Mai più un centesimo a Mater e sanità privata

di Daniela Piras

Grande partecipazione ieri mattina (domenica 17 giugno, n.d.R.) alla manifestazione in difesa della sanità pubblica indetta da Caminera Noa. Esponenti del sindacato USB, unione dei sindacati di base, di Potere al popoloPartito comunista PCLA Foras, rappresentanti di vari comitati di cittadini uniti nelle lotte a tutela dei diritti per un servizio sanitario in grado di soddisfare tutti i cittadini. Ciò che colpisce immediatamente è il nome scritto nell’insegna: “Mater Olbia – Hospital”. Appare già chiaro che ci sia qualcosa che non quadra; il territorio dove è situata la struttura è a pochi chilometri dal centro della città di Olbia, quindi siamo in Gallura, in Sardegna. Il nome in inglese appare un tantino insolito, e pare rappresentare bene ciò che i portavoce del soggetto-progetto Caminera Noa denunciano come “La più colossale operazione coloniale degli ultimi trent’anni, a cui nessuno in Sardegna ha avuto sinora il coraggio di contrapporsi”.

Un pezzo di territorio sardo, una futura struttura ospedaliera dal sapore straniero che rischia di diventare l’emblema di una speculazione ad opera dei magnati dell’edilizia del Qatar. Giovanni Fara, uno dei due portavoce di Caminera Noa, afferma che «Questa non è una battaglia di campanile, è una battaglia che attraversa la Sardegna e che si unisce alle mobilitazioni di coloro che nelle ultime settimane sono scesi in piazza in difesa dei presidi ospedalieri de La Maddalena, Isili, Sorgono, Muravera e Iglesias. Vogliamo portare l’attenzione sulla contropartita del Qatar che è legata agli interessi sull’isola: il rischio è che la Giunta Pigliaru metta mano alla PPR del 2006, togliendo i vincoli che finora hanno permesso di preservare migliaia di ettari di terreno dall’aggressione del cemento. Da questo potrebbe scaturire un mega investimento immobiliare da parte del Qatar.»
«L’ospedale è il simbolo di un immenso spreco di denaro pubblico – spiega Luana Farina, responsabile del tavolo sanitario di Caminera Noa e portavoce del comitato “Donne libere in lotta per il diritto alla salute” – oggi vogliamo far valere tutte le istanze relative alle criticità della sanità. Le risorse pubbliche devono finanziare le strutture pubbliche, questo non è avvenuto e ciò sta portando alla depauperazione del servizio. Questa scelta di voler finanziare con soldi pubblici, quindi soldi nostri, ben 60 milioni di euro, una struttura privata come il Mater Olbia, non è che la punta dell’iceberg; dietro ci sono accordi economici e finanziari.»

Alla manifestazione sono presenti diversi esponenti politici, comitati, USB – unione dei sindacati di base, associazioni culturali. Aldo Pireddu, di “Potere al popolo” afferma che «occorre garantire una sanità pubblica per tutti, implementando i servizi offerti, noi non siamo contro la sanità privata, a patto e a condizione che sia complementare e non sostitutiva di quella pubblica.»
Enrico Rubio, dell’USB spiega che il sindacato ha sostenuto sin da subito questa battaglia: «La sanità pubblica in Italia e soprattutto in Sardegna sta andando a ramengo da tempo e, in previsione dell’apertura del Mater la situazione sta peggiorando ancora, stiamo andando incontro alla distruzione della sanità, specie dei piccoli ospedali, si crea così un alibi perfetto per arrivare ad aver bisogno di strutture come il Mater Olbia.»
Sono tanti gli interventi in difesa della sanità pubblica, le denunce di sfacelo degli condizioni degli ospedali “in alcuni mancano persino le garze”, i dati catastrofici relativi alle 70 mila persone che, in Sardegna, hanno rinunciato a curarsi nel 2017, le lista d’attesa interminabili alle quali si va incontro prenotando visite di controllo tramite il CUP “Per effettuare una mammografia occorre aspettare a novembre del 2019!”. Tutto ciò stride con il continuo invito a “lavorare con la prevenzione” che i cittadini sardi si sentono rivolgere dagli operatori sanitari.

Una delle testimonianze più toccanti è stata quello di Emanuela Cauli, del comitato “Cittadini in difesa del Paolo Merlo de La Maddalena”; parole che sembrano arrivare da un mondo a parte, dove l’isolamento è davvero preoccupante, e dove si assiste ad un abbandono che fa quasi paura. «Il nostro era un ospedale perfetto, voluto dai nostri nonni e dai nostri padri cinquant’anni fa; ora è diventato un poliambulatorio senza neanche le strumentazioni di base. A La Maddalena non si può nascere, si può solo morire. Siamo stati silenziati, io sono stata perfino bannata dalla pagina facebook della RAS per aver espresso il mio disappunto. Noi siamo in balia delle condizioni meteo, siamo terrorizzati. Siamo l’isola del vento, del Maestrale; l’elicottero o il traghetto, in condizioni sfavorevoli potrebbero non partire e, a quel punto, non potremmo fare niente. Se ti senti male, a La Maddalena, ci rimani».
Una manifestazione che ha avuto la capacità di portare all’attenzione di tutti i cittadini sardi le criticità legate al diritto alla salute, alla pericolosità di determinate scelte politiche che potrebbero portare ad un concreto peggioramento del servizio in sé, con tutte le conseguenze che inevitabilmente ne seguirebbero.