Perché la destra ha vinto alle europee

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di Marco Santopadre

Il voto di ieri ha sentenziato che in Italia la destra radicale e l’estrema destra – Lega, Fratelli d’Italia e appendici varie – rappresentano complessivamente il 40% di chi ha scelto di andare alle urne.
Per leggere i risultati elettorali italiani – e in generale europei – bisogna partire dal dato incontrovertibile dell’astensione. I risultati delle urne di ieri non rappresentano del tutto la mappa politica del paese, mappa che comunque cambia vorticosamente di continuo. Se si fosse votato per le elezioni politiche il risultato sarebbe stato parzialmente diverso.
Ma non necessariamente migliore. Non è affatto detto, infatti, che tra chi non ha votato non sia maggioritaria la vandea reazionaria. È vero che ci sono milioni di elettori ex comunisti o di sinistra che non votano più – a maggior ragione per l’elezione di un organismo senza poteri effettivi come il Parlamento Europeo, foglia di fico di un’istituzione oligarchica e tecnocratica sganciata dal consenso e dalla legittimazione democratica – ma è anche vero che il 40% e passa di astenuti racchiude una larga parte di elettorato la cui rabbia nei confronti del “sistema” prende la via della vendetta reazionaria, insolidale, razzista e fascistoide. Che se pure non si esprime nelle urne si manifesta ogni giorno nei quartieri, nei mercati, nei posti di lavoro, nei luoghi di studio.
Quindi se anche le percentuali uscite dalle urne ieri vanno considerate relative, esse rappresentano un inquietante segnale di allarme che nessuno dovrebbe sottovalutare. Perché se è vero che il 41% del PD renziano alle scorse europee si è dissolto ben presto come neve al sole, è pure vero che si è dissolto a destra e inghiottito dall’ambiguo e inconcludente populismo del M5S e non è stato certo attirato da opzioni progressiste.
Se uno scenario per i prossimi anni è prefigurabile, è quello di uno slittamento ancora più consistente dell’opinione pubblica su posizioni ancora più reazionarie.
In mancanza di una credibile alternativa di sinistra popolare e di classe la rabbia sociale che oggi sceglie la destra radicale non potrà che confermare e accentuare la propria scelta. Se il M5S continuerà a implodere e la Lega entrerà in contraddizione con le sue facili promesse – scenario prevedibile – difficilmente i delusi e gli scontenti cambieranno campo, più probabilmente sceglieranno un’alternativa ancora più radicale all’interno di quello stesso. Non è un caso che Giorgia Meloni già si stia fregando le mani.
Alle porte, credo, non c’è il pericolo del fascismo, almeno non del fascismo come sistema totalitario.
Alle porte c’è un sistema costituzionalmente autoritario, che difende i privilegi di una borghesia e di un’oligarchia – italiane ed europee – sempre più feroci e fameliche, non più attraverso la redistribuzione e la mediazione ma per mezzo della imposizione pura e semplice, la repressione del dissenso sociale e politico, la chiusura di ogni spazio di rappresentanza istituzionale, lo svuotamento della democrazia rappresentativa, l’uso indiscriminato degli apparati di polizia, la diffusione di una ideologia reazionaria attraverso tutti i canali a disposizione, l’agitazione di un presunto nemico esterno ed interno capace di far serrare i ranghi a una popolazione martoriata sul piano dei diritti e delle condizioni materiali.
Un sistema guidato indifferentemente dalle destre radicali o da quelle destre liberali e liberiste che in molti, dentro il ceto politico della fu sinistra e il suo elettorato residuo, continuano a scambiare per l’unica diga possibile, per quanto imperfetta e criticabile, alla vandea reazionaria.

