4a Edizione della Festa de sa Limba sarda ufitziale a Bonàrcadu

Anche quest’anno Bonàrcadu ospiterà la Festa de sa Limba sarda ufitziale, promosso dal CSU (Coordinamentu pro su Sardu Ufitziale) promossa in collaborazione con il comune e con innumerevoli associazioni culturali.

La quarta edizione della festa sarà distribuita su due giorni, sabato e domenica, e avrà inizio sabato 23 alle 16:30, in Corso Italia nella sala de S’Ortu Mannu.

I temi annunciati dal CSU sono la questione femminile nella lingua sarda, la crisi dell’editoria in sardo e la contrarietà al nuovo testo unico che il consiglio regionale sta promulgando in tema di politica linguistica. In questi si inseriranno poi dialoghi su poesie, storia medievale, libri, automazione elettronica, di sport e di cinema ovviamente con l’aiuto del sardo, di esperienze professionali e di traduzioni. Ci saranno, inoltre, proiezioni, esibizioni musicali, mostre di prodotti e piatti tipici.

Quest’anno si coglierà un’importante occasione, poiché la Festa de sa limba sarda ufitziale si svolgerà nella giornata europea delle lingue, promossa dal Consiglio europeo negli stati membri. In Sardegna il referente per l’organizzazione sarà, per l’appunto, il CSU.

L’entrata alla manifestazione è gratuita e sarà possibile mangiare a prezzi popolari.

Bocciata la scuola (italiana) in Sardegna

di Francesco Casula

Fra tutte le venti regioni, gli alunni sardi, registrano i peggiori risultati: sono i più bocciati e i più rimandati. Nella scuola Secondaria di secondo grado il 28,6 per cento ha la sospensione di giudizio, cioè rimandato e, l’11,4 è stato bocciato. Solo il 60 per cento promosso.

Il numero più alto di alunni bocciati si registra nelle scuole professionali con il 17,3 per cento: significa che quasi uno su cinque ripete lo stesso anno, mentre il 31% è rimandato. Sale il dato nei Tecnici dove i rimandati sono il 32,8 per cento e il 14,4 per cento i non ammessi alla classe successiva.

Anche nelle Secondarie di Primo grado si registrano risultati negativi per l’anno scolastico appena terminato: in Italia la percentuale degli ammessi alla classe successiva è il 97,7, in Sardegna si sta sotto la media con il 97,2 e il 2,8 per cento di bocciati. E la dispersione scolastica è la più alta d’Italia: un ragazzo su quattro non arriva al diploma.

Gli studenti sardi sono più tonti di quelli italiani? O poco inclini allo studio e all’impegno? E i docenti sono più scarsi o più severi? Io non credo. Come non penso che svolgano più un ruolo determinante la mancanza o l’insufficienza delle strutture scolastiche (laboratori, trasporti, mense ecc.), anche se certamente influenzano negativamente i risultati scolastici.

E allora?
E allora i motivi veri sono altri: attengono alle demotivazioni, al senso di lontananza e di estraneità di questa scuola. Che non risulta né interessante, né gratificante, né attraente. La scuola italiana in Sardegna infatti è rivolta a un alunno che non c’è: tutt’al più a uno studente metropolitano, nordista e maschio. Dunque non a un sardo. E tanto meno a una sarda.

È una scuola che con i contesti sociali, ambientali, culturali e linguistici degli studenti non ha niente a che fare. Nella scuola la Sardegna non c’è: è assente nei programmi, nelle discipline, nei libri di testo, nell’organizzazione.

Provate a chiedere a uno studente sardo che esca da un liceo artistico, cosa conosce di una civiltà e di un’architettura grandiosa come quella nuragica, sicuramente fra la più significative dell’intero Mediterraneo; provate a chiedere a uno studente del liceo classico cosa sa della parentela fra la lingua sarda e il latino; provate a chiedere a uno studente di un Istituto tecnico per ragionieri e persino a un laureato in Giurisprudenza cosa conosce di quel monumentale codice giuridico che è la Carta de Logu di Eleonora d’Arborea.

Vi rendereste conto che la storia, la lingua e la civiltà complessiva dei Sardi dalla scuola ufficiale è stata non solo negata ma cancellata. Permane una scuola monoculturale e monolinguistica, negatrice delle specificità, tutta tesa allo sradicamento degli antichi codici culturali e basata sulla sovrapposizione al “periferico” di astratti paradigmi e categorie che le grandi civiltà avrebbero voluto irradiare verso le civiltà considerate inferiori.

Questa scuola ha prodotto in Sardegna, soprattutto negli ultimi decenni, giovani che ormai appartengono a una sorta di area grigia, a una terra di nessuno. Apprendono l’italiano a scuola ma soprattutto grazie ai media: ma si tratta di una lingua stereotipata, gergale, banale, una lingua di plastica, inodore, insapore e incolore.

Ma una scuola monoculturale e monolinguistica produce effetti ancor più gravi e devastanti a livello psicologico e culturale. Da decenni infatti la pedagogia moderna più attenta e avveduta ritiene che la lingua materna e i valori alti di cui si alimenta siano i succhi vitali, la linfa, che nutrono e fanno crescere i bambini senza correre il gravissimo pericolo di essere collocati fuori dal tempo e dallo spazio contestuale alla loro vita.

Solo essa consente di saldare le valenze e i prodotti propri della sua cultura ai valori di altre culture. Negando la lingua materna, non assecondandola e coltivandola si esercita grave e ingiustificata violenza sui bambini, nuocendo al loro sviluppo e al loro equilibrio psichico.

Li si strappa al nucleo familiare di origine e si trasforma in un campo di rovine, la loro prima conoscenza del mondo. I bambini infatti – ma il discorso vale anche per i giovani studenti delle medie e delle superiori – se soggetti in ambito scolastico a un processo di sradicamento dalla lingua materna e dalla cultura del proprio ambiente e territorio, diventano e risultano insicuri, impacciati, “poveri” sia culturalmente che linguisticamente.

