Gineologia: quattro appuntamenti tra Siniscola, Sassari, Cagliari e Alghero

Locandina del ciclo di seminari

No Una de Mancu, il gruppo spontaneo di Donne di Siniscola sta collaborando insieme alla Rete Kurdistan Sardegna, Asce di Nuoro e Donne Sarde per la Cultura per ospitare sabato 27 maggio a Siniscola alle ore 19 presso il Bar Montalbo il seminario di valenza internazionale sulla “Gineologia -La scienza delle Donne” a cura dell’attivista Curda Haskar Kırmızıgül che nel suo tour europeo verrà anche in Sardegna.

No Una de Mancu sostiene il progetto delle Donne Curde per l’importanza che esso apporta alla questione femminile e all’auspicata parità dei ruoli tra Donne e Uomini. Sosteniamo le Donne Curde per il cambiamento della società attraverso l’abbattimento del Patriarcato e per reinterpretare la società da una prospettiva femminile. Capiamo l’importanza di questo seminario e auspichiamo che il messaggio di Haskar sia ascoltato da Uomini e Donne perché la battaglia di queste donne, al di là anche della questione Curda, che appoggiamo e siamo dalla parte dei Curdi, è di estrema importanza perché questo modello di società in uso nello stato de-facto del Rojava, se fosse applicato anche da noi, renderebbe le società di tutto il mondo realmente migliori. Il messaggio di queste Donne è rivoluzionario.

Sono previste anche altre tre tappe (oltre quella di Siniscola inclusa nel programma di cui sotto) per il seminario sulla gineologia a cura di Haskar Kırmızıgül:

– Mercoledì 24, ORE 18.30: SASSARI, L’Ultimo Spettacolo, C.so Trinità 161

– Giovedì 25, ORE 18.30: ALGHERO, ResPublica, Piazza Pino Piras

– Venerdì 26, ORE 17.30: CAGLIARI, Sa Domu Studentato Occupato (nell’ambito della Tattoo Circus), via Lamarmora 126, QUI

– Sabato 27, ore 19.00: SINISCOLA, Bar Montalbo, Via Gramsci 103

Per approfondire:

http://www.uikionlus.com/wp-content/uploads/ocalan_liberare-la-vida-la-rivoluzione-delle-donne.pdf

http://www.infoaut.org/images/Reportage_Medioriente/jineoloji2.pdf

Come ho combattuto l’ISIS: Intervista a Davide Grasso

Hai combattuto nelle YPG in Siria contro l’ISIS. Puoi spiegare che cosa sono le YPG?

Le YPG sono le unità di protezione popolare fondate da un partito curdo siriano, il partito di unione democratica (PYD). Il PYD aveva dovuto agire in clandestinità sotto il regime di Assad, ma dal 2011, con lo scoppio della rivoluzione siriana, il suo braccio armato, assieme a quello completamente femminile delle YPJ (le unità di protezione delle donne), ha dovuto affrontare una potente milizia salafita, ossia islamista iper-radicale, che voleva occupare le città curde siriane, in particolare Serekaniye. Questa milizia era Jabat al-Nusra, filiale siriana di Al-Qaeda.

A Serekaniye un centinaio di YPG riuscì a cacciare un migliaio di salafiti. Ciò provocò grande ammirazione per questo gruppo armato nella popolazione, che si sentì protetta. Le YPG allora decisero di cacciare dalle città curde la polizia e i soldati del regime di Assad, e migliaia di giovani entrarono nei loro ranghi. Da allora, tra il 2012 e il 2014, le YPG hanno difeso la costruzione dell’autonomia democratica del Rojava, ossia delle nuove istituzioni dei cantoni di Cizire, Kobane e Afrin.

