EjaTV un sogno che si avvera

Intervista a Tore Cubeddu, ideatore del progetto di web TV EjaTV

  • Che cos’è Eja Tv e dove si può vedere? Quando è nata l’iniziativa?

Ejatv è una webtv nata 5 anni fa dall’incontro tra Terra de Punt, casa di produzione cinematografica di Tore Cubeddu (www.terradepunt.it) e Sardex (www.sardex.net). L’obiettivo era, da un lato, quello di creare una TV di comunità, un vettore di comunicazione che fosse capace di parlare a tutti i sardi con gli strumenti della modernità, dando spazio alle istanze delle tante imprese del Circuito e favorendo una maggiore aderenza tra i contenuti dei format e le attese promozionali degli inserzionisti; dall’altro Ejatv nasceva però anche dal sogno dei suoi fondatori (e di molti sardi) di diventare finalmente protagonisti della propria narrazione, nella propria lingua. Da allora a oggi molte cose sono cambiate. Sardex si è affermata come una grande società, esempio della infinita creatività di cui è capace la nostra isola, Terra de Punt ha focalizzato sempre di più la propria attività su Ejatv, coinvolgendo sempre nuovi partner di progetto.

Nel 2018, a seguito di un finanziamento della Regione Sardegna per la realizzazione di trasmissioni in lingua sarda, con Produzioni Sardegna (società che organizza molti grandi eventi in tutta la Sardegna) e Assòtziu Babel (associazione organizzatrice del Babel Film Festival www.babelfilmfestival.com), si è presentata l’occasione tanto attesa per poter finalmente porre in atto un progetto che ormai aveva oltre 15 anni, ovvero la creazione di un vero canale nelle lingue della Sardegna sul Digitale terrestre.

Da quel momento è stato determinante il supporto di Sardegna Uno, con cui l’ATI costituita da Terra de Punt, Produzioni Sardegna e Assòtziu Babel ha formalizzato un accordo per la comune gestione del canale 172, che oggi è la casa di Ejatv-Sardegna2, la prima TV che parla le lingue della Sardegna.

Tore Cubeddu, ideatore di EjaTV

Perché una TV tutta nelle lingue di Sardegna e non in italiano?

La TV esiste da 60 anni, ha mutato forma e tecnologia, ma la condizione della lingua sarda e delle altre lingue della Sardegna in TV ha continuato a essere sempre la stessa. Malgrado la Legge Regionale 26/1997 e la Legge 482/1999 sembrava quasi non ci fosse sufficente spazio per la nostra lingua. Abbiamo spesso paragonato questa presenza a un giro in giostra, alla durata di un gettone. Ora, grazie alla nuova legge di politica linguistica varata dalla Regione e al nostro progetto auspichiamo non sia più così.

Per questo abbiamo fortemente voluto un canale che per 24 ore, ogni giorno, parli e scriva le nostre lingue, in modo coerente, fino in fondo. Pro s’italianu b’at àteros 898 canales.

  • Quali sono gli argomenti che verranno trattati? Quali i programmi?

Il canale ha un carattere generalista, anche se punterà sulla cultura (non solo tradizionale) e sui giovani. I format in produzione sono diversi e tratteranno tutti i temi. Presto ci sarà anche il telegiornale. Ma possiamo dire serenamente che questa fase è quasi laboratoriale. Le nostre porte sono aperte a idee, proposte e collaborazioni. Far funzionare il canale non sarà semplice. Noi abbiamo fatto un primo passo e sappiamo che non saremo soli.

  • Che riscontri avete avuto finora?

Ottimi. C’è grande entusiasmo. Tuttavia, per questo sentiamo anche la responsabilità di una svolta storica di cui in qualche modo siamo portatori, ma di cui non vogliamo essere attori esclusivi. Il nostro più grande desiderio è ora quello di non tradire le attese, di essere all’altezza del nostro ruolo, di riuscire in breve tempo a strutturare quello che ci eravamo prefissi molti anni fa: la creazione di un canale TV sardo, per i sardi, in lingua sarda, che sappia camminare con le proprie gambe coinvolgendo le aziende e la società civile.

  • Critiche?

Per ora no. Molti consigli. Tutti ben accetti.

  • La lingua sarda può raccontare il mondo moderno?

Sa limba nostra podet contare su mundu comente totu sas àteras. B’at cosas chi esistint petzi si las numenamus in sa limba nostra. Si perdimus sa limba perdimus su mundu, su mundu chi nos apartenet, su mundu in ue bivimus, si perdimus sa limba no ischimus prus sa terra chi nos poderat. Si amus a resèssere a salvare sa limba nostra l’amus a pònnere finas in s’àndala de sa modernidade. At a mudare paris cun nois, at a crèschere cun fìgios nostros.

