Le 4 infamie di Vittorio Emanuele III

di Francesco Casula

Nella  foto il Re d’Italia Vittorio Emanuele III, detto “sciaboletta”, in una parata militare al fianco di Mussolini e Hirler. La salma del Re è stata fatta rientrare con volo di stato da Alessandria d’Egitto

La salma di Vittorio Emanuele III è tornato in Italia, Con il beneplacito di Mattarella. Una vergogna. Ma è stato “il padre della patria”. No, è stato il padre di 4 ciclopiche infamie. Che niente e nessuno potrà cancellare né dimenticare.

1. Vittorio Emanuele III e la Prima Guerra mondiale. La decisione di entrare in guerra fu presa esclusivamente dal sovrano, in collaborazione con il primo ministro Salandra, desideroso com’era di completare la cosiddetta “unità nazionale” con la conquista di Trento e Trieste, ancora in mano austriaca. Il conflitto fu, come noto, tremendo per le forze armate italiane, che andarono incontro ad una spaventosa carneficina, tra il fango, la neve delle trincee e tra indicibili stragi e sofferenze. Fu lo stesso Papa Benedetto XV a definire quella guerra una inutile strage. Ma in una enciclica del 1914 Ad Beatissimi Apostolorum Principis lo stesso papa era stato ancora più duro definendola una gigantesca carneficina. Sarà il sardo Emilio Lussu, in una suggestiva testimonianza storica e letteraria come Un anno sull’altopiano a descrivere gli orrori di quella guerra. Egli infatti al fronte sperimenterà sulla propria pelle l’assurdità e l’insensatezza della guerra: con la protervia e la stupidità dei generali che mandano al macello sicuro i soldati; con i miliardi di pidocchi, la polvere e il fumo, i tascapani sventrati, i fucili spezzati, i reticolati rotti, i sacrifici inutili. Una guerra che comportò oltre a immani risorse (e sprechi) economici e finanziari, lutti, con decine di migliaia di morti, feriti, mutilati e dispersi. A pagare i costi maggiori fu la Sardegna: “Pro difender sa patria italiana/distrutta s’est sa Sardigna intrea”, cantavano i mulattieri salendo i difficili sentieri verso le trincee, ha scritto Camillo Bellieni, ufficiale della “Brigata” (Brigaglia, Mastino, Ortu, Storia della Sardegna, Editori Laterza, 2002, pagina 9). Infatti alla fine del conflitto la Sardegna avrebbe contato bel 13.602 morti (più i dispersi nelle giornate di Caporetto, mai tornati nelle loro case). Una media di 138,6 caduti ogni mille chiamati alle armi, contro una media “nazionale” di 104,9. E a “crepare” saranno migliaia di pastori, contadini, braccianti chiamati alle armi: i figli dei borghesi, proprio quelli che la guerra la propagandavano come “gesto esemplare” alla D’Annunzio o, cinicamente, come “igiene del mondo” alla futurista, alla guerra non ci sono andati. In cambio delle migliaia di morti ci sarà il retoricume delle medaglie, dei ciondoli, delle patacche. Ma la gloria delle trincee – sosterrà lo storico sardo Carta- Raspi – non sfamava la Sardegna.

2. Vittorio Emanuele III, il Fascismo e le leggi razziali. Una delle massime responsabilità storiche di Vittorio Emanuele III fu l’aver favorito l’avvento e l’affermarsi del Fascismo. In seguito alla cosiddetta Marcia su Roma infatti, incaricò Benito Mussolini di formare il nuovo governo. Avrebbe potuto far intervenire l’esercito per combattere e disperdere gli “insorti”, invece, mentre le forze armate si preparavano a fronteggiare “le camicie nere”, Vittorio Emanuele III si rifiutò di firmare il decreto di stato d’assedio, di fatto aprendo la strada al fascismo e alle leggi razziali. Poco interessa oggi sapere se lo abbia fatto per viltà, opportunismo e calcolo politico: fu comunque il re a nominare Mussolini capo del Governo, dando il via alla tragedia ventennale di quel regime la cui maggiore infamia furono le leggi razziali del 1938. Esse saranno firmate da un sovrano che accettava l’antisemitismo e la furia xenofoba dell’alleato tedesco, fiero di un Mussolini che l’aveva fatto re d’Albania ed imperatore d’Etiopia!