Detto questo, i risultati delle varie sinistre – non solo in Italia ma in tutta Europea – dovrebbero dirci una cosa. Che una lotta contro il fascismo che si basi esclusivamente su un’alternativa valoriale non ha alcuna speranza di frenare l’onda nera (che comunque, a livello continentale, è assai più contenuta di quanto ci si aspettasse).
Il mondo uscito dalla Seconda Guerra Mondiale è definitivamente scomparso. Quelle ideologie e quei (dis)valori che la vittoria contro il nazismo e il fascismo – con il contributo preponderante dell’Unione Sovietica e lo sviluppo in Europa delle democrazie popolari e dei partiti comunisti di massa – aveva messo all’angolo, reso socialmente inaccettabili e costretto a viaggiare sottotraccia o a resistere in una insignificante nicchia, sono stati definitivamente sdoganati.
Sdoganati a livello culturale e ideologico dalle ex sinistre divenute classe dirigente dell’Unione Europea, indicati e diffusi come alternativa a decine di milioni di proletari e appartenenti alle ex classi medie schiantati da anni di politiche liberiste e massacro sociale.
L’antifascismo etico, valoriale – “il fascismo è sbagliato, il fascismo è ingiusto” – non hanno alcun effetto tra coloro che vedono da anni la loro condizione peggiorare (per non parlare di quella delle giovani generazioni!) a causa delle scelte dei “regimi democratici” e pretendono una risposta materiale, concreta, qui ed ora. Una domanda alla quale la destra radicale nei momenti storici di crisi sembra in grado di dare una risposta, sia in termini ideologici sia concreti (anche se in maniera effimera).

Solo la costruzione di un’alternativa concreta nella società, capace di offrire una risposta concreta e immediata all’insicurezza delle classi popolari, oltre che di proporre una visione del mondo completamente opposta a quella oggi dominante, potrà tentare di invertire la tendenza. Che il fascismo o il nazionalismo di stato non rappresenti la soluzione non va dimostrato solo o soprattutto sul piano etico, ma innanzi tutto sul piano pratico, esperenziale.
Chi oggi si batte il petto accusando il gruppo dirigente delle sinistre di aver causato il disastro ne ha tutte le ragioni, ma non basta più.
Dovrebbe comunque cominciare con l’ammettere la propria parte di responsabilità.
La più grande delle quali è continuare a pensare che unendo i cocci, i vari rimasugli di una storia ormai conclusa, si possa costruire una “gloriosa macchina da guerra”. Unendo i cocci al massimo di ottiene un vaso che al prima scossone va di nuovo in pezzi. Sommando il niente al niente non si può che ottenere il nulla.
Non si può pretendere che nelle elezioni, nelle istituzioni si possa manifestare un qualcosa che nella società non esiste più, o di nuovo, in forma cosciente e organizzata, capace di costruire contropotere e solidarietà qui ed ora, e di indicare la via dell’alternativa di sistema.
Nessuno slogan azzeccato, nessuna alchimia elettorale unitaria, nessuna operazione mediatica potranno rimediare all’assenza nella società, tra gli uomini e le donne, di quell’altro mondo possibile per il quale in tanti continuiamo a batterci.

Potere al popolo: progetto neocentralista?

di Andrìa Pili

Penso che la nascita di un progetto di Sinistra coerentemente alternativo al PD, in discontinuità con il passato centrosinistra, sia qualcosa di positivo con riferimento al contesto politico italiano. Perciò guardo con rispetto alla nascita di Potere al Popolo, a differenza di altri soggetti politici, come quelli che hanno dato vita a Liberi e Uguali, che non rappresentano – al di là di qualche slogan retorico comunicativo – alcuna garanzia di cambiamento, a mio modo di vedere.

Tuttavia, ho letto alcune parti del programma di Potere al Popolo e, pur condividendone molti punti, credo ce ne sia uno molto contraddittorio: “ripristinare il Titolo V della Costituzione com’era prima della riforma del 2001”.

Questo significherebbe almeno due cose: ripristinare il principio secondo cui le Regioni possono emanare delle leggi purché “non siano in contrasto con l’interesse nazionale” (dopo il 2001 questo passaggio è sparito, mi pare importante); annullare le competenze che la Sardegna aveva conquistato grazie a quella riforma, in particolare sulla legislazione concorrente in istruzione, ricerca, tutela e sicurezza del lavoro. Un altro punto importante della riforma del 2001 – che tutti i manuali sottolineano – è il passaggio da un articolo per cui la Repubblica “si riparte in Regioni, Provincie e Comuni” ad uno per cui la Repubblica ” è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”, giungendo ad una visione più orizzontale dei rapporti, il che non mi pare poco. Tale punto del programma è in contrasto con altre sue parti come “Una nuova Questione Meridionale” e quella sull’ambiente, in cui si parla di “democrazia dei territori contro un modello centralizzato orientato da interessi multinazionali”.