Nel 2014, però, il gruppo salafita ISIS si scontrò con Al-Nusra e gli altri gruppi islamisti, occupando tutto il corso dell’Eufrate fino alla Turchia, e cercò nuovamente di occupare le città curde. Questo condusse tra il 2014 e il 2015 alla sanguinosa battaglia di Kobane, in cui nuovamente le YPG riuscirono a vincere, per la prima volta sostenute da bombardamenti USA e ottenendo notorietà e ammirazione, stavolta, in tutto il mondo, benchè il loro nome e il loro carattere rivoluzionario e socialista non sia mai stato riferito dai media, che si sono limitati a parlare di curdi o addirittura, con malafede, di peshmerga (che invece sono una milizia sì curda, ma  conservatrice, dell’Iraq!). I giornalisti italiani usano il termine Peshmerga, però, perché questa milizia irachena è alleata dell’Italia.

Dopo aver sconfitto l’ISIS a Kobane, nel 2015 le YPG hanno chiamato a raccolta i combattenti assiri cristiani e tutti i battaglioni arabi dell’ex “Esercito Libero Siriano” che intendevano combattere l’ISIS e non avevano un progetto islamista, formando un esercito più grande, le Forze Siriane Democratiche (SDF). Nel 2016 le SDF si sono spinte nei territori arabi della Siria del Nord sconfiggendo l’ISIS a Shaddadi e a Menbij, dove io stesso ho combattuto. Da cinque mesi sono impegnate nell’avvicinamento alla capitale dell’ISIS, Raqqa, nella prospettiva della sua definitiva liberazione.

I curdi sono uno dei popoli più perseguitati di sempre ma si tratta anche di grandi resistenti. Che cos’è la rivoluzione del Rojava?

La rivoluzione del Rojava è stata anzitutto la protezione della popolazione curda del nord della Siria, e la ricerca di una soluzione di convivenza per le diverse comunità linguistiche e religiose di quella regione, che è storicamente molto complessa. Il PYD ha chiesto a tutte le realtà (partiti, associazioni, sindacati) che volessero partecipare a questo processo di organizzarsi in un movimento comune. Così è nato il Movimento per la Società Democratica (Tev Dem), che ha preso contatto con i clan e le realtà associative arabe, turcomanne, cecene, armene, ezide, assire della regione per evitare la degenerazione della violenza settaria e costruire una convivenza pacifica e autodifesa. Questo accadeva nel 2012.

Ne nacquero i tre cantoni con i loro consigli legislativi ed esecutivi (sorte di governi e parlamenti provvisori) e un sistema giudiziario popolare. Quando questo sistema fu in piedi a tutela della convivenza immediata, il Tev Dem si dedicò a costituire la rivoluzione dal basso, ossia i consigli cittadini, istituzioni elettive con elementi di democrazia diretta nelle diverse città. Tuttavia, i consigli cittadini furono oberati di richieste da parte della popolazione in guerra e in piena crisi umanitaria ed economica, quindi il Tev Dem iniziò la costruzione delle comuni popolari in ogni villaggio e in ogni quartiere urbano, per avviare parziali sperimentazioni di autogoverno da parte della popolazione.
Ad oggi le comuni della Siria del Nord sono oltre 4.000.
Si tratta di un evento rivoluzionario eccezionale per il mondo di oggi.

Le comuni sono il nerbo della rivoluzione. Costituiscono commissioni sanitarie, finanziarie, giudiziarie, educative, di autodifesa; si coordinano con centinaia di cooperative costituite in base a principi egualitari. La loro base è l’assemblea popolare volontaria della zona, che elegge un consiglio di delegati a sua rappresentanza e costituisce le commissioni. Non bisogna immaginare le comuni come un luogo di ritrovo o discussione infinita, come talvolta sono le assemblee della sinistra altermondialista europea. Sono realtà pratiche e concrete, che risolvono i problemi collettivi e si danno un gran da fare per i bisogni di tutti. Le comuni operano a pieno ritmo e ciononostante ogni mese avviene una discussione plenaria.

