Ahmad Sa’adat da New dichiarazione: sciopero dei prigionieri una vittoria collettiva

Fonte: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/5/58/Latuff-saadat-3.jpg

Nell’ ambito della campagna per la libertà di Ahmad Sa’adat , il segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, e degli altri prigionieri politici palestinesi, è stata pubblicata una nuova dichiarazione del leader del FPLP, sulla sospensione dello sciopero di libertà e dignità.

La dichiarazione è ripubblicata qui di seguito:

Dichiarazione del Segretario Generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, Ahmad Sa’adat

“I prigionieri hanno fatto una nuova battaglia epica grazie alla loro volontà e determinazione, e hanno dimostrato che i loro diritti devono essere conquistati e non supplicati dalle masse del popolo palestinese, dalla nazione araba, e dalle forze della libertà in tutto il mondo.

I prigionieri in sciopero hanno raccolto la loro fermezza per contrastare e resistere a tutti i tentativi di interrompere lo sciopero. L’oppressione non è stata risparmiata agli scioperanti, il ché ha contribuito al deterioramento della salute dei prigionieri attraverso politiche repressive e misure contro gli stessi, in particolare la politica di trasferimento arbitraria, che non è cessata fino all’ultimo momento, oltre ai tentativi dell’occupante di diffondere menzogne, voci e disinformazione.

Gli eroi prigionieri hanno affrontato tutte queste politiche e pratiche ed hanno avuto per 41 giorni una volontà d’acciaio nei confronti delle forze d’occupazione, aggiungendosi ai punti di riferimento storici delle lotte del nostro popolo nel movimento di liberazione nazionale. 

Alle nostre masse palestinesi:
Questa vittoria è il frutto degli sforzi collettivi del popolo palestinese che si è radunato intorno allo sciopero, compresi i singoli e le istituzioni, i diritti umani, nazionali, organizzazioni umanitarie e popolari, attraverso i sacrifici dei martiri, dei feriti e dei prigionieri. È avvenuta attraverso il supporto delle forze popolari arabe in tutto il mondo arabo, e attraverso il supporto di tutte le forze della libertà, compresi i movimenti popolari e le organizzazioni, i comitati di solidarietà, i parlamentari, i movimenti di giustizia sociale, per far fronte all’imperialismo e alla globalizzazione, e il movimento Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni (BDS).

A tutti coloro che hanno partecipato alle azioni di solidarietà con il nostro sciopero per portarlo alla sua onorevole conclusione, inviamo tutti i nostri saluti ed il nostro apprezzamento, in particolare alle famiglie dei martiri, dei feriti e dei prigionieri. 

Per le masse del nostro popolo:
Anche se è troppo presto per fornire una valutazione finale dei risultati dell’esercizio, prima della dichiarazione ufficiale della leadership in sciopero, possiamo dire chiaramente che l’incapacità delle forze di occupazione per rompere lo sciopero o contenerlo è una vittoria per i prigionieri e per la loro volontà e determinazione di continuare il confronto.

Questa vittoria ha implicazioni importanti: in primo luogo, per ribadire il fatto che i diritti possono essere presi e mai elemosinati, e che la resistenza è stata la leva principale per tutte le conquiste del popolo palestinese in epoche successive alla rivoluzione. In secondo luogo, che le diverse fazioni del movimento dei prigionieri e l’atmosfera della divisione non hanno impedito l’unità d’azione di tutte le fazioni nazionali ed islamiche sui campi di confronto, a patto che la bussola della lotta rimanga diretta allo scontro principale contro l’occupazione. Il terzo punto importante è che non si esaurisce il confronto con lo sciopero; invece, si deve continuare, al fine di rafforzare i risultati dello sciopero, espanderli e costruire sulla base di essi. Questo è fondamentale per ricostruire e unificare il corpo del movimento dei prigionieri palestinesi e presentare un modello di vita per la nostra gente che porti avanti sforzi sinceri per far progredire la causa palestinese e farla uscire da questa crisi e da un quadro di divisione.

Alle nostre masse palestinesi:
Ciò che devono fare le nostre forze politiche e fazioni palestinesi per sostenere i prigionieri e rafforzare la loro costanza è il ripristino della nostra unità nazionale verso un percorso di avanzamento, lasciandosi alle spalle la passata e presente fase di girare a vuoto senza fine.

Ancora una volta, i nostri saluti a tutte le forze palestinesi, arabe e internazionali popolari che hanno contribuito a rafforzare la fermezza dei prigionieri, portando avanti la loro battaglia per la strada della vittoria.