3. Vittorio Emanuele e la seconda guerra mondiale. La seconda guerra mondiale rappresenterà l’evento più drammatico che mai si sia verificato nella storia dell’umanità. Ma c’entra il re con la seconda guerra mondiale? Certo che sì: ecco come icasticamente si esprime nella bella Commedia s’Istranzu avventuradu, Bastià Pirisi: “su Re nostru hat dadu manu libera ai cuddu ciacciarone de teracazzu de s’anticristu fuidu dae s’inferru… Sincapat qui sa corona de imperadore l’hat frazigadu su car¬veddu”. Lo storico Franco della Peruta facendo una analisi complessiva scriverà:”Il bilancio del conflitto appariva sconvolgente perché la guerra, l’ecatombe più micidiale degli annali del genere umano, tre volte superiore a quella della grande guerra, aveva fatto 50 milioni di vittime fra militari e civili… Alle perdite umane si sommarono quelle materiali”. (Franco Della Paruta, Storia del Novecento, Le Monnier, Firenze, 1991, pagine 249-250). Anche la Sardegna pagò un grande tributo. Subirà infatti “numerosi bombardamenti dapprima di lieve entità, ma poi, dopo lo sbarco americano nell’Africa settentrionale, frequentissimi e massicci. Furono danneggiati circa 25 comuni, fra cui Alghero, Carloforte, Carbonia, La Maddalena, Sant’Antioco, Palmas Suergiu, Setzu, Olbia, Oristano, Milis e, più gravemente degli altri, Gonnosfanadiga, dove si ebbero 114 morti e 135 feriti. Presa di mira fu soprattutto Cagliari. Le tristi giornate del 17, 26, 28 febbraio 1943 e quella del 13 maggio (per citare le più terribili) non saranno mai dimenticate dai Cagliaritani, che hanno visto la furia devastatrice venire dal cielo e distruggere la loro città, sventrando interi rioni, sconvolgendo le vie, lasciandosi dietro una scia di cadaveri e di feriti nelle strade e nelle macerie. Migliaia di morti (che alcuni fanno ascendere a 7.00 e il 75% dei fabbricati distrutti o resi inabitabili, furono il tragico bilancio di quei giorni. (Natale Sanna, Il cammino dei Sardi, volume terzo, Editrice Sardegna, Cagliari, 1986, pagine 487-488).

4.. Vittorio Emanuele III e la fuga a Brindisi. Persa la guerra e convinto ormai che il disastroso esito del conflitto potesse segnare non solo la fine del regime fascista ma anche quello della monarchia, Vittorio Emanuele arresta Mussolini (25 luglio 1943) e nomina nuovo capo del Governo il maresciallo Badoglio. Il giorno dopo l’Armistizio, il 9 settembre, insieme a Badoglio stesso abbandona Roma e fugge prima a Pescara e poi a Brindisi, nella zona occupata dagli alleati. L’ignominiosa fuga avrà conseguenze devastanti. E la Sardegna pagherà un altissimo tributo a questa fuga: 12.000 mila i soldati sardi IMI (fra i 750-800 mila militari italiani fatti prigionieri dai tedeschi dopo l’armistizio) verranno rinchiusi nei lager nazisti. E molti, lì moriranno.