Il 17 marzo 2016 l’autonomia democratica dei tre cantoni ha dichiarato ufficialmente la propria autonomia dal governo siriano, pur riconoscendo l’integrità territoriale dello stato siriano, ed è nata la Confederazione Democratica della Siria del Nord – Rojava. Questa istituzione ha deciso a fine 2016 di eliminare il termine “Rojava” per sottolineare che non è un’autonomia dei curdi, ma una confederazione effettiva di popolazioni di diversa lingua e identità. Sebbene si continui colloquialmente a parlare di Rojava, anche a causa del ruolo propulsivo innegabile che il PYD curdo ha avuto ed ha tuttora in questo processo, oggi dobbiamo prendere sul serio il progetto confederale, e parlare di Confederazione della Siria del Nord: solo così saremo all’altezza del processo politico che si sviluppa in Siria non più nel 2014, ma nel 2017.

I media che formano l’opinione pubblica europea distinguono l’opposizione siriana dell’ “Esercito Libero Siriano” dall’ISIS. Cosa ne pensi?

Il 20 luglio 2011 un manipolo di ex ufficiali dell’esercito di Assad, guidati da Riad Al-Asaad (che non ha vincoli di parentela con il presidente) ha dichiarato la costituzione dell’Esercito Libero Siriano (FSA) per “proteggere i manifestanti” in Siria. Come? Con quali soldi? Con quali armi? I soldi e le armi vennero da Turchia, Qatar, Arabia Saudita, Stati Uniti, Francia e Inghilterra. Per questo migliaia di famiglie povere mandarono i propri figli a combattere con l’FSA per uno stipendio doppio rispetto a quello dei soldati regolari, e la guerra civile potè iniziare sovrapponendosi alla rivoluzione. In verità, da allora soltanto chi era armato, come l’FSA o le YPG, poteva partecipare al corso degli eventi. Quasi tutti i gruppi indipendenti non armati furono spazzati via, tranne in Rojava, dove poterono esprimersi nel Tev Dem.

Il problema dell’FSA è che non riuscì a mettere in piedi un comando unificato. Privo di qualsiasi visione politica o strategia, o ideologia effettiva, i suoi battaglioni furono bande di mercenari e predoni che inflissero violenze e saccheggi alla popolazione, finendo per essere considerati semplicemente dei gangster e dei ladri. Questo favorì Jabat Al-Nusra che aveva un’ideologia e un codice morale ben definiti, per quanto raccapriccianti, essendo improntati alla restaurazione della società islamica del VII sec. dc. Già nel 2012 Al-Nusra era più forte dell’FSA e si appropriava di denaro e armi destinati all’FSA. Quest’ultimo era diviso tra unità sostanzialmente impolitiche e unità che sempre più vedevano nell’idea salafita di instaurazione di uno stato islamico l’unica vera prospettiva politica in campo, alternativa al regime e alla rivoluzione in atto nel Nord, vista come eccessivamente rivoluzionaria, ossia in contrasto con la tradizione islamica.

Nel 2013 Riad Al-Asaad fu sostituito da Salim Idriss alla guida dell’FSA. Nel comando militare supremo dell’FSA faceva già parte un grande esercito salafita, Ahrar al-Sham. Era chiaro che l’FSA era ormai usato dai gruppi salafiti per sfruttare la propaganda positiva accordata dai media e dai governi occidentali a questo presunto esercito “libero”, che con la libertà non aveva mai avuto, e tanto meno aveva adesso nulla a che fare. Lo stesso Ahrar al-Sham ha intrapreso iniziative sempre più autonome, pur continuando a usare lo stemma dell’FSA quando poteva essere utile a scopi di propaganda; ad esempio, nel maggio 2015 ha stabilito un sodalizio stabile con Al-Nusra e altri gruppi salafiti costituendo Jaish al-Fatah, “l’esercito della conquista”; ma quando ha partecipato all’invasione turca di Jarablus, l’agosto scorso, ha usato nuovamente le bandiere FSA.

