Nel deserto industriale di Porto Torres riscoppia la lotta operaia

di Cristiano Sabino

L’assemblea degli operai Sices nella zona industriale di Porto Torres

Zona industriale di Porto Torres, ore 15:00, il clima è torrido e le poche auto in movimento sono dirette verso le numerose e bellissime spiagge nei dintorni. Noi invece ci fermiamo davanti ai cancelli della Sices. Da pochi mesi  la fabbrica ha sospeso la produzione per mancanza di liquidità ma già si notano i segni evidenti dell’abbandono e della noncuranza.

Arriviamo e gli operai stanno discutendo sotto il sole. Il tema è il perché dell’assenza dei sindacati confederali che pure sono stati avvisati e invitati rispettando tutti i crismi del protocollo. La maggior parte dei lavoratori non ha più fiducia in loro, anche se qualcuno tenta di trovare giustificazioni di sorta: «avevano una riunione», «hanno assicurato massima disponibilità». A quanto capiamo però è una storia che va avanti da tempo e non è il frutto di un disguido occasionale. In sostanza i sindacati sono latitanti nella vertenza Sices che infatti soltanto da poco e a macchia di leopardo sta iniziando a comparire sulle cronache dei giornali. Mariano Peddis, operaio dell’azienda, ci fa un sunto della situazione: la multinazionale aveva utilizzato la cassa integrazione fin dal 2013, anche se la produzione è andata avanti fino al 2017 e pur fra tagli e crescenti inquietudini. Poi ad un certo punto il crollo e la fine delle illusioni: i problemi di liquidità erano insormontabili e la proprietà ha portato i libri in tribunale chiedendo un concordato in bianco , cioè il blocco delle ingiunzioni di pagamento per quattro mesi con proroga fino al 24 luglio, vale a dire fra quattro giorni. Intanto la cassa integrazione ordinaria è finita nello scorso ottobre ed è stata chiesta la cassa integrazione speciale per area di crisi di Porto Torres che terminerà il prossimo ottobre. Insomma un disastro precipitato nel più assoluto silenzio di sindacati e politica locale e regionale.

Il tutto per una multinazionale non in perdita,  a cui non mancavano certo commesse, che non campava di contributi pubblici e che non inquinava l’ambiente, forse per questo non meritoria dell’attenzione di stampa e politica. La Sices ha sedi in tutto il mondo (nello stato italiano anche a Varese, a Legnano e in Europa in Polonia e in Svizzera): «abbiamo due anni di commesse e dentro gli stabilimenti ci sono dieci milioni di euro in lavori da finire e consegnare» – dice un operaio mentre prendo appunti – «sì, abbiamo 12 scambiantori cominciati e quattro reattori da 800 tonnellate iniziati e non finiti. Tutti lavori non terminati perché non c’erano i soldi per comprare merci indispensabili come i fasci tubieri e materiale per saldatura» puntualizza un altro operaio agitando i pugni in aria rabbiosamente.

Martedì 24 luglio si capirà se il re è nudo oppure se esiste effettivamente un piano industriale di rientro, ma non c’è molto ottimismo fra i lavoratori perché – lamentano coralmente – «siamo stati tenuti all’oscuro di tutto, abbiamo chiesto un incontro con i vertici dell’azienda e l’amministratore Passina ha disatteso l’appuntamento. Allora abbiamo fissato una videoconferenza presso l’associazione degli industriali e anche questa è saltata. Noi operai siamo stati tenuti allo scuro di tutto e a tre giorni dalla fine del concordato ci sentiamo abbandonati da tutti, direzione e sindacati. A questo punto non abbiamo nulla da perdere e ci muoveremo autonomamente per difendere il nostro posto di lavoro e la nostra professionalità. Siamo operai altamente specializzati e ciò che facciamo ha mercato al contrario di altri settori ormai in crisi per concorrenza internazionale come carbone, alluminio e bauxite. Qui il problema è solo ed esclusivamente di cattiva gestione manageriale e politica, altre aziende sono state aiutate per anni pur non essendo più capaci di stare sul mercato, se noi superiamo questo momento in un anno siamo capaci di rientrare in pista perché abbiamo due anni di commesse».

Praticamente è la storia del cane dell’ortolano perché pare che ci fossero anche altre due aziende interessate a subentrare all’attuale proprietà. C’è da chiedersi perché la cosa non sia stata neppure discussa: «se i proprietari hanno sbagliato, lascino ad altri» – chiosano gli operai sotto il sole – «siamo legati al palo e non sappiamo neppure di che morte dovremo morire, per vie traverse si parla di un nuovo anno di cassa integrazione, ma noi siamo contrari, vogliamo sapere come stanno esattamente le cose e soprattutto vogliamo lavorare perché il lavoro c’è e noi siamo figure altamente specializzate per farlo»

Nei prossimi giorni ci saranno nuove mobilitazioni, questa volta senza più aspettare i sindacati e a quanto pare saranno mobilitazioni eclatanti.