Di qui la mortalità e la dispersione scolastica.
Ite faghere? Cambiare radicalmente la didattica, i curricula, la stessa mentalità di docenti e dirigenti scolastici.

Per quanto attiene alla lingua sarda occorrerà finalmente partire dal dato – appurato scientificamente da tutti gli studiosi – che la presenza della lingua materna e della cultura locale nel curriculum scolastico non si configurano come un fatto increscioso da correggere e controllare ma come elementi indispensabili di arricchimento, di addizione e non di sottrazione, che non “disturbano” anzi favoriscono apprendimento e le capacità comunicative degli studenti, perché agiscono positivamente nelle psicodinamiche dello sviluppo.

Di qui la necessità che nelle scuole di ogni ordine e grado si inserisca la lingua e la cultura sarda, come materia curriculare. Altrimenti i record negativi della scuola in Sardegna permarranno.

E continuare a piangersi addossso e a lamentarci servirà a poco.

Articolo originariamente pubblicato al:

http://www.anthonymuroni.it/2017/08/19/bocciata-la-scuola-italiana-sardegna-francesco-casula/

Sa Federatzione de sa Gioventude Indipendentista lompet a Iscanu

In su freàrgiu de ocannu nascheit sa FGI, animada dae su bisòngiu de atzapare una prospetiva comuna pro mìgias e mìgias de giòvanos/as sardos/as, istudiantes o traballadores/as, de sas bidda o de sas tzitades o disterrados; una dimensione chi permitat su cunfrontu abertu in pitzu de sos temas chi como non si podent prus delegare, gasi comente s’autodeterminatzione de su pòpulu sardu.

A oe sa netzessidade de sa Federatzione est sa de agregare cantu prus possìbile in manera chi sa dibata si potzat ismanniare e arrichire de cuntributos, anàlisis e esperièntzias. Pro custu motivu, a pustis de sas presentadas de Aristanis e Casteddu, sa FGI at detzisu de presentare custu progetu in Iscanu, unu de sos tzentros prus de importu (economicamente, istoricamente e culturalmente) de su Montiferru.

S’addòbiu at a èssere in Iscanu, carrera Vittorio Emanuele 7, in sos locales de su Comune Betzu a sas 19:00.

Su tesseramentu est abertu a totu sas pitzocas e pitzocos intre sos 14 e sos 29 annos, s’òrdine de sa die cunsistet in sa presentada de su manifestu e de s’istatutu de sa FGI e in sa dibata chi sighit.

Sanità: I sindacati italiani domani in piazza. Cumpostu: «ipocriti!»

Domani 6 luglio in Piazza del Carmine a Cagliari i sindacati italiani presenti in Sardegna manifesteranno «per i lavoratori e per i territori, contro i tagli e le riduzioni dei servizi sul territorio in una riforma sbagliata e pericolosa». Lo sciopero generale e unitario è stato indetto in occasione dell’approvazione delle linee guida per le Asl ed è stato indetto dalle seguenti sigle: Cgil, Cisl Fp e Uil Fpl.

Alla manifestazione ha subito aderito la Rete Sarda Difesa Sanità Pubblica che «di fronte alle imminenti e preoccupanti decisioni del Consiglio Regionale in materia di Riordino della rete ospedaliera sarda» ha deciso di organizzare «uno spazio di lotta autonomo e indipendente» aperto ai «nostri comitati, al Sindacato sardo, al mondo indipendentista, identitario, sardista e da quell’ampia realtà di ribellione nei confronti dei partiti al governo della Sardegna, responsabili del disastro nella Sanità pubblica».
Le scelte politiche in corso in Consiglio Regionale – si legge nella nota della Rete – «prevedono che i nostri ospedali vengano svuotati delle loro funzioni e dei servizi, per favorire la privatizzazione come unica soluzione. La privatizzazione attraverso le lobby delle Assicurazioni annienterà la solidarietà dell’universalismo della Riforma Sanitaria Pubblica (Legge 388 del 1978) tra le più grandi conquiste di diritti e di civiltà del ‘900. L’assistenza non sarà più uguale per tutti. Il diritto alla Salute sarà un privilegio di censo e di possibilità economica. Al Bilancio Sanitario Pubblico, con l’alibi di non farcela, va affiancandosi un Bilancio Privato rappresentato e gestito dalle Assicurazioni. I pacchetti assicurativi sanitari, che già iniziano a proporre i colossi delle Assicurazioni, a partire dalla Emilia Romagna con la UniSalute, organizzato ad hoc dal colosso Unipol, sono la “modernizzazione” che negli USA ha creato grandi disuguaglianze e il non accesso al diritto alla salute per tutti».

All’appello hanno subito aderito Sardigna Libera e Libe.R.U. Ma non tutto il mondo indipendentista è disponibile ad affiancare i sindacati confederali in una protesta che ha il sapore di una tardiva e ipocrita presa di posizione. Sardigna Natzione Indipendentzia, in un comunicato diffuso in versione bilingue, dichiara di non aderire alla manifestazione sindacale perché «sa manifestatzione est istada indita de sos matessi sindacados chi sunt favorende su QaterOlbia bene ischende chi at a causare su disacatu de medas de sos ispidales pùblicos chi declarant de tutelare cun sa manifestatzione de Casteddu».
Sardigna Natzione avverte anche il pericolo che «cun custa mutida sa trina sindacale tricolore si bolet ponnere a ghia, pro la firmare, de sa protesta ispontànea e lìbera chi at bìdidu sa Retze Sarda e sa Mesa Natzionale (de sa cale SNI est cumponente) impinnados in diversas initziativas in sas cales sos sindacados fiant de su totu ausentes».
Gli indipendentisti di SNI propongono infine una mobilitazione autonoma chiamata dalla Rete Sarda o da altre espressioni politiche e civiche sarde.