Se non si prevede una riforma migliorativa, in senso federale, della Costituzione – mi pare che si parli solo di una sua difesa o rilancio – non capisco come abolire l’attuale Titolo V possa andare d’accordo con punti che esaltano la democrazia locale e la discontinuità con le modalità con cui i governi italiani hanno affrontato la questione meridionale e isolana: “la fine di una strategia che vede nel meridione una mega discarica, o una mega centrale elettrica per il paese; la difesa dei territori dagli appetiti speculativi di imprenditori nostrani e grandi multinazionali, l’affermazione di un modello di economia alternativo, che accanto a produzioni qualificate valorizzi la bellezza, la storia, la terra, le nuove tecnologie, la cultura di città che sono da sempre luoghi di pace, crocevia di popoli e culture”.

Penso che questo punto controverso possa essere spiegato, provando ad entrare nella mente di chi l’ha voluto, con un ragionamento su come i governi locali possano ostacolare la grande rivoluzione voluta dal governo centrale egemonizzato da Potere al Popolo. Si tratta di una prospettiva che – allo stato delle cose – è campata in aria, visto che è improbabile che, da qui a marzo, PaP possa anche solo pensare di avere un parlamentare. Se pensiamo ad un progetto a lungo termine, credo che tale proposta sia un passo falso, rivelante anche una componente ideologica anti-regionalista oltre che una questione pratica come il contrasto dell’atteggiamento reazionario delle classi dirigenti regionali. Ovviamente, un’impostazione del genere rivela un’idea dannosa, paternalista, di un governo centrale che si pone, nei confronti di Meridione ed Isole, come un’autorità salvifica; il che si pone in contraddizione con l’idea di protagonismo popolare “dal basso” su cui il progetto si fonderebbe. Inspiegabile se consideriamo che è stata una realtà vivace come quella napoletana – ex opg Je so pazzo – a contribuire in modo determinante a dare vita a questo progetto.

La Sardegna diede la più alta percentuale di No alla riforma renziana della Costituzione; probabilmente, un rifiuto così massiccio si può interpretare proprio come la volontà di difendere l’autonomia regionale minacciata (malgrado degli accordi farlocchi fossero stati sventolati per dimostrare il contrario). Vedo come contraddittorio anche citare quella vittoria referendaria, se l’aspetto “regionalista” viene fatto passare in secondo piano.

Per i compagni sardi che hanno aderito a questo progetto politico mi pare sia essenziale chiarire le contraddizioni dei punti che ho richiamato, sempre che siano veramente sensibili alla questione sarda. Ho letto, al contrario, delle reazioni riprovevoli alla proposta dei compagni sassaresi di mettere nero su bianco il diritto del popolo sardo all’autodeterminazione e l’abolizione del principio di unità e indivisibilità dello Stato. Conosco dei compagni italiani che hanno più capacità di comprendere la questione di certi compagni nostrani; nulla di nuovo se pensiamo che per far capire al PCI sardo l’importanza dell’autonomia regionale ci volle qualche rimbrotto di Togliatti.

La questione dei poteri autonomi penso che, più che a partire dalla qualità delle classi dirigenti regionali – e tra l’altro non mi risulta che la qualità di chi amministra il governo centrale sia migliore, anzi quelle regionali/locali sono peggiori forse proprio nella misura in cui sono legate alla prima – si debba valutare in base alle possibilità che si aprirebbero per le comunità, le quali possono incidere di più, con la propria azione, sulle scelte di un pessimo governo locale piuttosto che su quelle di un pessimo governo centrale. In Sardegna è sicuramente così. In ogni caso, considerando tanto l’avversione dei compagni sardi al diritto all’autodeterminazione del proprio popolo che l’incomprensione del federalismo in Italia, ci troviamo di fronte all’ulteriore conferma del fatto che ogni ragionamento di alleanze con forze alternative italiane debba avere, come necessario passaggio preliminare, la formazione di un indipendentismo/nazionalismo sardo di massa.

A S. Cristina il primo passo di una “Caminera noa”

Giornata rovente, non solo politicamente parlando, lo scorso 23 luglio 2017 nella sala conferenze del complesso nuragico di S. Cristina di Paùlle (Paulilatino secondo il toponimo italiano). Per tutta la giornata diverse realtà che praticano il conflitto sociale e nazionale in Sardegna si sono confrontate serratamente su valori, obiettivi, temi strategici e metodi organizzativi.

La mattina ci si è confrontati sui valori unificanti, partendo dalla cruciale e preoccupante ondata di razzismo endemico che sta contaminando non solo il pensiero comune, ma anche diverse sensibilità storicamente orientate all’indipendentismo. Non è un caso che all’ingresso della sala fosse presente un banchetto per la raccolta firme “Io ero straniero”, iniziativa per l’abolizione della legge razzista Bossi-Fini. Nello stesso banchetto anche la storica rivista della sinistra anticolonialista sarda “Camineras”, il cui ultimo numero è fresco di stampa.