Sacchetti “bio” e veleni di Sardegna

di Comitato No chimica verde- no inceneritori

La scienziata che in Italia ha reso famosi i sacchetti biodegradabili, o meglio il mater-bi, è Catia Bastioli, che oltre a essere amministratore delegato di Novamont lo è anche di Terna.

Catia Bastioli grazie all’aiuto dell’Eni ha deciso di fare la sua fabbrichetta di sacchetti a Porto Torres. Per chi non lo sapesse, uno dei siti più inquinati d’Italia. Per intenderci, sotto i terreni dove è stata impiantata la fabbrichetta verde, scorrono fiumi di benzene, dicloroetano, CVM e altro ancora. Ma sotto eh, sopra è tutto tinteggiato di verde. Il colore della speranza.

Quindi Novamont ed Eni (Versalis) rubandoci la parola Matrica hanno creato una joint venture che avrebbe dovuto trasformare uno dei siti più inquinati d’Italia nel polo più verde del mondo. Un’impresa talmente audace e green che pure Legambiente ci ha creduto, talmente tanto da diventare partnership di Novamont.

Poi chiedetevi perché Ciafani difende l’amica dell’amico.

Ah in questa greffa si è infilata anche Intesa San Paolo, che per restare sul pezzo fa tanti soldini dalle Cluster Bomb. Per le quali la convenzione ONU ne proibisce l’uso. Così giusto perché si parla di buone pratiche.

Ora il polo più verde del mondo, di verde non ha che il nome. Dal momento che Eni, come previsto dal buon senso e dalla legge, lo avrebbe dovuto prima bonificare.

Ma tornando ai nostri sacchetti, la Bastioli non è scienziata solo di nome. Infatti ha avuto una bella idea. Ovvero produrre i sacchettini con l’olio estratto dalla pianta del cardo. Idea che ha richiesto studi approfonditi e gli studi approfonditi ai giorni d’oggi costano e anche molto. Per l’esattezza 3,7 miliardi di euro solo dalla UE, non tutti a Novamont naturalmente. Poi qualche altro spicciolo lo ha dato la Regione Sardegna, ma poca roba solo 60 milioni di euro (soldi del contribuente).
Una parte di questi soldini sono serviti per finanziare le ricerche degli enti vari, tra questi anche illustri università, marketing e spesucce varie. Ma tanta fatica per nulla, purtroppo il cardo è scomparso dall’orizzonte. Non perché non fosse una pianta adatta, anzi al CNR hanno addirittura scoperto che oltre a produrre olio, dal cardo si poteva ricavare anche miele, farine vegetali insomma quelli la ricerca l’hanno presa sul serio. Il problema è che i contadini della Nurra, la seconda piana più fertile della Sardegna, dove si sarebbe dovuta coltivare la pianta spinosa, non ne hanno voluto sapere di sterilizzare le loro terre con i cardi.

Ma la Bastioli è una che non si arrende, così l’olio per i suoi sacchetti ha deciso di importarlo, smuovendo navi e innescando un circolo poco virtuoso, che di bio continua ad avere solo il nome.

E comunque la fabbrichetta per trasformare l’olio importato con le navi, in sacchetti biodegradabili, ha bisogno di energia. Ma non c’è problema, ora non ci è dato sapere i dettagli, fatto sta che vicino alla fabbrichetta bio, c’è la centrale termoelettrica di Versalis. Che non brucia farfalle, ma FOK (fuel oil of cracking) un derivato della lavorazione dell’etilene, talmente cancerogeno e nocivo che lo IARC (International Agency for Research on Cancer) lo mette nella tabella A1 che vuol dire massima nocività. Anche questo a Porto Torres arriva via nave.

In sintesi i sacchetti biodegradabili sono fatti grazie o comunque di lato a un inceneritore di rifiuti tossico nocivi in uno dei siti più inquinati d’Italia. Dove si ammalano e muoiono troppe persone. Alla faccia delle “produzioni ambientalmente virtuose e rispettose degli ecosistemi”.

E siccome però questi sacchetti vanno venduti e bene, il PD all’amica Catia Bastioli le ha regalato una legge sartoriale che non solo obbliga tutti ad usarli, ma cosa ancora più grave vieta ai cittadini di portarseli da casa. Pagandoli, considerati anche i soldi per produrli, una cifra esagerata!

Inevitabilmente il popolo è insorto, ma dal momento che la quadriglia si balla in famiglia, ci ha pensato Legambiente in modo totalmente disinteressato a difendere la nostra scienziata.

Ora che il mater-bi sia meglio del PVC non lo nega nessuno. Ma che prima di fare impresa green bisognava mettere in sicurezza terre, acque e persone, ma anche pesci, che da quei luoghi continuano a trarne solo malefici è ancora più certo.