Metanodotto in Sardegna: regione o colonia?

C’è un appello che sta girando sottotraccia in rete ed è quello lanciato dalla pagina Sardegna Rossa, rivolto a “tutte le forze anticolonialiste sarde e a tutto il movimento operaio rivoluzionario per fermare quest’impresa scellerata”.

L’impresa scellerata è il metanodotto che dovrebbe vedere la Sardegna diventare un gigantesco hub energetico del Mediterraneo.

Qualche mese fa era intervenuto sul tema anche il giornalista Vito Biolchini sul suo blog con un articolo molto chiaro a riguardo: In Siria infuria la guerra del gas e la Sardegna vuole a tutti i costi il metano: come se niente fosse.

Biolchini scrive senza mezzi termini che il progetto, spacciato dalla giunta Pigliaru come meta di progresso e abbattimento dei costi per le imprese, “in realtà prevede soprattutto la realizzazione di depositi costieri, che dovrebbero essere realizzati non a beneficio dell’esiguo mercato sardo ma di quello internazionale, ben più vasto e promettente, depositi che consentirebbero ai grandi player dell’energia di stoccare il gas per poi rivenderlo in altri stati. Depositi costieri che per essere realizzati hanno bisogno di essere inseriti in una nuova pianificazione territoriale (ed ecco allora che potrebbe arrivare a fagiolo la nuova legge urbanistica targata VaniniErriuPigliaru, pronta a favorire gli interessi dell’Eni e non solo quelli degli speculatori locali). Con questo progetto di metanizzazione la Sardegna diventerebbe dunque un grande hub nel Mediterraneo, una piattaforma energetica inserita in un contesto internazionale e mondiale ben più vasto. E ben più instabile“.

La Sardegna secondo Biolchini diventerebbe insomma una mera piattaforma energetica, una servitù coloniale utile soltanto ai grandi attori dell’energia internazionale, con l’aggravante di andare a infilarsi in un conflitto molto serio e dagli esiti imprevedibili (tra i quali c’è una tensione militare sempre crescente) tra i due progetti in competizione: quello promosso dalla Russia attraverso l’Iran e quello spinto dagli USA attraverso il Qatar.

Di seguito l’appello di Sardegna Rossa:

Il 13 giugno 2017 il Ministero dello sviluppo economico e la Regione Sardegna (giunta di centrosinistra) firmarono l’ “Accordo procedimentale per le autorizzazioni dei metanodotti inclusi nella Rete Nazionale e nella Rete Regionale”: un metanodotto che collegherà Sarroch, Oristano e Porto Torres e sarà lungo 277 chilometri, uno unirà Cagliari al Sulcis, 57 chilometri, mentre l’ultimo spaccherà l’isola in orizzontale unendo Codrongianos a Olbia con una tubatura di 75 chilometri e due depositi a Oristano e un deposito più ampio, e con possibilità di rigassificazione, nell’area di Cagliari, approvvigionati con navi metanifere. Il costo previsto dell’impresa imperialista è di un miliardo e 578 milioni di euro. In una nota del quotidiano sardo La Nuova Sardegna del 15 settembre per quanto riguarda i tempi dell’impresa veniva scrisse: “Impossibile sapere quando l’intera opera sarà completata: trattandosi di un iter piuttosto complesso nessuno ha mai azzardato dei tempi perché il rischio è non riuscire a rispettarli”. Non c’era bisogno del commento della La Nuova Sardegna per sapere che l’opera una volta iniziata non si sa quando finirà. Storicamente le masse proletarie in Sardegna conoscono per esperienza sulla propria pelle l’efficienza dei capitalisti e del loro stato: vent’anni per la tratta ferroviaria Cagliari-Sassari (1864-1884).