 

immagine tratta da http://lacittadiradio3.blog.rai.it/page/303/

Silanus: motzione pro nche catzare sos Savoia dae sa toponomàstica

In Silanus sa chistione de sa toponomàstica, pro seguru, non rapresentat unu de sos problemas printzipales, ma non devet èssere cunsideradu nemmancu unu problema de pagu contu. Sa revisione de sas targas presentes in sas carreras de sa bidda est divènnida una netzessidade istòrica e culturale.
Pro custu motivu su grupu de minoria Liberamente Silanus at depositadu una motzione pro nche catzare sos nùmenes de sos Savoia dae sas intitulatziones de sas carreras. Personàgios chi si sunt distintos in totu s’ìsula e in totu su meridione italianu pro èssere istados protagonistas de disauras, de ochidòrgios e de torturas.

Silanus, che a totu sas àteras biddas, apartenet a s’istòria e a s’istòria apartenent fintzas sos tzitadinos suos illustres chi ant dadu su contributu issoro a sa bidda e a sa sotziedade in generale. Persones che a Pepinu Fiori, a Francu Pintus, a Frantziscu Mura, a Màriu Màsala, pro nde mentovare unos cantos. Paesanos de gabbale chi diant merèssere una targa prus de cale si siat tirannu sabàudu. In sas dies imbenientes amus a bìdere comente s’at a espressare su consìgiu comunale.

Su ligàmene a sa motzione:

http://liberamente.silanus.net/2017/05/cancellare-i-savoia-dalle-nostre-vie/

Ispopolamentu de sa Sardigna

Spopolamento in Sardegna
di Federico Francioni

Onzi die creschet su nùmeru de sas biddas minetadas de iscumpàrfida. Semus arribbados a chentu Comunas chi, intre de sos trint’annos, si nch’andant a mòrrere. Nùmeros chi sunt istados denuntziados puru dae s’ANCI (e dae su presidente Piersandro Scano) chi at promòvidu abojos, cramadu su guvernu italianu e sa Regione a sas responsabilidades issoro.

Semper de prus, s’intendet s’importàntzia de unu Manifesto contro lo spopolamento, gasi comente proponet Scano, e ognunu de nois podet e devet dare su contributu.
Su guvernadore Frantziscu Pigliaru faeddat de sa netzessidade de unu Master Plan contra a s’ispopolamentu in unu cumbèniu a subra de sas tzitades de s’Europa.

S’ispopolamentu est ligadu a protzessos istòricos, econòmicos-sotziales, polìticos e culturales de sèculos e sèculos, comente mustrat s’istòricu francu-americanu John Day, amigu sintzeru de s’ìnsula nostra. S’isboidamentu pertocat mescamente a sas biddas pòveras.

Dae su 2010 a su 2014 su rèdditu de sos sardos est faladu de su 3-4 %, pro sos corfos severos chi amus retzidu dae s’inflatzione. Su Mèdiu Campidanu est su prus pòveru a intro de s’Istadu italianu, indunas, sa gai cramada maglia nera non est prus de su Sulcis-Iglesiente.
Sa Provìntzia de Casteddu est sa prus rica, ca est su de 34 in sa classìfica, cun 23.534 euros de rèdditu pro capite (chi non sunt pagos: est una de sas cunseguèntzias de unu tzentralismu dannàrgiu pro sa Sardigna intrea). Sa bidda de Bidonì est sa prus pòvera cun 7.427 euros de rèdditu. In s’elencu matessi Tàtari s’agatat in sa posizione n. 73 cun 21.650 euros pro capite.

Bastat cun sa chistione sarda betada a intro de unu fogarone mannu cramadu questione meridionale.

Non esistit una particularidade de sa Sardigna pro su chi tocat s’ispopolamentu. Connoschimus bene su pàrrere de Bottazzi: sa Sardigna est Mesudie, puntu! Ma custu betare sa chistione sarda in unu fogarone mannu cramadu chistione meridionale serbit de aberu a disignare progetos ispetzìficos chi nos podent ajuare in sa gherra aberta chi devimus decrarare a s’ispopolamentu? Forsis Bottazzi, cun totu su rispetu, ant ismentigadu su chi at iscritu Antoni Gramsci in Alcuni temi della questione meridionale e subra de Americanismo e fordismo, inue si faeddat de mistero di Napoli in raportu a sas tzitades de sos Istados Unidos e de su mundu. Est bastante, indunas, faeddare de Napoli e de su territòriu vesuvianu dae unu puntu de bista demogràficu pro cumprèndere chi est una situatzione cun una densitade de abitantes alta meda, atesu meda dae sa nostra.

E sa Sitzìlia?

Massimo Livi Bacci at iscritu chi non esistit una eccezionalità de sa Sardigna in raportu a su Mesudie. Puru in Sitzìlia – at sustènnidu Livi Bacci – su nùmeru de sos abitantes est destinadu a falare. Ma atintzione, si nois leghimus bene s’istòria demogràfica de sas duas ìnsulas, podimus cumprèndere chi in Sardigna b’at semper – o cuasi – unu boidu, in su mentres chi in Sitzìlia agatamus unu prenu. Custu est cunfirmadu mescamente dae sa produtzione istioriogràfica a subra de su Seschentos, unu sèculu de pestilèntzias chi non cundennat sas duas ìnsulas in sa manera matessi. Tzertu, Basilicata e Calabria sunt in perìgulu, ma pro s’Abruzzo sa chistione, dae unu puntu de bista demogràficu, est diferente dae cudda sarda.

Sa netzessidade de programmas ad hoc, contra a s’isboidamentu, a intro de unu New Deal pro sa Sardigna.