4a Edizione della Festa de sa Limba sarda ufitziale a Bonàrcadu

Anche quest’anno Bonàrcadu ospiterà la Festa de sa Limba sarda ufitziale, promosso dal CSU (Coordinamentu pro su Sardu Ufitziale) promossa in collaborazione con il comune e con innumerevoli associazioni culturali.

La quarta edizione della festa sarà distribuita su due giorni, sabato e domenica, e avrà inizio sabato 23 alle 16:30, in Corso Italia nella sala de S’Ortu Mannu.

I temi annunciati dal CSU sono la questione femminile nella lingua sarda, la crisi dell’editoria in sardo e la contrarietà al nuovo testo unico che il consiglio regionale sta promulgando in tema di politica linguistica. In questi si inseriranno poi dialoghi su poesie, storia medievale, libri, automazione elettronica, di sport e di cinema ovviamente con l’aiuto del sardo, di esperienze professionali e di traduzioni. Ci saranno, inoltre, proiezioni, esibizioni musicali, mostre di prodotti e piatti tipici.

Quest’anno si coglierà un’importante occasione, poiché la Festa de sa limba sarda ufitziale si svolgerà nella giornata europea delle lingue, promossa dal Consiglio europeo negli stati membri. In Sardegna il referente per l’organizzazione sarà, per l’appunto, il CSU.

L’entrata alla manifestazione è gratuita e sarà possibile mangiare a prezzi popolari.

Sulla querelle “festival letterari” in Sardegna

di Daniela Piras

Ho seguito con attenzione la discussione relativa ai festival letterari e alla letteratura in sardo assente nell’ambito di alcuni importanti eventi. Il dibattito riveste oggi una grande importanza, a mio avviso, dovuta al particolare momento culturale che la cultura sarda sta vivendo, attorno alla questione della lingua sarda si sviscerano temi legati alla nostra cultura, alla nostra storia e alla nostra identità, la quale è permeata da esperienze collettive e da scambi culturali, tutto ciò ci rende protagonisti del nostro tempo e della nostra storia e ci aiuta a costruire gli strumenti su cui impiantare il nostro presente e il nostro futuro, tutta la costruzione dell’identità si basa su una sommatoria di esperienze che chiamiamo cultura, quando questa ci rappresenta, ed è questo il punto: cosa ci rappresenta davvero, oggi?

Ho letto i diversi interventi e li ho trovati tutti molto stimolanti, mi hanno fatto pensare e mi hanno fatto interrogare su alcune questioni. Mi sono chiesta se io posso considerarmi, a pieno merito, una esponente della letteratura sarda o se, mio malgrado, devo ritenermi esclusa d’ufficio, per via dell’utilizzo esclusivo della lingua italiana nei miei scritti, se il raccontare la Sardegna mi dia una collocazione di scrittrice sarda o se, a prescindere dai temi, devo essere classificata come scrittrice italiana avente la sola residenza in Sardegna.

Credo che la questione centrale sia quella dell’insegnamento scolastico della lingua sarda. Finché le persone come me, madrelingua italiane, utilizzeranno solo saltuariamente la lingua sarda, nelle sue espressioni più caratteristiche spesso sintetizzate in poche battute, è normale che la lingua, quella con cui scrivere e, di conseguenza, quella da leggere, sarà l’italiano. La questione principale è che con la lingua, con qualsiasi lingua, bisogna familiarizzare e, nel nostro contesto quotidiano, nel quale la lingua sarda è relegata ad aneddoti della tradizione, all’oralità, a specifici contesti culturali, è praticamente impossibile restarne contaminati. Qualcuno potrebbe sostenere che “basta studiarla, come tutte le altre lingue”, ma io credo che questo, in Sardegna, non basti. Ho partecipato al programma Erasmus e ho vissuto per quasi un anno in Francia. Studiavo il francese, seguivo le lezioni universitarie in francese e, quando camminavo per strada, leggevo e sentivo parlare il francese ovunque. Ero circondata e allo stesso tempo immersa in quella lingua e, dopo qualche mese, quando mi sono ritrovata a pensare in francese, ne sono rimasta molto scossa. Qui in Sardegna, a casa nostra, è diverso. Il sardo non si trova in ogni angolo, non basta studiarlo a casa, quello che manca è un luogo fisico dove poterlo sperimentare e vivere a pieno. Il paradosso è proprio questo: il sardo, in Sardegna, è considerato non essenziale, spesso inutile e facilmente sostituibile con l’italiano.

