Solinas: Fai qualcosa di sardista. Subito la Riforma dello Statuto Sardo!

La campagna di Caminera Noa per la riforma dello Statuto Autonomistico lanciata oggi sui social
 di Cristiano Sabino
Christian Solinas ce l’ha fatta, dopo un centinaio di giorni ha partorito una Giunta presumibilmente frutto di una lunga e logorante trattativa con i suoi partner elettorali e in particolar modo con la Lega a cui Solinas deve la sua folgorante ascesa prima come senatore, poi come presidente della Regione Autonoma della Sardegna.
Dopo i disastrosi cinque anni di subalternità e servilismo imposti dal PD e da Francesco Pigliaru, i sardi stanno per sperimentare la verga della nuova destra a guida salviniana, con tanto di assessori che non rinnegano il loro recentissimo passato in organizzazioni neofasciste come Forza Nuova.
Ma siccome ormai viviamo in un mondo completamente alla rovescia e, si dice, ormai “post-ideologico” e “liquido” (devo ancora leggere tutta la bibliografia del sociologo Bauman per capire cosa ciò voglia dire!) insieme al franchising lumbard recentemente riverniciato a sovranismo italiano governano anche i sardisti, appunto per tramite di assessorati chiavi e della presidenza della Regione.
Ora il caso vuole che proprio mentre la giunta lumbard-sardista scalda i motori, si riaccenda in Sardegna l’annoso dibattuto sulla riforma dello Statuto Autonomistico, anche a traino della richiesta di alcune ricche Regioni del nord di ottenere l’autonomia del dibattito sulla regionalizzazione delle competenze scolastiche.
Proprio il presidente Solinas aveva  depositato una proposta di riforma dello Statuto Sardo, prima in Regione e poi in Senato.
Per capire di cosa si parli la riporto qui integralmente (solo il testo, senza la lunga introduzione giuridica):
TESTO DEL PROPONENTE
Art. 1
Integrazioni allo statuto in materia di lingua, cultura e ordinamento scolastico1. Dopo il titolo II della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3 (Statuto speciale per la Sardegna), e successive modifiche ed integrazioni è aggiunto il seguente: 
“Titolo II bis (Lingua, cultura e ordinamento scolastico)”.Art. 2
Uso della lingua sarda1. Dopo il titolo II bis della legge costituzionale n. 3 del 1948, come introdotto dall’articolo 1, è inserito il seguente articolo: 
“Art. 6 bis (Uso della lingua sarda) 
1. Nel territorio della Regione la lingua sarda è parificata a quella italiana. 
2. I cittadini sardi hanno facoltà di usare la propria lingua nei rapporti con gli uffici giudiziari e con gli organi e uffici della pubblica amministrazione situati nel territorio regionale, nonché con i concessionari di servizi di pubblico interesse svolti nella stessa Regione. 
3. Nelle adunanze degli organi collegiali della Regione e degli enti locali può essere usata indistintamente la lingua italiana o la lingua sarda. 
4. Gli uffici, gli organi e i concessionari di cui al secondo comma usano nella corrispondenza e nei rapporti verbali la lingua del richiedente. 
5. Nei rispettivi territori, la lingua catalana di Alghero ed il tabarchino delle Isole del Sulcis godono di analoghe tutele secondo la legge regionale.”.Art. 3
Toponomastica regionale1. Dopo l’articolo 6 bis della legge costituzionale n. 3 del 1948, come introdotto dall’articolo 2, è aggiunto il seguente: 
“Art. 6 ter (Toponomastica regionale) 
1. La toponomastica nel territorio regionale è tenuta nel rispetto ed a salvaguardia dei toponimi locali in lingua sarda e, con riferimento alle aree interessate, in lingua catalana ed in tabarchino. 
2. L’accertamento dell’esistenza e dell’ortografia dei toponimi locali è deliberato, su istanza degli enti locali interessati e previa idonea istruttoria, dalla Giunta regionale.”.Art. 4
Criteri di priorità

1. Dopo l’articolo 6 ter della legge costituzionale n. 3 del 1948, come introdotto dall’articolo 3, è aggiunto il seguente: 
“Art. 6 quater (Criteri di priorità) 
1. Le amministrazioni statali, le autonomie funzionali e i concessionari di servizi di pubblico interesse ubicati nel territorio della Regione assumono in servizio prioritariamente dipendenti originari della Sardegna o che conoscano la lingua sarda.”.

