso i propri ritmi di vita, la propria lingua, poesia, filosofia, musica, enogastronomia compatibili in un ecosistema in cui il popolo vive e si identifica. Non c’è niente di male in questo.
Il discorso è meno complicato di ciò che sembra: tu non puoi pensare che io debba cambiare in base a come tu mi immagini. Questo principio, che ha avuto fortuna negli ambienti politici di emancipazione delle donne e negli studi di genere, è valido anche per il discorso che stiamo affrontando. Interrogarsi su ciò che si è, lo ritengo necessario per evitare mistificazioni, sacralizzazioni e parole vuote, ma in nessuna maniera interrogarsi può essere lo strumento attraverso il quale scoraggiare il percorso verso l’indipendenza, anche se spesso questo è stato strumentale per demolire qualsiasi tipo di ricomposizione natzionale sarda senza però mettere mai in discussione l’esistenza dell’identità italiana e dell’Italia unita, che soffre (o gode?) ancora di una disonesta ed intoccabile retorica provvidenzialista.

Dobbiamo stare attenti sia a chi basa il proprio orizzonte indipendentista sulla concezione di un passato mitologico da recuperare e il cui ripristino ci renderebbe migliori di altri popoli, sia attenti a chi giustifica l’ingerenza coloniale e a chi, dall’isola stessa, nega l’esistenza e l’autodeterminazione del popolo sardo.
Queste poche idee sono alcune delle sfide ancora attuali che l’indipendentismo sardo deve saper affrontare per farsi spazio fra pregiudizi italianisti, interessi della borghesia compradora, autocommiserazione,  diseconomia, autocolonialismo e dipendenza indotta.
Siamo indipendentisti, non perché ci sentiamo migliori degli italiani, ma perché non ci sentiamo inferiori e quindi miriamo all’autodeterminazione del nostro popolo nel mondo moderno, compatibilmente col nostro ambiente, con le nostre comunità e con la nostra cultura.

Polìtica