28 Aprile 2017: Sa die in Quirra

di Daniela Piras

Fino ad oggi avevo pensato che partecipare a manifestazioni per contestare qualcosa fosse una questione di volontà: la volontà di voler provare a fare qualcosa per cambiare ciò che non crediamo vada bene, per contestare un sistema, una imposizione, per ribadire un diritto. Negli ultimi anni ho preso parte a varie manifestazioni e a vari cortei, più di una volta mi sono chiesta se ne fosse valsa la pena, e mi sono sempre risposta che per cercare di rendere migliore questo mondo, bisogna partecipare, parlare, discutere; mi sono detta che stando “alla finestra” non si ha nessuna possibilità, e che i cambiamenti, nella storia, sono sempre avvenuti grazie a chi si è mosso. Fino ad oggi pensavo occorresse la voglia di fare, per partecipare alle manifestazioni.
Oggi qualcosa è cambiato, ho constatato che questo non basta. Ci vogliono i nervi saldi, per uscire di casa. Ci vuole l’autocontrollo. Ci vuole la capacità di analizzare una situazione, capirla, valutare l’opportunità di ogni singola parola che si sente l’esigenza di far uscire dalla propria bocca. Ci vuole intelligenza e stabilità emotiva. Non importa quanto sia grande il dissenso e la contrarietà verso quello che vogliamo combattere, bisogna fare in modo di tenere i nervi saldi perché basta poco per passare dalla parte dell’attivista a quello di facinoroso, e questo grazie a coloro che per lavoro si dovrebbero occupare della nostra sicurezza, della sicurezza di tutti: contestatori e contestati. I tutori dell’ordine pubblico, con divisa e tenuta antisommossa, non mi erano mai apparsi dei nemici, li avevo sempre visti come uomini, come lavoratori. Erano una mia garanzia, in ogni corteo, erano i supervisori che si accertavano che non ci fossero intoppi di nessun genere: un violento mascherato da manifestante, per esempio. Oggi invece, con mio grande rammarico, mi sono trovata al centro di una situazione totalmente inverosimile. Dopo un viaggio di oltre tre ore per raggiungere il sito del poligono, dopo una manifestazione “in attesa”, dove non si è avuta nemmeno la possibilità di avvicinarci al luogo simbolo del potere militare, dopo la stanchezza, lo sconforto e il senso di inutilità che pareva tagliarsi a fette, decido di andare via, insieme alle persone con le quali ero arrivata. Avevamo parcheggiato l’auto in una stradina di campagna, in una sorta di parcheggio spontaneo a pochi metri dal luogo di ritrovo. La strada dove sostavano i manifestanti era stata chiusa da ambo i lati dalle forze dell’ordine, oltre che dalla parte della via di accesso al poligono. Mentre ci rechiamo verso l’uscita assistiamo a qualcosa di assurdo e totalmente illogico. Il cordone di poliziotti, tutti in tenuta antisommossa, non si accinge a sfaldarsi di una virgola. Un motociclista viene bloccato, notiamo che parla con il caposquadra. Spegne il motore per qualche minuto, dice che non lo fanno passare. “Deve esserci qualche problema” – penso – “Un problema con il motociclista”. Dopo qualche metro, invece, mi accorgo che il problema è per chiunque voglia attraversare il cordone, per chiunque voglia PASSARE, per chiunque voglia andare via, dato che la manifestazione era conclusa. Il caposquadra ci