Ciò che contribuì alla fine dell’FSA fu anche la scelta dell’ISIS di creare uno stato islamico e attaccare tutti gli altri gruppi armati, a partire da Al-Nusra e Ahrar al-Sham. In questa fase, nel 2014, molti battaglioni FSA che non avevano aderito alla prospettiva islamista e salafita e che, essendo rimasti isolati, non riuscivano a fronteggiare l’ISIS, si coalizzarono con l’unico attore laico in grado di contrapporvisi, le YPG-YPJ. Le SDF nate nel 2015 hanno poi assorbito tutti i gruppi FSA che non sono entrati nell’orbita del coordinamento creato dai salafiti.

Che senso ha quindi, oggi, parlare di “esercito libero siriano”? Nessuno. Questa formazione ha avuto una breve vita nel 2011, poi si è sciolta di fatto nelle diverse fazioni e nelle due correnti politiche della rivoluzione, quella teocratica e quella confederale. Il nome e la bandiera sono serviti da allora ai salafiti per presentarsi in modo positivo all’opinione pubblica occidentale. Gruppi come Al-Nusra, che ha cambiato nome nel 2016 in Fatah al-Sham (“Conquista del Levante”), o Ahrar al-Sham, differiscono infatti dall’ISIS nell’aver rimandato la costituzione dello stato islamico a un momento successivo (per Arhar al-Sham, al momento del rovesciamento del regime di Assad), ed anche nel non aver alcun interesse ad attaccare in questo momento i governi occidentali, da cui ottengono supporto e appoggio. Per questo è necessario che il nome e il logo FSA restino in vita: per impedire alle popolazioni europee e nordamericane di sapere che genere di gruppi appoggiano i loro governi.

C’è ancora da chiedersi che rapporto esista tra il logo dell’FSA e la presunta “opposizione siriana” di cui parlano i nostri media. I nostri giornalisti, che sulla Siria fanno sfoggio di un’ipocrisia criminale, si riferiscono alla Coalizione Nazionale Siriana (CNS), creata in Qatar, nel 2012, sotto gli auspici di Stati Uniti e Turchia. Si tratta di un insieme di transfughi e notabili ostili al regime che non ha mai preso parte alla rivoluzione e tanto meno ai combattimenti, trattandosi per lo più di persone abbienti e residenti all’estero. Tra l’altro un terzo dei rappresentanti della CNS sono appartenenti al movimento dei Fratelli Musulmani, e desiderano a loro volta la trasformazione della Siria in uno stato islamico. Quanta propaganda occidentale è stata messa in atto contro il movimento palestinese Hamas, perché è legato alla Fratellanza Musulmana? Ebbene, la CNS creata da USA, Francia, Inghilterra e Turchia è legata allo stesso movimento mondiale ma, in questo caso, per i nostri ineffabili giornalisti è “opposizione siriana moderata” (sic).

Il popolo siriano non ha mai accettato la CNS come suo rappresentante. Questa “opposizione siriana” è una piccola casta di avventurieri politici sostenuta da interessi extra-siriani; in Siria, in questi anni di guerra, la popolazione si fida esclusivamente di chi agisce sul campo, di chi si conosce e si fa riconoscere. Per questo Al-Nusra, Ahar al-Sham o lo Stato Islamico da un lato, e le YPG-YPJ-SDF dall’altro competono per il reale supporto tra la popolazione. Le uniche rivoluzioni reali in Siria sono quella teocratica, sia o meno delegata all’ISIS, e quella confederale della Siria del Nord. Non esiste nient’altro. Va anche detto che gli uffici stampa della CNS, privati di reale supporto sul campo, appoggiano di fatto tutti i gruppi islamisti quando combattono contro il regime o contro le SDF. Per questo, oltre a non essere un’opposizione reale, la CNS, come del resto chi ancora usa strumentalmente la bandiera FSA, non è neanche una opposizione “moderata”.

Qual è stato e qual è oggi il ruolo della Turchia nella crisi Siriana?

