1976 – 2018: l’infinito massacro israeliano

di Alessia F.

Il 30 marzo 1976 sei giovani palestinesi vennero uccisi dalla polizia israeliana mentre manifestavano contro l’esproprio delle loro terre.
Sono passati 42 anni da allora, ma i palestinesi continuano a pagare con il sangue la rivendicazione dei loro diritti. Il 30 marzo di quest’anno- in occasione della “Giornata della Terra”, con cui i palestinesi ricordano l’eccidio del 1976- è stata indetta una “Marcia per il ritorno”, per riaffermare un diritto già sancito dalla Risoluzione 194 delle Nazioni Unite: il diritto dei profughi palestinesi e dei loro discendenti di tornare nelle terre e nelle case da cui furono espulsi durante la Nakba nel 1948.
La manifestazione è stata imponente: 20.000 palestinesi hanno dato vita a una marcia pacifica lungo i confini tra la Striscia di Gaza e i territori occupati nel ’48. Ad attenderli c’erano carri armati e un centinaio di cecchini israeliani, che ancora una volta hanno intriso la terra palestinese del sangue del suo popolo.
Sotto il fuoco israeliano sono caduti 17 manifestanti, mentre i feriti sono più di mille.
Si tratta dell’ennesima strage compiuta da Israele, che si nasconde dietro un dito denunciando la “presenza di alcuni terroristi tra i manifestanti” e scaricando tutte le colpe su Hamas, colpevole di “aver mandato la gente a morire”.

Inutile dire che i media italiani cercano di avvalorare la tesi israeliana denunciando la presenza di infiltrati delle Brigate al-Qassam, molti parlano di una marcia trasformatasi in “battaglia”, su la Stampa addirittura si legge che “i militari sono stati costretti a sparare sui civili”. Basterebbe guardare i numerosi video della manifestazione[1] per far crollare la narrazione israeliana: ciò che si vede è un vero e proprio tiro al bersaglio su manifestanti inermi.

Il copione è sempre lo stesso, Israele opprime il popolo palestinese sotto gli occhi della comunità internazionale godendo della totale impunità. Qualcuno potrebbe essersi illuso di fronte alla convocazione d’urgenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ma, al termine dello stesso, non è arrivata nessuna condanna per i brutali metodi utilizzati dall’esercito israeliano. Il Consiglio si è infatti limitato a chiedere un’indagine indipendente e a lanciare un generale appello alla moderazione a entrambe le parti. Moderazione, questo è quanto richiesto a un popolo privato della propria terra, un popolo che ha dovuto crescere i propri figli nei campi profughi, un popolo costretto a vivere sotto occupazione o confinato in quel fazzoletto di terra che è la Striscia di Gaza, un popolo per cui in questi ultimi settant’anni tanto è stato detto, ma niente è stato fatto.

Ieri sono morti 17 palestinesi, nessun israeliano è stato ferito, dati in linea con la profonda disparità del bilancio di quello che molti si ostinano a chiamare “conflitto”. I numeri parlano chiaro: dieci anni fa, con l’Operazione Piombo fuso, Israele uccise 1.500 palestinesi e solo tra il 2009 e il 2016 altri 2.480 palestinesi sono stati uccisi dall’IDF, mentre le vittime israeliane nello stesso arco di tempo sono state meno di 100[2].
Quanti morti servono ancora per poter parlare di massacro e sgretolare la retorica del “diritto alla difesa israeliano”?
Non abbiamo una risposta a questa domanda, ma possiamo stare certi che la repressione non riuscirà a fermare la resistenza del popolo palestinese.

Intanto le istituzioni sarde, invece di sostenere il diritto all’autodeterminazione dei palestinesi e schierarsi dalla parte della difesa dei diritti umani, stringono legami sempre più forti con lo Stato di Israele. Nonostante le campagne promosse dagli studenti dell’Università di Cagliari per chiedere la revoca degli accordi con il Technion, istituzione israeliana pesantemente coinvolta nell’occupazione dei territori palestinesi, e la non collaborazione con le altre accademie israeliane complici della violazione dei diritti dei palestinesi, l’Ateneo cagliaritano ha stipulato due nuovi accordi. Ma l’Università di Cagliari non è la sola a puntare sulla collaborazione con Israele: l’anno scorso il Presidente Pigliaru incontrò l’ambasciatore israeliano per rafforzare i rapporti tra Sardegna e Israele su ITC e agroalimentare e appena una settimana fa l’Assessorato regionale del turismo ha organizzato un evento promozionale a Tel Aviv per attrarre i consumatori israeliani sulla nostra isola.

