Insularità a chi?

 

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Immagine liberamente tratta da Marterblog
di Andrìa Pili

Le regioni ultraperiferiche dell’Unione Europea sono quelle cui il comitato per l’insularità in Costituzione guarda, in maniera più o meno esplicita, al fine di raggiungere uno status analogo. Credo sia discutibile associare la Sardegna a tali regioni, per motivi a mio parere ovvi, ma così non sembra almeno per i nostri eroi in Consiglio Regionale e altrove (ad esempio, Luciano Uras e Margherita Zurru di Campo Progressista, in un articolo su La Nuova Sardegna del 10 novembre scorso, hanno affermato che sarebbe invece “evidente” il contrario, per “condizione oggettiva”).

Quali sono le nove regioni cui il Trattato di Amsterdam (1997) ha riconosciuto la condizione di ultraperifericità in virtù della loro “situazione socioeconomica strutturale” segnata dall’insularità, dalla distanza e dalla superficie ridotta?

I dipartimenti d’Oltremare francesi (Guadalupa, Martinica, Guyana, Mayotte, Riunione) sono territori nei quali persistono le conseguenze del colonialismo classico che hanno subito per secoli, tra cui la dipendenza dall’export monocolturale di materie prime e lo schiavismo; le rimanenti sono isole dalle dimensioni molto ridotte rispetto alla Sardegna (24100 kmq): le Canarie (7447 kmq complessivi, la più grande, Tenerife, ha solo 2034 kmq), le Azzorre (2333 kmq complessivi, la più grande Sao Miguel ha 759 kmq), Madeira (801 kmq), St.Martin (53 kmq). Ciò che accomuna queste nove regioni è il fatto di trovarsi in aree geografiche extraeuropee (America Centrale, Sudamerica, Africa Occidentale ed Orientale) pur facendo parte dell’Unione Europea sia politicamente che per PIL pro capite. A prescindere da ogni considerazione sugli effetti economici di determinate politiche, appare ragionevole che si adottino provvedimenti per sopperire a tale distacco dal continente cui artificiosamente appartengono. Meno ragionevole è invece pensare che la Sardegna, una grande isola situata al centro del Mediterraneo Occidentale, possa essere paragonata a questi nove territori.

Dando per buona questa tesi, tuttavia, mi ha colpito il fatto che tra questi il modello prediletto più citato (anche dal nostro presidente della Regione in una recente intervista su La Nuova Sardegna del 5 dicembre scorso) siano le Canarie anziché le Azzorre o Madeira. Il motivo è che, durante l’ultimo ventennio (cioè il periodo in cui a queste regioni sono state applicate determinate politiche in ragione della loro condizione riconosciuta) le succitate isole dello Stato spagnolo hanno ampliato il divario di sviluppo con la media UE (tra il 2000 e il 2016 hanno avuto il più basso tasso di crescita annuale del PIL pro capite delle regioni spagnole, solo 0.03%) mentre le isole portoghesi, al contrario, l’hanno ridotto: Madeira, è stata la regione portoghese con il più alto tasso di crescita (1.9% annuale, tra il 2000 e il 2016), grazie al quale ha colmato il divario con la media del suo Stato (fonte OECD Regions and Cities at a Glance 2018); il PIL pro capite delle Azzorre, dal 1999 al 2016 (fatto 100 quello portoghese) è passato da 84 a 90, giungendo a toccare anche 94 nel 2009, prima della crisi (fonte: InstitutoNacional de Estatistica – ContasRegionais 2013 e 2019).

Per quanto manchi uno studio sugli effetti delle politiche per le regioni ultraperiferiche, chi sostiene la tesi in favore dell’insularità in Costituzione e l’attribuzione alla Sardegna di questo status, farebbe meglio a citare i casi di presunto successo anziché un fallimento palese.

Entro questa mistificazione, il consigliere regionale di centrodestra Antonello Peru addirittura dichiarò che le Canarie, grazie al principio di insularità avrebbero “fatto la loro fortuna economica e azzerato la disoccupazione” (La Nuova Sardegna, 14 marzo 2018). A leggere i dati forniti dal governo delle Canarie, tuttavia, non pare esattamente così: tasso di disoccupazione 21%; disoccupazione giovanile 41%; tasso di occupazione 47%; deficit commerciale 9.7 mld di euro, il tasso di copertura (rapporto export/import) è solo del 21% (quello sardo è del 70%, dai dati dell’ultimo rapporto CRENOS). Insomma, a prescindere dalla conoscenza dei dati, la citazione delle Canarie rimane una ottima mossa retorica, in quanto, nell’immaginario collettivo, queste isole rappresentano un paradiso.

Fermo restando che, per me, Azzorre e Madeira non sono paragonabili alla Sardegna e tralasciando i problemi notevoli che tali regioni continuano ad avere (ad esempio, per quanto concerne sanità, innovazione, occupazione) citarle a supporto dell’insularità in Costituzione darebbe almeno una parvenza di serietà all’argomentazione. Penso sia una dimostrazione ulteriore della natura tutta propagandistica e strumentale di questa “battaglia”, dove nessuno ha compiuto uno straccio di analisi seria. Infine, mi chiedo: cosa ha prodotto il “comitato scientifico” in questi due anni, durante i quali la sua presidentessa Maria Antonietta Mongiu (archeologa) e i suoi vari sodali non hanno fatto che ripetere sui giornali sempre le stesse tre-quattro frasi ad effetto? Inoltre, un comitato che ospita nel suo seno personalità dei campi più disparati non economici (fra cui anche il presidente dell’associazione fantarcheologica Nurnet, Antonello Gregorini) quali garanzie di scientificità potrebbe mai fornire?