L’Accordo attuale sostituisce il precedente “GALSI” (Gasdotto Algeria Sardegna Italia). Accordo nato con la costituzione di un consorzio societario, con un capitale di 10 milioni di euro, composto da Sonatrach 41,6%, Edison 20,8%, Enel 15,6%, Sfirs (Regione Sardegna) 11,6%, gruppo Hera 10,4%. di un consorzio societario, con un capitale di 10 milioni di euro, composto da Sonatrach 41,6%, Edison 20,8%, Enel 15,6%, Sfirs (Regione Sardegna) 11,6%, gruppo Hera 10,4%. L’itinerario di “GALSI”: dalla stazione di El-Kala, in Algeria, per approdare a Porto Botte, in comune di Giba, da dove sarebbe dovuta salire verso nord riprendendo il mare nei pressi di Olbia per approdare, infine, in Toscana, nella zona di Piombino. L’Eni, da subito, fu contraria all’iniziativa fuori dalle linee politiche governative, iniziate con Prodi e Berlusconi, di privilegiare i rapporti con l’oligarchia russa per l’approvvigionamento del metano. La società che deteneva il 46% delle azioni “GALSI” era la Sonatrach, la compagnia di Stato algerina per la ricerca, lo sfruttamento, il trasporto, la commercializzazione di idrocarburi. Indagata, alla fine del 2012, dalla procura di Milano per una tangente di 200 milioni di euro, la Sonatrach chiese di prendere tempo fino al maggio 2013. Nel maggio del 2014 la giunta regionale di centrosinistra ritira la SFIRS (società soggetta a direzione e controllo della Regione Sardegna) dall’accordo GALSI: “L’uscita da Galsi non può in alcun modo interrompere il processo di metanizzazione già avviato con la realizzazione, attualmente in corso, delle reti urbane di distribuzione del gas, il cui completamento richiede la costruzione di una dorsale di trasporto e delle relative reti intermedie di collegamento. Anzi usciamo da Galsi proprio per rilanciare la metanizzazione della Sardegna. Non possiamo continuare a stare fermi su un tema strategico per lo sviluppo della nostra regione “, Francesco Pigliaru, presidente della giunta degli ascari di centrosinistra.  Con il ritiro dal GALSI, la Regione sarda si è ripresa gli undici milioni di euro che vi aveva investito. Con il nuovo accordo tra Snam e Società gasdotti Italia, Regione Sardegna e MiSE per il metanodotto in Sardegna, entra in ballo l’Eni che con la Snam ha firmato, alla fine del 2017, un accordo progettazione, realizzazione e manutenzione da parte di Snam di un primo lotto di 14 nuovi impianti di gas naturale compresso (compressed natural gas – CNG) all’interno della rete nazionale di distributori Eni, favorendo l’offerta di carburanti alternativi a basse emissioni come il gas naturale. La giunta degli ascari di centrosinistra vi ha reinvestito gli undici milioni.

Due sporchi affari colonialisti sulla pelle delle masse sarde. Oggi, come ieri, la borghesia italiana usa la Regione Sardegna e i governi regionali come comitato d’affari degli ascari per potervi condurre scorribande, saccheggi e devastazioni.  Lo stato italiano è nato con l’assoggettamento coloniale del sud e della Sicilia alla borghesia settentrionale guidata dai tiranni sabaudi. I Savoia estesero a tutto il Meridione e alla Sicilia il rapporto coloniale che instaurò in Sardegna con il trattato di Londra del 1720, quando gli fu messa nella testa ottusa e oscurantista la corona maledetta del Regno di Sardegna. Rapporto coloniale di cui erano consapevoli i rivoluzionari sardi nel triennio 1793-1796. Dai Savoia alla Repubblica sono falliti tutti i tentativi della classe dominante di far uscire il Meridione, la Sicilia e la Sardegna da quello che i suoi intellettuali chiamano “sottosviluppo”. La storia di questi tentativi – dalla Cassa per il Mezzogiorno, ai poli industriali petrolchimici e siderurgici, alle privatizzazioni sbandierate dal governo Amato agli inizi degli novanta alla green economy che sta trasformando la Sardegna in una terra di pale eoliche, di impianti solari e di coltivazioni per gli impianti per l’energia delle biomasse, nuovo terreno per le scorribande e i saccheggi colonialisti – dimostra che  la fuoriuscita  dal “sottosviluppo” del Meridione, della Sardegna e della Sicilia non può avvenire nell’epoca storica dell’agonia del capitalismo ma solo con il rovesciamento del capitalismo e l’instaurazione di regimi di dittatura rivoluzionaria del proletariato. Questa era la posizione adottata dal congresso di Lione (1926) del Partito Comunista d’Italia sezione dell’Internazionale Comunista. Tutti gli intellettuali borghesi che hanno cercato di confutarla, dai “meridionalisti” di fine XIX inizi XX a Pasquale Saraceno hanno fallito miseramente.