Art. 5
Insegnamento della lingua sarda

1. Dopo l’articolo 6 quater della legge costituzionale n. 3 del 1948, come introdotto dall’articolo 4, è aggiunto il seguente: 
Art. 6 quinquies (Insegnamento della lingua sarda) 
1. L’insegnamento nelle scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado, nei licei e negli istituti tecnici e professionali è impartito nella lingua materna italiana, sarda, catalana o tabarchina degli alunni da docenti per i quali tale lingua sia ugualmente quella materna, secondo classi omogenee formate sulla base delle richieste di iscrizione da parte degli interessati. 
2. Nelle scuole primarie e secondarie di primo grado è obbligatorio l’insegnamento della seconda lingua, diversa da quella materna con la quale è impartito l’insegnamento ai sensi del primo comma. 
3. Per l’amministrazione della scuola in Sardegna è istituita una autonoma Sovrintendenza scolastica regionale, cui compete altresì la verifica ed il coordinamento dei programmi di insegnamento e di esame delle autonomie scolastiche regionali, nonché il relativo dimensionamento. La Giunta regionale nomina il sovrintendente scolastico della Sardegna. 
4. Ferma restando l’imputazione al bilancio dello Stato dei relativi costi, il personale insegnante e il personale amministrativo delle scuole di ogni ordine e grado, della Direzione scolastica regionale e degli uffici scolastici territoriali passa alle dipendenze ed è soggetto al coordinamento e controllo della Sovrintendenza scolastica regionale, che lo organizza anche mediante strutture decentrate sul territorio secondo criteri di efficienza ed efficacia. 
5. È riconosciuta l’equipollenza dei titoli di studio conseguiti all’esito dei percorsi di istruzione di cui al primo comma in lingua sarda, catalana o tabarchina.”.

 

Se per un attimo facciamo astrazione dal proponente e dalle scelte politiche del suo partito, completa o no, condivisibile o meno in tutte le sue parti, si tratta di una proposta che oggettivamente ribalterebbe il tavolo del rapporto di sudditanza vissuta dalla Sardegna nei confronti dello Stato italiano, almeno per quanto riguarda il pieno riconoscimento del profilo storico, culturale e linguistico della nazione sarda.
Oggi viviamo in una situazione dove i ragazzi a scuola vengono puniti  disciplinarmente perché dicono “eja” invece di “si” da docenti – sardi o no non fa alcuna differenza – che allo stesso tempo rispondono “ok” o che riempiono i loro bei verbali di termini come “feedback”, “cooperative learning”, ecc..
Per questo a mio parere squarcia il velo della sonnolenza la sveglia suonata da Caminera Noa al presidente Solinas e alla sua Giunta nuova di zecca: “Solinas fai qualcosa di sardista!” – incalzano gli attivisti di Caminera Noa sui social – fa diventare realtà ciò che finora hai solo annunciato di fare e fallo subito, fallo con priorità assoluta, fallo davvero visto che ne hai il potere!
Provocazione? Suggerimento disinteressato? Assist inatteso da parte di un movimento dichiaratamente antifascista e antileghista? Vedetela come vi pare, ma sicuramente si tratta di una novità da seguire e da sostenere con forza.
Di seguito riporto il testo integrale del documento che sta girando sul web:

A distanza di molti anni dalla guida alla Regione Autonoma della Sardegna da parte di Mario Melis, primo Presidente sardista, con il dibattito in corso sulla richiesta di autonomia da parte di alcune Regioni a statuto ordinario del nord Italia, si creano le condizioni perfette per rinvigorire il dibattito che da molti anni “scuote” le coscienze della classe politica e degli intellettuali della nazione sarda: il superamento della stagione autonomistica – così come la conosciamo dal secondo dopoguerra – con la scrittura di un vero Statuto Autonomistico, che metta al centro il popolo sardo e il suo diritto all’esistenza, la sua lingua e di conseguenza il diritto all’autodeterminazione nazionale concepita in tutte le sue forme.

