Liberazione nazionale sarda e rivoluzione – Intervista a Gianfranco Camboni

Gian Franco Camboni, storico comunista, insegnante di storia e filosofia, oggi militante del Partito Comunista dei Lavoratori.

Il mondo sta cambiando. Alcuni parlano di passaggio di fase dal nuovo ordine mondiale nord-americano al multipolarismo. Sei d’accordo?

Concetti quali multipolarismo, unilateralismo, isolazionismo etc., tratti dalla politologia e dalla geopolitica, non ci aiutano a comprendere le dinamiche politiche su scala mondiale. Tali definizioni prescindono dai concreti rapporti sociali e perciò sono astratte. Il concreto, al contrario, dell’astratto è tale perché sintesi di molteplici determinazioni (Marx), per cui la concretezza dell’analisi politica può essere solo quando la politica è considerata quale “sintesi dell’economia”, cioè della lotta fra le classi. Per essere chiari, dopo il crollo dell’URSS si parlò di multipolarità, mentre si procedeva all’allargamento della NATO a est; dopo l’elezione di Obama si parlò di un G2 USA-Cina e Obama sfoderava l’AIR-SEA-BATTLE, il piano di aggressione alla Cina.

Per comprendere la situazione attuale dobbiamo analizzarla come il risultato dei compiti che l’imperialismo si è dato dopo la vittoria dei soviet nell’ottobre del ’17. Furono sottratti all’imperialismo circa 24 709 825 km² e le immense ricchezze del suo sottosuolo, infatti la Russia era una semicolonia del capitalismo inglese e francese. La sua effettiva sovranità nazionale l’ottenne solo con lo repubblica dei soviet. La rivoluzione russa dette l’impulso alle rivoluzioni anticoloniali che aggravarono la condizione dell’imperialismo. Non c’è bisogno d’essere laureati alla Sorbona per capire che dall’ottobre del 1917 la direttrice di marcia dell’imperialismo fu quella di riprendersi ciò che gli era stato espropriato. Tutta la politica della classe dominante è determinata da questo imperativo. Roosevelt fece concessioni alla classe operaia americana, perché la combinazione della lotta di classe operaia negli USA dopo il crollo del ’29 con la presenza dell’URSS poteva essere fatale alla classe dominante USA. Lo “stato sociale” del secondo dopoguerra fu una concessione nei paesi dominanti per evitare la rivoluzione. Ma il destino dell’URSS non era eterno come sostenevano molti sovietologi sovietici. Il destino dell’URSS era legato alla vittoria della rivoluzione mondiale. Di ciò erano pienamente consapevoli Lenin e Trotsky e tutta la loro strategia e tattica era fondata su tale consapevolezza. Il destino dell’URSS era quello di una rivoluzione politica antiburocratica o la restaurazione.

L’illusione della burocrazia ex sovietica che la restaurazione capitalista, iniziata con Gorbaciov, si sarebbe tradotta in un nuovo ordine mondiale dove l’imperialismo gli avrebbe concesso un posto a tavola è stata solo un illusione. La prima guerra all’Iraq di Bush padre fu un modo di tastare la burocrazia prossima alla capitolazione definitiva.

La crisi inarrestabile iniziata nel 2007, dopo il fallimento delle politiche keynesiane e del “liberismo”, ha costretto l’imperialismo a concentrarsi sul modo classico con cui risolvere le sue crisi, il militarismo.
Dal 1991 viviamo in uno stato di guerra imperialista ininterrotta, ma dopo il 2007 il militarismo ha subito una accelerazione straordinaria. Si è completato l’accerchiamento della Russia e con il colpo di stato di Kiev nel 2014 è iniziata l’aggressione. Obama ai primi del 2012 decise di spostare il 60% della marina militare a Oriente, verso la Cina. Il Giappone ha iniziato il riarmo e la sua dottrina militare è in funzione anticinese. Questo è il risultato della direttrice storica.
Vedere nelle divisioni tattiche dell’imperialismo l’emergenza di “nuovi ordini mondiali” è fuorviante. Un esempio basta per tutti, il gen. J. Mattick è stato messo a segretario della difesa per tenere sotto controllo Trump, il sen. Mccain, grande sostenitore di Mattis, giovedì 30 marzo, ha chiesto una commisione d’inchiesta sui rapporti tra Trump e capitalisti russi. Ma le leggi della crisi capitalistica e quelle della guerra sono le stesse della rivoluzione. Questa è la ragione per cui il militarismo all’estero richiede all’interno una politica autoritaria che liquidi le libertà politiche e sindacali del proletariato e lo sguinzagliamento delle bande fasciste. Per questa ragione è necessario accelerare i tempi di costruzione dell’Internazionale, cioè del Partito della Rivoluzione socialista mondiale. Siamo entrati in un periodo di guerre civili, cioè di una forma specifica della lotta di classe.

Il movimento comunista ha subito “un arresto un pò ovunque, eppure riemergono con forza le ragioni che tra Ottocento e Novecento l’avevano fatto nascere. In che cosa sbagliano i comunisti del terzo millennio?