Tutte le avventure coloniali, dal secondo dopoguerra ad oggi, hanno avuto successo per la disoccupazione strutturale che alimenta un esercito industriale di riserva permanente su cui agisce il ricatto della borghesia italiana, sarda e a cui si è unito, negli ultimi trent’anni, quello della borghesia sindacale di CGIL-CISL-UIL che si prepara a vendere al meglio a Snam e Società gasdotti Italia la forza lavoro degli edili sardi, obbligati dal ricatto padronale dell’esercito industriale di riserva. Dai 56 mila edili occupati nel 2009, si è passati agli attuali 21.785 occupati nel settore. La burocrazia sindacale sarda ha sempre sostenuto la costruzione di un metanodotto. Ai cani morti della burocrazia sindacale non interessa combattere le politiche dell’esercito industriale di riserva. Quanto più è numeroso l’esercito industriale di riserva, tanto più il proletariato occupato è ricattato e sottomesso alla burocrazia sindacale. I cani morti della burocrazia potrebbero portare in piazza migliaia di edili sardi per tradurre in pratica le risorse già stanziate ed appaltate per ammodernare la viabilità che da sole valgono 900 milioni di euro; per tradurre in cantieri i 450milioni del pacchetto infrastrutture messo a punto due anni fa dalla Giunta regionale. Misure minime che se realizzate allenterebbero il ricatto dell’esercito industriale di riserva.

Gli undici milioni che la giunta regionale ha investito nel nuovo accordo sul metanodotto vanno invece utilizzati per un piano di ristrutturazione dei centri storici delle città, dei paesi e degli stazzi della Sardegna; per la riqualificazione e rafforzamento della viabilità interna su strada e su ferrovia (la centralizzazione economica, finanziaria e statale a Cagliari, a Sassari e a Olbia è l’altra faccia del depauperamento delle zone interne all’isola, di metà della popolazione sarda); la riqualificazione ed il rafforzamento del sistema idrico-fognario.

I lavoratori edili sardi non sono minimamente illusi dalle favole sulle virtù economiche del metanodotto dell’assessore all’industria Maria Grazia Piras. Hanno visto che l’edilizia turistica nelle coste sarde non ha prodotto un Eldorado ma un centro di sfruttamento servile di forza lavoro sarda, in particolare quella giovanile, per tre mesi all’anno. In Sardegna 616.791 elettori votarono, nel referendum del 2016, contro il governo, il 72,22% della popolazione. Quel No era un voto contro tutte le politiche avviate con il trattato di Maastricht. Un dato politico che ha provato l’opposizione alla classe dominante, sul piano elettorale, era ed è massicciamente diffuso. Il voto proletario ai 5stelle e a Salvini lo prova. A parte una minoranza sociale razzista indurita, il voto operaio e popolare ai giallo-verdi è dato per i contenuti della loro demagogia economico e sociale. Se il malcontento operaio e popolare non ha preso la strada anticapitalistica e degli organismi democratici rivoluzionari (i consigli), lo si deve all’assenza di un fronte unico proletario, sperimentato e disciplinato che attragga le masse e dia fiducia nel combattimento di classe. Questa è il problema che le forze rivoluzionarie devono risolvere in Sardegna, nello Stato italiano, in Europa e in tutto il mondo.