dice che non si può, che dobbiamo avere pazienza, che quando si partecipa a una manifestazione si suppone che ci sia “una unione di intenti”. «Certo – penso – l’unione di intenti è quella che non siamo d’accordo sul sistema di produzione di bombe, su uno sfruttamento del territorio che ha fatto sì che la zona di Quirra, invece che alle sue splendide spiagge, sia stata associata alle malattie, ai tumori, alle malformazioni di neonati. Ecco, quella è la nostra “unione di intenti”». Il caposquadra continua a bloccarci la via dicendo che dobbiamo avere pazienza e che, per questioni di democrazia (?) dobbiamo aspettare di vedere cosa fanno gli altri partecipanti, che dovremo andare via tutti insieme (?!). La stanchezza e il senso di impotenza cominciano a farsi sentire, comincio a scocciarmi di un simile atteggiamento, di cui davvero non riesco a seguire la logica. Chiedo al poliziotto-capo il motivo per il quale non possiamo uscire, sottolineo che non capisco perché e cosa devo aspettare, dico che i partecipanti alla manifestazione fanno parte di tanti gruppi provenienti da diverse parti della Sardegna, e che non posso aspettare che decine di persone che non conosco decidano di rientrare a casa. Il poliziotto graduato mi ribatte che, se fossi stata più serena, sarei già potuta andare via, sarei già potuta passare. Succede che mi innervosisco ancora di più, faccio appello al mio autocontrollo, mi impongo di stare calma e inizio a passeggiare per stemperare i nervi. Incontro una manifestante che mi chiede cosa stia succedendo, le spiego che l’uscita è chiusa, mi accorgo che tutto intorno nascono discussioni su quanto sta accadendo poiché la gente si sente bloccata tra due varchi, in ostaggio, senza una qualsiasi motivazione logica. Continuo a camminare nei pochi metri liberi della strada: da una parte il plotone super accessoriato e chiuso, dall’altro i manifestanti scocciati e insofferenti. Credo di essere vicino ad uno scontro. Causato non da facinorosi ma da colui che dovrebbe tutelare tutti noi, che dovrebbe essere garante del mantenimento di una situazione di calma. Continuo a camminare e provo ad appoggiarmi ad una macchina, ma la tensione non scende. Chiedo nuovamente di poter passare, faccio notare al graduato che il suo atteggiamento non è appropriato, che così facendo sta creando solo nervosismo, ribadisco che voglio andare via. Mi sento in trappola, colpevole solo di voler andare a casa. Dopo ancora qualche minuto di “purgatorio” ci lasciano passare. Mi chiedo cosa sarebbe successo se al mio posto ci fosse stata un’altra persona, magari più irruenta, più immatura, sicuramente avrebbe reagito in maniera più decisa, per tutelare il sacrosanto diritto alla libera circolazione. Volevo sottolineare che, in uno Stato dove non c’è la certezza della pena, dove i delinquenti e gli assassini sono liberi dopo pochi mesi, dove tantissime persone si sono trovate, per pura coincidenza e senza avere nessuna colpa, a vivere l’esperienza carceraria, non è esattamente “rassicurante” trovarsi davanti persone che, invece di mettere in pratica i loro compiti, fanno di tutto per ottenere l’effetto contrario. Quando questo accade in una condizione di evidente disparità, poi, è ancora più grave.