Politicamente siamo ben lontani dalle posizioni del presidente Solinas e soprattutto dalla scelta scellerata di accordarsi con un partito xenofobo e padronale come la Lega, perciò vigileremo con attenzione perché in Sardegna non vengano imposte le medesime politiche repressive e securitarie di matrice razzista, che ormai da decenni spadroneggiano nel Nord Italia nelle amministrazioni egemonizzate dalla Lega.

Non possiamo però non recepire positivamente la Proposta di Legge Nazionale elaborata dal presidente del PSdAz e presentata al Consiglio Regionale della R.A.S. nel settembre del 2015, poi ripresentata in Senato come DdL Costituzionale (–>https://tinyurl.com/y2gcsqps ), di cui Solinas è il primo Senatore firmatario, comunicato alla Presidenza del Senato della Repubblica italiana il 20 giugno 2018.

Una riforma incentrata sull’uso del sardo – richiamandosi alla giurisprudenza in materia di tutela delle minoranze linguistiche adottata dalle province autonome di Trento e Bolzano e dalla Val D’Aosta – e sul suo insegnamento nelle scuole, che può dare lo slancio necessario per rimettere in discussione l’intero testo dello statuto, che ad oggi non sancisce nemmeno l’esistenza del nostro popolo, non tutela la nostra lingua, la nostra cultura e tantomeno prevede sovranità in materia di politica economica e fiscale.

Nessuna giunta regionale, dal dopoguerra ad oggi, ha seriamente affrontato la questione della totale insufficienza dello Statuto Autonomistico Sardo e ogni dibattito è stato lasciato cadere nel vuoto a causa dell’inconsistenza delle classi dirigenti sarde omologhe a quelle italiane, che si sono susseguite alla guida della Regione Autonoma. Persino Emilio Lussu denunciò l’incompletezza del testo, poiché spogliato di tutto ciò che il sardismo aveva proposto già dall’immediato dopoguerra per garantire la permanenza pacifica dei sardi nella cornice unitaria dello Stato italiano.

Solo così si aprirà un ragionamento concreto sulle fonti normative che regolano la vita quotidiana e il destino del popolo sardo, così da cominciare a costruire il futuro della nostra Terra (e di tutti coloro che vi risiedono per nascita, scelta, vocazione o altro) e poter decidere finalmente quali siano le norme che regolino la società sarda autodeterminata e libera dalle politiche neocoloniali, volte a sottomettere ulteriormente l’isola, il suo popolo e a depauperare le sue risorse economiche, ambientali ed intellettuali.

La possibilità che finalmente la Sardegna possa conquistare una carta dei diritti che permetta il dovuto riconoscimento del suo ruolo nella storia delle nazioni del mondo, facendola così uscire da un’idea diffusa di “minorità” che necessita sempre di un “tutore” estraneo, deve essere il frutto di uno sforzo collettivo e popolare, di una spinta che parta democraticamente dal basso, quindi dallo stesso popolo sardo, e non da riforme imposte in maniera meccanica e burocratica.

Salviamo la scuola sarda

di Ninni Tedesco

La presentazione di un Manifesto per la scuola sarda, avvenuto ad opera della Alternativa Natzionale il 1 aprile a Oristano, è giunta pochi giorni prima di un evento che ha in via definitiva smascherato il progetto di distruzione della scuola pubblica italiana: l’approvazione, il 7 aprile, dei decreti attuativi della  107/2015, battezzata con non poca presa in giro dal peggior partito post fascista al governo, “Buona scuola”.

In queste deleghe, per farla breve, si conferma quanto era stato proposto all’origine del disegno politico unilaterale da parte del governo Renzi, nell’assoluto disprezzo di qualunque dialogo con le parti interessate, nel disinteresse delle richieste da parte dei lavoratori della scuola e degli studenti, nella violazione totale di quello che si raffigura come il mandato fondante l’esistenza stessa di ogni processo educativo: formare persone e cittadini consapevoli, capaci di fare scelte autonome, che possano fruire di pari condizioni di partenza e che siano messi in condizioni di raggiungere, tutti, gli stessi obiettivi. Si conferma invece, al contrario, la volontà di trasformare la scuola pubblica in un’azienda che sforna utilizzatori passivi e consumatori privi di strumenti intellettuali.