Il movimento 5Stelle ha espresso la propria contrarietà al metanodotto sardo. Andrea Vallascas, capogruppo del M5S nella Commissione Attività produttive della Camera dei Deputati, ha presentato (nei primi giorni di luglio) ai ministri dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico un’interrogazione sul progetto di metanizzazione della Sardegna  definito un’opera inutile e anacronistica, destinata a compromettere il territorio e a negare ancora una volta all’Isola un percorso di sviluppo sostenibile…… Ci vogliono far credere che nel giro di tre anni il gas arriverà nelle case e nelle aziende. Ma è da quando eravamo ragazzini-e che aspettiamo di percorrere la SS 131 in sicurezza, che tolgano i semafori dalla SS 554 o che, finalmente, in Sardegna sarà una cosa normale prendere un treno, così come nella gran parte dei Paesi civili……”. Vallascas con un’interrogazione parlamentare vuole costringere i vertici del capitalismo di stato ad abbandonare il progetto del metanodotto. Con un’interrogazione, Vallascas vuole fare quello che non è riuscita a fare la classe operaia sarda del Sulcis-Iglesiente e del petrolchimico di P. Torres contro i vertici dell’ENI dalla fine degli anni Cinquanta del XX secolo ad oggiI 5Stelle non porteranno mai coloro che li hanno votati contro i vertici di Snam e di Società gasdotti Italia per bloccare il metanodotto in Sardegna, così come non porteranno le masse a Roma contro il ministro dell’economia Tria (“occhio e orecchio” di Mattarella e dei vertici dell’UE nel governo giallo-verde, insieme a Moavero Milanesi).

Tutto procede in senso contrario alla “stabilizzazione”. La potenza della contraddizione e della negazione, che i disfattisti vogliono ridurre ad anomalia, è esaltata dalla bancarotta del capitalismo. Tutti gli strumenti usati dalle classi dominanti, dal 2008, si sono trasformati in fattori di aggravamento della crisi, segno inequivocabile del declino avanzato del modo di produzione capitalistico. La lotta contro quest’impresa colonialista in Sardegna necessita del sostegno e della solidarietà delle forze classiste combattive e internazionaliste di tutto lo stato italiano. Ma, prima di tutto, è l’unità di tutte le forze anticolonialiste e anticapitaliste sarde che è fondamentale.

Segui la battaglia contro il metanodotto e per una Sardegna libera sul gruppo Sardegna Rossa e le pagine Prospettiva Operaia Sardegna e Prospettiva Operaia.

La guerra del Mater Olbia (tutti contro Caminera Noa)

Hanno lanciato un sasso nello stagno e indietro è tornato uno tzunami. Forse gli attivisti del nuovo soggetto-progetto politico sardo Caminera Noa nemmeno si aspettavano una tale levata di scudi (e di conseguenza anche una così grande focalizzazione di interesse) alla loro campagna contro il finanziamento pubblico all’ospedale di proprietà della Qatar Foundation “Mater Olbia”.

Si erano dati appuntamento sotto il palazzo regionale in una decina per annunciare le ragioni della manifestazione indetta davanti ai cancelli del Mater, sulla strada statale 125 Orientale Sarda, domenica prossima alle ore 11:00.

«È solo un’operazione di natura colonialistica, che poco ha a che fare con la sanità e molto con le logiche di mercato» – aveva dichiarato all’Ansa Sardegna Giovanni Fara, uno dei due portavoce. «Diremo che la sanità pubblica non si tocca – ha aggiunto l’altra portavoce, Alessia Etzi, insieme con il delegato della USB Enrico Rubiu, sindacato co-promotore della manifestazione – Il Mater è l’emblema di uno scambio tra Italia e Qatar che toglie risorse alla sanità pubblica, a danno di strutture anche di eccellenza presenti nel territorio sardo – dicono – i 58 milioni annui che la Regione stanzierà per il Mater potrebbero essere utilizzati per potenziare gli ospedali nei territori».

Il sospetto è che dietro ci sia una partita di giro legata  alla nuova legge urbanistica che, «se approvata – spiegano i tre referenti della mobilitazione – consentirebbe di sbloccare a favore del Qatar la costruzione di due milioni di metri cubi su circa 2300 ettari. Il Mater sarebbe semplicemente una contropartita, e non partirà sino a quando il ddl Erriu non avrà il via libera, ecco perché si registra tutta questa fretta di varare la legge sul governo del territorio».