Sa tesi fundamentale mia est custa: pro sa luta a s’isboidamentu de sa Sardigna bi cherent programmas ad hoc e est pretzisu pònnere a costàgiu, antzis, a intro de unu New Deal: indunas, unu progetu generale pro sa liberatzione econòmica e sotziale, pro s’autodeterminatzione polìtica e istitutzionale de sa Natzione sarda. Sos puntos craes de custu New Deal podent èssere custos:

  • Torrare a sa Terra. A subra de custu puntu si atopant sos analìgios de su paba Bergoglio de una ecologia integrale (giustu su chi ant sustènnidu fintzas a como Vitzente Migaleddu e Boreddu matessi) e cuddos de Vandana Shiva. Sas pàginas de Frantziscu e de Vandana tenent su mèritu de refudare su prometeismu, s’idea maschilista de s’isfrutamentu sena làcanas de s’omine a subra de sa Natura. Un’ìdea de domìniu chi agatamus puru in culturas antitèticas intre issas. Imbetzes devimus pensare a reconnòschere sa Terra che a Mama e a cunsiderare òmines e fèminas fìgios e parte integrante de sa Natura matessi. Dae s’atera ala podimus leare ànimu dae su chi como sutzedit in Sardigna, inue b’at un’isvilupu de sos terrinos cuntivigiados cun agricultura de su tipu matessi. Pro sa prima borta creschent sos etaros de terra semenada, mescamente cun su trigu cramadu de su senadore Cappelli. In antis devimus ammentare Nazareno Strampelli, unu genetista agràriu de gabbale chi aiat ammesturadu trigu de su Nord, de su Mesudie italianu e de sa Tunisia. In su 1907 su senadore Raffaele Cappelli aiat postu a dispositzione pro sos esperimentos unos cantos sartos de propriedade sua in Foggia. Ma no b’at solu su trigu Cappelli chi est semenadu sena sustàntzias venenosas; tenimus in s’ìnsula bariedades nostras bonas meda. Tenimus richesas mannas: oe sos giòvanos torrant a creere in custu siddadu chi si podet esportare in su mercadu globale.
  • Retza autòctona de industrias minores. Semus cumbìnchidos de s’importàntzia istòrica e econòmica de su pastoralismu, ma bisòngiat puru fraigare e afortire una retza autòctona de indùstrias minores chi in Sardigna fiat già nàschida intre Otighentos e Noighentos. Una realidade cantzellada dae sas polìticas in pro de Nino Rovelli. Sos cunsòrtzios podent servire a bìnchere sa debilesa de custas istruturas minores. Tenimus energhias e sabidorias imprendidoriales: pensamus a sa bioedilizia de Daniela Ducato e a sa vetura ad aria compressa produida in Sardigna. E sunt solu duos esempros.
  • Bonìficas. Podent dare traballu a sos chi sunt istados betados a foras de su protzessu produtivu derivadu dae sa industrializzazione selvaggia. Bisòngiat betare sos fundamentos pro arribbare a una riconversione produtiva de tipu ecocompatìbile.
  • Unu sistema bancàriu sardu. A pustis de 130 annos sa Banca popolare di Sassari non esistit prus. Sa Banca popolare dell’Emilia Romagna at mandigadu su Banco di Sardegna. Sas bancas minores non podent sighire in s’epoca de sa globalisatzione? Ma sos esempros de sa Banca d’Arborea e de sa Banca di Cagliari mustrant su contràriu.
  • Fraigare e afortire una retza sarda de cummèrtziu, chi non siat dipendente dae cudda de sa distributzione manna.
  • Unu pianu pro sas infrastruturas e pro sos trasportos, chi est indispensabile pro arrivire a unu riechilìbriu territoriale. In su tempus coladu, sos indipendentistas Pirisi e Pani cun veturas Granturismo aiant asseguradu sos collegamentos intre su Cabu de Susu e su Cabu de Giosso. Sas veturas de Pirisi teniant su telefonu e su commodu! Dae bennàrgiu-freàrgiu de su 2016 non esistit prus unu collegamentu de autobus intre Tàtari e Casteddu, ne intre Tàtari e Terranoa.
  • Indipendèntzia energetica. Bisòngiat punnare pro una boltada ecocompatibìle, pro s’autonomia de ogni domo cun impiantos indipendentes dae s’Enel e a foras dae sas ispeculatziones mannas de sos gai cramados ecofurbi, cunforma su chi at iscritu Jeremy Rifkin. 

    Polìtica

A èssere indipendentes, nen mègius e nen pejus de àteros

di Carlo Manca

Hai presente quelli che ti dicono che non si può parlare di indipendenza della Sardegna prima di essersi spogliati dell’esaltazione di un popolo e dell’altezzosità che ci farebbe riconoscere come migliori di qualche altro popolo?

Questo è ciò che posso definire “insignare a babbu a coddare”, ma riconosco che la necessità dell’interlocutore di puntualizzare con quest’obiezione politica a chi non ne ha mai avuto bisogno, è diretta conseguenza di una serie di pregiudizi coloniali italiani ed autocoloniali sardi.
Ovvero, sentire precisare che non siamo migliori di altri, rivela che non si conosce niente degli ultimi cinquanta anni di dibattito all’interno del panorama indipendentista sardo: la corrente mistica, dell’irrazionale tradizionalismo, della mansueta osservanza delle usanze pagane in estetica cattolica, della religiosità che non può essere messa in discussione, del classismo, della purezza di sangue, del conservatorismo dal gusto esotico della lingua sarda “che fu” – e che debba essere considerata inespugnabile dal lessico e dalle esigenze della modernità- e del passato mitologico che renderebbe il popolo sardo migliore di altri benché sottomesso, sono posizioni che fortunatamente hanno ricevuto tantissime critiche all’interno del dibattito.