Anticolonialismu

Salviamo la scuola sarda

di Ninni Tedesco

La presentazione di un Manifesto per la scuola sarda, avvenuto ad opera della Alternativa Natzionale il 1 aprile a Oristano, è giunta pochi giorni prima di un evento che ha in via definitiva smascherato il progetto di distruzione della scuola pubblica italiana: l’approvazione, il 7 aprile, dei decreti attuativi della  107/2015, battezzata con non poca presa in giro dal peggior partito post fascista al governo, “Buona scuola”.

In queste deleghe, per farla breve, si conferma quanto era stato proposto all’origine del disegno politico unilaterale da parte del governo Renzi, nell’assoluto disprezzo di qualunque dialogo con le parti interessate, nel disinteresse delle richieste da parte dei lavoratori della scuola e degli studenti, nella violazione totale di quello che si raffigura come il mandato fondante l’esistenza stessa di ogni processo educativo: formare persone e cittadini consapevoli, capaci di fare scelte autonome, che possano fruire di pari condizioni di partenza e che siano messi in condizioni di raggiungere, tutti, gli stessi obiettivi. Si conferma invece, al contrario, la volontà di trasformare la scuola pubblica in un’azienda che sforna utilizzatori passivi e consumatori privi di strumenti intellettuali.

La 107 è dunque un inganno, una legge che torna indietro di decenni: che inserisce forzatamente l’alternanza scuola-lavoro togliendo ore alla formazione didattica ordinaria e lo fa in modo spregevole, talvolta addirittura nascondendo forme di sfruttamento minorile; che relega di nuovo i disabili a ruoli marginali togliendo risorse economiche e ore di sostegno; che rende gli esami di stato una passeggiata in cui una discutibile “prova invalsi”  e “l’alternanza scuola lavoro” (non le conoscenze, le capacità critiche, le competenze linguistiche, tecnologiche o relazionali, le qualità espressive e logiche, eccetera, ovvero tutto quello che una dimensione lavorativa globale e complessa richiedono) fanno punti credito per essere ammessi insieme a una “media” del 6 anche con insufficienze gravi; che riassegna la formazione professionale alle regioni togliendo un anno di studi ritornando alla scuola gentiliana che, giustamente, Gramsci definiva scuola classista.

Ma tutto questo non è incompetenza, questo è il passaggio conclusivo di un progetto iniziato con i governi Berlusconi e vergognosamente concluso il 7 aprile con quello Gentiloni, a dimostrazione, caso mai ce ne fosse bisogno, della perfetta collusione al vertice tra i partiti italiani e i loro orientamenti e disegni politici che vedono nella scuola il centro del sistema di controllo e gestione delle future generazioni.

A questo punto la Sardegna, utilizzando appieno i propri margini di autonomia (un giorno, forse, di indipendenza) deve necessariamente mettere in pratica, e con urgenza, i punti redatti nel Manifesto, attuando quanto l’art. dello Statuto sardo consente e che recita: “… la Regione ha facoltà di adattare alle sue particolari esigenze le disposizioni delle leggi della Repubblica, emanando norme di integrazione ed attuazione, sulle seguenti materie: istruzione di ogni ordine e grado, ordinamento degli studi”

In caso contrario si rende ufficialmente complice del “genocidio culturale” messo in atto dal “padrone” italiano che tiene le redini del controllo decretando che la nostra terra, più di tutte le altre visti i dati della dispersione (ma questo merita un altro articolo), debba essere “un volgo disperso”, una colonia da svuotare di energie, privare di radici, e quindi liberamente devastare.

Al Manifesto deve seguire pertanto, a breve, un’agenda di lavoro fatta di incontri, di ulteriori proposte, di attività che mettano alle strette questa inerte e passiva (ma attiva nell’essere complice) amministrazione della Sardegna, in modo da salvare almeno quel poco che resta dei nostri saperi, insieme ai pochi ma coraggiosi insegnanti che lavorano in trincea per difendere lingua e cultura, alle associazioni, agli intellettuali, ai sindaci, alle singole persone.

Non abbiamo molto tempo.

Vedi anche:
http://lnx.pesasardignablog.info/2017/04/02/dibattiamo-per-scrivere-il-manifesto-della-scuola-sarda-pro-salternativa-natzionale/

Anticolonialismu

Lettera aperta ai miei concittadini sull’imminente appuntamento elettorale

Tissi – foto tratta da sardegnaincomune
di Daniela Piras

Mancano un paio di mesi all’appuntamento elettorale che vedrà i cittadini di Tissi chiamati ad esprimersi per rinnovare il consiglio comunale. A così breve distanza non si assiste, però, ad un dibattito costruttivo sui progetti da realizzare nei prossimi cinque anni.