Inoltre, a quanto pare, il Qatar punta anche su altri nodi economici e militari nevralgici, sono passate in sottotraccia le dichiarazioni del consigliere regionale dell’Upc, Pierfranco Zanchetta, il quale ha recentemente rivelato  che «dal prossimo anno i marinai dell’emirato dovrebbero perfezionare la loro formazione alla scuola allievi sottufficiali della Marina militare italiana Domenico Bastianini, uno dei pilastri della Marina italiana nella formazione di nocchieri, nostromi e tecnici di macchina. (…) La cooperazione tra la marina qatarina e quella italiana e’ frutto del lavoro svolto con un assidua presenza a Doha della ministra delle Difesa Roberta Pinotti- spiega Zanchetta-. La marina dell’emiro Al Thani ha annunciato anche l’acquisto di quattro corvette per la difesa aerea».

Qatar asso pigliatutto, qualcuno avverte, anche sull’affare “metano”. Insomma una vera e propria presenza economica pesante che non rende ben chiaro quali siano gli interessi effettivi e quali quelli usati come paravento propagandistico e cavallo di troia.

Una posizione non nuova quella esternata da Caminera Noa, già espressa a suo tempo dall’ex Consigliere regionale Claudia Zuncheddu, la quale aveva bollato quella del Mater una operazione neo-coloniale: «urbanistica e sanità trovano la sintesi nella più grande operazione neocoloniale italo-araba in Sardegna, il Mater Olbia. Sull’ambiguo ospedale nato su les affaires e gli scandali di Don Verzè fanno pace le grandi religioni e si riconciliano tutte le forze politiche di centro destra e di centro sinistra.

Sull’altare del Mater come ultimi sacrifici, a fine legislatura, si offrono Sanità Pubblica e Territorio. Passa il Piano di riordino della rete ospedaliera sarda, con la decimazione di interi servizi sanitari ed ospedali in tutta la Sardegna. Ci si avvia verso la privatizzazione del Sistema sanitario pubblico ed il ritorno al Far West nell’edilizia (…). A noi sardi dicono che intanto ci salverà il Mater Olbia, l’ospedale privato che funzionerà solo con i nostri finanziamenti pubblici, dicono. Ma i 58 milioni all’anno per dieci anni dalle casse sarde all’emiro non bastano più e l’apertura si rinvia da un’anno all’altro. È palese che insieme all’alibi della Sanità pressano gli interessi del cemento».

Queste e altre dichiarazioni però non avevano causato alcuna rivolta degli schiavi. Schiavi – per continuare a usare questa metafora letteraria – che invece si sono subito rivoltati al pensiero che la protesta si spostasse proprio ad Olbia e proprio davanti al Mater Olbia.

Così i giornali cartacei e on-line sardi sono stati tempestati di attacchi, alcuni al vetriolo, contro Caminera Noa.

A picchiare giù duro il consigliere regionale di Forza Italia Giuseppe Fasolino, che difende a spada tratta l’apertura di un «polo di eccellenza sanitaria in Sardegna, in grado di intervenire in tutte quelle situazioni che oggi costringono molti sardi a recarsi fuoridal’isola per le cure e a molti altri ad abbandonare i percorsi terapeutici per l’insostenibilità delle spese» (Nuova Sardegna, 12 giugno ). Fasolino nella medesima intervista ripropone poi il leitmotiv delle critiche standard a Caminera Noa: dire si al Mater non significa dire no alla sanità pubblica, il Mater sarà convenzionato, quindi sarà pubblico, il Mater non è sostitutivo ma integrativo, ecc..