Ultimamente c’è stata un’impennata della tematica legata all’indipendentismo sardo. Il tema è diventato “pop” e se ne parla trasversalmente sia a sinistra che a destra dello spettro politico isolano. Ma dal momento che l’italianità è un concetto più religioso che politico, dato che non si può mettere in discussione e che fa scattare quel meccanismo psicologico di protezione che si manifesta in forme che vanno dal sentimentalismo al bellicismo, dalla maternità alle estetiche della virilità, possiamo notare quanto sia facile e a buon mercato tentare la carta della ridicolizzazione dell’idea di indipendenza, ben prima che con argomenti validi e “laicità” di vedute che escludano ogni tipo di sciovinismo di ritorno. Ancora di più, il meccanismo di derisione è forte nella misura in cui vengono esagerate pretestuosamente quelle posizioni sorpassate dalla Storia e dalla critica contemporanea alle idee: si ritiene ormai – e direi anche giustamente – che non si possa più basare il concetto di nazionalità sulla discendenza di sangue, perché nessuno è puro, né in Sardegna, né in Italia e né in qualsiasi altra parte del mondo e sarebbe fin troppo opinabile e pretestuoso gettare i parametri di valutazione di ciò che può essere considerato puro. Ci sono altri parametri ben più attuali ed elastici (e meno severi del sangue) da combinare per definire una nazionalità. Non aprirò qua una digressione su cosa altro può definire il concetto di nazionalità, per esigenze pratiche. Eppure, prendendo questo esempio, si bollano in blocco gli indipendentisti come etnonazionalisti, qualsiasi cosa voglia dire, e come romantici prosecutori di un passato mitologico che ormai, Dio volle, è sfociato nel destino comune con l’Italia. Anzi, sotto l’Italia, ci sarebbe da precisare.

Pur coscienti che il popolo sardo non è in sé migliore di altri e che l’intento dei movimenti e dei partiti indipendentisti sardi è conquistare l’autodeterminazione del proprio popolo, la ridicolizzazione passa proprio per l’estremizzazione di quel brodo di idee che, all’interno dello stesso spettro politico indipendentista in cui si possono fare poche rivoltanti eccezioni, è combattuto dagli stessi indipendentisti che non si riconoscono in posizioni xenofobe, romanticamente tradizionaliste, classiste o aristocratiche, securitariste, sessiste, razziste, complottiste.
Sì, esistono anche sardi indipendentisti dell’ultima ora che hanno scoperto da poco il giocattolo dell’orizzonte indipendentista, e se ne fanno portatori anche se sono illetterati, senza coscienza, senza chiara cognizione di causa-effetto e che riescono a bersi facilmente tutte le perle complottiste. Ricordate le baggianate del tipo: “Non ho niente contro i migranti, ma… i migranti sono l’arma che l’Italia sta usando in Sardegna, perché ci destabilizzano, ci impongono le loro usanze, perché fanno più figli… è una sostituzione etnica in corso!” ?

Fauna che ti inquina l’ambiente politico e poi ti chiede pure chi distribuisce la patente di indipendentista, come se l’ironia le desse una dignità di esistenza o come se tu fossi costretto ad accettare certi personaggi come compagni di viaggio, perché non puoi avere il “marchio” di indipendentista. Lasciamo i discorsi sui diritti d’autore e sulle patenti ad un altro momento, anticipando già che ci sarebbe abbastanza da scrivere in merito. Comunque, in nessuna maniera questo tipo di fauna “politica” può essere rappresentativa dell’indipendentismo sardo attuale, anche se, a dolu mannu, ne è una componente ed è l’elemento inquinante in base al quale è facile avanzare un argomento fantoccio, che è pur sempre una fallacia logica.
La percezione ancora diffusa, che fortunatamente sta perdendo terreno, è quella secondo cui bisogna puntualizzare l’ovvio perché non si sa mai chi ci sia dietro agli indipendentisti barbuti e cattivi, giacché la retorica coloniale non fa altro che confutare i nostri argomenti proponendone una rappresentazione errata o distorta. Il fantoccio di cui sopra.

Certo è che gli argomenti dell’internazionalismo, sempre che non metta in discussione l’Italia unita, e dell’antinazionalismo, in cui l’unico emblema di nazionalismo sarebbe un ventaglio di espressioni politiche dell’Ur-Fascismo anche se poi ci si masturba davanti alle lotte anticoloniali (che sono condotti per lo più da movimenti di liberazione nazionale e sociale, toh!), sono il grimaldello con il quale si vuole negare il diritto all’esistenza del popolo sardo, in un’ottica di emancipazione sociale e di autodeterminazione popolare. Fascisti non lo siamo, e per fascisti non ci vogliamo passare, sotto alcuna forma.

Da indipendentisti, però, bisogna uscire dal meccanismo secondo cui si debba tendere al suicidio culturale per non apparire nazionalisti, cosa che succede paradossalmente abbracciando il nazionalismo e la dimensione nazionale degli altri (dell’Italia, in questo caso), che serpeggia nelle parole d’ordine unioniste e colonialiste. Lascio perdere in questo momento eventuali digressioni sulla decostruzione della rappresentazione dell’identità nazionale (così come di identità individuale), che sarebbe lecita ed aprirebbe un bel dibattito, ma che ci allontanerebbe dal discorso. È necessario rifiutare ogni tentativo per mano coloniale e/o reazionaria di far tendere il popolo sardo al suicidio culturale: infatti voler esistere e non sentirsi peggiori di altri, non vuol dire affatto basare la propria volontà di esistenza sul sentirsi migliori; non vivere di illusioni e di miti, ma nemmeno sminuirsi per vivere costantemente nella tossicità di un meccanismo coloniale, che ci guida da lontano e che ci imporrebbe di essere scettici verso la nostra esistenza come popolo ma di sentirci adatti al mondo moderno solo attraverso la sparizione e l’omologazione a ciò che la proiezione dell’italianità pretende dalla Sardegna.
Subdolamente si parla di mondo e di modernità, ma è autodeterminandosi che si trova la propria formula per stare nel mondo: in questo momento in Sardegna ci si trova ancora politicamente come nell’infanzia in cui si ha bisogno della mediazione dei genitori per imparare a stare nella società, con la differenza che i bambini crescono, mentre per la Sardegna questa condizione di perenne infanzia viene considerata congenita come se si trattasse di un individuo minorato. Questo vien fatto credere per instillare autocommiserazione, ma è dato da una politica di uno Stato che ha tutto l’interesse a non vedere maturare qualsiasi cosa che metta in discussione la propria supremazia all’interno dei suoi confini: la decentralizzazione e lo sgretolamento sono dei pericoli perché minano il sogno risorgimentale compiuto e la retorica fascista in cui si è rafforzato.

