C’era una volta l’AIDS e c’è ancora… anche in Sardegna

 

La campagna della LILA
di Daniela Piras 

In principio era l’alone viola, un immaginario quanto tristemente reale segno distintivo di chi si era macchiato di aver contratto un virus, quello dell’HIV.

Risultare positivo al test dell’HIV equivaleva infatti ad ammettere davanti al mondo intero di appartenere a una categoria “a rischio” della quale facevano parte coloro che avevano condotto uno stile di vita ritenuto immorale e riprovevole, sia per la troppa libertà sessuale, sia per l’utilizzo di droghe, in particolare l’eroina. Uomini e donne che diventavano marchiati inesorabilmente come “untori” e “peccatori”: da tenere lontano, emarginare e giudicare.

Erano i primi anni Ottanta e, per la prima volta, si sentiva parlare di un virus letale che si poteva contrarre nell’ambito più privato della vita di ciascuno, poiché il contagio avveniva tramite sperma, secrezioni vaginali o sangue: quello della sfera sessuale. Furono messi al bando innanzitutto gli omosessuali, rei di condurre un modo di vita sregolato e “contro natura” e subito dopo le persone con dipendenze da droghe, le quali trasmettevano il virus condividendo la stessa siringa.

Dalla segnalazione dei primi casi ad oggi molto è cambiato nelle tipologie di campagne d’informazione e di sensibilizzazione finanziate dal Ministero della Salute. Infatti dal primo spot, apparso in Italia nel 1988, in cui si diceva chiaramente che occorreva proteggersi durante i rapporti sessuali con il preservativo, in cui non si creavano allarmismi ingiustificati e dove anzi si affermava che “per fortuna non è facile ammalarsi di AIDS”, si sono fatti (paradossalmente) dei passi indietro notevoli.

L’influenza dello Stato del Vaticano ha decretato l’abolizione della chiarezza linguistica a favore di una serie di messaggi velati e confusionari che, lungi dall’informare sul reale rischio di contaminazione rispetto al virus, hanno creato panico e ansia nella popolazione, fino ad arrivare a stigmatizzare la persona che aveva contratto il virus come sbagliata, peccatrice, rea di “essersela cercata”.

Il punto più basso della campagna informativa si ebbe in Italia con il messaggio dell’allora Ministro della Sanità Donat-Cattin che arrivò ad attribuire ai malati stessi le colpe di aver contratto il virus. “L’AIDS ce l’ha chi se lo va a cercare” si leggeva nella lettera che il ministro inviò alle famiglie italiane, generando una totale psicosi. “La prima regola alla quale è consigliabile attenersi è quella di un’esistenza normale nei rapporti affettivi e sessuali”.

Di proteggersi durante i rapporti sessuali non si parlava più: in compenso, nell’ambito della normalità invocata, era presente un invito all’astinenza da parte delle persone con il virus come rimedio sicuro, poiché il preservativo non era ritenuto tale. A fine degli anni Ottanta in Italia si respirava un’atmosfera degna del Basso Medioevo. Le istituzioni non davano elementi in grado di informare e, di conseguenza, tutelare la salute dei cittadini.

Da allora si sono alternate campagne fumose che hanno in un certo qual modo “stilizzato” il messaggio, e il relativo concetto, in maniera così estrema da generare una psicosi diffusa, senza senso.

La creazione di una “categoria a rischio” ben delimitata ha fatto sì che le persone non avessero reale percezione di quali fossero i comportamenti, quelli sì “a rischio”, da evitare. Si arrivò ad aver paura di poter contrarre il virus attraverso una stretta di mano con un individuo appartenente a tale confinata categoria.

L’ultimo spot informativo del Ministero della Salute risale al 2013. La campagna si chiamava “Fine delle trasmissioni” e faceva riferimento alla trasmissione del virus. Ritorna il concetto del “problema che riguarda tutti”, un po’ troppo fuori tempo massimo, e si invita ad usare il preservativo e ad eseguire il test per verificare se si ha contratto o meno il virus.