Poi la presa di posizione del Tavolo Associazioni Gallura (Tag) attraverso la segretaria territoriale della CGIL e portavoce del Tag Luisa Di Lorenzo che si è detta addirittura «sorpresa, preoccupata e indignata dalla manifestazione indetta a Olbia da un gruppo indipendentista contro la nascita dell’ospedale Mater Olbia». La mobilitazione contro il finanziamento pubblico al fondo del Qatar sarebbe un attacco alla Gallura. Chissà se la segretaria territoriale della CGIL a suo tempo si è indignata alla stessa maniera per il contenuto della seguente relazione:

«la scelta strategica per noi è qualificare il nostro SSN, non privatizzarlo. È per questo che da subito ci siamo detti contrari all’apertura del Mater di Olbia che è stato visto da parte della politica della Provincia di OT come un volano di sviluppo. Perché invece non investire quelle risorse nell’efficientamento dei servizi pubblici? Forse quei capitali esteri si sarebbero potuti impiegare per sviluppare altri settori produttivi, senza contare che per noi non è indifferente da dove viene il finanziamento e dove vanno le nostre risorse» (stralcio della relazione della segreteria Funzione Pubblica della CGIL al convegno del 2015 sull’argomento).

Infine il PD olbiese che, dopo aver denigrato il profilo politico del nuovo soggetto-progetto politico («anonimi gruppi», «iniziativa di pochi, priva di senso, frutto di un’analisi semplicistica e riduttiva dell’argomento», ecc..), ricalca sostanzialmente le posizioni di Forza Italia sull’argomento, con toni se possibile ancora più a tinte rosa per l’iniziativa del Qatar: «il Partito Democratico di Olbia, da sempre sostenitore dell’apertura di un ospedale di eccellenza in città, riconoscendo il valore che tale iniziativa riveste, con la guida di eccellenza della Fondazione Gemelli e gli importanti investimenti del Qatar, si augura che tale iniziativa rappresenti l’ultimo “colpo di coda” di iniziative mai sopite contro un investimento fondamentale per la nostra città e i nostri territori».

Caminera Noa, per tutta risposta e senza scomporsi, ha diramato un lungo comunicato invitando tutte le voci critiche e palesemente ostili al pubblico confronto proprio in occasione della manifestazione. E per rilanciare la mobilitazione ha messo sul piatto nuovi argomenti che hanno anche la funzione di disinnescare tutte le critiche e gli attacchi subiti in queste 48 ore sulla carta stampata, sulle riviste on-line e anche alle immancabili numerose minacce e insulti arrivati sui social:

«Il 17 al Mater daremo la parola a tutti, anche a chi ci sta attaccando. Ma intanto chiariamo alcune cose fondamentali.

Rispondiamo alle molte critiche che sono arrivate e mezzo stampa e sui social alla nostra mobilitazione “Mancu unu citu in prus a su Mater Olbia e a sa sanidade privada”.

Nonostante si faccia di tutto per evitare di associare la realizzazione del Mater Olbia al ridimensionamento della rete ospedaliera pubblica, la verità è facilmente dimostrabile e tutta contenuta nelle diverse disposizioni che si sono succedute a cominciare dal 2014.

L’accordo stipulato, o meglio sarebbe dire imposto da Renzi a Pigliaru per agevolare “gli investimenti privati nelle strutture ospedaliere” è chiaramente riportato nella legge di stabilità 164 del 2014, nel cap. 16 ai commi 1 e 2.

Art.16. Misure di agevolazioni per gli investimenti privati nelle strutture ospedaliere.

  1. Al fine di favorire la partecipazione di investimenti stranieri per la realizzazione di strutture sanitarie, per la regione Sardegna, con riferimento al carattere sperimentale dell’investimento straniero da realizzarsi nell’ospedale di Olbia, ai fini del rispetto dei parametri del numero di posti letto per mille abitanti […], per il periodo 2015-2017 non si tiene conto dei posti letto accreditati in tale struttura. La regione Sardegna, in ogni caso, assicura, mediante la trasmissione della necessaria documentazione al competente Ministero della Salute, l’approvazione di un programma di riorganizzazione della rete ospedaliera che garantisca che, a decorrere dal 1° gennaio 2018, i predetti parametri siano rispettati includendo nel computo dei posti letto anche quelli accreditati nella citata struttura.
    2. Sempre in relazione al carattere sperimentale dell’investimento nell’ospedale di Olbia e nelle more dell’adozione del provvedimento di riorganizzazione della rete ospedaliera di cui al comma 1, la regione Sardegna nel periodo 2015-2017 è autorizzata ad incrementare fino al 6% il tetto di incidenza della spesa per l’acquisto di prestazioni sanitarie da soggetti privati […]. La copertura di tali maggiori oneri avviene annualmente all’interno del bilancio regionale […]”