Non c’è da considerarsi necessariamente meglio dell’Italia, eppure questo non è un buon motivo per non guadagnare la propria indipendenza: semplicemente da parte di tanti sardi c’è una volontà politica di autodeterminare il proprio popolo e stare nel mondo attraverso i propri ambasciatori, i propri rappresentanti, attraverso i propri ritmi di vita, la propria lingua, poesia, filosofia, musica, enogastronomia compatibili in un ecosistema in cui il popolo vive e si identifica. Non c’è niente di male in questo.
Il discorso è meno complicato di ciò che sembra: tu non puoi pensare che io debba cambiare in base a come tu mi immagini. Questo principio, che ha avuto fortuna negli ambienti politici di emancipazione delle donne e negli studi di genere, è valido anche per il discorso che stiamo affrontando. Interrogarsi su ciò che si è, lo ritengo necessario per evitare mistificazioni, sacralizzazioni e parole vuote, ma in nessuna maniera interrogarsi può essere lo strumento attraverso il quale scoraggiare il percorso verso l’indipendenza, anche se spesso questo è stato strumentale per demolire qualsiasi tipo di ricomposizione natzionale sarda senza però mettere mai in discussione l’esistenza dell’identità italiana e dell’Italia unita, che soffre (o gode?) ancora di una disonesta ed intoccabile retorica provvidenzialista.

Dobbiamo stare attenti sia a chi basa il proprio orizzonte indipendentista sulla concezione di un passato mitologico da recuperare e il cui ripristino ci renderebbe migliori di altri popoli, sia attenti a chi giustifica l’ingerenza coloniale e a chi, dall’isola stessa, nega l’esistenza e l’autodeterminazione del popolo sardo.
Queste poche idee sono alcune delle sfide ancora attuali che l’indipendentismo sardo deve saper affrontare per farsi spazio fra pregiudizi italianisti, interessi della borghesia compradora, autocommiserazione,  diseconomia, autocolonialismo e dipendenza indotta.
Siamo indipendentisti, non perché ci sentiamo migliori degli italiani, ma perché non ci sentiamo inferiori e quindi miriamo all’autodeterminazione del nostro popolo nel mondo moderno, compatibilmente col nostro ambiente, con le nostre comunità e con la nostra cultura.

Polìtica

Lettera aperta ai miei concittadini sull’imminente appuntamento elettorale

Tissi – foto tratta da sardegnaincomune
di Daniela Piras

Mancano un paio di mesi all’appuntamento elettorale che vedrà i cittadini di Tissi chiamati ad esprimersi per rinnovare il consiglio comunale. A così breve distanza non si assiste, però, ad un dibattito costruttivo sui progetti da realizzare nei prossimi cinque anni.

Mettendo da parte elenchi sterili su ciò che è stato fatto e su ciò che non è stato fatto dalle ultime giunte che si sono susseguite alla guida del paese, quello di cui si avverte l’assenza è una discussione sui temi, sulle idee e sulle proposte attraverso i quali ci si dovrebbe rivolgere ai cittadini.
Il volto di Tissi, negli ultimi tempi, si è molto modificato, da paese di poco più di 1300 abitanti è diventato un centro che ha visto incrementare il numero dei residenti di oltre mille persone. Un fatto in controtendenza con quello che, purtroppo, vediamo accadere nei piccoli centri che hanno una maggiore distanza da Sassari, i quali assistono a un progressivo spopolamento.
Questo incremento di abitanti del paese, però, è quasi impercettibile. Interi complessi residenziali sono abitati da persone che, trasferitesi principalmente dalla città di Sassari, invogliati dai prezzi delle abitazioni più accessibili, non frequentano minimamente il paese, limitandosi a dormirci, fenomeno che sta progressivamente trasformando Tissi in una periferia della città di Sassari. Il paese, parallelamente, appare svuotato e smorto: le vie del centro sempre meno vissute, il senso di comunità che va sparendo.
Considerando quindi il cambiamento avvenuto alla composizione della nostra comunità, bisognerebbe far fronte a due questioni fondamentali: la prima è rilevare che le esigenze del paese sono diverse da quelle del passato, la seconda è domandarsi se gli amministratori degli ultimi anni siano riusciti a conciliare i bisogni di tutti i cittadini (vecchi e nuovi) e di gestire al meglio questa nuova situazione.
Partendo dal presupposto che la crescita demografica è comunque una risorsa economica e che la vicinanza a Sassari è, di per sé, un punto di forza, ciò che bisogna scongiurare è che Tissi diventi un quartiere dormitorio di Sassari. Io sono convinta che questo non sia già avvenuto e che, se si agisce in maniera drastica su alcune criticità, il peggio possa ancora scongiurarsi.
I miei ricordi di Tissi, risalenti alla metà degli anni ’80, mi rimandano l’immagine di un paese pieno di vita. Le domeniche mattina la gente passeggiava al centro, andava a fare colazione nei bar che, in occasione della giornata di festa, si rifornivano di cornetti e pasticcini. Dopo la messa di metà mattina, giovani e meno giovani si sedevano nello storico “muraglione” a ridosso del belvedere a chiacchierare. Le sere d’estate le persone riempivano le vie del centro sino ad arrivare all’allora poco illuminata fine di via Brigata Sassari, quella che portava all’uscita del paese e alla zona che veniva chiamata “delle ville”, ovvero le prime singole costruzioni al di fuori del centro.
Un altro ricordo appartiene al lunedì mattina e riguarda il bellissimo mercatino che vedeva la presenza di bancarelle di ogni sorta, il quale si estendeva dalla piazza Municipale fino alla parte alta della stessa via. Può darsi si vendessero anche patacche, ma quello che lo rendeva “bellissimo” era la presenza della gente, le chiacchiere, gli incontri, in poche parole la socialità che ci stava dietro. Un altro bel ricordo è quello che riguarda l’aria che respiravo quando, per qualche motivo, la mattina non mi trovavo a scuola: via Roma era un viavai di persone, le attività apparivano fiorenti, il negozio principale, quello di “Zia Angelica” era un punto cruciale, si respirava un’aria di casa, oggi definirei quella sensazione un “collante sociale”. Sicuramente la vita non era perfetta e facile nemmeno allora, anche se la crisi economica era qualcosa di distante; era chiaro che chi voleva fare qualcosa la faceva, chi voleva restare in paese lo faceva e, a partire alla ricerca di qualcos’altro, erano per lo più ragazzi giovani che volevano fare esperienze fuori dalla Sardegna, e si trattava di una scelta.