Da allora tutto tace. La malattia sembra sparita; lo stato di inconsapevolezza dei giovani si estende anche agli adulti che collegano l’AIDS ad un brutto sogno degli anni Ottanta che non esiste più. Come avviene spesso, ciò di cui non si parla non esiste. In realtà, ciò che più sconcerta di più, è il fatto che l’AIDS esisteva ieri ed esiste ancora oggi, e che coloro più a rischio sono quelli che non sanno di aver contratto il virus. Si ha paura di fare il test, ancora oggi, e si ha più paura di scoprire di avere una sieropositività che non di curarsi.

Il pregiudizio che si è creato nei confronti degli ammalati di AIDS è stato talmente forte da non avere eguali in altre patologie. Il potente stigma sociale che ha segnato le persone risultate sieropositive all’HIV, ha portato alla paura di voler scoprire di essere stati contagiati. L’ansia di essere giudicati per i propri comportamenti, per una presunta immoralità e attigua colpa, ha come risultato un dato allarmante: una consistente fetta di inconsapevoli che ha contratto il virus ma non ne è a conoscenza. A ciò si aggiunge il dato oggettivo che riguarda la difficoltà di accesso al test e l’offerta non sufficiente. Il dato sommerso è quello che più preoccupa i medici.

La conseguenza è che ci si cura soltanto quando si hanno già i sintomi che fanno emergere la malattia, quando ci si potrebbe curare meglio, e prima. Sono le cosiddette “diagnosi tardive”.

In Sardegna la situazione è preoccupante, proprio per la diffusa scarsa percezione del rischio. I dati diffusi dalla LILA di Cagliari (Lega italiana contro la lotta all’AIDS) diagnosticano 54 nuovi casi di infezione nel 2016;  61 i casi registrati nel 2017. Emerge un dato inquietante: quasi la metà degli studenti intervistati dichiara di non utilizzare il profilattico durante i rapporti sessuali.

In vista della giornata mondiale di lotta all’AIDS (WAD) del primo dicembre, The Joint United Nations Programme on HIV/AIDS – UNAIDS – ha scelto per il 2019 il tema “Community make the difference”, un riconoscimento al ruolo essenziale delle community, delle associazione e della società civile nel contrasto all’HIV.

La LILA quest’anno aderisce alla testing week europea, dal 22 (oggi. n.d.R) al 29 di novembre: www.testingweek.eu

L’ultima campagna della LILA invita a combattere il pregiudizio con l’informazione. Nelle locandine informative si fa presente una verità importante, ovvero che oggi, chi segue la terapia retrovirale può condurre una vita normale, avere figli e soprattutto non risulta essere contagioso e avere una lunga aspettativa di vita.

Insieme alla prevenzione, che andrebbe ripresa nelle scuole dove sino agli Novanta è stata molto efficace, resta essenziale eseguire il test, a questo proposito rendiamo noto che, in accordo con la LILA, il MOS di Sassari ha acquisito e messo a disposizione l’accesso al test.

Come si evince dal loro sito: A partire dal 19 Dicembre 2018, ogni primo e terzo mercoledì del mese dalle 16 alle 18.30, si può fare il test rapido, anonimo e gratuito nella sede del MOS in via Rockfeller 16/c a Sassari. Il servizio è svolto in collaborazione con CLAAS (Comitato Lotta all’Aids Sassari), circ. Arci Borderline e all’interno della campagna nazionale We Test! Per ulteriori informazioni invitiamo a visitare il sito al link: https://www.movimentomosessualesardo.org/test-hiv/

A S. Cristina il primo passo di una “Caminera noa”

Giornata rovente, non solo politicamente parlando, lo scorso 23 luglio 2017 nella sala conferenze del complesso nuragico di S. Cristina di Paùlle (Paulilatino secondo il toponimo italiano). Per tutta la giornata diverse realtà che praticano il conflitto sociale e nazionale in Sardegna si sono confrontate serratamente su valori, obiettivi, temi strategici e metodi organizzativi.

La mattina ci si è confrontati sui valori unificanti, partendo dalla cruciale e preoccupante ondata di razzismo endemico che sta contaminando non solo il pensiero comune, ma anche diverse sensibilità storicamente orientate all’indipendentismo. Non è un caso che all’ingresso della sala fosse presente un banchetto per la raccolta firme “Io ero straniero”, iniziativa per l’abolizione della legge razzista Bossi-Fini. Nello stesso banchetto anche la storica rivista della sinistra anticolonialista sarda “Camineras”, il cui ultimo numero è fresco di stampa.