Soldi pubblici quindi, e posti letto, da sottrarre al resto dell’isola per un’opera, il Mater, che forse mai vedrà la luce, mentre la rete ospedaliera pubblica viene costretta ad annaspare.
In tutta questa vicenda non può non saltare agli occhi che nella riorganizzazione della rete ospedaliera approvata dal Consiglio regionale nella seduta del 25 ottobre 2017 si fa riferimento solo alla prima parte della legge 164, e viene omessa completamente la parte in cui testualmente la Regione Sardegna “assicura l’approvazione di un programma di riorganizzazione della rete ospedaliera che garantisca che, a decorrere dal 1° gennaio 2018” si includano “nel computo dei posti letto anche quelli accreditati nella citata struttura”.

Svista o voluta omissione? Il “punto di riferimento per la Gallura”, costerà caro all’isola: 178 posti letto convenzionati in fase di avvio che diventeranno 242 a regime. Così, mentre la parola d’ordine per gli ospedali pubblici è “riduzione della spesa”, per il Mater, gli euro messi a bilancio ammontano a 55,6 milioni all’anno (Deliberazione di Giunta Regionale n.24/1 del 26/06/2014) e non ci sarà da rallegrarsi per i galluresi: a cambio di quest’opera, che forse mai verrà completata, e barattata per 2 milioni di metri cubi di nuovo cemento lungo la costa, già stanno chiudendo i reparti di Tempio e il presidio di Santa Teresa.

L’efficienza della sanità pubblica non può essere un mero taglio delle spese ma una reale riorganizzazione che garantisca uguali servizi di qualità per tutti, in maniera indistinta a prescindere dalla densità abitativa delle aree di interesse.
I galluresi come i restanti cittadini sardi hanno il sacrosanto diritto di curarsi, senza farsi prendere in giro da chi continua a promettere il paradiso a prezzi scontati e non cascare nella trappola di barattare i loro diritti con quelli degli altri sardi.

Detto questo, abbiamo deciso di aprire la nostra manifestazione a chiunque voglia confrontarsi con noi, anche se da posizioni critiche o addirittura antagonistiche. L’unica cosa che esigiamo è il rispetto del nostro diritto democratico alla libertà di opinione che non permetteremo a nessuno di mettere in discussione.
Per questo motivo Caminera Noa invita tutti i cittadini di Olbia e Gallura, singoli o associati, a partecipare domenica 17 alla manifestazione contro la privatizzazione della sanità sarda di cui il Mater Olbia è l’emblema, a sostegno della Sanità Pubblica, sempre più impoverita sia di risorse sia di servizi.
Chi è interessato si potrà iscrivere a parlare, a titolo personale o uno in rappresentanza di ogni organizzazione, movimento, associazione, sindacato ecc.; si potrà intervenire per esprimere il proprio parere FAVOREVOLE o CONTRARIO, nel rispetto della pluralità d’opinione. A tutti sarà dato il microfono, ciò a dimostrazione che Una Caminera Noa muove da presupposti sì di lotta, che vuol dire individuare un problema e portarlo all’attenzione del pubblico per informare, ma soprattutto di apertura al dibattito, partendo dall’incontro e non dallo scontro, con i territori che più soffrono di questo impoverimento sanitario pubblico, a differenza di chi sui social ha usato termini violenti e persino minacciosi. Caminera Noa ribadisce, in particolare ai giornalisti abituati ad etichettare a tutti i costi, che il nostro non è un progetto esclusivamente indipendentista, e che si tratta invece di un soggetto-progetto politico aperto e pluralista, nato un anno fa fuori da logiche di aggregazioni pre elettorali, in continua evoluzione, basato sui valori democratici fondamentali e condivisi: l’antifascismo, l’antirazzismo, la necessità di superare il liberismo come modello economico, la sostenibilità e il diritto all’autodeterminazione.»

 

Evento Facebook della mobilitazione
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Gli indipendentisti: “fuori il Qatar dalla Sardegna”!

