Si scrive “autonomia del nord” si legge “neocolonialismo”

Sul piatto dell’agenda del governo 5Stelle-Lega c’è una patata che scotta e non si tratta della questione dell’immigrazione, bensì l’autonomia delle regioni del nord Italia nota anche come “regionalismo differenziato“.

Ovviamente a spingere è la Lega e i 5Stelle frenano, ma il punto sta nero su bianco nel contratto di governo tra i due partiti.

Nel paragrafo 20 del Contratto, intitolato “Riforme istituzionali, autonomia e democrazia diretta” troviamo quanto segue:

Sotto il profilo del regionalismo  l’impegno sarà quello di porre come questione prioritaria nell’agenda di Governo l’attribuzione, per tutte le Regioni che motivatamente lo richiedano, di maggiore autonomia in attuazione dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione, portando anche a rapida conclusione le trattative tra Governo e Regioni attualmente aperte. Il riconoscimento delle ulteriori competenze dovrà essere accompagnato dal trasferimento delle risorse necessarie per un autonomo esercizio delle stesse. Alla maggiore autonomia dovrà infatti accompagnarsi una maggiore responsabilità sul territorio, in termini di equo soddisfacimento dei servizi a garanzia dei propri cittadini e in termini di efficienza ed efficacia dell’azione svolta”.

Dopo la stravittoria delle europee il partito di Salvini tira dritto su questa linea e i 5Stelle non potranno fare nulla per fermarlo, anche perché la cosa sta appunto scritta nel contratto di governo e forse avrebbero dovuta leggerla prima.

La sinistra itaiana, soprattutto quella sindacale e soprattutto la CGIL, risponde del resto in maniera isterica agitando la solita vetusta bandiera risorgimentale. Citiamo da un comunicato della CGIL scuola:

Torna improvvidamente sul tavolo del governo il tema dell’autonomia differenziata. Non c’è nessun evento politico, per quanto importante come le elezioni europee, che possa legittimare percorsi di per sé anticostituzionali e antiunitari. (…) Dunque, nell’Intesa si è giunti ad un punto non più negoziabile: il diritto all’istruzione ma, aggiungiamo, tutti i diritti costituzionali a carattere universale, non possono entrare nei processi di autonomia differenziata, pena la dissoluzione dello Stato nazionale e dell’identità culturale del nostro Paese.

In realtà il regionalismo differenziato non ha nulla a che fare né con la “dissoluzione” dello stato italiano e né con le richieste (di per sé legittime) di autonomia e autodeterminazione delle nazioni senza stato comprese forzatamente nel progetto statuale “Italia”.

Sembra piuttosto un nuovo escamotage fiscale per dirottare nuove risorse al partito trasversale del Nord basato sugli interessi dei ricchi e degli arricchiti da 150 anni di rapporto coloniale, semicoloniale e paracoloniale con mezzogiorno, Sicilia e Sardegna.

Caminera Noa in collaborazione con gli spazi Casa del Popolo di Bosa (a Bosa il 13 luglio) e su Tzirculu (a Cagliari l’11 luglio), hanno deciso di organizzare degli incontri di formazione con la rete “Il Sud Conta” che su questo tema ha compito studi approfonditi, non ideologici e non neo-risorgimentalisti.

 

Di seguito riportiamo una breve scheda riassuntiva inviata direttamente da Il Sud Conta utile a chiarire i termini dei due appuntamenti di formazione e studio su un tema che sicuramente diventerà sempre più centrale nel dibattito politico:

Il regionalismo differenziato è parte di un processo più lungo che comincia con la riforma del titolo V, anno 2000, l’allora governo di centro-sinistra diede il via ad una riforma costituzionale che eliminava dalla Carta la parola Mezzogiorno. Sembrerebbe un atto meramente formale invece apre le porte al saccheggio delle risorse pubbliche da sud verso nord.
Anche se il Regionalismo Differenziato mette al centro le regioni statuto speciale, le Isole non sono risparmiate dal saccheggio. Infatti nel 2011 in Italia viene introdotta un’altra riforma apripista del Regionalismo, il federalismo fiscale. Con quest’ultimo la parte maggioritaria dei tributi che spetterebbero ai comuni, Imu-Tasi e le loro evoluzioni, non viene più raccolta dallo Stato centrale e poi redistribuita ai singoli enti, ma viene lasciata nelle casse comunali.
Viene istituito un fondo di solidarietà tra comuni e la Costituzione (proprio in quel famoso titolo V) dice chiaramente, che deve esserci il 100% di perequazione per quei comuni che non riescono a garantire i servizi ai propri cittadini.
Nulla di tutto ha mai funzionato, ripetendo lo stesso copione scritto dalla nascita della nazione (stato, N.d.R.) italiana, la perequazione è arrivata al 55% e il fondo di solidarietà grazie al perverso meccanismo dei costi standard, ha finito per premiare i comuni ricchi (Nord) a discapito dei comuni più poveri (sud e isole).
La SVIMEZ calcola che solo tra il 2014-2016 ai comuni sud insulari sono stati sottratti fondi per 60 miliardi di euro l’anno. Fondi che spettavano di diritto ai nostri enti, miliardi di euro tolti ai servizi di milioni di cittadini.
Si calcola che la spesa per abitante nella città di Reggio Calabria sia di 90 euro annui, mentre nell’omonima Reggio emiliana, la spesa supera i 1000 euro, nonostante la popolazione sia di gran lunga inferiore.

La nostra campagna si batte prima di tutto per fermare l’applicazione del Regionalismo differenziato, noi non siamo contro le autonomie, prima di definire un nuovo percorso però vanno trovate le risorse.
Non ci fidiamo di un processo gestito in gran parte dal partito trasversale del Nord, che in questi anni ha già saccheggiato i nostri territori con il federalismo fiscale!
Quindi prima si rivedono le quote e poi si parla di nuovi assetti istituzionali.

Siamo convinti che dietro il regionalismo non ci siano solo motivi di natura economica, la definizione di regioni virtuose porta ad aumento del controllo statale su quelle considerate meno virtuose. La proliferazione dei commissariamenti nel mondo delle sanità regionali ne è solo un esempio. Se deve esserci un processo neo-federalista, esso deve prevedere una partecipazione democratica dei territori e non un riassetto centralista mascherato da autonomia.

La nostra è una battaglia soprattutto culturale, il primo nemico da sconfiggere è la retorica che vuole i meridionali, i sardi e i siciliani, causa dei loro mali. Spreconi e corrotti, incapaci di gestire la cosa pubblica e di conseguenza l’iniziativa privata, che per DNA è materia dei centro nord europei.
I nostri sforzi vanno nella direzione di mettere al centro, dati e numeri che dimostrano inequivocabilmente che la corruzione e il malaffare appartengono a questo sistema economico e non ad alcuni territori e ad alcune etnie.


Il più grande nemico sono i meridionali stessi, che hanno introiettato le narrazioni del nemico diventando a volte più realisti del re.
Il tema del modello di sviluppo è centrale.
Se come diceva Zitara il sud sottosviluppato è funzionale al nord sviluppato, come immaginiamo la vita dei nostri territori?
Contrapporsi al regionalismo differenziato è una leva per cominciare a parlare di futuro, del diritto a vivere e crescere nelle proprie terre, a non dover emigrare e soprattutto immaginare un sistema economico e sociale che non devasti i nostri territori ma che con l’ambiente circostante viva in armonia, rigettando le storture del sistema centro-settentrionale. Un sistema basato sull’accumulazione e sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sull’ambiente circostante.