TIROCINI, È ORA DI CAMBIARE

Il 25 Maggio 2017 la Conferenza Stato-Regioni ha approvato le nuove “Linee guida in materia di tirocini formativi e di orientamento” che vanno a sostituire le “Linee guida in materia di tirocini” approvate nel Gennaio 2013 in attuazione dell’art.1 c.34 della legge Fornero.
In questa materia le Regioni hanno competenza esclusiva, potendo, a discrezione, ricalcare o distaccarsi completamente da tali Linee Guida, che sono solamente un punto di riferimento, delle indicazioni di indirizzo fornite dalla stato centrale rispetto alle quali, in sede legislativa, le regioni hanno piena autonomia con unico limite quello di non poter fissare disposizioni peggiorative a tutela dei lavoratori.
Con tutta evidenza le nuove linee guida sono coerenti con l’impostazione del Jobs Act; si accontentano gli appetiti delle imprese, del mercato e di chi vuole vincere facile coi numeri periodici sul tasso di occupazione, con buona pace per i lavoratori e per quella che dovrebbe essere la reale natura del tirocinio.

Se prima vi era una chiara distinzione del tirocinio in tre tipologie differenti e modulati a seconda di chi fosse il destinatario, ora vi è una unificazione del tirocinio extracurricolare, rimanendo un semplice e veloce richiamo al titolo delle diverse tipologie ma ora prive di contenuto e caratterizzazione nel nome della unicità.
Per capirci meglio: secondo il primo paragrafo delle linee guida del 2013 il tirocinio formativo e di orientamento era rivolto ai soggetti che avevano conseguito un titolo di studio entro e non oltre 12 mesi e aveva il fine di agevolare le scelte professionali e l’occupabilità dei giovani nel percorso di transizione tra scuola e lavoro mediante una formazione a diretto contatto con il mondo del lavoro.
Ora il paragrafo corrispondente specifica solamente chi sono i soggetti cui si rivolgono i tirocini extracurricolari oggetto delle nuove linee guida. In pratica ci troviamo di fronte all’ennesima liberalizzazione interna al mercato del lavoro.
Non basta. Se prima il tirocinio formativo poteva durare massimo 6 mesi, ora la durata massima per tutti i tirocini è di 12 mesi, con tutto ciò che ne consegue in termini di maggiori possibilità di abuso e di abbattimento del costo di lavoro.
Se consideriamo che le stesse linee guida fissano l’indennità minima di partecipazione al tirocinio a 300€ mensili e che un tirocinante può lavorare quanto un altro lavoratore normalmente assunto per le stesse attività (ma ricordiamo il tirocinio non si configura mai come rapporto di lavoro), ci troviamo di fronte un quadro in cui a un’azienda è concesso far lavorare un lavoratore 6-8 ore al giorno per 12 mesi, pagandolo 300€ al mese e per giunta senza nessun obbligo di futura assunzione!

Pare legittimo chiedersi se 12 mesi non siano un po’ troppi per uno strumento che vuole garantire formazione, apprendimento, “arricchimento del bagaglio di conoscenze” e “acquisizione di competenze professionali”. Il rischio è quello di entrare in un vortice continuo dove dalla possibilità di un tirocinio così lungo non si esce più; il ricatto del mercato che già ora ci vede passare da un tirocinio all’altro prima di firmare un contratto di lavoro, ci costringerà ad accettare una permanenza più estesa sotto questo strumento – sicuramente peggiorativa rispetto ad un apprendistato o un contratto a termine – perché “tanto non si trova altro”.
Sarebbe bello inoltre indagare in quanti effettivamente utilizzino il tirocinio con una funzione formativa e non per sostituire regolari forme di lavoro subordinato. Per farvi una idea pensate solamente a quante volte ci si imbatte in annunci di lavoro che propongono un tirocinio ma al candidato è richiesta esperienza pregressa; un controsenso magistrale, chiaro segno della volontà di abusare dello strumento.
Per farsi una idea è interessante dare uno sguardo a questo grafico del Fatto Quotidiano, elaborato sui dati dell’analisi QUI, prodotta dall’Ufficio Valutazione Impatto del Senato e che analizza come siano cambiate le tipologie di contratti e la probabilità di ingresso nel mondo del lavoro:

Secondo il paragrafo 1 lett. a) delle nuove linee guida, i disoccupati che possono cominciare un tirocinio sono solo quelli che dichiarano al “sistema informativo unitario delle politiche del lavoro” la propria immediata disponibilità allo svolgimento di attività lavorativa e alla partecipazione alle misure di politica attiva del lavoro concordate con il centro per l’impiego; ecco che questi, costretti a passare per questa procedura se vorranno svolgere un tirocinio, andranno ad aumentare statisticamente il numero degli attivi (per la semplice dichiarazione) e quindi ad abbassare il tasso di inattività (o aumentare quello di attività), mentre i tirocinanti, benché la loro attività non costituisca rapporto di lavoro, andranno a gonfiare statisticamente le file degli occupati.