La bandiera della petro-monarchia assolutistica del Qatar

Domani, martedì 13 giugno, alle ore 10 del mattino gli indipendentisti che aderiscono al progetto “Pro s’Alternativa Natzionale”, si daranno appuntamento in viale Trento a Cagliari, sotto la presidenza della Regione Autonoma della Sardegna. Il motivo della contestazione è la fitta rete di affari che lega la Regione governata dagli ultra centralisti del Partito Democratico, dai “sovranisti” del Partito dei sardi e da altre liste collaterali, alla Qatar foundation.

Il Qatar è al centro di una bagarre internazionale che verte sui suoi rapporti economici e politici con il terrorismo salafita e jihadista e gli indipendentisti – che da sempre hanno denunciato la cosa – domani hanno deciso di organizzare una mobilitazione:  ” in Sardegna – scrivono gli organizzatori in un documento stampa –  già da alcuni anni singoli intellettuali e movimenti democratici, indipendentisti e civici, denunciano l’ambigua politica di investimenti che alcuni emirati del Golfo e principalmente il Qatar portano avanti sul nostro territorio.
L’acquisizione del Mater Olbia e di Meridiana da parte della Qatar Foundation rappresentano solo la punta dell’iceberg di questo fenomeno.
Ci preoccupa l’accondiscendenza e il silenzio che le istituzioni locali sarde hanno dimostrato nei confronti di questi investimenti, creando addirittura un binario preferenziale per il Mater Olbia, e con ciò sottraendo risorse pubbliche e posti letto ai territori sardi.


È da tempo – continuano gli indipendentisti – che gli analisti e gli osservatori indipendenti della politica internazionale hanno messo in guardia l’opinione pubblica mondiale sugli strettissimi rapporti del Qatar, e non solo di questo emirato, con gli ambienti jihadisti che, ammantando di motivazioni religiose il proprio operato, portano a termine i più efferati atti di terrorismo con l’intento di gettare il mondo nel caos.
La destabilizzazione degli Stati e delle Regioni di rilevanza geopolitica a livello internazionale è strettamente legata all’azione che le multinazionali nell’era della globalizzazione stanno portando avanti per accaparrarsi ancora una volta le risorse ambientali ed energetiche strategiche e usando i popoli come manodopera a basso costo.
Queste politiche impediscono non solo la stabilità e la pace nel mondo, ma contribuiscono ad aggravare le disuguaglianze che sono alla base del reclutamento della manovalanza Jihadista.
C’è da chiederci fino a che punto la classe politica sarda, in modo trasversale, sia disinformata su questi processi internazionali. Se invece è informata e tace, chiediamo esplicitamente quali siano le motivazioni e gli interessi che hanno generato questa accondiscendenza.
Che non raccontino ai sardi ancora una volta che l’operazione Mater Olbia, finanziata dalle nostre casse, è stata fatta per creare occupazione in loco. Tutto ciò mentre gli ospedali pubblici dei nostri territori disagiati sono a rischio di chiusura.

Come espressioni politiche indipendentiste e civiche che fanno riferimento a Sa Mesa pro s’Alternativa Natzionale – concludono le organizzazioni compenti il cartello indipendentista – osserviamo le sempre maggiori tensioni nel Medio Oriente, soprattutto dopo l’annuncio del governo statunitense di creare una sorta di “NATO Araba”. Precisiamo che gli stessi Paesi che oggi accusano il Qatar sono artefici di grosse violazioni dei diritti umani e politiche estere aggressive, tra i quali spicca certamente l’Arabia Saudita.


Questo contesto ci inquieta e ci allarma: non possiamo permettere che la presenza del Qatar in Sardegna, sempre più massiccia e invadente, aggiunga pericolose dipendenze alla già disastrosa dipendenza italiana.
Al fine di dare un chiaro segnale di dissenso e discontinuità verso la politica doppiamente succursalista del governo Pigliaru e dei suoi sostenitori, chiamiano i cittadini sardi alla mobilitazione davanti la sede della Presidenza della Regione Sardegna in data 13/06/2017“.