Ti risponderò in positivo, ma prima voglio svolgere una considerazione su un errore che bisogna superare al più presto. Gli esseri umani sono vittime di un feticcio che il filosofo rivoluzionario inglese, del XVII sec., Francis Bacon definì idola tribus, il feticcio strutturale della specie umana, cioè il considerare il proprio presente ed il proprio tempo come la normalità storica. Di fronte allo scoppio della crisi nel 2007 (l’ultimo anello della crisi iniziata alla fine degli anni ’60), molti rimasero attoniti perché erano convinti che il capitale avrebbe superato la crisi. Costoro erano convinti che il capitalismo dello “stato sociale” fosse la norma. Le cose invece non stanno così. Invece di vedere le implicazioni rivoluzionarie della crisi s’impegnarono a cercare quale carota il capitale avrebbe concesso invece di vedere il bastone che assestava un colpo dietro l’altro. Vediamo la fine miserabile di Syriza: invece di utilizzare il consenso e la mobilitazione delle masse elleniche per espropriare banche e industrie, per armare il popolo e far diventare la Grecia il punto di partenza della rivoluzione in Europa è diventata uno strumento del capitalismo greco ed europeo. Altri di fronte alla crisi hanno pensato che l’unico modo per rispondere alla crisi fosse il ripiegamento sullo stato nazionale, il cosìddetto sovranismo. Provate a pensare una linea di questo tipo in rapporto alla Sardegna.
La liberazione della Sardegna passa attraverso lo sfascio rivoluzionario dello stato italiano e dell’Unione europea.
Gramsci e i suoi compagni, fra questi Pietro Tresso “Blasco”, avendo ben chiara la natura dell’imperialismo italiano e la storia dello stato post-unitario lanciarono al III ed al IV Congresso del PCd’I, la linea della Repubblica sarda degli operai, la Repubblica siciliana, quella del Sud e del Nord. La svolta cominformista di Stalin, con la nascita del Partito Comunista Italiano, seppellì quei congressi: ecco come, per usare una espressione indipendentista, il PCI divenne un partito “italianista”.

Il ricompattamento dei comunisti deve avvenire proprio col riconoscimento che le leggi della crisi, della guerra e della rivoluzione sono ben attive. Il crollo dell’URSS ha segnato su scala internazionale un arretramento dei rapporti di forza per il proletariato, ma per dirla con Hegel “tutte le cose in sé sono contraddittorie”. Il dissolvimento dell’URSS ha avuto come effetto la fine della presa sulla classe operaia dei partiti di origine stalinista e di quelli della socialdemocrazia. Questo costituisce per noi un vantaggio. Ma sono ad ora non si è stati capaci di sfruttarlo sino in fondo. Pensiamo agli scioperi in Francia dello scorso anno dove le masse in tanti episodi hanno rotto la legalità. Invece di unificarsi in una direzione politica per quelle masse, con tale volontà di lotta, coloro che lo dovevano fare hanno preferito star dietro ai vertici burocratici della CGT. Abbiamo un patrimonio teorico-politico di due secoli, una storia di vittorie e di sconfitte, si tratta di applicarle.

La Sardegna versa in condizioni disastrose. Qual è la tua analisi sulla fase socio-politica della nostra isola?

In Sardegna, in maniera tale che solo gli apologeti più ottusi e ben pagati lo negano, c’è un vero e proprio regresso storico delle forze produttive. Come in tutte le crisi profonde precedenti le masse sarde rispondono con lotte senza avere il feticcio della legalità: i minatori che hanno difeso gli imbocchi delle miniere con la dinamite, che hanno fatto scappare ministri in elicottero, l’azione di difesa degli operai dell’Alcoa a Roma, i pastori che hanno affrontato la polizia a Cagliari, il movimento contro le basi militari, la Nato e la guerra imperialista.

Come in tutte le crisi profonde riemerge la coscienza nazionale che nello specifico della nostra storia significa rovesciamento della borghesia sarda e italiana e conquista del potere politico. Un’avanguardia di giovani proletari e studenti ha assimilato, per usare una formula della sinistra indipendentista, che la liberazione sociale e nazionale sono inseparabili. Riconosciamo al FIU il contributo decisivo che dà in questa direzione.  Quest’avanguardia ha dimostrato di saper rispondere immediatamente allo squadrismo con la giornata del 25 marzo ed è consapevole che solo lottando contro il colonialismo ed il capitalismo si batte il mostro. Perciò ciò che dobbiamo fare è costruire una politica sindacale che risponda con l’azione diretta al padrone, un esempio ci viene dal Sicobas, che pur essendo attivo nel continente, non è né italianista né italiota e lo prova il suo carattere multietnico, in particolare, i nostri coraggiosi fratelli arabi. In Sardegna va fatta unitariamente una campagna contro la burocrazia sindacale collaborazionista denunciandola quale agente del padrone e del colonialismo.

Molti sono i compiti, molte le difficoltà e molto breve è  il tempo per prepararci per le battaglie decisive, ma come i rivoluzionari e le rivoluzionarie hanno affrontato con successo le crisi rivoluzionarie così le affronteremo pure noi. Amus a binchere!