La Turchia, come stato militarista membro della NATO, ha sempre avuto interessi antagonisti con la Siria, altro stato militarista legato invece, in passato, all’Unione Sovietica e oggi alla Russia e all’Iran. Con la vittoria dell’Akp, il partito islamista di Erdogan, alle elezioni del 2002, si è insinuata nelle istituzioni un tempo laiche della Turchia la nuova ideologia islamista “neo-ottomana”, ispirata da mire imperiali sul medio oriente.
Lo scoppio della rivoluzione siriana ha visto Erdogan passare subito all’azione, costituendo l’FSA, armandolo e finanziandolo, e contribuendo, con USA e Qatar, alla costituzione della CNS come governo-ombra che avrebbe dovuto sostituire il regime una volta caduto.

Questa strategia era comune a Turchia, USA e Unione Europea. Tuttavia, nulla andò per il verso prospettato. Anzitutto, la Russia non rimase immobile come nel caso libico, ma fornì potenti protezioni antiaeree al regime di Assad, scongiurando nei fatti la possibilità di un attacco aereo dei paesi NATO. In secondo luogo, l’FSA perse terreno nel giro di un anno nei confronti dell’esercito formato da Al-Qaeda. In terzo luogo, come detto, l’unica entità politica con cui i vertici dell’FSA cercarono di connettersi, cioè la CNS, non ottenne alcuna simpatia nel movimento rivoluzionario reale.

Di fronte a questo stato di cose, Erdogan decise nel 2012 di appoggiare e rafforzare Ahrar al-Sham, accanto ad altri gruppi islamisti come la brigata turcomanna Sultan Murad. Se la CNS non trovava l’appoggio dell’insurrezione e della popolazione siriana, il governo turco era pronto ad appoggiare direttamente i salafiti e i propugnatori di uno Stato islamico in Siria. Per questo si può dire che Ahrar al-Sham è stato usato dalla Turchia come “suo” gruppo salafita in Siria, anche per bilanciare Al-Nusra; non perchè Al-Nusra fosse più radicale (i due gruppi sono ideologicamente identici), ma perchè essendo Al-Qaeda un network clandestino globale è molto meno controllabile e non si legherebbe eccessivamente a uno Stato. Lo stesso vale per l’Arabia Saudita, che per bilanciare Al-Nusra ha rafforzato e finanziato il gruppo salafita Jaish al-Islam, peraltro (fino a tutto il 2016) alleato sul terreno tanto di Al-Nusra quanto di Ahrar al-Sham.

La nascita dello stato islamico, di fatto da una costola siriana di Al-Nusra (benchè le origini di questa “costola” fossero più complesse e avessero origine in Iraq), ha sottratto la maggior parte dei territori a Nusra e Ahrar al-Sham e ha rappresentato un nuovo problema per la politica della Turchia in Siria nel 2014. Erdogan ha allora voluto  stringere un patto con l’ISIS, che ha avuto campo libero logistico in Turchia al pari degli altri gruppi salafiti, benchè ufficialmente fosse la costola imprevedibile e meno controllabile della rivoluzione siriana. L’obiettivo di Erdogan era convogliare l’ISIS contro le YPG, cosa che infatti è avvenuta, ma solo per portare altri problemi a Erdogan. Non solo le YPG hanno resistito a Kobane e hanno iniziato a distruggere pezzo per pezzo lo Stato Islamico, ottenendo supporto in Siria e nel mondo, ma gli stessi USA hanno ritenuto che la politica siriana di Erdogan avesse passato il segno: Obama era disposto ad appoggiare i salafiti contro Assad, come Carter e Reagan li avevano appoggiati contro l’URSS in Afghanistan, ma non secondo logiche che sfuggivano del tutto o in parte al controllo della Casa Bianca.