Mettendo da parte elenchi sterili su ciò che è stato fatto e su ciò che non è stato fatto dalle ultime giunte che si sono susseguite alla guida del paese, quello di cui si avverte l’assenza è una discussione sui temi, sulle idee e sulle proposte attraverso i quali ci si dovrebbe rivolgere ai cittadini.
Il volto di Tissi, negli ultimi tempi, si è molto modificato, da paese di poco più di 1300 abitanti è diventato un centro che ha visto incrementare il numero dei residenti di oltre mille persone. Un fatto in controtendenza con quello che, purtroppo, vediamo accadere nei piccoli centri che hanno una maggiore distanza da Sassari, i quali assistono a un progressivo spopolamento.
Questo incremento di abitanti del paese, però, è quasi impercettibile. Interi complessi residenziali sono abitati da persone che, trasferitesi principalmente dalla città di Sassari, invogliati dai prezzi delle abitazioni più accessibili, non frequentano minimamente il paese, limitandosi a dormirci, fenomeno che sta progressivamente trasformando Tissi in una periferia della città di Sassari. Il paese, parallelamente, appare svuotato e smorto: le vie del centro sempre meno vissute, il senso di comunità che va sparendo.
Considerando quindi il cambiamento avvenuto alla composizione della nostra comunità, bisognerebbe far fronte a due questioni fondamentali: la prima è rilevare che le esigenze del paese sono diverse da quelle del passato, la seconda è domandarsi se gli amministratori degli ultimi anni siano riusciti a conciliare i bisogni di tutti i cittadini (vecchi e nuovi) e di gestire al meglio questa nuova situazione.
Partendo dal presupposto che la crescita demografica è comunque una risorsa economica e che la vicinanza a Sassari è, di per sé, un punto di forza, ciò che bisogna scongiurare è che Tissi diventi un quartiere dormitorio di Sassari. Io sono convinta che questo non sia già avvenuto e che, se si agisce in maniera drastica su alcune criticità, il peggio possa ancora scongiurarsi.
I miei ricordi di Tissi, risalenti alla metà degli anni ’80, mi rimandano l’immagine di un paese pieno di vita. Le domeniche mattina la gente passeggiava al centro, andava a fare colazione nei bar che, in occasione della giornata di festa, si rifornivano di cornetti e pasticcini. Dopo la messa di metà mattina, giovani e meno giovani si sedevano nello storico “muraglione” a ridosso del belvedere a chiacchierare. Le sere d’estate le persone riempivano le vie del centro sino ad arrivare all’allora poco illuminata fine di via Brigata Sassari, quella che portava all’uscita del paese e alla zona che veniva chiamata “delle ville”, ovvero le prime singole costruzioni al di fuori del centro.
Un altro ricordo appartiene al lunedì mattina e riguarda il bellissimo mercatino che vedeva la presenza di bancarelle di ogni sorta, il quale si estendeva dalla piazza Municipale fino alla parte alta della stessa via. Può darsi si vendessero anche patacche, ma quello che lo rendeva “bellissimo” era la presenza della gente, le chiacchiere, gli incontri, in poche parole la socialità che ci stava dietro. Un altro bel ricordo è quello che riguarda l’aria che respiravo quando, per qualche motivo, la mattina non mi trovavo a scuola: via Roma era un viavai di persone, le attività apparivano fiorenti, il negozio principale, quello di “Zia Angelica” era un punto cruciale, si respirava un’aria di casa, oggi definirei quella sensazione un “collante sociale”. Sicuramente la vita non era perfetta e facile nemmeno allora, anche se la crisi economica era qualcosa di distante; era chiaro che chi voleva fare qualcosa la faceva, chi voleva restare in paese lo faceva e, a partire alla ricerca di qualcos’altro, erano per lo più ragazzi giovani che volevano fare esperienze fuori dalla Sardegna, e si trattava di una scelta.

Le cose cambiano ovunque e questo è normale però ancora oggi, come ieri, sappiamo che la forza di Tissi è sempre stata quella di saper mantenere le peculiarità della piccola comunità, unendole al vantaggio di avere la grande città a fianco, a uno schiocco di chilometri; in questo è stata una vera opera rivoluzionaria la costruzione della “strada nuova” e del ponte che ci ha permesso di accorciare in maniera drastica il tempo di percorrenza della tratta Tissi-Sassari, rendendo la vecchia strada che attraversava la frazione di Caniga, con le sue curve e il suo passaggio a livello, in breve tempo, solo un ricordo.