Le cose cambiano ovunque e questo è normale però ancora oggi, come ieri, sappiamo che la forza di Tissi è sempre stata quella di saper mantenere le peculiarità della piccola comunità, unendole al vantaggio di avere la grande città a fianco, a uno schiocco di chilometri; in questo è stata una vera opera rivoluzionaria la costruzione della “strada nuova” e del ponte che ci ha permesso di accorciare in maniera drastica il tempo di percorrenza della tratta Tissi-Sassari, rendendo la vecchia strada che attraversava la frazione di Caniga, con le sue curve e il suo passaggio a livello, in breve tempo, solo un ricordo.

Vorrei offrire, con queste poche righe, degli spunti di riflessione che trovano sbocco in alcune proposte che mi piacerebbe vedere fra quelle dei candidati al consiglio comunale del paese:
Partirei dalla rivitalizzazione del tessuto commerciale del centro con l’introduzione di incentivi che favoriscano l’apertura di nuove attività.
Ritengo essenziale che ci si preoccupi di rispettare i luoghi che appartengono a tutti, e per rispetto intendo la salvaguardia e la valorizzazione dello scopo per il quale sono nati, come ad esempio la sala del museo etnografico inserita nel complesso dell’ex mattatoio. Allo stesso modo sarebbe auspicabile assistere alla riqualificazione di locali che hanno avuto un’importanza strategica nel passato e che oggi meriterebbero di essere riutilizzati in un’ottica di affermazione culturale e di sviluppo socio economico del paese.
Tra i monumenti da valorizzare non può essere escluso il lavatoio storico, risalente al 1905, il quale si presta ad essere un luogo ideale in cui organizzare eventi culturali di alto spessore qualitativo e dibattiti di vario genere. I luoghi storici vivono e continuano ad esistere se vengono messi al centro delle persone, e non relegati negli angoli.
Per quel che concerne la struttura urbanistica, penso sia essenziale per il decoro del paese che le vecchie case, che oggi appaiono completamente abbandonate, nelle vie parallele a via Roma (la via principale) vadano risistemate o messe in vendita con bando pubblico a prezzi competitivi, cercando di trovare le risorse affinché si proceda ad una reale riqualificazione del tessuto urbano.
Considerando l’importanza del territorio sul quale è nato Tissi, credo sia imprescindibile agire in modo tale da riconoscere il valore del suo patrimonio archeologico e storico. L’ipogeo de “Sas Puntas”, uno dei più importanti ipogei di Età Nuragica della Sardegna, è attualmente abbandonato, nascosto da erbacce, al punto tale che, ancora oggi, molti cittadini di Tissi ne ignorano l’esistenza. Il sito andrebbe pulito e reso facilmente accessibile. L’ideale sarebbe seguire gli esempi di quei comuni che, scegliendo di puntare sul loro patrimonio storico, hanno costituito cooperative che si occupano di gestire e curare i siti archeologici, dotandoli di percorsi storici, cartellonistica e guide turistiche. Questo rappresenterebbe un’importante opportunità di lavoro, in una prospettiva di sviluppo economico legata all’archeologia, alla storia e alle identità del paese che, di fatto, è un piccolo museo a cielo aperto grazie anche alla presenza delle due chiese di età medievale, la Chiesa di Santa Anastasia e quella di Santa Vittoria, le quali risalgono al XII secolo. Grazie a questi monumenti, in passato, Tissi è stato scelto dal grande regista Mario Monicelli che, nel 1954, ha deciso di ambientare in paese il suo film “Proibito”, tratto dal romanzo “La Madre” di Grazia Deledda, che vantava nel cast la presenza di attori del calibro di Amedeo Nazzari, Lea Massari, Henry Vilbert, Paolo Ferrara e Mel Ferrer.  Le due chiese dovrebbero essere accessibili e visitabili, e bisognerebbe riuscire a sfruttare anche i punti che si prestano per realizzare riprese fotografiche e pittoriche.
Tornando al presente, se non si può certo negare che negli ultimi anni Tissi si sia distinto dal punto di vista culturale, è pur vero che non si può non notare la mancanza di una adeguata programmazione. Ad esempio, abbiamo una efficiente biblioteca, che andrebbe sicuramente messa nelle condizioni di disporre di maggiori risorse.
Credo che in paese manchi una visione di insieme della cultura che partendo dalle sagre, passando per la promozione di eventi culturali, arrivi a rilanciare le iniziative della Proloco (al momento inattiva) in coordinamento con le altre associazioni presenti, come quella della consulta giovanile. Il tutto finalizzato alla realizzazione di idee che aiutino a riscoprire i nostri costumi e a valorizzare le nostre peculiarità.
Il fatto che Tissi non sia un quartiere dormitorio di Sassari è evidente anche da piccole constatazioni, per esempio vedere dei giovani giocare a “sa murra” nelle piazze o parlare in sardo non è così raro. A questi ragazzi si dovrebbero offrire dei punti di riferimento che gli permettano di acquisire maggiore consapevolezza della propria identità. A tal fine ritengo essenziale ripristinare lo sportello linguistico, attivo nel 2008, la cui esperienza è finita troppo presto nel dimenticatoio. Il nostro paese non è estraneo a quello che è il grande dibattito sulla lingua sarda.
Di pari passo si dovrebbe cercare di promuovere i nostri artisti, i nostri poeti, i nostri pittori, in un’ottica di rilancio economico del paese, perché la cultura va a braccetto con la ricchezza, non solo intellettuale.
In virtù di quanto esposto, credo che Tissi possa ambire ad affermarsi come uno dei paesi guida del sistema Coros Figulinas, pianificando lo sviluppo del territorio insieme a paesi che distano pochi chilometri fra loro.
In conclusione, in un paese di 2300 abitanti, bisognerebbe cercare di rendere tutti partecipi di una idea di comunità affinché il paese venga vissuto in pieno e sentito come “proprio”. La programmazione dei prossimi cinque anni dovrebbe essere costruita sui reali bisogni della popolazione, ascoltando con attenzione quelli che sono i problemi dei suoi abitanti.

