L’occidente che santifica i dittatori. L’esempio di Ataturk

Contro Erdoğan per santificare Ataturk?

di Francesco Casula

Giusta doverosa e sacrosanta l’indignazione e la protesta contro Erdoğan per aver “islamizzato” Santa Sofia, monumento simbolo di Istanbul che da Museo ridiventa Moschea, sottraendolo alla fruizione universale.
Mi sarebbe piaciuto che la stessa forte denuncia e condanna, in primis l’Europa e l’Occidente, l’avessero rivolta sempre contro il Califfo Erdoğan, despota e boia: quando arrestava i leader del Partito Democratico dei Popoli (HDP), un importante partito filo-curdo di sinistra e insieme a loro altri i 10 parlamentari turchi. Quando faceva assassinare giornalisti scomodi. Quando di fatto metteva fuori legge l’intera opposizione, di fatto instaurando un regime ultrautoritario e di polizia.
Invece a parte flebili voci di condanna, l’Europa ha continuato a sostenere e finanziare simile tiranno e lo vorrebbe addirittura nella UE.
Non solo: nel denunciare la scelta di Erdoğan, molti hanno voluto evocare Ataturk, pomposamente chiamato padre dello Stato turco.
E così molta opinione pubblica “codina” si è così “accodata” (insieme a giornalisti e politici nostrani) a certa storiografia occidentalista e persino “progressista”, che domina in Italia e nei libri scolastici. Secondo questa Ataturk, il più famigerato persecutore e massacratore del popolo kurdo viene celebrato in modo entusiastico come “autorevole Giovane Turco”, “valoroso ufficiale”, “ammodernatore” del Paese che grazie a lui diventerebbe “laico” e “democratico”.

Ecco – ma sono solo degli esempi – alcune “perle”. Secondo questi storici Ataturk “Fece propria la concezione modernistica e laicizzante”(1); “Lottò per l’indipendenza e la democrazia” (2); “Avanzò un notevole programma di riforme: tutte le religioni furono poste sullo stesso piano, si promulgarono nuovi codici, furono occidentalizzati il calendario e l’alfabeto, si abrogarono le tradizionali restrizioni cui erano soggette le donne. Fu promossa l’agricoltura, incentivata l’industria, vennero effettuate molte opere pubbliche” (3); “Fece varare una serie di riforme quali la fine dell’islamismo come religione ufficiale dello Stato, la laicizzazione dell’insegnamento, la promulgazione di nuovi codici, l’abolizione della poligamia, l’adozione dell’alfabeto latino”(4); “Avviò una vasta modernizzazione del sistema politico e dell’intera società ispirandosi ai modelli occidentali” (5); “Creò uno Stato moderno e laico” (6); “Si impegnò in una politica di occidentalizzazione e di laicizzazione dello Stato. L’esperimento riuscì solo in parte, ma ebbe il valore di un modello (sic!) per molti paesi impegnati sulla via della modernizzazione e dell’emancipazione dai vincoli coloniali” (7); “Potè attuare quelle grandi opere di rinnovamento interno che avrebbero trasformato un arretrato paese islamico in uno Stato laico, moderno e indipendente” (8); “Impose una serie di riforme che occidentalizzarono e laicizzarono lo stato e la società, fu introdotto l’alfabeto latino, fu adottato il calendario occidentale” (9).

A quest’entusiasmo occidentalizzante ed eurocentrico, osannante il Giovane Turco, xenofobo e precursore delle leggi razziste contro i Kurdi, massacratore degli stessi e della Comunità armena, secondo il criterio della “pulizia etnica” non sfugge neppure l’Unesco, organismo delle Nazioni Unite che ha il compito di proteggere e sviluppare le varie culture e le lingue del mondo, soprattutto nel campo dell’istruzione. Il 27 Ottobre del 1978 questo Organismo internazionale ha infatti deciso di celebrare il centesimo anniversario della nascita di Kemal Ataturk considerandolo come “Pioniere della lotta contro il colonialismo”. Nella decisione dell’Unesco si legge che il merito di Ataturk è stato quello di aver svegliato i popoli oppressi per condurli verso la libertà e l’indipendenza. Dio ci liberi da questo benemerito Organismo internazionale. C’è infatti da chiedersi: ma di quale libertà e di quale indipendenza, parla l’Unesco? Di quella forse che la Turchia anche con Ataturk ha riservato ai Kurdi?