Spetta alle Regioni l’ultima parola; queste entro il 25 Novembre 2017 dovranno adeguarsi alle nuove linee guida e sostituire la normativa precedente.
In Sardegna attualmente è in vigore la deliberazione 44/11 del 23 Ottobre 2013; questa prevede una indennità minima di 400€ e una durata massima di 6 mesi per i tirocini formativi e di orientamento e di 12 mesi per i tirocini formativi di inserimento e reinserimento.

È giunta l’ora di una svolta chiara in materia di tirocini perché la situazione di sfruttamento legalizzato vigente non è più sopportabile.

Il collettivo Furia Rossa di Oristano, alla luce di questa analisi, dichiara che una indennità minima congrua debba essere pari a 800€ lordi mensili per tirocinante e che la durata massima del tirocinio debba essere di 6 mesi per tutti i lavoratori. “Il nostro appello va a tutti i tirocinanti e i potenziali tirocinanti, alle organizzazioni giovanili e di lotta, perché inizino a ragionare su questa semplice proposta. Le azioni e le mobilitazioni verranno di conseguenza.”

Articolo tratto da:
https://lafuriarossa.noblogs.org/post/2017/09/06/tirocini-e-ora-di-cambiare/#more-571

La pantomima delle dimissioni di Maninchedda

di Andrìa Pili

Pigliaru e Maninchedda in una foto di repertorio pubblicata sul sito de La Nuova Sardegna 

L’ultimo capitolo della pantomima “Dimissioni di Maninchedda” è la conferenza stampa del Partito dei Sardi in cui gli esponenti di questa formazione politica scimmiottano gli indipendentisti catalani e còrsi, chiamando ad una “rivoluzione civile” in difesa della legge sull’ASE contro il ricorso del governo, in un contesto completamente differente. In Sardegna infatti non esiste un nazionalismo di massa e la percezione generale della questione fiscale è assolutamente diversa – meglio dire opposta, dato che si ritiene che la Sardegna sia assistita – da quella della ricca Catalogna, in cui vi è anche una importante borghesia nazionale; la legge in questione poi non ci darà la sovranità fiscale, visto che si dovrebbero stipulare “convenzioni e protocolli con l’amministrazione finanziaria” per riscuotere una parte delle nostre entrate e lo stesso assessore Paci ha dichiarato che riscossione e accertamento rimangono in capo allo Stato. In Corsica invece i nazionalisti hanno saputo costruire un’alternativa di governo in 40 anni di lotta e di opposizione dura al clanismo-clientelismo francese, per cui hanno una credibilità che al PdS manca totalmente visto il suo modus operandi.

In sostanza, si tratta di un tentativo, quasi commovente, di chiamare gli sprovveduti a sostenere il centrosinistra e questa Giunta disastrosa e filocolonialista, che ha favorito lo sfruttamento del nostro territorio e della nostra comunità per interessi esterni, difeso i provvedimenti antisociali voluti dal governo italiano su istruzione e lavoro. La strumentalizzazione della questione sarda e la rivendicazione antistatale non è certo una novità per la nostra classe politica.

Ribadisco che ritengo dannosissima l’identificazione tra istituzioni sarde e interessi della maggioranza del popolo sardo (il calo di affluenza elettorale dal 1994 ad oggi mostra tutti i limiti interni di questo discorso), omettendo completamente il conflitto sociale interno, senza considerare la sciocca equazione politici/partiti sardi = fanno gli interessi dei sardi (per cui ci si può alleare con il PD sardo perché “sono sardi”, sfociando nella ridicola richiesta di uno scontro più duro con uno Stato governato dallo stesso partito cui questi esponenti politici sono sottoposti). In questo senso è singolare che la Confindustria e l’Associazione Nazionale Costruttori Edili abbiano manifestato stima nei confronti di Paolo Maninchedda: lo Stato Sardo che questo ha in mente non rappresenta nulla di pericoloso (nel discorso di questo partito, lo Stato Italiano non è attaccato per gli interessi che rappresenta, tra cui quelli di oligarchia politica e borghesia sarda). Tutto il discorso sugli interessi sociali ed economici è omesso; ci si immagina lo scontro Nazione sarda-Stato come due monoliti anziché mostrare i legami, a livello delle élite, per proporre una reale rivoluzione democratica; per questo rimane solo un sardismo fatto di fuffa, “capacità di amare”, “energia positiva”, “responsabilità di governo” e altre supercazzole. Un regresso mostruoso rispetto a tutte le elaborazioni nazionaliste sarde prodotte sino ad ora.

Polìtica