L’auspicio, per me che ho deciso di guardare queste elezioni dall’esterno e di provare comunque a dare un mio contributo attraverso queste poche righe, è quello di non assistere ad una campagna elettorale che abbia come tema la capacità dei candidati di riuscire a racimolare voti o di avere come unica motivazione quella di portare avanti una protesta fine a se stessa, senza aver ben chiaro un progetto alternativo.
La raccolta di questi suggerimenti implica, in automatico, non di fare un copia e incolla tra le pagine di un programma elettorale, ma che si riesca a dar vita ad un confronto in un dibattito da mettere in piedi con i cittadini, cosa imprescindibile anche in campagna elettorale.
Tutti dovrebbero avere la possibilità di esprimere, durante un confronto, qual è la loro idea di paese, perché le idee non devono avere paura di essere espresse. Le idee non costituiscono che un punto di partenza, e hanno senso solo se accompagnate dalla capacità di realizzarle.

Tissi, 3 aprile 2017

Polìtica

Sa càusa queer e sa càusa indipendentista si podent chistionare

Illustrazione di Moju Manuli e grafica di Bakis Murgia
di Bakis Murgia

S’acabu de chida passadu amus atobiadu in Casteddu pro sa de tres editziones de Is Lèsbicas Contende-si, una ressinna ordingiada dae su sòtziu Arc Cagliari, asuba de is temas lgbt e queer e prus in particulare a cussos femeninos, normalmente prus pagu arresonados.

Temas importantes arremonados puru in sa manifestatzione internatzionale feminista de s’otu de martzu: patriarcadu, omofobia e omofobia interiorizada; est a nàrrere su chi passat candu unu mundu de valores istràngios gherrat s’identidade tua fintzas a ti cumbìnchere chi est isballiada o finas chi no essistit, faghende-ti indentificare cun su dominante e a ti torrare inimigu tuo e totu.

Aparrat craru chi funt cuntzetos àmparos e chi no chistionant petzi de identidades e orientamentos sessuales ma de idendidade de pòpulu puru e duncas depent interessare a nosus cumente sardos e sardas.

Ma in su debate lgbt e queer de s’ìsula, in mesas cumente sa de sa Queeresima o in Is Lèsbicas Contende-si, profundizende is variantes de sa discriminatzione, chi si podet nàrrere puru ‘colonialista’, cumente cussa cara a is personas imigrantes, a chie tenet discapatzidades o difarèntzias de àteru tipu, mai s’at contadu de sa chi sutzedit cara a s’identidade e sa cultura sarda, chi mancu arribat a èssere ogetu de cumparatzione cun is àteras.

Cumente? Personas fatuvatu studiadas e ativistas chi gherrant pro is deretos de una minorìa subalterna no arribant a arreconnòschere chi funt vìtimas de un’àtera negatzione?

Cun custu no bollu criticare sa comunidade lgbt e queer sarda, chi connòsciu bene, poita puru tocat sinnalare sa contraparte: in annos de ressinnas, chistiones e Sardegna Pride funt pagos is indipendentistas chi ant ascurtadu, contrafirmadu, partitzipadu ativamente e arregortu sa càusa queer.

Torra: cumente? Personas fatuvatu studiadas e ativistas chi gherrant pro is deretos de una minorìa subalterna no arribant a arreconnòschere chi funt vìtimas de un’àtera negatzione?

Eintzandus, in dies de tzèrrios ratzistas, de luta contra su furòngiu de sa terra e de cramadas a s’unione de is batàllias, tocat a si pregontare cumente bessire de custa auto-referentzialidade e de sa massificatzione de is identidades, si puru frigat personas entrenadas a su resonu e a su demascaramentu de istereòtipos colonizadores de s’unu o de s’àteru fronte.

Su consillu meu est de bessire dònnia tanti dae is partidos, is sòtzios e is movimentos chi connoschemus tropu bene e de si aperrere a is càusas de is àteros, sas chi connoschemus prus de mancu su mellus; e faghende de aici, aparrende in tema, is indipendentistas mancai podent imparare sa letzione de s’unidade de is movimentos lgbtq, de s’inclusividade e de cumente chistionare a sa sotziedade; is personas queer a cussiderare puru s’identidade sarda insoru, e totu su chi custu cumportat politicamente, chena timorias e brigùngia, is pròpios sentidos chi ant bintu cun prodesa e traballu.

Sceti arregollende su chi ant imparadu is àteros podemus crèschere, cumprendende-si a pares e in libertade: sa càusa indipendentista e sa càusa queer si podent chistionare.

Limba sarda