Di fronte all’immobilismo degli organismi internazionali, all’ipocrisia di chi dovrebbe fare informazione e alla complicità delle istituzioni sarde, è importante agire dal basso, per questo l’Associazione Amicizia Sardegna Palestina ha convocato un’assemblea il 4 aprile per organizzare insieme le prossime azioni in sostegno della lotta palestinese. L’incontro si terrà alle ore 18.00 nella sede di Via Monte Santo 28.

Link all’evento: https://www.facebook.com/events/348041832269961/

[1] Vedere ad esempio link 
[2] Vedere link

La Sardegna ricorda la “Giornata della terra” palestinese

di Alessia F.

Il 30 marzo i palestinesi celebrano la “Giornata della terra”, in arabo Yawm al-ard, per ricordare l’imponente protesta con cui nel 1976 il popolo palestinese si oppose alla decisione israeliana di espropriare venti ettari di terra appartenenti a diversi villaggi della Galilea, per destinarli a usi militari e alla costruzione di colonie. Quello straordinario esempio di resistenza popolare ebbe un alto tributo di sangue: sei furono i giovani uccisi dalla polizia israeliana, centinai i feriti e altrettanti gli arresti. Sono passati 41 anni da quel giorno, ma è da un secolo che i palestinesi devono fare i conti con il progetto sionista di colonizzazione della Palestina, portato avanti mediante eccidi, espulsioni e confische.

A Cagliari l’Associazione Amicizia Sardegna Palestina ha voluto commemorare la Giornata della terra con un evento che si è tenuto all’ex Liceo Artistico, all’interno della mostra “Grido di colore” dell’artista palestinese Latifa Yousef. La pittrice non ha potuto partecipare all’inaugurazione a causa di un visto negato dalle autorità israeliane, perché Israele è consapevole che la resistenza può essere portata avanti in un’infinità di modi, e fa paura anche quando assume la forma di una tela grigia come il cielo di Gaza dopo i bombardamenti o sgargiante come l’Intifada.
L’evento si è aperto con un collegamento Skype con Hussam Kana’na, attivista palestinese che a causa della sua attività politica ha passato dieci anni recluso nelle carceri israeliane. Kana’na era poco più di un ragazzino nel ’76, ma di quella giornata ricorda benissimo gli spari che illuminavano il cielo notturno, le notizie di morte che passavano di bocca in bocca, la rabbia e la determinazione della sua gente. L’ex prigioniero politico ha però sottolineato che il suo popolo combatte ogni giorno contro il furto della propria terra e la negazione dei propri diritti. I palestinesi che come lui vivono all’interno di Israele oggi devono difendere con le unghie quel 2% di terra rimasta in loro possesso, e ancora peggiore è la situazione di coloro che vivono nei Territori Occupati della Cisgiordania, sottoposti a un vero e proprio regime di apartheid, situazione che le Nazioni Unite hanno recentemente tentato di nascondere al mondo imponendo il ritiro di un dettagliato rapporto pubblicato da Rima Khalaf, ormai ex direttrice dell’Escwa, che con coraggio ha preferito rassegnare le proprie dimissioni piuttosto che “occultare i palesi crimini israeliani”. Kana’na ha fatto alcuni esempi delle discriminazioni razziali a cui devono sottostare i cittadini palestinesi in Israele, ad esempio se un palestinese cittadino israeliano decidesse di sposare una palestinese della Cisgiordania, quest’ultima non otterrebbe mai la cittadinanza, senza contare che ogni qual volta decidesse di uscire dallo Stato di Israele dovrebbe farlo con la consapevolezza di non avere la certezza di ottenere il visto per rientrare nella propria casa. Diversamente, se un cittadino ebreo israeliano decidesse di unirsi con una cittadina di un altro paese, questa otterrebbe senza problemi la cittadinanza israeliana. Inoltre, per scoraggiare i cittadini palestinesi ad avere figli, la legislazione concede esclusivamente agli ebrei gli aiuti economici previsti per le famiglie numerose. Un altro problema con cui i palestinesi devono raffrontarsi è quello dei permessi per la costruzione delle proprie abitazioni: se un ebreo possiede un terreno e vuole costruire una casa per la propria famiglia, può farlo tranquillamente, al contrario un palestinese deve chiedere un permesso, che di fatto viene negato a più del 60% dei palestinesi. Molti di loro si vedono quindi costretti a costruire senza l’autorizzazione delle autorità israeliane, che poi possono legalmente disporre la demolizione delle case palestinesi. È stato stimato che all’interno di Israele ci siano 100.000 case palestinesi prive di permesso israeliano, è evidente che la pratica della demolizione fa parte della strategia israeliana volta a scoraggiare la presenza palestinese all’interno dello Stato ebraico. Dopo questa importante testimonianza, Daniela Spada, Rana Jammoul, Laura Salaris e Alice Agus, accompagnate dalle dolci note della musica di Marco Ammar, hanno concluso l’evento con le letture di bellissime poesie palestinesi in lingua originale e in italiano.

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