Cresce la resistenza ai signori del vento e del sole

Intervista a Antonio Muscas (attivista di Assemblea Permanente di Villacidro)

Un momento del presidio indetto da Assemblea Permanente a Villacidro contro il nuovo parco eolico in costruzione

 

Lo scorso 27 marzo l’Assemblea Permanente ha organizzato un sit-in contro il parco eolico che sarà realizzato dalla Green Energy Sardegna. Siete contro le energie rinnovabili?

Immaginiamoci un signore che dovendo andare da solo da Cagliari a Sassari si doti di una vecchia locomotiva a vapore, un camion a gasolio e una bici tandem elettrica a quattro posti non in grado però di affrontare le salite e quindi obbligata ad andare costantemente accompagnata da una vettura a benzina capace di trainarla in caso di necessità; immaginate anche che questo signore abbia pure la pretesa di utilizzare tutti i mezzi contemporaneamente. Folle, vero? E cosa c’entra questo con le rinnovabili? C’entra, eccome, perché in Sardegna siamo praticamente nella stessa situazione. Abbiamo una potenza elettrica installata superiore di oltre quattro volte la potenza necessaria. Tutta l’energia potenzialmente producibile non riusciamo neppure a smaltirla poiché i cavidotti che ci mettono in connessione con la Corsica e la penisola italiana possono solo in parte trasmettere l’eccesso. E le rinnovabili sono sottoutilizzate: la produzione idroelettrica è stata pressoché dimezzata negli ultimi anni, mentre l’eolico ha una produzione media di 1700-1800 ore anno, e questo per diverse ragioni, la più importante delle quali è il fatto che l’eolico, così come il fotovoltaico, deve andare accoppiato con impianti di accumulo in grado di sopperire alla inevitabile variabilità dell’erogazione e della domanda di energia. Abbiamo esubero di tutto e, nonostante ciò, sembra non bastarci mai. In programma abbiamo oltre a innumerevoli parchi eolici e fotovoltaici, diversi termodinamici, impianti a biomassa, una nuova centrale a carbone, due inceneritori equiparati alle centrali da fonti rinnovabili, per non parlare del geotermico, dei rigasificatori di volumetria sproporzionata per le nostre esigenze e del nuovo progetto di metanizzazione che sventrerà la Sardegna da nord a sud. Non siamo contrari alle rinnovabili, ci mancherebbe, ma questa situazione è folle, e a folle velocità ci stiamo lanciando verso il baratro, perché qua non stiamo parlando di rinnovabili che vanno a sostituire il fossile, stiamo parlando di una sovrapposizione infinita di impianti di qualunque specie. Quale logica c’è dietro la volontà di continuare a costruire all’infinito impianti senza senso? Semplicemente e banalmente, la speculazione finalizzata ad ottenere i ricchi incentivi disponibili.

Uno dei cavalli di battaglia della vostra mobilitazione è la democrazia sancita dalla Convenzione di Aarhus. Cosa c’entra la democrazia con l’energia?