La nostra lingua, una delle nostre ricchezze principali, ha bisogno di trovare gli strumenti, attraverso la volontà politica, per non estinguersi; strumenti come gli uffici linguistici, i quali dovrebbero trovare posto in tutti gli uffici dei piccoli centri, come le manifestazioni di interesse storico – linguistico che dovrebbero essere legate al territorio ma anche aperte a un confronto non solo con l’esterno dell’isola ma anche all’interno, con il fine di placare le polemiche legate alle diverse parlate e ai diversi costumi che altro non fanno che creare ostacoli strumentali e politici che paiono insormontabili. Se ne parla troppo, di lingua sarda, e si parla troppo poco il sardo.

Se tutti i difensori della lingua sarda si impegnassero a parlare in sardo il più delle volte, con la maggior parte delle persone, invece di preoccuparsi, troppo spesso, di tradurre di continuo anche parole la cui interpretazione non lascia spazio ad equivoci (cosa che purtroppo vediamo troppe volte anche nella stampa locale), sarebbe un gran passo avanti. Se chi si sforza di parlare in sardo non ricevesse smorfie ed espressioni di disappunto da parte degli “esperti conoscitori” che ascoltano e che accusano i caparbi parlatori di “storpiare” la lingua, sarebbe certamente più motivato e più propenso nel continuare a provare a parlarlo e, di conseguenza, ad impararlo. Se si riuscisse ad attivare un processo politico, culturale e sociale che portasse ad ottenere una scolarizzazione in sardo, che portasse ad insegnare la lingua sarda nelle scuole, tra qualche anno ci sarebbero moltissimi sardi fieramente bilingue, effettivamente padroni di entrambi gli idiomi. Non è un percorso impossibile, basterebbe mettere in atto delle politiche che non avessero come unico scopo quello di “salvaguardare” il sardo ma quello di mettere in circolo le parole e di farle entrare nella vita di tutti i giorni. A quel punto il passo successivo, e naturale, sarebbe quello che permetterebbe, ad ognuno di noi, di avere la possibilità di scegliere se scrivere in sardo o in italiano, se parlare di Sardegna in italiano, o se parlare di paesi orientali in sardo. Il punto centrale è creare sardi padroni della propria lingua, che siano in grado perfettamente di leggere, e capire, il sardo quanto l’italiano e per cui la decisione di leggere un libro in una lingua o nell’altra, e di conseguenza di scrivere, diverrebbe semplicemente una questione di scelte.

Tornando ai festival, non c’è da stupirsi se spesso la Sardegna, e i libri in sardo, non trovino spazio. Finché non sentiremo vicina la nostra lingua e i nostri autori, è normale che sia così. I festival si chiameranno “sardi” solo perché si svolgeranno in comuni sardi, ma per avere un vero festival della letteratura sarda dobbiamo far in modo di sentire la lingua sarda davvero come “la nostra lingua” e non come qualcosa da tutelare, non come se fosse una specie protetta. Quando questo avverrà sarà naturale vedere autori sardi che presentano i loro libri in lingua italiana, e che secondo me rientrano a pieno titolo nella letteratura sarda, e autori sardi che parlano dei loro libri in lingua sarda.

Occorre ripartire da noi, vedere attentamente chi siamo e cosa abbiamo da dire, e da raccontare, in quanto sardi, perché a volte ciò che sfugge è proprio questo, io credo che prima di pensare a nomi altisonanti da invitare, da salotto televisivo, ci si dovrebbe domandare chi ha effettivamente qualcosa da raccontare, che possa farci viaggiare con la fantasia, divertirci, farci pensare, altrimenti un festival letterario si riduce ad uno spettacolo che ha il solo scopo di attirare il maggior numero di persone possibili, né più né meno come una sagra.

È cruciale capire cosa vogliamo essere, prima di tutto, se sardi o se italiani abitanti in un’isola per solo caso. Dovremmo iniziare a sentirci coinvolti in prima persona, perché la lingua sarda è un patrimonio comune di tutti, e non solo di chi scrive o di chi ama leggere, e a tutti dovrebbe interessare la sua tutela e la sua valorizzazione. Dovremo interrogarci su quanto sia normale che la letteratura in sardo resti esclusa da uno dei maggiori festival organizzati in Sardegna. Il fatto che se ne parli è positivo, in ogni caso. Io ho la speranza di vedere, negli anni a venire, un’apertura maggiore verso gli autori sardi nei festival storici, e anche di vedere nascere altri festival, ai quali possano partecipare ospiti internazionali e italiani ma che abbiano il cuore e i testi con le radici in Sardegna.