La 107 è dunque un inganno, una legge che torna indietro di decenni: che inserisce forzatamente l’alternanza scuola-lavoro togliendo ore alla formazione didattica ordinaria e lo fa in modo spregevole, talvolta addirittura nascondendo forme di sfruttamento minorile; che relega di nuovo i disabili a ruoli marginali togliendo risorse economiche e ore di sostegno; che rende gli esami di stato una passeggiata in cui una discutibile “prova invalsi”  e “l’alternanza scuola lavoro” (non le conoscenze, le capacità critiche, le competenze linguistiche, tecnologiche o relazionali, le qualità espressive e logiche, eccetera, ovvero tutto quello che una dimensione lavorativa globale e complessa richiedono) fanno punti credito per essere ammessi insieme a una “media” del 6 anche con insufficienze gravi; che riassegna la formazione professionale alle regioni togliendo un anno di studi ritornando alla scuola gentiliana che, giustamente, Gramsci definiva scuola classista.

Ma tutto questo non è incompetenza, questo è il passaggio conclusivo di un progetto iniziato con i governi Berlusconi e vergognosamente concluso il 7 aprile con quello Gentiloni, a dimostrazione, caso mai ce ne fosse bisogno, della perfetta collusione al vertice tra i partiti italiani e i loro orientamenti e disegni politici che vedono nella scuola il centro del sistema di controllo e gestione delle future generazioni.

A questo punto la Sardegna, utilizzando appieno i propri margini di autonomia (un giorno, forse, di indipendenza) deve necessariamente mettere in pratica, e con urgenza, i punti redatti nel Manifesto, attuando quanto l’art. dello Statuto sardo consente e che recita: “… la Regione ha facoltà di adattare alle sue particolari esigenze le disposizioni delle leggi della Repubblica, emanando norme di integrazione ed attuazione, sulle seguenti materie: istruzione di ogni ordine e grado, ordinamento degli studi”

In caso contrario si rende ufficialmente complice del “genocidio culturale” messo in atto dal “padrone” italiano che tiene le redini del controllo decretando che la nostra terra, più di tutte le altre visti i dati della dispersione (ma questo merita un altro articolo), debba essere “un volgo disperso”, una colonia da svuotare di energie, privare di radici, e quindi liberamente devastare.

Al Manifesto deve seguire pertanto, a breve, un’agenda di lavoro fatta di incontri, di ulteriori proposte, di attività che mettano alle strette questa inerte e passiva (ma attiva nell’essere complice) amministrazione della Sardegna, in modo da salvare almeno quel poco che resta dei nostri saperi, insieme ai pochi ma coraggiosi insegnanti che lavorano in trincea per difendere lingua e cultura, alle associazioni, agli intellettuali, ai sindaci, alle singole persone.

Non abbiamo molto tempo.

Vedi anche:
http://lnx.pesasardignablog.info/2017/04/02/dibattiamo-per-scrivere-il-manifesto-della-scuola-sarda-pro-salternativa-natzionale/

Anticolonialismu

Questa terra non è la nostra

di Gianluca Collu

Segretàriu de ProgReS – Progetu Repùblica

Sta facendo discutere e indignare l’ultimo “schiaffo” del Governo italiano ai danni della Sardegna in merito al via libera del ministero dell’ambiente al progetto targato Flumini Mannu Ltd. – società con sede a Londra – per un impianto di produzione di energia solare.

Ciò che ormai da troppi anni sta avvenendo in Sardegna più che un assalto alle nostre risorse ha i contorni di un vero e proprio assedio su cui i cittadini sardi hanno ben poche possibilità di porre un freno e l’attuale classe dirigente unionista–autonomista è assolutamente priva della volontà politica per opporsi alle prevaricazioni e imporre indirizzi e usi delle terre diversi, soprattutto quando un progetto di land grabbing come questo ha il via libera dallo Stato italiano.

Oggi i sardi non possono decidere il futuro dei propri territori, non possono partecipare alle scelte che riguardano i propri beni collettivi, non possono autodeterminare il proprio sviluppo economico, non possono difendere i propri interessi. Purtroppo la realtà ci dice una cosa tragicamente molto semplice: Questa terra non è la nostra.