Dal 2015 la Turchia ha visto quindi incrinarsi i suoi rapporti con gli USA e, di fronte all’appoggio dato dagli USA alle SDF, in particolare l’estate scorsa a nord di Aleppo (Menbij), ha invaso la Siria occupando Jarablus, Marea, Dabiq e Bab. Nel caso di quest’ultima città, l’esercito turco ha dovuto anche confrontarsi direttamente con l’ISIS, con notevoli difficoltà, cosa che ha condotto questo gruppo a mettere in atto la terribile strage di Istanbul a capodanno. Inoltre gran parte dell’elettorato di Erdogan non comprende perché l’esercito di un Paese musulmano sunnita dovrebbe combattere uno stato islamico sunnita. Lo zoccolo duro dei militanti dell’AKP ha profonde simpatie per l’ISIS. Infine, mentre Ahrar al-Sham e Al-Qaeda venivano sconfitte dal regime e dalla Russia ad Aleppo, lo scorso autunno, Erdogan ha intavolato trattative con Putin, cosa che ha scatenato molta rabbia nel suo elettorato, che ha visto i salafiti di Aleppo est come partigiani della sunna contro i russi cristiani e gli apostati sciiti del governo siriano.

Oggi la Turchia cerca di stabilizzare la sua occupazione delle campagne a nord di Aleppo per impedire l’unificazione dei cantoni di Kobane e Afrin e creare un’area in cui far convogliare tutti gli islamisti che sono stati sconfitti ad Aleppo e saranno sconfitti a Idlib, per poi scatenarli contro la Confederazione della Siria del Nord. A sei anni dall’inizio dell’intervento turco in Siria, infatti, non soltanto il regime nemico è ancora in piedi, ma lungo il confine della Turchia si è formata una confederazione rivoluzionaria che sostiene i rivoluzionari (turchi e curdi) di Turchia ed è appoggiata, sebbene soltanto parzialmente e in forme diverse, tanto dalla Russia quanto dagli Stati Uniti. La politica estera di Erdogan in Siria è quindi stata piuttosto fallimentare, ma ha prodotto centinaia di migliaia di morti e moltissimi ne produrrà ancora. Quello turco è ad oggi uno dei governi più criminali e pericolosi al mondo.

Che responsabilità hanno lo stato italiano e la UE in questa crisi?

Immense. Se vi ricordate, nel 2011, i media diedero molto spazio alla rivoluzione siriana. Tuttavia, dal 2012 al 2014, i riflettori sulla crisi siriana sono stati spenti dai nostri media. Questo perchè era evidente che le popolazioni europee non avrebbero mai supportato le politiche estere dei nostri governi sulla Siria, se solo le avessero comprese e conosciute. Supportare gruppi armati di fanatici salafiti e islamisti in Siria non solo è stato un crimine nei confronti della popolazione civile siriana, perché ha condotto alla violenza settaria sciiti-sunniti e all’oppressione di gran parte della popolazione secondo concezioni folli che sono persino peggiori di quelle di Assad, ma ha anche messo in pericolo noi e le nostre città.

Non a caso quando l’ISIS ha iniziato a decapitare giornalisti occidentali o ha attaccato Parigi, Bruxelles, Nizza e Berlino è sempre stato presentato come un gruppo, di fatto, sorto dal nulla. L’interesse per la Siria dei nostri media è risorto nel 2014 a causa dell’ISIS, ma non è mai stato spiegato che esso è sorto nell’ambito di quella galassia di gruppi armati ad orientamento teocratico sostenuti e finanziati da Francia, Inghilterra e USA dal 2011, pur di avere qualcuno in Siria che combattesse Assad. Per questo oggi nessuno capisce niente della Siria: l’informazione ha cancellato dei pezzi, quelli imbarazzanti per i nostri governi, e si sente soltanto parlare di “Assad”, “ISIS”, “ribelli” o “curdi”. Un modo di fare informazione apparentemente demenziale, ma in realtà scientificamente orientato a limitare la comprensione della guerra, come sempre avviene in questi casi; con la differenza che, se prima del 2014 non se ne parlava, ora se ne parla in un modo abbastanza superficiale perchè non se ne capisca niente.