Vorrei offrire, con queste poche righe, degli spunti di riflessione che trovano sbocco in alcune proposte che mi piacerebbe vedere fra quelle dei candidati al consiglio comunale del paese:
Partirei dalla rivitalizzazione del tessuto commerciale del centro con l’introduzione di incentivi che favoriscano l’apertura di nuove attività.
Ritengo essenziale che ci si preoccupi di rispettare i luoghi che appartengono a tutti, e per rispetto intendo la salvaguardia e la valorizzazione dello scopo per il quale sono nati, come ad esempio la sala del museo etnografico inserita nel complesso dell’ex mattatoio. Allo stesso modo sarebbe auspicabile assistere alla riqualificazione di locali che hanno avuto un’importanza strategica nel passato e che oggi meriterebbero di essere riutilizzati in un’ottica di affermazione culturale e di sviluppo socio economico del paese.
Tra i monumenti da valorizzare non può essere escluso il lavatoio storico, risalente al 1905, il quale si presta ad essere un luogo ideale in cui organizzare eventi culturali di alto spessore qualitativo e dibattiti di vario genere. I luoghi storici vivono e continuano ad esistere se vengono messi al centro delle persone, e non relegati negli angoli.
Per quel che concerne la struttura urbanistica, penso sia essenziale per il decoro del paese che le vecchie case, che oggi appaiono completamente abbandonate, nelle vie parallele a via Roma (la via principale) vadano risistemate o messe in vendita con bando pubblico a prezzi competitivi, cercando di trovare le risorse affinché si proceda ad una reale riqualificazione del tessuto urbano.
Considerando l’importanza del territorio sul quale è nato Tissi, credo sia imprescindibile agire in modo tale da riconoscere il valore del suo patrimonio archeologico e storico. L’ipogeo de “Sas Puntas”, uno dei più importanti ipogei di Età Nuragica della Sardegna, è attualmente abbandonato, nascosto da erbacce, al punto tale che, ancora oggi, molti cittadini di Tissi ne ignorano l’esistenza. Il sito andrebbe pulito e reso facilmente accessibile. L’ideale sarebbe seguire gli esempi di quei comuni che, scegliendo di puntare sul loro patrimonio storico, hanno costituito cooperative che si occupano di gestire e curare i siti archeologici, dotandoli di percorsi storici, cartellonistica e guide turistiche. Questo rappresenterebbe un’importante opportunità di lavoro, in una prospettiva di sviluppo economico legata all’archeologia, alla storia e alle identità del paese che, di fatto, è un piccolo museo a cielo aperto grazie anche alla presenza delle due chiese di età medievale, la Chiesa di Santa Anastasia e quella di Santa Vittoria, le quali risalgono al XII secolo. Grazie a questi monumenti, in passato, Tissi è stato scelto dal grande regista Mario Monicelli che, nel 1954, ha deciso di ambientare in paese il suo film “Proibito”, tratto dal romanzo “La Madre” di Grazia Deledda, che vantava nel cast la presenza di attori del calibro di Amedeo Nazzari, Lea Massari, Henry Vilbert, Paolo Ferrara e Mel Ferrer.  Le due chiese dovrebbero essere accessibili e visitabili, e bisognerebbe riuscire a sfruttare anche i punti che si prestano per realizzare riprese fotografiche e pittoriche.
Tornando al presente, se non si può certo negare che negli ultimi anni Tissi si sia distinto dal punto di vista culturale, è pur vero che non si può non notare la mancanza di una adeguata programmazione. Ad esempio, abbiamo una efficiente biblioteca, che andrebbe sicuramente messa nelle condizioni di disporre di maggiori risorse.
Credo che in paese manchi una visione di insieme della cultura che partendo dalle sagre, passando per la promozione di eventi culturali, arrivi a rilanciare le iniziative della Proloco (al momento inattiva) in coordinamento con le altre associazioni presenti, come quella della consulta giovanile. Il tutto finalizzato alla realizzazione di idee che aiutino a riscoprire i nostri costumi e a valorizzare le nostre peculiarità.
Il fatto che Tissi non sia un quartiere dormitorio di Sassari è evidente anche da piccole constatazioni, per esempio vedere dei giovani giocare a “sa murra” nelle piazze o parlare in sardo non è così raro. A questi ragazzi si dovrebbero offrire dei punti di riferimento che gli permettano di acquisire maggiore consapevolezza della propria identità. A tal fine ritengo essenziale ripristinare lo sportello linguistico, attivo nel 2008, la cui esperienza è finita troppo presto nel dimenticatoio. Il nostro paese non è estraneo a quello che è il grande dibattito sulla lingua sarda.
Di pari passo si dovrebbe cercare di promuovere i nostri artisti, i nostri poeti, i nostri pittori, in un’ottica di rilancio economico del paese, perché la cultura va a braccetto con la ricchezza, non solo intellettuale.
In virtù di quanto esposto, credo che Tissi possa ambire ad affermarsi come uno dei paesi guida del sistema Coros Figulinas, pianificando lo sviluppo del territorio insieme a paesi che distano pochi chilometri fra loro.
In conclusione, in un paese di 2300 abitanti, bisognerebbe cercare di rendere tutti partecipi di una idea di comunità affinché il paese venga vissuto in pieno e sentito come “proprio”. La programmazione dei prossimi cinque anni dovrebbe essere costruita sui reali bisogni della popolazione, ascoltando con attenzione quelli che sono i problemi dei suoi abitanti.