Note Bibliografiche
1).Franco Della Peruta, Storia del ‘900, Editore Le Monnier, Firenze 1991, pag.344.
2).Giovanni De Luna-Marco Meriggi- Antonella Tarpino, Codice Storia, vol.3, Il Novecento, editore Paravia, Milano 2000, pag. 107.
3) Antonio Desideri- Mario Themelly, Storia e storiografia, vol.3 secondo tomo, casa editrice D’Anna, Messina-Firenze, Gennaio 1992,pag.593.
4) G. Gracco-A.Prandi- F. Traniello, Le nazioni d’Europa e il mondo, vol.3, Sei editore, Torino 1992, pag. 385.
5)Mario Matteini-Roberto Barducci, Didascalica, Storia vol.3, Casa editrice D’Anna, Messina-Firenze, Gennaio 1997, pag. 44.
6) Aurelio Lepre, La Storia del ‘900, vol.3, Zanichelli editore, Bologna 1999, pag. 1115, paragrafo 51/2.
7) A. Giardina-G. Sabbatucci- V. Vidotto, Guida alla storia, Dal Novecento ad oggi, vol.3, Editori Laterza, Bari 2001, pag. 94.
8) A. Brancati- T. Pagliarani, Il Novecento, Editrice La Nuova Italia, Pesaro 1999, pag. 66.
9) Giorgio Candeloro-Vito Lo Curto, Mille Anni, vol.3, editore D’Anna, Firenze 1992, pag. 389.

La Sardegna solidale con il Kurdistan sotto attacco

In un’intervista il coordinatore in Europa del partito curdo-siriano Pyd, Sherwan Hassan, afferma: «L’esercito turco ha in mano armi Nato ed è sostenuto da 25mila islamisti ma non è avanzato di un metro. La gente sa che a scontrarsi sono due sistemi, che se Afrin cade torneranno i jihadisti, per questo la difesa è strenua».
Il 20 gennaio, infatti, con un’incursione sopra Afrin dell’aviazione di Ankara, la Turchia ha dichiarato guerra alla Siria del nord, territorio in cui le SDF (Forze Siriane Democratiche) hanno costruito gradualmente- in concomitanza ad ogni vittoria sugli jihadisti- un nuovo sistema economico-politico, basato sulla democrazia, la condivisione e la solidarietà, oltre che sulla resistenza ai fascismi e su una nuova concezione di socialismo. L’aviazione turca ha sganciato sulla città bombe e volantini, scritti in diverse lingue, invitando la cittadinanza a schierarsi contro i “terroristi” (che per i turchi non sono gli jihadisti bensì i combattenti kurdi).

Durante il bombardamento, la Siria del nord viene attaccata su altri fronti con artiglieria. L’esercito turco, per queste incursioni, coinvolge anche miliziani dell’ISIS, che hanno la volontà di occupare i territori e sovvertire la libertà edificata dalle YPJ/YPG negli ultimi anni.

Si parlerà di quanto sta avvenendo al dibattito organizzato dalla Rete Kurdistan- Sardegna, previsto per martedì 6 febbraio a “Il Crogiuolo- Fucina Teatro La Vetreria” (via Italia 63, 09134 Cagliari):

“In questi giorni gli uomini e le donne dello YPG/YPJ stanno resistendo con lo stesso eroismo e la stessa determinazione mostrati nel 2014 a Kobane, quando gli occhi del mondo erano rivolti verso la loro battaglia contro l’Isis. Eppure, l’attacco che oggi muove contro di loro il governo turco è motivato dagli stessi intenti che già l’avevano portato ad armare l’Isis: la distruzione del progetto politico di convivenza pacifica e solidale tra i popoli della Siria promosso dai Kurdi e l’imposizione nella regione del fascismo islamista che Erdogan sta già imponendo in Turchia.
L’attacco al popolo di Afrin, portato avanti per mezzo di bombardamenti indiscriminati sui villaggi e le città, ha già causato decine di vittime civili, straziate da armi fornite dagli stati europei (carri armati tedeschi, elicotteri italiani) e armi proibite dalle convenzioni internazionali (napalm). 
La sproporzione delle forze in campo è enorme, la solidarietà internazionale è determinante.”