Chi, tra gli italiani, sa che nel 2012 l’Italia ha riconosciuto la CNS come “Legittimo rappresentante delle aspirazioni del popolo siriano”? Eppure è un’organizzazione legata ai Fratelli Musulmani, che sostiene i salafiti in Siria e li copre politicamente, mentre attacca politicamente a tutto spiano la Siria del Nord e la sua confederazione perché mettono al centro una nozione rinnovata di democrazia e soprattutto le donne. L’Italia sostiene il peggio in Siria, e l’endorsement per la CNS non è mai stato ritirato – tanto la gente non lo sa. Ma quando queste realtà diffondono in società come quella siriana l’idea che l’Islam è una religione superiore al cristianesimo, che chi non crede in Dio merita il peggio, che l’Europa è il luogo della perdizione e che in fondo sgozzare un infedele è un atto in linea con la parola di Dio, chiediamoci quali sono le conseguenze per il futuro della Siria come dell’Europa, e per i rapporti tra i popoli del medio oriente e i popoli dell’Europa.

L’Italia non ha mai supportato la rivoluzione confederale, Renzi ha semmai armato i peshmerga del PDK iracheno di Massud Barzani, despota autoritario che perseguita le opposizioni e proprio in questi giorni commette crimini contro la minoranza ezida in Iraq. L’Italia ha dato il suo indiretto appoggio ai folli gruppi che hanno condotto la Siria alla catastrofe. Questo è possibile grazie alla disinformazione. Basti pensare agli eventi di Aleppo: chi ci ha capito qualcosa? Sappiamo che sono morti dei civili, ma non ci è stato detto che erano anche Ahrar al-Sham e Al-Qaeda ad ucciderli se solo provavano ad abbandonare i loro quartieri, cosa che avrebbero fatto volentieri per mettersi in salvo; per i salafiti non si possono lasciare soli a resistere i “guerrieri di Dio”. Sono le stesse cose che ho visto fare con i miei occhi all’ISIS durante la liberazione di Menbij. Gli italiani (e ancor più le italiane) dovrebbero sapere queste cose.

Lo scorso dicembre Laura Boldrini ha fatto spegnere le luci di Montecitorio “per Aleppo”; ma quale Aleppo? Quella delle donne combattenti curde del nord della città, gasate con armi chimiche dai salafiti appoggiati dalla CNS e quindi dall’Italia nell’aprile 2016? Proprio in quei mesi Mohamed Alloush, capo di Jaish al-Islam responsabile di quei crimini, calcava assieme ai rappresentanti della CNS gli stessi tappeti di Cristina Mogherini e Staffan De Mistura a Ginevra come “legittimo” rappresentante della presunta “opposizione siriana”. Dovremmo chiederci se Laura Boldrini ha spento le luci per l’Aleppo di questi salafiti, che sette mesi dopo (finalmente) venivano cacciati dalla città, dove avevano ridotto in schiavitù per anni migliaia di donne nei loro quartieri. Occorre riconoscere e demistificare la realtà. Occorre vedere ciò che è davanti a noi, ma non possiamo aspettare che sia il nostro stato o governo a dircelo, perchè gli Stati e i governi mentono sempre sulle guerre. Informarci autonomamente su ciò che accade in Siria, in Iraq, in Yemen, in Libia o in Palestina, oggi, non è semplice “internazionalismo”, come ieri. È qualcosa di più radicale e urgente se possibile. Oggi il mondo è la nostra città. Informarsi su Raqqa o Aleppo significa informarsi sul quartiere accanto al nostro nella metropoli globale, in cui vengono uccise delle persone e, forse, viene concepita la nostra stessa uccisione. Si tratta di una necessità di autodifesa per tutte e tutti noi, ed è presupposto necessario per chiunque voglia tentare di cambiare le cose.