Gloria ai martiri, e la vittoria è certa!”

La Sardegna ricorda la “Giornata della terra” palestinese

di Alessia Ferrari

Il 30 marzo i palestinesi celebrano la “Giornata della terra”, in arabo Yawm al-ard, per ricordare l’imponente protesta con cui nel 1976 il popolo palestinese si oppose alla decisione israeliana di espropriare venti ettari di terra appartenenti a diversi villaggi della Galilea, per destinarli a usi militari e alla costruzione di colonie. Quello straordinario esempio di resistenza popolare ebbe un alto tributo di sangue: sei furono i giovani uccisi dalla polizia israeliana, centinai i feriti e altrettanti gli arresti. Sono passati 41 anni da quel giorno, ma è da un secolo che i palestinesi devono fare i conti con il progetto sionista di colonizzazione della Palestina, portato avanti mediante eccidi, espulsioni e confische.

A Cagliari l’Associazione Amicizia Sardegna Palestina ha voluto commemorare la Giornata della terra con un evento che si è tenuto all’ex Liceo Artistico, all’interno della mostra “Grido di colore” dell’artista palestinese Latifa Yousef. La pittrice non ha potuto partecipare all’inaugurazione a causa di un visto negato dalle autorità israeliane, perché Israele è consapevole che la resistenza può essere portata avanti in un’infinità di modi, e fa paura anche quando assume la forma di una tela grigia come il cielo di Gaza dopo i bombardamenti o sgargiante come l’Intifada.
L’evento si è aperto con un collegamento Skype con Hussam Kana’na, attivista palestinese che a causa della sua attività politica ha passato dieci anni recluso nelle carceri israeliane. Kana’na era poco più di un ragazzino nel ’76, ma di quella giornata ricorda benissimo gli spari che illuminavano il cielo notturno, le notizie di morte che passavano di bocca in bocca, la rabbia e la determinazione della sua gente. L’ex prigioniero politico ha però sottolineato che il suo popolo combatte ogni giorno contro il furto della propria terra e la negazione dei propri diritti. I palestinesi che come lui vivono all’interno di Israele oggi devono difendere con le unghie quel 2% di terra rimasta in loro possesso, e ancora peggiore è la situazione di coloro che vivono nei Territori Occupati della Cisgiordania, sottoposti a un vero e proprio regime di apartheid, situazione che le Nazioni Unite hanno recentemente tentato di nascondere al mondo imponendo il ritiro di un dettagliato rapporto pubblicato da Rima Khalaf, ormai ex direttrice dell’Escwa, che con coraggio ha preferito rassegnare le proprie dimissioni piuttosto che “occultare i palesi crimini israeliani”. Kana’na ha fatto alcuni esempi delle discriminazioni razziali a cui devono sottostare i cittadini palestinesi in Israele, ad esempio se un palestinese cittadino israeliano decidesse di sposare una palestinese della Cisgiordania, quest’ultima non otterrebbe mai la cittadinanza, senza contare che ogni qual volta decidesse di uscire dallo Stato di Israele dovrebbe farlo con la consapevolezza di non avere la certezza di ottenere il visto per rientrare nella propria casa. Diversamente, se un cittadino ebreo israeliano decidesse di unirsi con una cittadina di un altro paese, questa otterrebbe senza problemi la cittadinanza israeliana. Inoltre, per scoraggiare i cittadini palestinesi ad avere figli, la legislazione concede esclusivamente agli ebrei gli aiuti economici previsti per le famiglie numerose. Un altro problema con cui i palestinesi devono raffrontarsi è quello dei permessi per la costruzione delle proprie abitazioni: se un ebreo possiede un terreno e vuole costruire una casa per la propria famiglia, può farlo tranquillamente, al contrario un palestinese deve chiedere un permesso, che di fatto viene negato a più del 60% dei palestinesi. Molti di loro si vedono quindi costretti a costruire senza l’autorizzazione delle autorità israeliane, che poi possono legalmente disporre la demolizione delle case palestinesi. È stato stimato che all’interno di Israele ci siano 100.000 case palestinesi prive di permesso israeliano, è evidente che la pratica della demolizione fa parte della strategia israeliana volta a scoraggiare la presenza palestinese all’interno dello Stato ebraico. Dopo questa importante testimonianza, Daniela Spada, Rana Jammoul, Laura Salaris e Alice Agus, accompagnate dalle dolci note della musica di Marco Ammar, hanno concluso l’evento con le letture di bellissime poesie palestinesi in lingua originale e in italiano.

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