L’auspicio, per me che ho deciso di guardare queste elezioni dall’esterno e di provare comunque a dare un mio contributo attraverso queste poche righe, è quello di non assistere ad una campagna elettorale che abbia come tema la capacità dei candidati di riuscire a racimolare voti o di avere come unica motivazione quella di portare avanti una protesta fine a se stessa, senza aver ben chiaro un progetto alternativo.
La raccolta di questi suggerimenti implica, in automatico, non di fare un copia e incolla tra le pagine di un programma elettorale, ma che si riesca a dar vita ad un confronto in un dibattito da mettere in piedi con i cittadini, cosa imprescindibile anche in campagna elettorale.
Tutti dovrebbero avere la possibilità di esprimere, durante un confronto, qual è la loro idea di paese, perché le idee non devono avere paura di essere espresse. Le idee non costituiscono che un punto di partenza, e hanno senso solo se accompagnate dalla capacità di realizzarle.

Tissi, 3 aprile 2017

Polìtica

L’interrogazione parlamentare non ferma “Sa die”

Locandina dell’evento

L’interrogazione non ferma “Sa die”: venerdì secondo appuntamento al liceo Mossa di Olbia.

Dopo la bufera sollevata dai senatori della Repubblica Italiana che ha investito il liceo scientifico “Lorenzo Mossa” di Olbia e il prof. Cristiano Sabino, proponente del progetto, è confermato il secondo incontro in calendario.
Venerdì  31 marzo dalle ore 10:20 alle ore 12:20 l’associazione di docenti sardi “Storia sarda nella scuola italiana” presenteranno i materiali didattici ai ragazzi e ai docenti con una lezione dialogata basata sull’interattività.

Storia sarda nella scuola italiana” porta l’insegnamento- come dice il nome stesso- della storia sarda nella scuola italiana, dalla quale è esclusa perché non presente nei programmi ministeriali. Molti docenti già lo fanno, servendosi di materiale proprio e non fruibile dai colleghi. I docenti dell’associazione preparano materiale standard utilizzabile da tutti gli insegnanti, riproducendo linguaggio, complessità di contenuti, grafica dei testi scolastici. La differenza, rispetto a questi, è che tale materiale tratta appunto la storia della Sardegna e dei sardi.

La squadra dell’associazione è al momento composta da:

  • Maurizio Onnis, autore di testi scolastici per Mondadori, Loescher, D’Anna;
  • Isabella Tore, maestra elementare;
  • Annarosa Corda, docente al biennio delle superiori;
  • Maurizio Casu, docente al triennio delle superiori;
  • Alessandra Garau, archeologa;
  • Andrea Ledda, ingegnere, al supporto tecnico.
  • Luca Becciu, grafico.

L’associazione, che sarà presente venerdì al Liceo Mossa, ha iniziato a lavorare nell’autunno 2014 ed è composta solo da volontari.

Il lavoro è svolto e distribuito gratuitamente anche sul sito https://lastoriasarda.com/