Il contrasto alle narrazioni (e alle bufale) razziste è stato uno dei temi ricorrenti in tutti gli interventi che si sono avvicendati nel corso della mattina. Altra trait d’union è stata sicuramente la battaglia per l’autodeterminazione del popolo sardo.

Non tutti nella sala hanno ancora maturato una posizione schiettamente indipendentista, ma tutti gli interventi sono stati concordi nel riconoscere la necessità di avviare un processo di emancipazione della natzione sarda dal centralismo e dal colonialismo sempre più opprimente dello Stato italiano.

È significativo che molti esponenti di spicco della sinistra italiana di un tempo siano giunti a tali convinzioni e che abbiano pubblicamente dichiarato la propria disponibilità a impegnarsi in un processo aggregativo basato sul riconoscimento della natzione sarda e sulla necessità di rafforzare tutte le battaglie dell’autodeterminazione.

E naturalmente è stata cruciale la questione della lotta al capitalismo, in tutte le sue forme. Molti interventi hanno denunciato la complicità delle Giunte di centro sinistra nelle politiche di ipersfruttamento del lavoro, di austerity imposte dalla UE e di smantellamento dei basilari servizi pubblici, a partire dalla lettura di una lettera di un militante portatore di handicap che denunciava l’impossibilità di essere presente al dibattito proprio a causa dell’assoluta mancanza di assistenza nei servizi pubblici sardi.

Bersaglio costante di molte analisi è stato anche il cosiddetto “sovranismo” o “indipendentismo di governo” propugnato da alcuni ex dirigenti indipendentisti che svolgono oggi una funzione ancillare e subalterna della Giunta Pigliaru: «nostro compito è quello di contrastare il “sovranismo” di stampo coloniale che si nutre della narrazione di riformare la Regione dall’alto e dalle élite di potere» – è stato detto da uno degli interventi – «attraverso la costruzione di un movimento di sovranità popolare dei sardi e delle sarde che dal basso praticano il conflitto sociale, la resistenza alla rapina del territorio, il contrasto all’occupazione militare, la disobbedienza civile, la riorganizzazione di una rete civica e civile».

Dopo la pausa pranzo, il dibattito è proseguito con l’analisi di alcuni temi ritenuti cruciali. Diversi compagni e compagne sono intervenuti in maniera analitica e documentata in difesa della sanità pubblica e contro le politiche di privatizzazione volute dalla Giunta regionale, sulla grave emergenza abitativa che affligge molte regioni della Sardegna, sulla necessità di invertire la rotta in merito alle politiche di istruzione e ricerca, sulla gravissima condizione che attanaglia il comparto dell’edilizia e sulla necessità di investire in una agenzia regionale che ristrutturi edifici e stabili ormai fatiscenti, sulla piaga della grande distribuzione e sulla necessità di organizzare i lavoratori contro l’ipersfruttamento e l’apertura nei gironi festivi, sulla questione contadina e sulla necessità di politiche che valorizzino il settore dando spazio ai giovani disoccupati “aspiranti contadini”, sulle politiche migratorie e sulla necessità di smontare le narrazioni xenofobe, sulle nuove tipologie di contratti precari su cui con tutta probabilità avrà parere definitivo la RAS, sulla campagna dei comitati sardi per la democrazia per una legge elettorale statutaria che superi il presidenzialismo e su tanti altri temi di carattere sociale, politico e culturale.

L’ultima parte della giornata è stata dedicata alla questione organizzativa e metodologica. Appurato che esiste la volontà politica di proseguire nel percorso di una “Caminera noa” iniziato il 23 luglio 2017 a S. Cristina, ora un comitato volontario si occuperà di raccogliere i materiali del dibattito e di organizzare una nuova assemblea che verterà su un unico punto all’ordine del giorno: individuare una forma organizzativa capace di garantire la massima partecipazione di tutti, l’efficienza della mobilitazione e sventare ogni tendenza al leaderismo, al personalismo, al verticismo.
Insomma dopo aver tracciato la strada politica che si vuole percorrere “Pro una caminera noa”, passata l’estate, ci si troverà a discutere sul come iniziare a percorrere questa nuova strada.

Vedi altro:

http://www.pesasardignablog.info/2017/07/17/dal-23-luglio-una-caminera-noa-alternativa-alla-subalternita/