Perché se è pur vero che grazie all’impegno di organizzazioni come ProgReS – Progetu Repùblica e dei comitati civici in alcuni casi si è riusciti ad opporsi in maniera ragionata e a difendere il territorio dalla arrogante prevaricazione di avide società con progetti calati dall’alto – vedi la vittoria sul “Progetto Eleonora” della Saras – è innegabile che negli ultimi anni abbiamo assistito più o meno impotenti a un continuo proliferare di grandi impianti di produzione elettrica, eolici e/o solari, in tutta la Sardegna.

Abbiamo vinto qualche battaglia ma stiamo perdendo la guerra. È un po’ come nella lotta al narcotraffico dove per ogni carico di droga che viene bloccato decine di altri vanno a buon fine.

È importante puntualizzare la nostra posizione politica: siamo favorevoli alla produzione energetica da fonti rinnovabili, crediamo in un graduale affrancamento dai combustibili fossili sicuramente più dannosi per l’ambiente e la salute pubblica e riteniamo che il solare termodinamico sia una tecnologia strategicamente importante su cui puntare per questo proposito. Cionondimeno siamo contro le speculazioni e lo sfruttamento sconsiderato del territorio che non portano alcun vantaggio alle comunità e alla nostra nazione.

La centrale che sorgerà nei territori di Gonnosfanadiga, Guspini e Villacidro sarà un mega impianto di 55 MW che occuperà centinaia di ettari di terreno ad alta vocazione agricola, frutterà profitti milionari alla società e, se va bene, un misero 2% dei ricavi e un’elemosina di buste paga per il territorio. I progetti di questo tipo sono così insensati da non poter neanche far leva sull’odiosa retorica del ricatto occupazionale.

Questi sono i casi in cui la mobilitazione è cosa buona e giusta: risvegliare le coscienze e sensibilizzare l’opinione pubblica su un problema che riguarda la collettività e il territorio. Noi ci saremo ma l’impegno per bloccare un progetto approvato e in avvio di lavori è enorme, estenuante. E anche nel fortunato caso si riuscisse a vincere la battaglia, probabilmente in quel momento ci sarebbero due o tre nuovi progetti, approvati dal Governo italiano o dalla RAS, con le stesse caratteristiche speculative e di rapina ai danni del territorio.

Quindi noi sardi cosa possiamo fare? Come possiamo riprenderci la nostra terra in modo definitivo e senza quindi doverci sottoporre a cicliche ed estenuanti lotte?

Certamente serve un serio Piano Energetico Nazionale che determini in maniera netta il futuro energetico per la nostra isola. Dovremo fare delle scelte molto chiare e dare un indirizzo politico ben preciso. È inammissibile che venga dato il via libera per realizzare delle mega centrali termodinamiche come a Gonnosfanadiga – motivando tali scelte con l’obiettivo primario di diminuire la dipendenza dai combustibili fossili – e contestualmente si approvi la costruzione di una “innovativa” centrale elettrica di cogenerazione a vapore da 350 megawatt alimentata a carbone, finanziata con i soldi della RAS (vedi Euroalluminia nel Sulcis).

È fondamentale che i rapporti fra la Nazione sarda e lo Stato italiano vengano ridefiniti attraverso una riforma statutaria che garantisca il rispetto dei nostri diritti, che difenda i nostri interessi e allarghi i nostri spazi di sovranità in tema di energia, fiscalità, istruzione, beni culturali. È tempo di dare inizio a una fase costituente per la riscrittura dello Statuto sardo, perché anche quelle che sono le nostre attuali competenze non siano subordinate alla supremazia dell’interesse nazionale italiano, come purtroppo avviene oggi nei territori del Medio Campidano (vedi art. 1 – 3 Statuto sardo), con buona pace dei tanti sardi che il 4 dicembre hanno votato no alla riforma della costituzione, pensando grazie a quel voto di aver salvato l’autonomia sarda.

Parallelamente, sul piano politico, è sempre più urgente e necessario strutturare una proposta alternativa di governo indipendentista della nostra terra. Un progetto a cui ProgReS – Progetu Repùblica sta lavorando da anni e che, a medio-lungo periodo, costituirà l’antidoto politico alla cattive pratiche dei politici sardi non indipendentisti che si ostinano a prendere il toro per la coda.

Anticolonialismu