Di chi sono il vento e il sole? Si possono privatizzare il vento e il sole? Chi installa una pala eolica acquisisce un diritto sullo spazio aereo circostante, paga una fesseria al comune di pertinenza e al proprietario del suolo e tutto il restante lauto guadagno lo tiene per sé. Parliamo di pale che possono rendere anche un milione di euro all’anno, a fronte di circa diecimila euro destinati al comune per l’Imu e qualche migliaio di euro al proprietario del fondo. Centinaia di milioni di euro per pochi e la fame per gli altri, inclusi gli oneri per lo smaltimento dei residui di fine vita degli impianti. Una pala può ripagare l’investimento in 3, massimo 5 anni, dopodiché per 25-30 anni è tutto grasso che cola, e che grasso! È forse oggi una delle migliori forme di investimento sul mercato. Incentivi per avere le pale ferme la maggior parte del tempo o per produrre energia inutilmente, giacché le centrali a combustibili fossili non vengono spente o ridimensionate, anzi, esse stesse, ricevono compensazioni per la mancata produttività causata dagli impianti alimentati a energia rinnovabile. La convenzione di Aarhus stabilisce che le comunità interessate da progetti di grande impatto debbano essere coinvolte nei processi decisionali, e tra i parametri da prendere in considerazione non ci sono esclusivamente aspetti economici e ambientali, ma anche storici, tradizionali e socio culturali. Un progetto potrebbe essere perciò economicamente vantaggioso e sostenibile a livello ambientale, ma nel contempo insensato o dannoso per il contesto nel quale si vuole realizzare. Le comunità, secondo la convenzione, devono essere correttamente informate, formate e coinvolte, dall’inizio alla fine, devono essere loro prospettate e valutate tutte le possibili alternative e loro devono avere l’ultima parola. È chiaro come qualunque dei nuovi progetti in corso in Sardegna con questa logica mai supererebbe la prova delle comunità. Ecco perché è in corso da parte del Governo italiano e di quello sardo un processo di estromissione totale, accompagnato dall’imposizione, dal ricatto e dalla coercizione. Noi non solo vogliamo essere partecipi del nostro destino ma contestiamo pure la privatizzazione e l’accaparramento delle risorse naturali. Sole e vento, al pari dell’acqua, sono beni comuni, sui quali non si può e non si deve speculare.

Sostenete che «finita l’epopea dell’industria, da qualche anno la nuova corsa all’oro è rappresentata dalle rinnovabili». Dopo i signori del petrolio arrivano i signori del vento e del sole che vedono la Sardegna sempre terra di conquista?

È un assalto senza fine e sempre più massiccio, favorito dalla condizione di difficoltà in cui versa la Sardegna. Una condizione assurda tenuto conto delle risorse ancora disponibili nonostante la spoliazione avvenuta nel corso dei secoli. Così come è assurdo che la nostra isola riesca a garantire miliardi di euro di profitti a persone che neanche mettono piede nel nostro suolo se non per trascorrere le vacanze in Costa, ma non sia in grado di dare sostentamento e pace a chi la abita. Appare perciò evidente come il nostro “svantaggio insulare” non sia, come qualcuno vuol farci credere, un fatto naturale, dipendente da questioni geografiche e insito nella natura dei sardi, ma sia piuttosto una condizione artificiale, creata appositamente per favorire i fenomeni di sfruttamento e accaparramento.

Di solito la risposta a tali mobilitazioni è che non si può dire sempre no a tutto. Quali sono le alternative?

Una delle frasi più ricorrenti, pronunciate dalle controparti e da chi appoggia questi progetti è “voi siete per il no a tutto”. Basta guardarsi attorno per capire come in Sardegna abbia prevalso invece il “sì a tutto”. Non si è trattato sempre di sì ingiustificati, ci mancherebbe. Alcune scelte fatte in epoche passate le reputo doverose e anche coraggiose e innovative. Però molto più spesso ha prevalso il mito della modernità, l’illusione di potersi emancipare a basso costo, di poter manipolare la natura senza preoccuparsi troppo delle conseguenze; ha prevalso la fiducia incondizionata nelle istituzioni, negli uomini di governo e dei loro amici imprenditori venuti qua ad “aiutarci”. Non condanno le scelte di chi mi ha preceduto, non quando sono state dettate da reali necessità pur senza comprendere bene quale sarebbe stato il prezzo reale da pagare, non sempre si aveva la necessaria consapevolezza. Oggi le cose sono diverse. La differenza rispetto a ieri è questa: noi siamo in grado di misurare esattamente la portata delle nostre azioni. Citando Bachisio Bandinu, “noi allora non sapevamo”, però oggi sappiamo, e abbiamo il dovere di agire diversamente. Per tornare all’eolico e alle fonti rinnovabili in generale, in Sardegna non siamo al punto zero, siamo già in una condizione di esubero e di caos totale. Oggi non abbiamo bisogno di nuovi impianti, abbiamo necessità di gestire quelli presenti e di avviare realmente la transizione verso il rinnovabile. Nel contempo dobbiamo portare avanti una battaglia di riappropriazione dei beni comuni perché non è accettabile che siano società private ad impadronirsi del sole e del vento e di arricchirsi ai danni dei più.