Il contrasto alle narrazioni (e alle bufale) razziste è stato uno dei temi ricorrenti in tutti gli interventi che si sono avvicendati nel corso della mattina. Altra trait d’union è stata sicuramente la battaglia per l’autodeterminazione del popolo sardo.

Non tutti nella sala hanno ancora maturato una posizione schiettamente indipendentista, ma tutti gli interventi sono stati concordi nel riconoscere la necessità di avviare un processo di emancipazione della natzione sarda dal centralismo e dal colonialismo sempre più opprimente dello Stato italiano.

È significativo che molti esponenti di spicco della sinistra italiana di un tempo siano giunti a tali convinzioni e che abbiano pubblicamente dichiarato la propria disponibilità a impegnarsi in un processo aggregativo basato sul riconoscimento della natzione sarda e sulla necessità di rafforzare tutte le battaglie dell’autodeterminazione.

E naturalmente è stata cruciale la questione della lotta al capitalismo, in tutte le sue forme. Molti interventi hanno denunciato la complicità delle Giunte di centro sinistra nelle politiche di ipersfruttamento del lavoro, di austerity imposte dalla UE e di smantellamento dei basilari servizi pubblici, a partire dalla lettura di una lettera di un militante portatore di handicap che denunciava l’impossibilità di essere presente al dibattito proprio a causa dell’assoluta mancanza di assistenza nei servizi pubblici sardi.

Bersaglio costante di molte analisi è stato anche il cosiddetto “sovranismo” o “indipendentismo di governo” propugnato da alcuni ex dirigenti indipendentisti che svolgono oggi una funzione ancillare e subalterna della Giunta Pigliaru: «nostro compito è quello di contrastare il “sovranismo” di stampo coloniale che si nutre della narrazione di riformare la Regione dall’alto e dalle élite di potere» – è stato detto da uno degli interventi – «attraverso la costruzione di un movimento di sovranità popolare dei sardi e delle sarde che dal basso praticano il conflitto sociale, la resistenza alla rapina del territorio, il contrasto all’occupazione militare, la disobbedienza civile, la riorganizzazione di una rete civica e civile».

Dopo la pausa pranzo, il dibattito è proseguito con l’analisi di alcuni temi ritenuti cruciali. Diversi compagni e compagne sono intervenuti in maniera analitica e documentata in difesa della sanità pubblica e contro le politiche di privatizzazione volute dalla Giunta regionale, sulla grave emergenza abitativa che affligge molte regioni della Sardegna, sulla necessità di invertire la rotta in merito alle politiche di istruzione e ricerca, sulla gravissima condizione che attanaglia il comparto dell’edilizia e sulla necessità di investire in una agenzia regionale che ristrutturi edifici e stabili ormai fatiscenti, sulla piaga della grande distribuzione e sulla necessità di organizzare i lavoratori contro l’ipersfruttamento e l’apertura nei gironi festivi, sulla questione contadina e sulla necessità di politiche che valorizzino il settore dando spazio ai giovani disoccupati “aspiranti contadini”, sulle politiche migratorie e sulla necessità di smontare le narrazioni xenofobe, sulle nuove tipologie di contratti precari su cui con tutta probabilità avrà parere definitivo la RAS, sulla campagna dei comitati sardi per la democrazia per una legge elettorale statutaria che superi il presidenzialismo e su tanti altri temi di carattere sociale, politico e culturale.

L’ultima parte della giornata è stata dedicata alla questione organizzativa e metodologica. Appurato che esiste la volontà politica di proseguire nel percorso di una “Caminera noa” iniziato il 23 luglio 2017 a S. Cristina, ora un comitato volontario si occuperà di raccogliere i materiali del dibattito e di organizzare una nuova assemblea che verterà su un unico punto all’ordine del giorno: individuare una forma organizzativa capace di garantire la massima partecipazione di tutti, l’efficienza della mobilitazione e sventare ogni tendenza al leaderismo, al personalismo, al verticismo.
Insomma dopo aver tracciato la strada politica che si vuole percorrere “Pro una caminera noa”, passata l’estate, ci si troverà a discutere sul come iniziare a percorrere questa nuova strada.

Vedi altro:

http://www.pesasardignablog.info/2017/07/17/dal-23-luglio-una-caminera-noa-alternativa-alla-subalternita/